#stopthegenocideingaza🇵🇸 #Taranto, sabato 14 febbraio, ore 17.30 - Prospettive
di pace per i territori palestinesi
Interverranno: Shokri Alhroub (Responsabile logistica Freedom #Flotilla Italia);
Carmen Cofano (Volontaria referente Gruppo Emergency Valle d'Itria); Antonio
Mazzeo (docente, attivista dell'Osservatorio contro la militarizzazione delle
scuole e delle università)
Tag - taranto
Taranto si mobilita contro genocidio e sfruttamento della città
Rode to Haifa in a Tesla
Told the soldier to relax
Kickin’ us out of our homes
But they know we takin’ them back
Haifa in a Tesla, Saint Levant
Taranto e la sua emigrazione non smettono di essere laboratorio di resistenza.
Quella tarantina è una realtà particolare: radicata e dispersa, fatta di chi
resta e di chi emigra, di chi vive la città giorno per giorno e di chi, altrove,
non vuole dimenticare. Taranto è fatta di chi non si rassegna alla frattura tra
un “su” e un “giù”, di chi cerca di trasformare questa frattura in una nuova
forma di appartenenza, ibrida e multipolare, capace di dare corpo all’idea che
si parte e si torna insieme. È una realtà di persone che si fa comunità quando
si riconosce in un progetto comune che rifiuta il sacrificio come destino
imposto, che ricostruisce senso e politica oltre lo svuotamento della città e lo
spaesamento dell’emigrazione.
In questi mesi – e nuovamente nelle ultime settimane – questa moltitudine sparsa
di persone si è fatta antagonismo e comunità, rivelando la capacità di tenere
insieme le contraddizioni e attraversarle. È in questa prospettiva che le lotte
del territorio si sono unite come parte di un movimento di riflessione,
comunicazione e organizzazione continuo, che ha visto nelle grandi mobilitazioni
di luglio sotto il palazzo del Comune e in quelle di settembre sotto la Leonardo
e al porto mercantile alcuni dei suoi picchi. Queste lotte sono intrecciate le
une con le altre, e raccontano un desiderio diverso per il futuro di Taranto. Ma
non solo. A chi sostiene infatti che Taranto è un caso isolato, che la nostra
storia è un’eccezione, e per questo vorrebbe metterci da parte, al margine,
rispondiamo che ci sono mille Taranto in tutto il mondo. Taranto è un punto di
caduta di un intero sistema, e in questo senso è emblematica del suo
funzionamento; al contempo, non ha nulla di speciale, perché nel mondo ci sono
decine di migliaia di territori e comunità come queste. Pensare ciò che accade a
Taranto, ascoltare la voce di chi lotta per Taranto, significa pensare e
ascoltare quello che accade nel mondo.
IL BLOCCO AL PORTO E IL TRITTICO DEL FOSSILE
La notte del 24 settembre 2025 è stato bloccato l’approdo della nave SeaSalvia,
diretta al porto di Taranto per il rifornimento di greggio alla raffineria ENI,
situata davanti allo stabilimento ex-Ilva. L3 cittadin3 di Taranto, sollecitate
dal movimento dello sciopero generale del 22 settembre, dai continui blocchi dei
porti in tutta Italia, e dalla mobilitazione costante che avevano preparato in
questi mesi – e che li ha visti nella giornata del 27 settembre davanti allo
stabilimento della Leonardo s.p.a. a Grottaglie, in provincia di Taranto – si
sono dirett3 al porto, di concerto con il coordinamento delle organizzazioni
internazionali dell3 palestines3 in diaspora, dei sindacati di base, e di tutt3
l3 cittadin3 di provincia e pugliesi che sono accorsi. Il blocco del greggio
aveva un forte valore simbolico: il petrolio è simbolo del genocidio e della
complicità italiana, che continua a rifornire Israele di armi e carburante
mentre propone il riconoscimento di uno stato palestinese ormai a brandelli; e
il petrolio è simbolo della zona di sacrificio, perché è in nome di un sistema
fossile e produttivo che Taranto è stata sacrificata.
