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Clima e migranti: politiche da reinventare
Il collasso climatico del pianeta non riguarda più solo il futuro, bensì il nostro presente. Alcune  sue manifestazioni sono già irreversibili: ghiacci, ghiacciai e suoli ghiacciati del pianeta si sciolgono e non si riformeranno più per millenni, continuando a far salire il livello dei mari, sommergendo pianure e città costiere, alterando il regime dei fiumi e le precipitazioni, alternando siccità e alluvioni, mentre il metano rilasciato dal permafrost accelererà il riscaldamento atmosferico: avremo estati e inverni sempre più caldi e incendi boschivi sempre più ampi, senza acqua per spegnerli. I suoli inariditi da arsura e chimica produrranno sempre meno. La vita sarà più difficile e meno gradevole per un numero crescente di abitanti della Terra. Si sa da anni, ma Governi, imprese, media e associazioni hanno risposto con irresponsabile inerzia. Perché? Contano gli interessi di imprese e Stati che estraggono o vivono di combustibili fossili: l’intero tessuto produttivo del pianeta; contano l’ignoranza promossa e diffusa sia tra il pubblico che tra Governi, partiti e media e la riluttanza a cambiare abitudini o a rinunciare a veri o presunti confort; ma conta soprattutto il senso di impotenza che nasce dalla dismisura tra le proprie forze, singole o associate, e quelle dei grandi interessi decisi a mandare avanti i propri business costi quel che costi. Così si è per lo più ripiegato su mezze misure tanto inefficaci quanto impopolari nel tentativo di conciliare lotta al cambiamento climatico e stili di vita incompatibili con la salvaguardia del pianeta e la giustizia sociale. L’intellighenzia ha concentrato le sue attenzioni su altro relegando il clima in un angolo. Ora il caldo insopportabile e la notizia che sarà sempre peggio fanno prendere un po’ a tutti coscienza della gravità della situazione, ma nessuno osa ancora parlare della necessità di un cambiamento radicale. Manca una “visione”, una prospettiva di lotta e di trasformazione della vita quotidiana che affascini ma che al tempo stesso si imponga come realistica e praticabile: non per raggiungere quel “sol dell’avvenire” che ha sedotto milioni di lavoratori e lavoratrici per quasi due secoli; ma per affrontare in maniera condivisa le difficoltà e gli eventi estremi con cui ogni aggregato umano si troverà a fare i conti d’ora in poi. Di fronte a una prospettiva completamente nuova come questa bisogna aprire un capitolo anch’esso completamente nuovo: partendo dalla regola di pensare globalmente e agire localmente. Pensare globalmente, a tutto il vivente, a partire da Gaia, la  Terra, come ha cercato di insegnarci papa Francesco con l’enciclica Laudato sì. Non basta pensare solo a coloro che si battono o non si battono ancora per la salvezza comune; va preso in considerazione anche e soprattutto il contributo che la resilienza di tutte le forme di vita può offrire al risanamento del pianeta. Agire localmente: la nostra azione può raggiungere dei risultati concreti solo se si agisce in forme condivise, fondate sul reciproco riconoscimento, sul mutuo sostegno e su contatti il più possibile personali basati sulla fiducia, riducendo il peso della comunicazione da remoto, sempre più in mano a pochi signori del danaro, dell’informazione e delle vite di tutti. Occorre aggregare forze attenti alla replicabilità di ciò che si fa perché funziona bene solo ciò che è praticabile ovunque, adattandolo ovviamente al  differente contesto. Le occasioni di farlo non mancheranno; anzi, si moltiplicheranno con la moltiplicazione degli eventi estremi che ci costringeranno a interrompere la routine della vita quotidiana per prestarci reciprocamente aiuto, specie dove il soccorso delle istituzioni sarà carente o assente. E lo sarà sempre di più perché difficilmente le istituzioni resteranno indenni dagli effetti degli shock ambientali, sociali, politici e geopolitici che ci attendono. Così, la presenza fisica e la capacità di proporre e perseguire soluzioni praticabili diventeranno il terreno di di confronto e di scontro principale tra le forze sociali e soprattutto gli  orientamenti politici contrapposti. È su questo terreno che si potranno formare nuove comunità: addensamenti di relazioni fondate sul mutuo sostegno che, poi, a volte si sciolgono dopo l’emergenza, ma a volte permangono, disponibili ai nuovi interventi che si renderanno sempre più necessari e frequenti, formando comunità e reti di