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PALESTINA: CONVIVERE SENZA UNO STATO
Riprendiamo un articolo di Guido Viale su un tema che ha affrontato già altre volte CONVIVERE SENZA UNO STATO di Guido Viale   In ottant’anni di esistenza lo Stato di Israele ha trasformato una moltitudine di migranti e profughi alla ricerca di un ”focolare” in una falange di criminali. Israele è la Sparta del terzo millennio: tutti i suoi cittadini,
Curdi: appuntamenti a Torino e a Cagliari
Riprendiamo due appuntamenti su lla storia e le lotte del popolo curdo programmati questa fine settimana a Torino e a Cagliari   TORINO I curdi sono spesso visti attraverso una lente problematica: talvolta (dall’Occidente) come un popolo “buono” che, unito e coeso, è implicito di incarnare valori superiori a quelli degli altri (in particolare in Medio Oriente). In altri casi
Il bilancio di una delegazione in Rojava
Le delegazioni nel Nord e dell’Est della Siria (Rojava) sono state tra le iniziative di solidarietà internazionale organizzate dopo gli attacchi del 6 gennaio da parte del Governo di Transizione Siriano (STG) verso due quartieri a maggioranza curda di Aleppo. Questi attacchi in pochi giorni si sono estesi verso tutta l’Amministrazione Autonoma Democratica del Nord e dell’Est della Siria (DAANES). In tutto il mondo si sono moltiplicate azioni e mobilitazioni, con l’obiettivo di manifestare l’opposizione agli attacchi coordinati e la complicità dell’occidente, ma soprattutto di difendere la proposta politica di pace e convivenza implementata dal Movimento di liberazione per il Kurdistan proprio al centro del dilaniato Medio Oriente.  Si sono susseguiti così due gruppi; il primo ha passato il confine tra il Kurdistan Iracheno e il Nord-Est della Siria mentre le linee di autodifesa delle Syrian Democratic Forces (SDF), assieme alle Unità di Protezione del Popolo (YPG) e delle Donne (YPJ), stavano rispondendo agli attacchi dell’esercito del Governo di Transizione Siriano, alla Turchia e alle milizie dell’ISIS. Il secondo qualche settimana dopo, nel momento delle trattative. Quest’articolo è una restituzione di entrambe le delegazioni. LE MODALITÀ DELL’INTEGRAZIONE Il 30 gennaio sono stati firmati gli accordi per una graduale integrazione della DAANES nello stato siriano. Proprio questi accordi erano al centro degli interrogativi che hanno mosso chi ha partecipato alla delegazione, mentre i media mainstream europei narravano degli avvenimenti come la fine della rivoluzione. «Le strade che percorriamo per raggiungere la prima delle città sono dritte, per chilometri viaggiamo tra i campi, verdi e rigogliosi, quest’anno promettono un buon raccolto. Questa vista solleva in noi delle domande: come verranno gestite ora le terre coltivate, che soffrono la siccità a causa dei blocchi dei fiumi e delle acque da parte della Turchia?» – si domanda Teresa. L’inverno è stato piovoso, ha anche nevicato, sollevando il morale delle persone. Che ne sarà dell’impegno nella realizzazione di sistemi democratici di organizzazione agricola per soddisfare i bisogni della società? Il nostro sguardo passa anche sui macchinari di estrazione di petrolio. Chi lo gestirà ora? Che ne sarà del controllo popolare? > Queste domande, che spesso osservano gli aspetti più pratici, troveranno > spesso risposte che evidenziano le fondamenta di questa rivoluzione. Tutti i > rappresentanti ci comunicano che è difficile ora prevedere in che modo > procederanno gli accordi, ma tutti sono consapevoli dell’importanza di > assolvere i propri compiti per evitare nuovi attacchi. Questo accordo è stato imposto con la guerra, ma la grande resistenza popolare ha reso possibile le trattative. Sul piano militare, un buon esito dei negoziati tra DAANES e Damasco è il mantenimento dell’autonomia di comando di Forze Democratiche Siriane (SDF), Unità di protezione del popolo (YPG) e delle Donne (YPJ). Sul piano amministrativo invece i rappresentanti del Consiglio del Popolo del distretto di Derik, che sono tra i primi rappresentanti che le delegazioni incontrano, raccontano di essere incerti sull’implementazione delle procedure di integrazione; a una domanda di chiarimento ci viene risposto con un’altra domanda: «voi per caso sapete come funziona il sistema amministrativo del Governo di Transizione di Damasco? In un anno di insediamento non hanno fatto altro che portare avanti guerre e massacri contro diverse comunità in Siria, come i Drusi e gli Alawiti. Hanno lavorato ben poco sul piano amministrativo». Teresa continua: «Durante i giorni passati in Rojava capiamo che vanno sviluppate diverse lenti per comprendere la fase e quali sono le reali garanzie che permettono di rafforzare le basi della rivoluzione in questo scenario». Una di queste lenti viene data da Ilham Ehmed, responsabile degli affari esteri e del processo di integrazione insieme a Mazlum Abdi, il comandante delle SDF.  