Taranto e la Palestina sono legate da questo filo, che si chiama economia
fossile e coloniale: una filiera che si basa su un sistema che ha bisogno di
genocidi e zone di sacrificio per funzionare, per scaricare i costi della
produzione e della riproduzione, per legittimarsi schiacciando la resistenza e
le lotte autoctone. A Taranto, se la raffineria ENI è il luogo del petrolio,
l’ex-Ilva è il luogo del carbone. E all’orizzonte si profila ora il terzo
elemento: il gas. Il piano di riconversione energetica dell’ex-Ilva prevede
infatti la costruzione di forni DRI per l’accorciamento della catena produttiva
dell’acciaio attraverso l’uso del gas. Tuttavia, i problemi non si fermano alla
natura inquinante del gas – che produce emissioni soprattutto nei processi di
rigassificazione e liquefazione, nonché nel trasporto – ma si estendono al
possibile coinvolgimento di Taranto nella filiera dell’economia
fossile-coloniale israeliana.
In Italia, infatti, il gas arriva in due modi: tramite gasdotti o navi. Con
l’invasione russa dell’Ucraina la maggior parte dell’importazione di gas si è
spostata nell’area Mediterranea (Qatar, Algeria) e la dipendenza dalle navi
rigassificatrici USA è aumentata. ENI e SNAM in questo senso hanno iniziato ad
interessarsi dello spazio gazawi, la prima accettando le concessioni illegali di
Israele per l’esplorazione di giacimenti di gas nelle acque gazawi, la seconda
partecipando con una quota del 25% al progetto del gasdotto che collega Israele
all’Egitto. I giacimenti Gaza Marine e Leviathan sono oggetto di attenzioni
coloniali da parte di Israele da anni, che ha provato a sfruttare i giacimenti
già in passato e prevedeva di continuare anche quest’anno. Perciò, se Israele
occupasse Gaza e acquisisse la proprietà dei giacimenti, cosa gli impedirebbe di
estrarre ed esportare quel gas in Italia? Cosa impedirebbe a ENI e SNAM di
commerciarlo? E quali garanzie ci sarebbero che non sia proprio Taranto a
riceverlo?
La città, opponendosi al rifornimento di greggio al porto, ha già espresso con
chiarezza il proprio rifiuto delle logiche coloniali e genocidarie di Israele:
non è possibile allora sostenere un piano di transizione energetica che non dia
garanzie in questo senso. Che ci sia un vizio di fondo nel continuare ad
ignorare le richieste tarantine lo sappiamo, e lo dimostra la vicenda della nave
Sea Salvia: dopo il blocco del 24 settembre è stato necessario tornare in
presidio il 27, perché la nave è riuscita ad attraccare e a caricare il greggio.
Le comunità e il territorio di Taranto vengono continuamente scavalcate, ma
continuano a opporsi: esistono ancora gerarchie che decidono chi ha diritto a
essere ascoltat3 e chi può essere ignorat3, gerarchie che non si fermano ai
confini nazionali e che travolgono insieme Taranto e la Palestina.
I SOGGETTI DELLA MOBILITAZIONE DEGLI ULTIMI MESI
Eppure, Taranto sta dicendo no a tutto questo. Non solo le mobilitazioni del
24-27 settembre contro il genocidio e l’economia dell’occupazione, ma anche
quelle dei mesi precedenti raccontano la storia di una città che “non vuole più
dare”, come diciamo spesso, e che in realtà non avrebbe mai dovuto dare. La
lotta di questi mesi si è data in modi diversi, eppure complementari: la difesa
del fiume Tara ha seguito logiche e pratiche ispirate a quelle dei movimenti per
la difesa dell’ambiente; la mobilitazione contro la discarica ha avuto come
protagoniste le mamme del quartiere popolare Paolo VI, che hanno politicizzato
l’esperienza della malattia e dell’aumento del lavoro di cura in una zona
segnata dal ricatto industriale; e infine il nodo della transizione energetica
della fabbrica è stato affrontato dai soggetti autonomi – cittadine/i,
attiviste/i, comitati di operai e sindacati di base – che guardando al di là
della fabbrica, hanno lottato contro un modello produttivo che non li
rappresenta.