comunità: una sistema sempre più esteso di mutuo sostegno per supplire all’inerzia degli Stati e delle istituzioni, in un processo può rivelarsi l’embrione di una nuova e diversa formazione sociale. Ciò che ha disarmato maggiormente i pochi tentativi di varare politiche all’altezza della gravità, dell’urgenza e delle dimensioni della crisi climatica in corso è il fatto che tutte le forze fautrici di regimi autoritari e di misure repressive e antidemocratiche combinano un pervicace negazionismo climatico con politiche che additano la fonte principale se non esclusiva dell’insicurezza della vita sempre più precaria di oggi nei profughi e nei migranti: “genti in cammino” contro cui prospettano soluzioni tanto   “semplici” quanto ciniche e spietate: respingimenti e “remigrazione”. È questo il “vento in poppa” che spinge le destre verso il controllo sia dei governi che del “sentire comune” di una componente sempre più ampia dell’opinione pubblica. La comprovata inefficacia di quelle politiche e i loro costi stratosferici sono obliterati da una sistematica disumanizzazione non solo dei cosiddetti “clandestini” ma di tutti gli immigrati indigenti sia di prima che seconda generazione, offerti come bersaglio all’ostilità, in gran parte indotta, dei cittadini “autoctoni” o supposti tali. Quelle politiche hanno un riscontro preciso nella disumanizzazione del popolo palestinese ad opera del Governo di Israele e di gran parte dei suoi cittadini. L’apartheid instaurato da Israele in terra di Palestina con il sostegno di tutta la cosiddetta “comunità internazionale” e finalizzato allo sterminio e alla cacciata di un intero popolo dalla sua terra anticipa la soluzione finale che l’Occidente, ma anche molti altri paesi del mondo, sviluppato e non, stanno apprestando per far fronte alle migrazioni di massa quando la crisi climatica ne moltiplicherà in misura esponenziale le dimensioni. Con il procedere del collasso, infatti, una porzione crescente del pianeta diventerà inabitabile e le relative popolazioni dovranno cercare di aprirsi la strada verso regioni e paesi diversi. Lo aveva già previsto, una ventina di anni fa, il Pentagono: i paesi che non si attrezzeranno militarmente per respingere quei flussi sono condannati a soccombere. Dunque, le politiche antimigratorie di oggi non fanno che prepararci alle guerre di sterminio di domani. Che sono però destinate ad avere inevitabili ripercussioni anche all’interno dei nostri paesi: militarizzazione, repressione del dissenso,  istituzionalizzazione del razzismo. Un’opposizione vera a quel trend non esiste. Le forze che se la intestano oscillano tra la sottovalutazione del problema (“altre sono le priorità!”) e una concorrenza con le soluzioni della destra (“non siete stati nemmeno capaci di fermarli!”), a volte addirittura sopravanzandole nella gara a sbarazzarsene. Un’alternativa non esiste ma va costruita. “Dal basso”: lasciare in mano agli Stati la politica migratoria blocca lo sviluppo di soluzioni di una convivenza costruttiva in tutte le comunità esistenti o in fieri aperte al contributo di forze, culture ed esperienze nuove; ma blocca anche ogni possibilità di fare dei nuovi arrivati il vettore di una cooperazione con le loro comunità di origine. Il risanamento di ciò che del nostro pianeta resterà emendabile – territori e comunità, a Nord come a Sud del pianeta – ha bisogno di attori e di presìdi: che non possono nascere che da collaborazioni di base transnazionali tra comunità e che hanno nei migranti i vettori indispensabili. Guido Viale
September 9, 2026
Pressenza
L’emergenza climatica alla Presenza di Pace
Le Presenze di Pace hanno raggiunto la 236ma volta sabato 5 settembre. La giornata ha segnato il definitivo rientro dalle vacanze estive anche se le temperature non accennano ancora a diminuire. Proprio temperature roventi e cambiamento climatico sono argomenti trattati già all’inizio della Presenza. Il primo pensiero è stato rivolto al disastro avvenuto in Nepal al confine con il Tibet dove, il 26 agosto, una valanga di ghiaccio e di roccia si è staccata da un ghiacciaio, ha creato uno sbarramento lungo il corso del Fiume Lhende Khola, creando una diga che a sua volta ad un certo punto ha ceduto rilasciando acqua e detriti ad una velocità tra i 100 e i 200 km/h. La frana ha causato oltre 1.300 morti e quasi 5.000 dispersi. A staccarsi non è stato solo ghiaccio, ha ceduto anche parte del permafrost che è la parte di suolo che risulta ghiacciato. In questo caso quindi è venuta giù la roccia