Quindi viene da chiedersi come sia possibile portare avanti un processo di integrazione quando la controparte sono bande jihadiste sotto diversa veste, che lottano contro i principi dell’umanità. Ilham Ehmed risponde evidenziando un’importante differenza: tutte le organizzazioni attualmente esistenti di giovani e di donne, così come il sistema delle comuni e dei consigli per l’autogoverno popolare rimarranno gli stessi. Ciò che cambierà saranno le persone all’interno delle istituzioni, che lavoreranno insieme a quelle del governo centrale, ma il movimento sociale resterà invariato. Allora ci facciamo un’altra domanda: come è possibile portare avanti la rivoluzione se il nemico che ha compiuto massacri verso il tuo popolo si trova nell’ufficio accanto al tuo? Ilham ribadisce che ogni persona dell’ex-DAANES che lavorerà nelle istituzioni ufficiali, così come nelle forze di sicurezza interne, sarà organizzata anche nel sistema politico confederale, avrà la sua comune di riferimento (il gruppo organizzativo alla base dell’autogoverno della società) e parteciperà così al sistema democratico. In questo modo si contrasterà il rischio di assimilazione. Questa non è solo una risposta dettata dalla situazione, ma parte della strategia che dagli anni 2000 viene seguita dal Movimento curdo, a maggior ragione dalla chiamata di pace del leader Abdullah Öcalan del 27 febbraio 2025. Abbandonata la lotta armata, l’obiettivo è estendere l’organizzazione a tutta la società, in modo più capillare, con un’idea di democrazia diversa da quella degli stati liberali, una democrazia che può esistere solo se ogni persona è attiva e si organizza per esprimere la sua volontà. Le stesse persone che incontriamo nelle comuni della società lo confermano: più sarà forte e radicato il senso di autorganizzazione, minore sarà il potere dello stato. LA QUESTIONE DELLE DONNE Uno dei pilastri della rivoluzione in Rojava è la liberazione della donna, che è stato sviluppato negli anni dal punto di vista di miglioramenti sociali, di una Unità di Difesa armata, un sistema di co-presidenza nelle istituzioni, e di una graduale accettazione di questo principio da parte degli uomini.  Le delegazioni ne hanno parlato con Rohilat Afrin, comandante delle YPJ, che ci dice chiaramente che non verrà accettata una realtà in cui le donne non hanno voce in capitolo nella politica, non possono educarsi e non possono organizzarsi per l’autodifesa. Ci sono alcuni incontri con le responsabili delle strutture delle donne, che raccontano che l’accordo con Damasco è un enorme passo indietro, perché non rispetta il sistema della co-presidenza e non contempla la liberazione delle donne al suo interno. La guerra ha già portato a grandi perdite; le città di Tabqa e Raqqa, liberate nel 2017 dal controllo dell’ISIS, erano al centro degli sforzi per concepire la possibilità di un Islam democratico con protagoniste le donne. I jihadisti che sono tornati a controllare queste città hanno svuotato i centri come l’associazione delle donne Zenobia, portando tante giovani e donne a scappare o alla morte.  > Rohilat Afrin parla anche della situazione delle Unità di Difesa delle Donne > (YPJ), le forze armate femminili che sono state fondate per l’autodifesa delle > donne. Nell’accordo non sono incluse al momento, ma insiste sul fatto che loro > ci saranno, perché le donne non sono ancora libere e vogliono difendersi da > sole. Le delegazioni incontrano anche delle combattenti ferite. I loro racconti e le loro parole sono pieni di dignità, e trasmettono la perseveranza e il coraggio delle giovani che difendono i diritti delle donne e la possibilità di partecipare alla vita sociale e politica. Queste unità di difesa infatti sono prima di tutto formate per difendere questi valori e l’esistenza delle donne. Un giorno la delegazione è andata al centro giovanile, dove insieme ai giovani e alle giovani del posto dipingevano un murales che raffigura una donna con una lunga treccia. È il simbolo delle donne che si uniscono, dopo che i jihadisti hanno tagliato una treccia a una combattente uccisa, profanando il corpo. Per settimane fino a oggi la risposta è stata larga, dalle bambine alle donne di ogni età, ci sono state iniziative in cui il simbolo era intrecciarsi i capelli, con il messaggio che per ogni donna che viene attaccata, altre mille si solleveranno per difenderla. Molte conversazioni con le persone riguardavano anche un’altra questione delicata: le zone a maggioranza araba e la convivenza la popolo curdo e arabo. La maggioranza araba infatti, ancora molto influenzata dai clan di proprietari terrieri (vicine all’ex-regime Assad ed ora alleati dei jihadisti al governo), non ha permesso di creare le condizioni di autodifesa che sono state garantite in città come Heseke e Qamishlo.  Questa situazione ha contribuito ad accentuare una contraddizione che indebolisce la proposta di convivenza su cui da decenni lavora il Movimento, l’unità nelle differenze: la stessa superficialità con cui vengono descritti e fomentati i conflitti sulla base etnica in Occidente, in questo caso tra Curdi e Arabi, viene usata anche qui per alimentare questa guerra. Nonostante la forte presenza di arabi nella società, nelle istituzioni e in ogni grado delle forze di autodifesa, i pensieri e le conversazioni nei giorni dopo la mobilitazione generale sono caratterizzate da un senso di tradimento riguardo alla la resistenza sociale; ed è proprio in questo senso di sofferenza e dolore che operano le armi del divide et impera per tagliare i legami che tengono assieme le comunità in lotta multietniche.  Ora la situazione in Medio Oriente è in una rapida escalation, nel centro della terza guerra mondiale. Tornando dal Rojava abbiamo portato con noi un messaggio: se verranno attaccate le aree autonome di Shengal e di Qandil, sarà necessaria una grande risposta internazionale, come è stato per il Rojava. Abbiamo sentito l’importanza di difendere questa rivoluzione, perché è un modello di alternativa al capitalismo e al sistema di sfruttamento delle persone e della natura. La copertina è di Kurdishstruggle (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Il bilancio di una delegazione in Rojava proviene da DINAMOpress.