C’è però ancora un nodo irrisolto nella costruzione di questa convergenza. È un
problema che attraversa da anni la storia di questa città e che già nel 2012
portò alla nascita di uno sciopero autonomo di lavoratori che volevano farla
finita con le industrie inquinanti. Lo stesso nodo si è ripresentato con il
coinvolgimento degli operai nello sciopero contro l’economia di guerra di
Leonardo S.p.A., e ancora con il blocco del greggio e la mobilitazione portuale.
È il problema della mobilitazione operaia, una questione che rimanda
direttamente alla storia di Taranto, a quei discorsi sviluppisti e coloniali che
hanno convinto generazioni di futuri operai a volere la fabbrica, in nome di una
mentalità di partito e sindacale che vedeva nel progresso, nella modernità e
nell’industria i suoi simboli e valori.
di Giulio FZ (Flickr)
Con la promessa di uscire da quello che chiamavano “sottosviluppo”, hanno fatto
accettare il ricatto industriale: il salario come unico riscatto possibile, da
difendere anche a costo della devastazione ambientale, dell’inquinamento del
cibo, della malattia. Oggi, guardando alla storia di Taranto e a quella della
Palestina, è chiaro come proprio quei valori abbiano legittimato lo sfruttamento
e la distruzione. Eppure, ancora oggi molti sindacati restano arroccati
unicamente a difesa del lavoro, ma è proprio questo il nodo da sciogliere:
bisogna abbandonare la prospettiva del lavoro come soluzione al problema operaio
e dire la verità sull’origine del ricatto industriale.
Bisogna riconoscere che la disoccupazione non è un fatto naturale, ma un
prodotto artificiale, creato e mantenuto per costruire consenso attorno al
ricatto. La disoccupazione, così come l’idea che certi modelli di vita siano
arretratezza da superare, è stata imposta con l’esproprio delle terre, la
repressione, la conversione industriale e militare del territorio. In questo
processo di trasformazione economica si è scelto di non riconoscere come lavoro
salariato le attività di cura e di riproduzione, di sacrificare il valore
dell’ambiente: un lavoro fondamentale, quello affidato a madri, sorelle, figlie,
zie, dato per scontato e non retribuito come fosse naturale.
È proprio questa invisibilità e gratuità che ha reso il salario di fabbrica
l’unica alternativa apparente: il sistema regge perché, se il capitale deve
concedere qualcosa agli operai, lo compensa scaricando il costo sul lavoro di
cura e la devastazione ambientale – ma questo è un danno per tutt3, anche per
l’operaio, che si ritrova così, in un territorio sacrificato, con un salario che
non può comprare la guarigione dalle malattie dei suoi cari, che non lo protegge
dall’ondata di precarizzazione che investirà il mercato immobiliare, la sanità,
e le scuole, che non combatte la solitudine di quelle amicizie cameratesche dove
c’è spazio solo per la frustrazione e il vittimismo maschile, e che non lo
solleva dal peso della complicità con un sistema genocida. Si tratta di
esperienze profondamente politiche: i sindacati confederali devono riconoscere
questo meccanismo e smetterla di fingere che lo sciopero transfemminista e i
movimenti ecologisti non abbiano insegnato nulla in tutti questi anni.
Intanto, la comunità che lotta si muove in altri luoghi: nelle case, nelle
piazze, davanti alle fabbriche e ai porti, dentro relazioni nuove che
intrecciano la giustizia ambientale con quella di genere, quella sociale con
quella globale. In gioco ci sono tutt3 coloro che subiscono gli effetti di un
sistema coloniale e industriale, tutt3 coloro che sono convint3 che la
liberazione passa attraverso l’autodeterminazione collettiva.
