Giochi del Mediterraneo, uguaglianza prêt-à-porter

DINAMOpress - Tuesday, September 8, 2026

I calciatori fanno ingresso in campo e si dispongono di fronte alla tribuna ovest del nuovo stadio Iacovone di Taranto. Il pubblico interrompe per qualche minuto lo sventolio dei ventagli e applaude convintamente gli atleti. I giovani giocatori, arrivati dall’Algeria e dalla Tunisia, assumono pose solenni. Risuonano gli inni nazionali. Un ultimo applauso li accompagna verso le rispettive metà campo. Non c’è la rappresentativa italiana, battuta in semifinale dal Marocco. Poco male: il pubblico dei Giochi del Mediterraneo accoglie con entusiasmo le due squadre finaliste del torneo di calcio maschile e le sostiene per tutta la partita. Ecco in scena il leggendario spirito dei Giochi.

L’uguaglianza va in scena

Pace, fratellanza, dialogo tra i popoli e uguaglianza hanno infarcito la comunicazione politica e istituzionale della ventesima edizione dei Giochi del Mediterraneo, organizzati a Taranto. Non è certo una novità nell’ambito dei grandi eventi sportivi, dalle Olimpiadi in giù. Nel caso dei Giochi del Mediterraneo di Taranto, vale la pena soffermarsi sull’impatto di questa retorica. I Giochi hanno un perimetro geografico e politico definito: quello di un’area – il Mediterraneo – attraversata da profonde disuguaglianze e da regimi di mobilità radicalmente differenti. Il vocabolario dell’uguaglianza, agito dalla governance dei Giochi e della politica nazionale e locale, si confronta con uno spazio concreto, tutt’altro che liscio e omogeneo. 

In aggiunta, Taranto ha accolto i Giochi in una fase cruciale, segnata dalla possibile transizione dall’industria inquinante a un futuro ancora indefinito. Alla luce del provvedimento emesso dalla Corte di Appello del Tribunale di Milano, l’area a caldo – la più inquinante dell’ex-Ilva – dovrà essere spenta entro il 26 ottobre. A fare da sfondo a questo passaggio cruciale c’è una città attraversata da profonde fratture: non solo quella, iper raccontata, tra ambiente e lavoro, ma anche tra pezzi di città distanti, tra classi sociali, tra chi immagina la trasformazione in corso come un’opportunità e chi teme di subirne i costi.

Cosa accade quando un evento fondato sull’uguaglianza simbolica approda in un Mediterraneo diseguale e in una città attraversata da fratture radicali? 

Mediterraneo, un mare in frantumi

Il Mediterraneo evocato dai Giochi è, anzitutto, un’immagine politica: il mare che unisce, il ponte tra i popoli, lo spazio nel quale la competizione sportiva dovrebbe favorire la sospensione dei conflitti e mettere tra parentesi le gerarchie di matrice coloniale.

Basta affacciarsi appena oltre l’estetica dell’uguaglianza messa in scena dai Giochi per ritrovare il mare reale, turbolento e scomposto. Gli indizi sono numerosi. Non si tratta soltanto della frattura tra la sponda settentrionale e quella meridionale. La geografia mediterranea è più articolata: passa tra nord e sud, ma anche tra est e ovest; tra gli Stati membri dell’Unione europea e quelli che ne restano fuori; tra Paesi attraversati dalla guerra e Paesi che ne governano gli effetti a distanza; tra chi dispone di risorse e potere negoziale, e chi è costretto a subire decisioni prese altrove.

È un mare profondamente diseguale. Basta pochi esempi per coglierne la portata. Lungo il suo perimetro variano radicalmente il reddito, l’accesso alla salute e all’istruzione, la stabilità politica e la capacità di incidere sulle agende internazionali. Cambia, soprattutto, la possibilità di attraversare quel mare. Per alcunə il Mediterraneo è il luogo del commercio e dell’avventura. Per altrə, una frontiera militarizzata, selettiva e letale. Nello stadio Iacovone, le bandiere dei paesi che aderiscono ai Giochi sono state disposte alla stessa altezza lungo le rinnovate curve nord e sud. I Paesi coinvolti non lo sono. Soprattutto, non lo sono le persone che li abitano.

Per le persone migranti, il Mediterraneo è un confine iperfortificato, pattugliato dalle navi militari, sorvegliato dai droni e dagli apparati di controllo europei, esternalizzato attraverso accordi con i paesi di transito, disseminato di centri di detenzione, naufragi e morte. Per le navi delle organizzazioni non governative è uno spazio amministrativamente e giudiziariamente accidentato, fatto di porti assegnati lontano dalle aree di soccorso, fermi, sanzioni.