March 23, 2026
DINAMOpress
Cosa resta dell’internazionalismo, oltre la memoria di Orso?
21 Marzo 2026, Casa del Popolo di Grassina (Firenze). In un ritrovarsi di diverse realtà collettive convergenti, dopo sette anni dalla morte di Lorenzo Orsetti – Orso -Tekoser, “combattente” per la difesa del Confederalismo Democratico del Rojava, la comunità fiorentina ricorda ed allarga lo sguardo accogliendo esperienze di scelte di contrapposizione all’escalation di guerra globale. Sono presenti, oltre la famiglia di Lorenzo, con Alessandro, il padre, che del figlio porta soprattutto il tema della scelta di contrapposizione al capitalismo ed al patriarcato, l’anarchia quale strada per rompere il sistema dei poteri, l’internazionalismo quale alternativa, anche i portuali dei CALP di Genova, che nel portare i propri corpi a bloccare le navi militari testimoniano quel boicottaggio nonviolento necessario per essere coerenti nelle prassi; sono presenti anche da remoto i compagni e le compagne che sono adesso a Cuba dove stanno portando solidarietà fatta di pratiche di solidarietà e di contrapposizione ai blocchi, di riconoscenza per chi ha messo la propria esperienza (medica) a servizio anche di altri popoli (i medici rivoluzionari); è presente, sempre da remoto, anche Tony che è stato protagonista nel percorso di rottura dei blocchi verso Gaza con la Flotilla; è presente Dario che continua a essere rappresentante di una esperienza collettiva di lotta di quella che resterà la più importante esperienza di movimento di lavoratori a servizio di una dimensione più grande, contro l’accelerazione oligarchica che viviamo massima in questo tempo. Proprio Dario ricorda l’importanza di stare dentro le contraddizioni delle scelte, porsi accanto senza giudizio, cogliere le prospettive di azioni scomode. Chiaramente non si tratta di idealizzare un martire e nemmeno di leggere di questo la scelta della fuga dal sistema, anche se restano queste due visioni partigiana ed anarchica insieme; forse resta proprio la volontà di trovare forme di lotta che tengano insieme la contrapposizione al potere forte egemonico dittatoriale attraverso un insieme di pratiche, alcune nonviolente, altre che utilizzano strumenti in cui non sempre dobbiamo riconoscersi in modo unanime. Stare sui contorni di queste scelte, rispettare e al tempo stesso portare gratitudine, ringraziare un padre, una madre, una sorella, riconoscersi nell’umano bisogno di essere vivi e vive e testimoniare che un altro mondo è possibile. A Lorenzo, ma soprattutto ad Alessandro, Annalisa, Chiara, alle compagne e ai compagni che quotidianamente scelgono da che parte stare. Emanuela Bavazzano Emanuela Bavazzano
March 22, 2026
Pressenza
ROJAVA: È MORTO SALIH MUSLIM, EX CO-PRESIDENTE DEL PYD, TRA I LEADER DELLA RIVOLUZIONE CONFEDERALE
È morto Salih Muslim, ex co-presidente del Partito dell’Unione Democratica (Pyd), tra le personalità più importanti nella leadership della rivoluzione confederale. Nato a Kobane il 3 marzo 1951, studiò in Rojava e in Siria fino al liceo. In seguito frequentò l’Università Tecnica di Istanbul, dove si laureò nel 1977. Per un periodo, lavorò in Arabia Saudita. Incontrò e conobbe Abdullah Öcalan nel 1983. Dopo il massacro di Qamishlo, in Rojava, del 2003, fu arrestato e imprigionato per sette mesi a causa di una lettera di protesta che scrisse all’allora presidente siriano Bashar al-Assad. Dopo il rilascio dal carcere, nel 2003 si unì al neonato Partito dell’Unione Democratica (Pyd) e divenne membro del suo consiglio esecutivo. Nel 2010, Salih Muslim era stato eletto co-presidente del partito che guida il processo rivoluzionario del confederalismo democratico nella Siria settentrionale e orientale. Dal 2017, poi, aveva ricoperto il ruolo di responsabile delle relazioni estere del Tev-Dem, il Movimento della Società Democratica del Rojava. Nel 2022 il nono congresso del Pyd lo aveva ri-eletto co-presidente, ma due anni dopo – nel 2024 – aveva ceduto l’incarico, continuando comunque a partecipare al Consiglio dei co-presidenti. Svolgendo questi incarichi era diventato un attore di spicco a livello nazionale siriano e a livello internazionale. È morto la sera di mercoledì 11 marzo 2026, all’età di 75 anni, in un ospedale di Erbil, nel Kurdistan iracheno, dov’era stato trasferito e ricoverato a causa dell’insufficienza renale della quale soffriva. La sua salma, accolta da una folla di persone, è arrivata stamattina, giovedì 12 marzo, in Rojava. Sarà sepolto a Kobane accanto al figlio Shervan, caduto nel 2013 combattendo – nelle fila delle Unità di protezione del popolo (Ypg) – contro Daesh a Tal Abyad. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto è intervenuta Benedetta Argentieri, giornalista di Turning Point Magazine, documentarista, che si è occupata a lungo della rivoluzione del Rojava, dove si è recata in diverse occasioni, e del movimento di liberazione curdo. Ascolta o scarica.