LE FABBRICHE DI MORTE VANNO CHIUSE
Che cosa ci insegna il movimento di liberazione della Palestina? In che modo la
solidarietà alla resistenza può trasformarsi da assistenza a trasformazione
radicale del nostro modo di fare politica? Lo vediamo nuovamente per la vicenda
dell’ex-Ilva. Ora che nessuno vuole acquisire la fabbrica, i sindacati
rilanciano la proposta di nazionalizzarla – ma a quale fine? Per continuare a
produrre come prima, spostando la proprietà senza toccare il modello? Per
attribuire il debito allo stato, con la promessa di vigilare sulla riparazione e
messa a norma dello stabilimento? Sembra che non ci siano acquirenti disposti a
rilevare l’impianto, segno che questa fabbrica è arrivata al capolinea.
Serve chiusura, risarcimento, e autodeterminazione sul proprio futuro. Serve una
rottura radicale con le strutture contro cui ci opponiamo, e non una
negoziazione. Se un internazionalismo decoloniale può esistere, come ci stanno
insegnando le mobilitazioni per la Palestina, questo mette al centro il diritto
non-negoziabile dell’autodeterminazione. Ricade totalmente sulle persone il
diritto di decidere del proprio futuro, delle proprie forme di resistenza, del
tipo di società che vogliono costruire, radicate nei propri valori e nel proprio
sapere, libere dal colonialismo e dall’imperialismo. Evitare che ciò accada
costituisce una cattiva fiducia nella capacità di queste persone di
autodeterminarsi; costituisce un residuo di suprematismo bianco, di controllo,
di machismo nei confronti di un popolo e di persone che sono considerate
incapaci di auto-governarsi secondo giustizia. Il progetto rivoluzionario
decoloniale ci chiede uno smantellamento del potere, non una negoziazione: il
processo rivoluzionario è abolizionista. Abolire ciò che ci fa soffrire, creare
secondo i nostri bisogni e desideri. Significa riconoscere che le comunità
tarantine, le sole che hanno vissuto questa realtà per oltre 60 anni, sono le
sole autrici della propria liberazione. Significa riconoscere che le comunità
palestinesi, le sole che hanno vissuto questa realtà per oltre un secolo, sono
le sole autrici della propria liberazione.
Un modello sociale ed economico che continua a basarsi su acciaio e guerra non
ha futuro: porta soltanto morte. Questo modello sopravvive oscurando le
alternative: il lavoro di cura, l’autodeterminazione dei corpi e dei territori,
l’autogestione di economie sostenibili e circolari, l’abitare di comunità. Non
generano profitto e per questo vengono bollate come utopie, ma è proprio lì che
il reddito dovrebbe riversarsi, non nelle fabbriche di morte. Viviamo in un
territorio militarizzato, dominato da una mentalità coloniale e industriale, che
ci impedisce di respirare a pieni polmoni un’aria di libertà, di dare libero
sfogo ai nostri sogni. È qui che il residuo coloniale del cattolicesimo –
reazionario e mafioso – diventa l’unica valvola di sfogo per dare senso al
dolore e alla sofferenza.
Chiudere le fabbriche significa fermare l’inquinamento, riconoscere che guerra e
genocidio sono tra le industrie più devastanti per l’ambiente, ma anche
affermare un modo radicalmente diverso di immaginare la vita insieme, l’abitare
questi luoghi, l’amore per le nostre terre e le nostre relazioni. Ci serve sì
uno sciopero generale, ma uno che sia sciopero dalla guerra, dal genocidio, e
dalla subalternità politica. Sul futuro di Taranto e della Palestina devono
decidere l3 su3 abitanti: Taranto e la Palestina non sono il resort o la
discarica di nessuno.
Vogliono essere libere.
L’immagine di copertina è di Piet Sinke (Flickr)
SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS
Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps
Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per
sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le
redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno
L'articolo Taranto si mobilita contro genocidio e sfruttamento della città
proviene da DINAMOpress.
