L’emergenza climatica alla Presenza di Pace

Pressenza - Wednesday, September 9, 2026

Le Presenze di Pace hanno raggiunto la 236ma volta sabato 5 settembre. La giornata ha segnato il definitivo rientro dalle vacanze estive anche se le temperature non accennano ancora a diminuire.

Proprio temperature roventi e cambiamento climatico sono argomenti trattati già all’inizio della Presenza. Il primo pensiero è stato rivolto al disastro avvenuto in Nepal al confine con il Tibet dove, il 26 agosto, una valanga di ghiaccio e di roccia si è staccata da un ghiacciaio, ha creato uno sbarramento lungo il corso del Fiume Lhende Khola, creando una diga che a sua volta ad un certo punto ha ceduto rilasciando acqua e detriti ad una velocità tra i 100 e i 200 km/h.

La frana ha causato oltre 1.300 morti e quasi 5.000 dispersi. A staccarsi non è stato solo ghiaccio, ha ceduto anche parte del permafrost che è la parte di suolo che risulta ghiacciato. In questo caso quindi è venuta giù la roccia trascinando con sé il ghiacciaio. Secondo quanto riportato in rete occorre però valutare se a cedere sia stato il permafrost oppure lo strato ancora più profondo con una quantità di detriti che alcuni hanno paragonato alla frana del Vajont, altri all’energia prodotta dalla bomba nucleare di Hiroshima. Inizialmente il disastro era stato preso per un terremoto di magnitudo 5,2.

Legata al dramma in Nepal è stata citata l’ammissione del mancato rispetto del limite di 1,5° di aumento della temperatura fissato a Parigi nel 2015. Ammissione contenuta nell’ultimo rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) intitolato Limiting Overshoot Spotlight Report che afferma: il clima sta cambiando, il limite non verrà rispettato, cerchiamo di fare in modo che questo superamento sia “il più breve possibile”. Secondo quanto riportato sul sito di Unep “Lo scenario più ottimistico vedrà l’aumento della temperatura raggiungere il picco a 1,8° °C rispetto ai livelli preindustriali, al di sopra dell’obiettivo di limitare il riscaldamento a 1,5° °C fissato dall’accordo di Parigi. La maggior parte degli altri scenari prevede picchi più elevati. Al di sopra di 1,5°C, i rischi e gli impatti si intensificheranno con ogni frazione di grado in più e ogni anno. Gli impatti previsti includono condizioni meteorologiche estreme intensificate, perdita di ecosistemi e sommersione dei piccoli stati insulari in via di sviluppo e delle città costiere basse. Si prevedono gravi danni alla salute umana, alla sicurezza alimentare, all’approvvigionamento idrico, alla natura, alle città, alle infrastrutture e alle economie”.

Il rapporto è un drammatico richiamo alla necessità di evitare la perdita di ulteriore tempo. Da adesso in poi sarà necessario capire come mitigare gli effetti delle nuove temperature, e purtroppo, anche come adattarsi. Usando le parole di Inger Andersen, Direttore esecutivo dell’UNEP “Possiamo – e dobbiamo – imboccare la strada giusta. Riducendo le emissioni di gas serra, rafforzando la resilienza e l’adattamento e garantendo il superamento di 1,5 °C è il più piccolo e breve possibile”. Un “possiamo e dobbiamo” che passa anche dallo stop alle guerre che sono tragedie umane ma anche ambientali.

Tornando alla Presenza, sono stati tanti i punti toccati. Merita sottolineare quanto, durante l’incontro, è emerso in ben due interventi: la questione dello sfruttamento sessuale durante la guerra. Esplicito il riferimento alla portaerei statunitense Abraham Lincoln che ha attraccato a Pattaya, in Thailandia dopo nove mesi di navigazione continua. Si tratta di 5.000 uomini a cui è concesso qualche giorno di “svago” nella città famosa per la sua “vivace vita notturna” così scrive L’Agi. In un paese famoso, insieme ad altri, per lo sfruttamento sessuale di donne giovani, spesso troppo giovani.

Per ascoltare gli interventi è disponibile il podcast:

Sara Panarella