March 12, 2026
Radio Onda d`Urto
[2026-03-01] Brunch Solidale a supporto della staffetta sanitaria per il Rojava @ Rotta Genuina APS
BRUNCH SOLIDALE A SUPPORTO DELLA STAFFETTA SANITARIA PER IL ROJAVA Rotta Genuina APS - Via Braccio da Montone, 115, 00176 Roma RM (domenica, 1 marzo 11:00) Iniziativa di Rotta Genuina a sostegno della staffetta sanitaria per il Rojava prevista questa domenica. Un brunch insieme con spremute d’arancia, torneo di backgammon e piatti kurdi. Occasione per ritirare arance o prenderne un po’!!!  
February 26, 2026
Gancio de Roma
Il confronto tra Rojava e Damasco tra pluralismo e centralismo
Per oltre dieci anni il Nord-Est siriano è stato uno dei principali snodi delle profonde trasformazioni che hanno attraversato il Paese: prima resistenza contro l’ISIS, poi laboratorio politico e amministrativo in condizioni di guerra permanente. Qui si è sviluppato un sistema di autogoverno basato su autonomie locali, pluralismo etnico e partecipazione politica, rompendo con il centralismo dello Stato siriano. Inizialmente il termine “Rojava” indicava le zone curde del Nord-Est, il Kurdistan occidentale. Con le campagne contro l’ISIS, l’area autonoma si è estesa includendo anche ampie zone arabe lungo l’Eufrate e le province di Raqqa e Deir ez-Zor, territori non storicamente curdi. In questo quadro si è affermata nei documenti ufficiali la denominazione di DAANES (Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord-Est), in luogo di “Rojava”. Un cambiamento che ha inteso riflettere l’ampliamento territoriale e la natura multi-etnica dell’entità autonoma, superando una definizione percepita come esclusivamente curda. IL CONFRONTO CON DAMASCO Oggi, con il mutare degli equilibri militari e diplomatici, segnato negli ultimi mesi dalla perdita di alcune aree strategiche lungo l’asse dell’Eufrate e nella cintura meridionale del Nord-Est, passate sotto il controllo delle forze governative, quella stagione entra in una fase nuova. I negoziati tra le autorità del Nord-Est e il governo di Damasco puntano a ridefinire i rapporti tra l’Amministrazione autonoma e lo Stato centrale, aprendo un processo di integrazione istituzionale che solleva interrogativi sul futuro politico e amministrativo della regione. Per leggere questa transizione dall’interno abbiamo dialogato con Sema Bekdaş, portavoce del Partiya Yekîtiya Demokrat (PYD), tra i principali attori del progetto nato nel Rojava e poi confluito nella DAANES. Nel suo racconto, la dimensione politica e quella sociale appaiono strettamente intrecciate: mentre proseguono i negoziati, il peso della guerra continua a gravare sulla popolazione civile. «Vi è un’intensa attività politico-diplomatica per garantire l’attuazione concreta degli accordi. Ma sul piano sociale molti sfollati — in particolare da Afrin, Shahba, Tabqa e Aleppo — vivono ancora in condizioni estremamente difficili». Il riferimento rimanda a un contesto ancora profondamente segnato dalle conseguenze materiali e demografiche della guerra. L’offensiva turca su Afrin nel 2018, gli sviluppi nella regione di Shahba e i continui mutamenti delle linee di controllo tra Aleppo e l’asse dell’Eufrate hanno generato ondate successive di sfollamento interno. Negli ultimi mesi, molte famiglie sono state sfollate forzatamente dai quartieri curdi di Aleppo, tra cui numerosi rifugiati originari di Afrin. Il passaggio di Tabqa e ampie aree delle provincie di Raqqa e Deir ez-Zor sotto il controllo di Damasco, inoltre, ha alimentato nuovi movimenti verso il Nord-Est, nel timore di nuove violenze e ritorsioni. In questo scenario, il tema del ritorno degli sfollati, delle garanzie di sicurezza e della ricostruzione delle amministrazioni locali è entrato a pieno titolo tra le questioni centrali discusse nei colloqui tra l’Amministrazione autonoma e Damasco. Ma, secondo Bekdaş, questi nodi rimandano a una ridefinizione più ampia dell’assetto statale e del quadro costituzionale. «In passato sono stati conclusi altri accordi, come quello del 10 marzo, ma l’intesa attuale mira a ricomprendere le questioni ancora aperte e a offrire un quadro valido per l’intero Paese. Con la sua firma si apre una discussione sulla futura configurazione del sistema politico siriano. A più di un anno dalla caduta del regime, la società non ha ancora avuto un vero spazio di confronto sul proprio avvenire. Resta da definire quale assetto assumerà lo Stato: federale, decentrato o centralizzato». Il confronto con Damasco si colloca dunque su un terreno strutturalmente politico: si tratta di stabilire se e come l’esperienza di autogoverno maturata nel Nord-Est possa essere ricondotta entro un quadro statale unitario senza essere svuotata della propria sostanza. «Oggi è in corso uno