Ancora Taranto. Per un programma di ecologia popolare e partecipata
Stretti in una morsa, forza, diamo fine a questa farsa
Forse ci meritiamo una fine diversa
Kid Yugi, Fido Guido, Ilva (Fume scure rmx)
La storia di quello che è successo il 28 luglio 2025 – e sta seguendo in questi
giorni – merita di essere raccontata con la dignità politica che le corrisponde,
e merita di essere inserita nell’archivio di resistenza della comunità
tarantina. È stata una grande giornata di lotta, e di questo bisogna prendersi i
meriti. Nonostante i principali giornali locali e nazionali abbiano ridotto
l’evento a un caso di “tensione” e “minacce” verso il sindaco, ignorando le
ragioni profonde della contestazione, la realtà è che quella piazza ha
rappresentato un rifiuto deciso della violenza strutturale conservata dalle
istituzioni.
Ancora una volta, la stampa di stato ha dimostrato la sua incapacità nel pensare
il conflitto politico: questo non si dà esclusivamente nelle forme e nei costumi
dettati dalla classe politica dirigente, cosa che lo ridurrebbe alla difficile
digestione di un boccone amaro. Mobilitazione significa frizione, e dobbiamo
tornare a riconoscerlo. Normalizziamo genocidio, razzismo, sessismo, classismo e
chiamiamo “violenta” la forza che libera da queste catene. Accettiamo come
neutrale l’esercizio delle funzioni istituzionali, mentre ignoriamo che la
violenza può essere distillata lentamente, firma dopo firma, come l’inquinamento
che ci ammala poco a poco.
> Quella giornata – e quella piazza – vanno ricordate perché testimoniano la
> forza di una comunità capace di unirsi sotto una stessa lotta: quella della
> liberazione dalla condanna ad una morte prematura, contro la subalternità
> politica per l’autoderminazione del proprio futuro. Liberazione e
> autodeterminazione: la Palestina ci insegna e ci mostra la via.
La piazza del 28 luglio non era solo un “no” all’ex-Ilva. C’erano i comitati per
il fiume Tara, minacciato dal dissalatore; l3 cittadin3 di Paolo VI contro la
nuova discarica e quell3 di Statte contro la precedente; le mamme e i genitori
del quartiere Tamburi contro l’avvelenamento e l’abbandono; l3 emigrat3 tornati
a casa per sostenere la lotta; le collettive femministe e queer a rivendicare
l’autodeterminazione sui propri corpi e sul proprio territorio, oltre il ricatto
salute-lavoro.
Mamme, bambin3, operai, casalinghe, disoccupati, persone queer, giovani e
anziane, ammalat3, “disabil3”, “pazz3”: una comunità che resiste, oltre le
frontiere fisiche e immaginarie, perché la questione Taranto non è
esclusivamente operaia, non è esclusivamente climatica. Taranto fa scuola perché
il problema è complesso, e la resistenza è instancabile, di generazione in
generazione. Tramandiamo questa storia di lotta, non lasciamo che trovi posto
nell’androne di una scala, raccontata di fretta, per passaparola. Celebriamola.
ANNI ’60-’20: UNA STORIA DI LOTTA E DI RESISTENZA
È ormai noto che la fabbrica, costruita negli anni ’60 a seguito dell’espianto
di centinaia di ulivi, abbia inquinato, ammalato e ucciso l’ecosistema e la
società tarantina. Dopo le crisi dell’acciaio degli anni ’70-’80, negli anni ’90
viene venduta alla famiglia Riva: così si inaugura non solo un periodo di
aggravamento dell’inquinamento, ma in generale delle condizioni di morte
prematura dell’ecosistema tarantino.