trascinando con sé il ghiacciaio. Secondo quanto riportato in rete occorre però valutare se a cedere sia stato il permafrost oppure lo strato ancora più profondo con una quantità di detriti che alcuni hanno paragonato alla frana del Vajont, altri all’energia prodotta dalla bomba nucleare di Hiroshima. Inizialmente il disastro era stato preso per un terremoto di magnitudo 5,2. Legata al dramma in Nepal è stata citata l’ammissione del mancato rispetto del limite di 1,5° di aumento della temperatura fissato a Parigi nel 2015. Ammissione contenuta nell’ultimo rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) intitolato Limiting Overshoot Spotlight Report che afferma: il clima sta cambiando, il limite non verrà rispettato, cerchiamo di fare in modo che questo superamento sia “il più breve possibile”. Secondo quanto riportato sul sito di Unep “Lo scenario più ottimistico vedrà l’aumento della temperatura raggiungere il picco a 1,8° °C rispetto ai livelli preindustriali, al di sopra dell’obiettivo di limitare il riscaldamento a 1,5° °C fissato dall’accordo di Parigi. La maggior parte degli altri scenari prevede picchi più elevati. Al di sopra di 1,5°C, i rischi e gli impatti si intensificheranno con ogni frazione di grado in più e ogni anno. Gli impatti previsti includono condizioni meteorologiche estreme intensificate, perdita di ecosistemi e sommersione dei piccoli stati insulari in via di sviluppo e delle città costiere basse. Si prevedono gravi danni alla salute umana, alla sicurezza alimentare, all’approvvigionamento idrico, alla natura, alle città, alle infrastrutture e alle economie”. Il rapporto è un drammatico richiamo alla necessità di evitare la perdita di ulteriore tempo. Da adesso in poi sarà necessario capire come mitigare gli effetti delle nuove temperature, e purtroppo, anche come adattarsi. Usando le parole di Inger Andersen, Direttore esecutivo dell’UNEP “Possiamo – e dobbiamo – imboccare la strada giusta. Riducendo le emissioni di gas serra, rafforzando la resilienza e l’adattamento e garantendo il superamento di 1,5 °C è il più piccolo e breve possibile”. Un “possiamo e dobbiamo” che passa anche dallo stop alle guerre che sono tragedie umane ma anche ambientali. Tornando alla Presenza, sono stati tanti i punti toccati. Merita sottolineare quanto, durante l’incontro, è emerso in ben due interventi: la questione dello sfruttamento sessuale durante la guerra. Esplicito il riferimento alla portaerei statunitense Abraham Lincoln che ha attraccato a Pattaya, in Thailandia dopo nove mesi di navigazione continua. Si tratta di 5.000 uomini a cui è concesso qualche giorno di “svago” nella città famosa per la sua “vivace vita notturna” così scrive L’Agi. In un paese famoso, insieme ad altri, per lo sfruttamento sessuale di donne giovani, spesso troppo giovani. Per ascoltare gli interventi è disponibile il podcast: Sara Panarella
September 9, 2026
Pressenza
I ghiacciai italiani stanno scomparendo
Il caldo ha reso impraticabili le sue vie di accesso e il Rifugio Marco e Rosa, a 3.609 metri sul massiccio del Bernina, è stato costretto a chiudere fino a nuova comunicazione. Una decisione eccezionale per il rifugio più alto della Lombardia, da oltre un secolo punto di riferimento per l'alpinismo. La chiusura è il risultato di una combinazione di condizioni che un po' ovunque sta modificando rapidamente l'ambiente d'alta quota. In questo caso, il problema riguarda i percorsi sul ghiacciaio, principali vie d'accesso al rifugio. Con temperature elevate, come quelle registrate nei mesi scorsi,... Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati. Scegli l'abbonamento che preferisci (al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo. Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra. ABBONATI / SOSTIENI L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni. Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso. The post I ghiacciai italiani stanno scomparendo appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 31, 2026
L'INDIPENDENTE
Milei scatena la “motosega” contro i diritti dei lavoratori
“La legge sul lavoro si inserisce pienamente nel progetto della ‘motosega’ di Milei, perché rappresenta un taglio netto a diritti storici del lavoro: dal diritto alle ferie e ai congedi, dal diritto all’indennizzo fino a un’enorme quantità di modifiche” – dice l’attivista e docente universitaria Verónica Gago. E continua: “È […] L'articolo Milei scatena la “motosega” contro i diritti dei lavoratori su Contropiano.