sforzo per fare di questo accordo la base di un sistema politico che tutti i siriani possano contribuire a costruire. A partire da esso dovrebbe delinearsi un assetto in cui le regioni si organizzino su base territoriale, affidando la gestione degli affari locali alle comunità. Il cessate il fuoco è un passo positivo; ora però si apre una fase diversa, che richiede un confronto capace di costruire un assetto realmente condiviso e decentralizzato per l’intera Siria». Il riassetto della sicurezza prevede l’integrazione graduale delle forze del Nord-Est nelle istituzioni statali, con l’inserimenti di alcuni reparti SDF nella catena di comando siriana e l’assorbimento delle forze di sicurezza intena (Asayish) nel Ministero dell’Interno, oltre al controllo governativo di frontiere e infrastrutture strategiche.  «La questione di come integrare le forze di difesa nelle istituzioni statali in modo coordinato e senza creare nuovi conflitti è centrale. Oggi si parla molto di fiducia e stabilità. Ma, realisticamente, una fiducia solida non è ancora stata costruita tra ampi settori della società siriana e il governo centrale. Negli ultimi anni il Paese è stato attraversato da eventi traumatici: massacri, violenze, persecuzioni che hanno colpito diverse componenti della popolazione. Queste paure non sono scomparse». Negli ultimi mesi, episodi di violenza settaria contro le aree alawite della costa, comunità druse del sud e altre minoranze, attribuiti a gruppi jihadisti sunniti, gruppi paramilitari e forze governtive, hanno rafforzato la percezione di una sicurezza fragile, alimentata dal vuoto di controllo e dalla competizione territoriale. In questo quadro, la questione dell’integrazione delle forze armate e della costruzione di un comando unificato è strettamente legata alla ricostruzione della fiducia tra lo Stato e le sue diverse componenti sociali. > «La fiducia tra Damasco e una parte significativa dei cittadini è stata > profondamente indebolita. Per questo, accanto alle forze che sostengono la > stabilizzazione, esistono anche gruppi interessati a riaccendere il conflitto, > ad alimentare tensioni tra comunità e nazionalità, e a colpire la regione». > Il rischio evocato è quello di una ricaduta nel conflitto in un Paese già > stremato da oltre un decennio di guerra, frammentazioni territoriali e > interferenze esterne. In questa cornice, la dimensione interna — il confronto > tra le diverse componenti della società siriana — diventa decisiva quanto > quella diplomatica. LA TUTELA DELLA PLURALITÀ NAZIONALE E DEI DIRITTI DELLE DONNE Un nodo necessario tocca il processo di formazione del nuovo governo centrale ad interim alla luce di un impianto costituzionale che concentra ampi poteri nell’esecutivo, non riconosce pienamente la pluralità nazionale ed etnica del Paese e si fonda su un sistema elettorale che, per struttura delle circoscrizioni e meccanismi di rappresentanza, tende a penalizzare le realtà politiche e territoriali minoritarie. «È necessario un congresso nazionale, una conferenza che riunisca l’insieme delle realtà del Paese per negoziare soluzioni comuni. La questione costituzionale è centrale: solo attraverso una formula condivisa sarà possibile costruire una stabilità reale e duratura». Bekdaş insiste sul fatto che la Siria, per composizione sociale e per la sua storia recente, non possa essere governata con formule uniformi senza rischiare nuove fratture. A suo giudizio, il nuovo governo di Damasco è stato formato in modo centralizzato, così come la dichiarazione costituzionale è stata adottata senza un processo realmente inclusivo. > «Per rispondere alle aspettative dei siriani, la dichiarazione costituzionale > dovrebbe essere rivista e sostituita da una Costituzione permanente elaborata > con la partecipazione delle forze politiche e dei rappresentanti della > società. Anche la formazione del governo dovrebbe fondarsi su un sistema > parlamentare eletto in modo trasparente e legittimo». Solo attraverso un simile percorso — conclude — sarà possibile garantire i diritti delle diverse componenti del Paese, dalla partecipazione politica all’amministrazione locale, fino alla tutela delle specificità culturali e sociali. Arriviamo così al nodo costitutivo dell’intero progetto politico del Rojava: la “rivoluzione delle donne”,  il suo asse fondante, capace di ridefinire pratiche di potere, rappresentanza e organizzazione sociale, e di proiettare la propria influenza ben oltre i confini siriani.  