Per la Flotilla, il Mediterraneo è disseminato di molteplici ostacoli. Interdizioni, minacce, arresti, pressioni diplomatiche e dispositivi militari hanno trasformato un’iniziativa compiutamente politica in un problema di ordine pubblico. In nessuno di questi casi il Mediterraneo appare – neanche in prospettiva – il ponte evocato dai Giochi. Nella cornice retorica che informa i Giochi e nelle parole dei molteplici attori pubblici che, travolti dall’entusiasmo, continuano ad applaudire alla loro efficacia organizzativa non c’è traccia — neanche controluce — delle gerarchie che organizzano il Mediterraneo e delle violenze che rendono così diseguale la possibilità di attraversarlo.

La partecipazione degli atleti tunisini e algerini a uno degli eventi più attesi – la finale del torneo di calcio – offre un esempio paradigmatico della distanza tra il Mediterraneo evocato dai Giochi e quello reale. I giovani calciatori sono accolti dal convinto applauso del pubblico, riconosciuti nella loro dignità sportiva e integrati nella messa in scena dell’amicizia tra i popoli. Allo stesso tempo, quella tunisina è la prima nazionalità per numero di persone trattenute nei CPR italiani e per numero di deportazioni nel paese di origine. 

Taranto, una città finalmente ricomposta?

Se la retorica della ritrovata uguaglianza tra le sponde del Mediterraneo restasse confinata nel periodo dei Giochi, sarebbe fastidiosa ma transitoria: repertorio prevedibile, destinato a spegnersi insieme alle luci degli impianti. A Taranto, però, l’immagine della comunità ricomposta, con i conflitti che la attraversano finalmente archiviati, è in questi giorni costantemente proposta dalle classi dirigenti come una possibile forma di futuro, proprio mentre la città attraversa una fase elettrizzante e incerta.

È qui che la retorica dell’uguaglianza mostra il suo lato più oscuro. L’idea di ricomporre ciò che la storia, la società e la politica hanno frammentato è un modo per rappresentare il conflitto come una patologia. Come se le fratture che dànno forma alla città fossero il residuo di una stagione ormai al tramonto, destinata a dissolversi davanti alle promesse di transizione alle porte.

Eppure i conflitti che attraversano Taranto – tra salute e lavoro, tra fabbrica e territorio, tra centro e periferie, tra chi parte e chi resta, tra la città da abitare e quella da esibire – sono la forma concreta assunta da rapporti economici, sociali, culturali, di genere profondamente diseguali.

La frattura tra salute e lavoro è la più evidente – e l’unica ad avere agibilità nello spazio pubblico. Più silenziosa – ma più profonda – è la frattura di classe: tra chi può immaginare di trasformare i grandi eventi in un’occasione economica e chi vi prende parte come forza lavoro precaria o volontaria; tra chi possiede gli spazi e chi li abita; tra chi può partecipare alla costruzione – immaginaria e reale – della città a venire e chi è chiamato a consumare quella progettata da altrə. Tra chi assiste alle gare dagli spalti e chi, pur abitando a Taranto, dei Giochi ha sentito soltanto un’eco lontana. 

C’è la frattura tra il capoluogo e le borgate, amministrativamente comprese nella città ma con possibilità diseguali di partecipare alla vita urbana. E quella tra Taranto e la sua provincia, coinvolta in alcuni eventi sportivi ma non collocata allo stesso livello nella distribuzione di investimenti e visibilità. C’è inoltre un’ampia frattura generazionale, rappresentata dalla distanza tra le persone giovani coinvolte come volontarie nei giochi e ambasciatrici del futuro  e il mercato del lavoro che – ancor più a queste latitudini – continua a espellerle brutalmente. Il rischio è che – finalmente archiviata la stagione della siderurgia mortifera – sulla scia del «successo dei Giochi» alla città industriale si sostituisca la città-evento, senza che cambino i rapporti di potere che ne organizzano la vita.

Le fratture che attraversano la città non sono un’immagine del passato né un difetto della sua rappresentazione: sono un fatto. Rimuoverle dal discorso pubblico significa permettere che, anche nella transizione in corso, restino intatti i rapporti di forza tra le classi sociali che agiscono a Taranto. Nel passaggio dalla città industriale all’annunciata città-evento si apre uno spazio decisivo: quello in cui immaginare forme inedite di distribuzione verso il basso di potere, parola e possibilità di azione pubblica. 



Foto di copertina: Martin Rulsch, Wikimedia Commons

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