February 21, 2026
Contropiano
2025, Anno Internazionale della Preservazione dei Ghiacciai: salviamo i ghiacciai!
Le Nazioni Unite hanno proclamato il 2025 come Anno Internazionale della Preservazione dei Ghiacciai per evidenziare la loro importanza e garantire che coloro che dipendono da essi, e coloro che sono colpiti dai processi criosferici (1), ricevano i servizi idrologici, meteorologici e climatici necessari. I ghiacciai sono cruciali per la regolazione del clima globale e la fornitura di acqua dolce, essenziale per miliardi di persone. Tuttavia, a causa dei cambiamenti climatici, causati principalmente dalle attività umane a partire dal XIX secolo, queste risorse vitali si stanno rapidamente sciogliendo. La risoluzione invita la comunità internazionale a trovare una soluzione ai conflitti attraverso il dialogo inclusivo e la negoziazione, al fine di garantire il rafforzamento della pace e della fiducia nelle relazioni tra gli stati membri delle Nazioni Unite come valore che promuove lo sviluppo sostenibile, la pace e la sicurezza, e i diritti umani. Contrariamente agli appelli alla comunità internazionale per risolvere i conflitti attraverso il dialogo inclusivo e la negoziazione, il Canada ha deciso di militarizzare l’Artico, citando la guerra in Ucraina come fattore principale. In realtà, gran parte del Circolo Polare Artico si trova in Russia, Canada e Groenlandia. L’anno scorso il governo canadese ha affermato che il NORAD (North American Aerospace Defense Command) e la NATO (North Atlantic Treaty Organization) garantiranno la sovranità canadese sull’Artico. Tuttavia, il NORAD, guidato dagli Stati Uniti e con sede a Colorado Springs, è al potere, mentre la NATO ha sede a Bruxelles. Questa decisione del governo federale conferisce un controllo sproporzionato sull’Artico canadese e minaccia la sovranità degli Inuit e l’equilibrio del già fragile ecosistema artico. La proposta di militarizzazione dell’Artico canadese minaccia di indebolire ulteriormente l’ecosistema già duramente colpito dai cambiamenti climatici e dallo scioglimento dei ghiacci. I drammatici cambiamenti nell’Artico, tra cui l’aumento degli incendi boschivi, il rinverdimento della tundra e l’aumento delle precipitazioni invernali, sono documentati nel “Rapporto sull’Artico 2024” dell’Amministrazione Nazionale Oceanica e Atmosferica degli Stati Uniti. Il rapporto rileva un crescente consenso scientifico sul fatto che lo scioglimento delle calotte glaciali della Groenlandia e dell’Antartide, tra gli altri fattori, potrebbe rallentare importanti correnti oceaniche a entrambi i poli, con conseguenze potenzialmente disastrose per un’Europa settentrionale molto più fredda e un maggiore innalzamento del livello del mare lungo la costa orientale degli Stati Uniti. Purtroppo, il piano dell’amministrazione Trump di smantellare i programmi di ricerca atmosferica della nazione potrebbe riportare le previsioni degli Stati Uniti al medioevo, avvertono gli scienziati specializzati in uragani, meteorologia e oceanografia. > “Non possiamo negoziare con il punto di fusione del ghiaccio, è una delle > conclusioni fondamentali del rapporto dell’International Cryosphere Climate > Initiative, che include scienziati del Gruppo Intergovernativo sui Cambiamenti > Climatici (IPCC) e della rete Global Cryosphere Watch dell’Organizzazione > Meteorologica Mondiale – OMM (World Meteorological Organization – WMO).” Questi nuovi risultati corroborano i recenti rapporti dell’OMM sullo Stato del Clima Globale e sullo Stato delle Risorse Idriche Globali che hanno anch’essi evidenziato l’allarmante scioglimento che sta colpendo la criosfera. Un ghiacciaio è principalmente un grande accumulo di ghiaccio e neve che ha origine sulla terraferma e scorre lentamente per effetto del suo stesso peso. I ghiacciai sono presenti in tutti i continenti. Esistono in molte regioni montuose e intorno ai bordi delle calotte glaciali della Groenlandia e dell’Antartide. Nel mondo ci sono più di 200.000 ghiacciai che coprono un’area di circa 700.000 km2 (RGI, 2023). I ghiacciai sono considerati importanti torri d’acqua, in quanto immagazzinano circa 158.000 km3 di acqua dolce (Farinotti et al., 2019). I ghiacciai sono una fonte di vita e forniscono acqua dolce a persone, animali e piante. L’Okjökull (pronuncia islandese: [ˈɔkˌjœːkʏtl̥], “ghiacciaio di Ok”) era un ghiacciaio nell’Islanda occidentale sulla cima del vulcano a scudo Ok.