Un patrimonio che rischia oggi di entrare in tensione con l’orientamento delle nuove autorità centrali. Bekdaş osserva che, pur richiamandosi formalmente ai principi di democrazia e libertà, le forze oggi al governo continuerebbero a muoversi entro una visione tradizionale dei ruoli di genere. «Le donne vengono ancora collocata entro confini ristretti: nel quadro della famiglia, legate alla casa, vincolata a norme sociali e tradizionali». Da qui il richiamo alla dimensione storica della conquista dei diritti. «Sappiamo che ogni diritto ottenuto dalle donne — dal voto all’istruzione, fino alla partecipazione politica — è stato il risultato di lotte e sacrifici. Nulla è stato concesso spontaneamente; tutto è stato conquistato attraverso mobilitazione e perseveranza». Nel Nord-Est, ricorda, le donne hanno partecipato fin dall’inizio alla rivoluzione, assumendo ruoli di leadership, organizzandosi autonomamente e contribuendo alla difesa del territorio e alla costruzione istituzionale. La questione, ora, è come tradurre questa esperienza nella nuova fase politica. «Nel processo di redazione della futura Costituzione dobbiamo garantire che i diritti conquistati vengano preservati. È necessaria una lotta politica continua e la costruzione di accordi e alleanze tra tutte le donne della Siria. Dobbiamo unire le posizioni ed esprimere una voce comune». Bekdaş nomina il sistema della co-presidenza e i meccanismi di partecipazione paritaria introdotti nelle strutture politiche del Nord-Est. «Chi crede nella libertà delle donne deve assumersi la responsabilità di agire con tutti gli strumenti possibili — politici, giuridici, diplomatici — costruendo coalizioni. Solo così potremo garantire che nella futura Costituzione i diritti delle donne non vengano ridotti o svuotati, ma riconosciuti pienamente». Bekdaş invita a non ridurre l’accordo a una dinamica interna: Il negoziato – sottolinea – si è sviluppato in un contesto regionale e internazionale segnato da interessi incrociati che ne hanno condizionato contenuti e margini. «Non è stato un accordo semplice, né è nato soltanto tra parti siriane. Diversi Stati hanno avuto un ruolo nella sua formazione e ne hanno sostenuto l’attuazione». Tra questi, richiama in particolare Francia e Stati Uniti: «La Francia ha espresso la disponibilità a seguirne l’applicazione anche come possibile garante». Secondo Bekdaş, la dimensione internazionale resta decisiva anche per la tutela dei diritti curdi nel nuovo assetto siriano. Il richiamo a un coinvolgimento esterno più attivo si lega ai precedenti tentativi falliti: «In passato alcuni accordi sono rimasti sulla carta o sono stati seguiti da nuove tensioni. Per questo è essenziale che questa volta vi sia un sostegno concreto e continuo». La copertina è di Kurdistruggle (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Il confronto tra Rojava e Damasco tra pluralismo e centralismo proviene da DINAMOpress.
February 24, 2026
DINAMOpress
Anarres del 23 gennaio. Rojava. Stati Uniti: Ice senza freni. Olimpiadi. Sangue, sfruttamento e buoni affari…
Ascolta e diffondi l’audio della puntata: Dirette, approfondimenti, idee, proposte, appuntamenti: Rojava. Attacco al confederalismo democratico Nelle stesse settimane dell’insurrezione iraniana il governo islamista di Damasco ha sferrato un durissimo attacco al Rojava. L’esercito siriano ha attaccatole aree della Siria del nord che erano sotto il controllo delle forze del Confederalismo Democratico, le stesse forze che avevano liberato il nord est della Siria dai massacratori dell’ISIS. La spartizione tra potenze globali e regionali dell’influenza sulla Siria è costruita sulla pelle di quanti negli ultimi quindici anni hanno saputo costruire, tra mille difficoltà ed aporie, un’alternativa laica, pluralista, fondata sulla parità di genere e la concreta messa in crisi degli oppressivi sistemi patriarcali. Il governo siriano ei suoi finanziatori adAnkara e Riad puntanoalla cancellazione di un’esperienza che, pur con innegabililimiti, ha rappresentato un’alternativa a un’ordine sociale strutturato sull’oppressione delle donne, la reazione religiosa, le divisioni settarie e il bieco sfruttamento. Ne abbiamo parlato con Federico Stati Uniti. L’ICE scatenata La caccia agli immigrati irregolari negli Stati Uniti si è trasformata in una strategia del terrore: il governo federale mette sotto inchiesta i suoi oppositori, mentre gli agenti conducono i raid con cinismo, facendosi servire a tavola dalle persone che poi arresteranno. È quanto succede in Minnesota, diventato il cuore della svolta autoritaria dell’amministrazione Trump, che ha messo sotto inchiesta il governatore Tim Walz, e il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, entrambi democratici, accusati di «ostacolare le attività dell’Ice». I loro nomi si aggiungono al lungo elenco di oppositori del governo finiti nel mirino del dipartimento di Giustizia e del Pentagono. Lemilizie pattugliano i dintorni delle scuole ed arrestano persino i bambini. I somali, tutti profughi di guerra vengono rastrellati per le strade, dove è caccia strada per strada e dove si sono create reti di vicinato per avvertire del pericolo. Alcuni video mostrano la brutalità della polizia di frontiera che picchia espruzza in faccia a persone ammanettate.ICE “dichiara” il diritto di entrare nelle case senza mandato. É una guerra. Civile Ne abbiamo parlato con Robertino Barbieri Olimpiadi. Sangue, sfruttamento e buoni affari Nella Milano capitale del lavoro povero le Olimpiadi sono state volontariato non retribuito o lavoro precario nell’indotto turistico, ma anche un appoggio ideologico all’insostenibile modello di città esclusiva ed escludente. Ne abbiamo parlato con ABO Di Monte Appuntamenti: Siria e Iran: una libertà senza confini Sabato 24 gennaio ore 10,30 punto infoal Balon Nè shah né mullah. A fianco di chi lotta contro i dittatori di ieri, oggi e domani in Iran e in Siria ore 15 piazza Vittorio Veneto partecipiamo al corteo per il Rojava Sabato 21 febbraio Con i disertori russi ed ucraini per un mondo senza eserciti e frontiere giornata di informazione e lotta antimilitarista ore 10,30 al Balon Sabato 28 febbraio Cena sovversiva benefit “una nuova casa per la FAT!” ore 20 in corso Palermo 46 prenotazioni antimilitarista.to@gmail.com Venerdì 6 marzo Sorvegliare e punire: il nuovo pacchetto sicurezza ore 21 in corso Palermo 46 Interverrà l’avvocato Eugenio Losco A-Distro e SeriRiot ogni mercoledì dalle 18 alle 20 in corso Palermo 46 (A)distro – libri, giornali, documenti e… tanto altro SeriRiot – serigrafia autoprodotta benefit lotte Vieni a spulciare tra i libri e le riviste, le magliette e i volantini! Sostieni l’autoproduzione e l’informazione libera dallo stato e dal mercato! Informati su lotte e appuntamenti! Federazione Anarchica Torinese corso Palermo 46 Riunioni – aperte agli interessati – ogni martedì dalle 20,30 per info scrivete a fai_torino@autistici.org Contatti: FB @senzafrontiere.to/ Telegram https://t.me/SenzaFrontiere Iscriviti alla nostra newsletter mandando una mail ad: anarres@inventati.org www.anarresinfo.org
February 23, 2026
Radio Blackout - Info
Rojava, la cartina tornasole delle contraddizioni in Medio Oriente e non solo
Quello che chiedo sempre a me stesso come marxista è analizzare le questioni senza pregiudizi o moralismi, perché solo così si colgono le contraddizioni e si capisce la realtà. In questi giorni leggo articoli giornalistici e relativi commenti nei “social” di estremo disprezzo verso i curdi del Rojova, sottoposti all’attacco […] L'articolo Rojava, la cartina tornasole delle contraddizioni in Medio Oriente e non solo su Contropiano.
February 21, 2026
Contropiano
“LIBERARE ÖCALAN, DIFENDERE IL ROJAVA”: SABATO 14 FEBBRAIO 2026 MANIFESTAZIONI A ROMA, MILANO E CAGLIARI
Il 15 febbraio 2026 ricorrerà il ventisettesimo anniversario del rapimento del leader e cofondatore del Partito dei Lavoratori del Kurdistan Abdullah Öcalan nel 1999, a Nairobi, in Kenya. Da quel giorno Öcalan è detenuto sull’isola-carcere di Imrali, nel mar di Marmara, in Turchia. Il leader del Movimento di liberazione curdo si trovava in Kenya perché diretto in Sud Africa, dove Nelson Mandela gli aveva offerto asilo politico dopo che diversi paesi europei – Italia compresa – glielo avevano negato. Da mesi, infatti, aveva lasciato la Siria – minacciata dalla Turchia di invasione se non l’avesse cacciato dal proprio territorio – per intraprendere un viaggio in Europa in cerca di appoggio diplomatico per una soluzione politica della questione curda. La cattura di Öcalan, e la sua consegna allo stato turco, furono orchestrate dai servizi segreti di diverse potenze capitaliste e imperialiste globali. Per questo il Movimento di liberazione curdo parla di “complotto internazionale”. Ogni anno, il 15 febbraio – il “giorno nero” – le comunità curde, che vedono in Öcalan la propria avanguardia politica, scendono in piazza in Kurdistan, in Europa e nel mondo insieme alle persone solidali con la loro causa. Quest’anno, 2026, l’anniversario del rapimento di Öcalan cade in un momento storico nel quale l’esperienza rivoluzionaria di autogoverno della Siria del nord-est (Rojava) secondo il modello del confederalismo democratico (ideato proprio dal leader del movimento curdo) affronta una minaccia esistenziale – l’ennesima – a causa della pesante offensiva mossa dal cosiddetto governo di transizione siriano dai primi giorni del mese di gennaio. Per questo in Italia, sabato 14 febbraio 2026 sono previste tre manifestazioni di piazza: a Roma (Piazza Indipendenza, ore 14.30), a Milano (Largo Cairoli, ore 14.30) e a Cagliari (Piazza Garibaldi, ore 17). La parola d’ordine, quest’anno, è “Liberare Öcalan, difendere il Rojava”. Su Radio Onda d’Urto è intervenuto, per presentare i cortei, Tiziano Saccucci dell’Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia. Ascolta o scarica.   *La rete locale della campgana “Rise up 4 Rojava” ha organizzato una partenza collettiva per raggiungere il corteo di Milano da Brescia: appuntamento alle ore 13 alla Stazione Fs. Riportiamo di seguito il comunicato di Uiki Onlus, Rete Kurdistan, Centro socio-culturale Ararat di Roma e Associazione confederalismo democratico Kurdistan di Milano: Kobane è sotto assedio. Undici anni fa era l’ISIS a stringere d’assedio la città simbolo della resistenza curda, oggi sono le forze del nuovo governo siriano, affiancate da milizie filoturche, a chiudere ogni via di fuga. Cambiano gli attori, ma non la logica: cancellare l’esperimento politico curdo e ridurlo a una parentesi da archiviare con la forza. Il ritiro forzato delle Forze della Siria Democratica (SDF) da Raqqa, Tabqa e Deir ez-Zor ha ridotto drasticamente il territorio amministrato dall’Amministrazione Autonoma Democratica del Nord-Est della Siria (DAANES). Kobane è oggi senza elettricità, acqua, riscaldamento, carburante e collegamenti internet, mentre migliaia di civili provenienti dai villaggi circostanti hanno trovato rifugio in città, aggravando una situazione già al collasso. Bambini, anziani e famiglie dormono all’aperto o in tende improvvisate, mentre le strutture sanitarie operano senza corrente. Le SDF continuano a difendere la popolazione civile e a garantire la custodia dei prigionieri ISIS, ma il collasso di prigioni e campi rischia di favorire fughe di massa e la riorganizzazione di cellule jihadiste, minacciando la stabilità regionale e la sicurezza internazionale. Alla base della DAANES c’è il Confederalismo Democratico, il progetto politico sviluppato da Abdullah Öcalan, leader storico del movimento curdo. La sua visione rifiuta lo Stato-nazione come strumento di oppressione e propone autonomie locali, consigli popolari, parità di genere, economia cooperativa e autodifesa comunitaria. Questo modello ha ispirato la costruzione di un progetto di Siria plurale, dove curdi, arabi, cristiani, ezidi e altre minoranze hanno coabitato, sperimentando forme di democrazia diretta e convivenza tra identità diverse. È qui che l’ISIS è stato sconfitto, al prezzo di migliaia di vite, dimostrando che un Medio Oriente libero e democratico è possibile. La rivoluzione del Rojava e l’esperimento dell’autogoverno sono oggi messi in pericolo non solo dalle offensive militari, ma anche dall’inerzia della comunità internazionale, che osserva mentre città come Kobane vengono isolate e private dei servizi essenziali. In questo contesto, la liberazione di Abdullah Öcalan rimane centrale. Dal 1999, Öcalan è detenuto in isolamento sull’isola-prigione di Imrali: la sua detenzione non rappresenta solo una violazione dei diritti umani, ma costituisce un ostacolo alla pace e alla risoluzione della questione curda in ognuno dei paesi in cui il Kurdistan è diviso. Öcalan ha più volte proposto soluzioni politiche e negoziati per il riconoscimento dei diritti dei curdi all’interno dei paesi in cui questi vivono, e la sua liberazione è un passo fondamentale per sostenere l’autogoverno del Rojava e le prospettive di stabilità regionale. Inoltre il leader curdo ha mostrato la sua volontà di concludere il conflitto ancora una volta il 27 febbraio scorso, aprendo la via ad un nuovo processo di pace con lo scioglimento del PKK. Quel processo, è ora più fragile che mai. Come nel passato, la resistenza continua. A Kobane, la popolazione civile si mobilita per difendere la città, con donne e uomini, curdi ed ezidi, armeni e siriaci che sostengono la difesa dei quartieri. Quello che è in gioco non è soltanto un territorio, ma un intero modello politico: la possibilità concreta di costruire una Siria democratica, plurale e inclusiva, che sfidi il fondamentalismo e il centralismo autoritario. Il 14 febbraio 2026 ci ritroveremo in corteo a Roma e Milano per chiedere la liberazione di Abdullah Öcalan e di tutti i prigionieri politici in Turchia, per difendere la rivoluzione curda e il futuro delle comunità del Nord-Est della Siria. Tacere oggi significherebbe voltare le spalle a chi ha combattuto l’ISIS e tradire chi dimostra, da oltre dieci anni, che un Medio Oriente libero e democratico è possibile. La resistenza continua, e noi saremo al loro fianco. ROMA – 14 Febbraio ore 14:30 – Piazza indipendenza MILANO – 14 Febbraio ore 14:30 – Largo Cairoli Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia Retekurdistan Italia Comitato Il tempo è Arrivato – Libertà per Öcalan Centro Socio-Culturale Ararat Associazione Confederalismo Democratico Kurdistan
February 11, 2026
Radio Onda d`Urto