[2] Ok si trova a nord-est di Reykjavík. Il ghiacciaio è stato dichiarato morto nel 2014 dal glaciologo Oddur Sigurðsson a causa della sua perdita di spessore. La lapide è stata installata il 18 agosto 2019,[5] con un’iscrizione in islandese e inglese da Andri Snær Magnason, intitolata “Una lettera al futuro“. La versione inglese recita:   Ok è il primo ghiacciaio islandese a perdere il suo status di ghiacciaio. Nei prossimi 200 anni si prevede che tutti i nostri ghiacciai seguiranno lo stesso destino. Questo monumento è il riconoscimento del fatto che sappiamo cosa sta accadendo e cosa deve essere fatto. Solo voi sapete se lo abbiamo fatto.   L’impatto I ghiacciai e le calotte glaciali sono fondamentali per il sostentamento degli ecosistemi e dei mezzi di sussistenza umani. Forniscono un essenziale deflusso di acqua derivata dallo scioglimento dei ghiacciai durante le stagioni secche, fornendo supporto per l’acqua potabile, l’agricoltura, l’industria e la produzione di energia pulita, rendendo queste riserve ghiacciati vitali per le risorse idriche globali. I cambiamenti climatici e della criosfera, tuttavia, stanno sconvolgendo il ciclo dell’acqua, alterando la quantità e i tempi di scioglimento dei ghiacciai, causando un effetto a catena sulla disponibilità delle risorse idriche e contribuendo anche all’innalzamento del livello del mare. Con la continua riduzione dei ghiacciai e la diminuzione del manto nevoso, le comunità avranno meno acqua a disposizione, soprattutto nelle regioni con siccità stagionale. Si prevede una maggiore competizione per le risorse idriche, con regioni come la Cina, l’India e le Ande tra le più vulnerabili. I ghiacciai che hanno superato il loro “picco idrico” -lo stadio in cui il deflusso dell’acqua ottenuta dallo scioglimento dei ghiacciai raggiunge il massimo- forniranno gradualmente un contributo sempre minore alle riserve idriche a valle, intensificando le sfide per la sicurezza idrica. Nell’ultimo secolo, pur rappresentando solo lo 0,5% della superficie terrestre globale, i ghiacciai hanno contribuito all’innalzamento del livello del mare in misura maggiore rispetto alle calotte glaciali della Groenlandia e dell’Antartide. Tra il 2000 e il 2023, si stima che i ghiacciai abbiano perso una massa media di circa 273 miliardi di tonnellate all’anno, equivalenti a circa 0,75 mm all’anno di innalzamento globale del livello del mare (The GlaMBIE Team, 2025). Il continuo ritiro dei ghiacciai evidenzia il crescente impatto del riscaldamento globale e accresce la comparsa di nuovi rischi, intensificando quelli esistenti. Ad esempio, lo scioglimento dei ghiacciai sta aumentando il rischio di pericoli come le esondazioni dei laghi glaciali, le valanghe di ghiaccio e le colate detritiche glaciali, che rappresentano un pericolo per le comunità locali e a valle. Tuttavia, le valutazioni del rischio spesso non sono possibili a causa dell’assenza di dati (IPCC, 2019). Un’osservazione più approfondita della criosfera è fondamentale per prevedere efficacemente gli impatti dei pericoli ad essa correlati.   Fonti: https://www.igsoc.org/publications/annals-of-glaciology/2025-international-year-of-glaciers-preservation https://public.wmo.int/resources/campaigns/launch-of-website-international-year-of-glaciers-preservation-2025 (1) Criosfera: La criosfera è un termine generico che indica quelle porzioni della superficie terrestre in cui l’acqua è allo stato solido. Comprende il ghiaccio marino, il ghiaccio dei laghi e dei fiumi, la neve, i ghiacciai, le calotte glaciali, le distese di ghiaccio e il terreno ghiacciato (che comprende il permafrost).   Traduzione dall’inglese di Stella Maris Dante. Revisione di Maria Sartori. Rédaction Montréal
July 21, 2025
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