È stato inquinato il suolo, l’aria, gli alimenti, gli animali, e le persone, con
danni sulla salute dell’ecosistema e dei quartieri: l’aumento di malattie,
tumori ha significato un aumento e un peggioramento delle condizioni del lavoro
di cura non retribuito di donne, madri, badanti, figli e famiglie che hanno
preso in carico questa situazione a fronte dell’assenza di adeguate
infrastrutture sanitarie. Non solo, con la privatizzazione Riva, è stata
legittimata la stagione della pesante repressione del dissenso operaio, del
mobbing, dell’interruzione degli scioperi e della creazione di quelli falsi,
della complicità dei sindacati confederati, dell’insabbiamento delle morti sul
lavoro. La comunità tarantina non si è mai arresa, e ha dimostrato
un’incredibile capacità di resistenza.
È del 2012 la storica sentenza della magistratura per il sequestro di sei
impianti della fabbrica: la proprietà dei Riva viene imputata di disastro
ambientale, avvelenamento di sostanze alimentari, e omissione dolosa di cautele
sui luoghi di lavoro. Per questo, i Riva vengono condannati, e la gestione della
fabbrica finisce prima allo stato – per amministrazione straordinaria – e poi
torna ai privati, questa volta partener internazionali (la società
franco-indiana ArcelorMittal). Del 2022, invece, è la dichiarazione ONU di
Taranto come zona di sacrificio dei diritti umani.
Nonostante ciò, la fabbrica continuerà a produrre – sotto sequestro con facoltà
d’uso – grazie ad una gestione emergenziale del suo regime produttivo: 18
decreti cosiddetti “salva ILVA” saranno votati dalle maggioranze di qualsiasi
colore, del cui l’ultimo è del 9 giugno 2025. Questa gestione emergenziale
dell’economia e dei problemi sociali è tipica della storia dei nostri territori
meridionali e insulari, integrati a forza dentro un regime produttivo
capitalistico e coloniale proprio grazie a soluzioni eccezionali calate
dall’alto.
2025: L’AMMINISTRAZIONE STRAORDINARIA, I REQUISITI PER LA VENDITA
La nostra storia comincia nel febbraio 2025, quando la fabbrica torna in
amministrazione straordinaria da parte dello stato. Come mai? A seguito
dell’insostenibilità finanziaria della produzione di acciaio – il regime
produttivo della fabbrica è infatti calato con solo 1 altoforno su 5 in attività
– lo stato ha iniziato a cercare un nuovo partner commerciale internazionale che
possa acquistare la fabbrica. Le trattative al momento sono con l’azienda azera
Baku Steel, ma la fabbrica ha diversi problemi: l’inquinamento è il primo, ma
anche l’obsolescenza degli altoforni, e i conseguenti costi di messa a norma che
l’acquirente dovrà sostenere; la quantità di lavoratori (8.000) decisamente in
esubero rispetto alle esigenze produttive, il che significherà licenziamenti e
conflitti interni; la restituzione del credito promesso ai lavoratori
dell’indotto a causa dell’amministrazione straordinaria.
Ma il problema più consistente è quello relativo alle autorizzazioni di
produzione, nello specifico l’Autorizzazione Integrata Ambientale, che autorizza
il funzionamento degli impianti industriali. A Taranto è scaduta nel 2023, ma la
fabbrica ha continuato a produrre indisturbata sino al 2025, quando – qualche
giorno fa – è stata rinnovata. Ad annunciarlo è stato il Ministro Urso nella
sede della CISL.Tuttavia, l’AIA approvata non recepisce quanto stabilito dalla
Corte di Giustizia UE in fase di consultazione da parte del tribunale di Milano,
a cui si erano rivolti alcuni genitori tarantini: ossia che non si può
autorizzare un impianto potenzialmente dannoso per la salute senza una
preventiva valutazione del danno sanitario, che non si possono omettere sostanze
dalla valutazione delle emissioni ambientali, e che non è lecito differire
l’adeguamento dell’AIA.
L’AIA emessa impone di presentare in sede di riesame da parte dell’acquirente
una valutazione di impatto sanitario basata su danni inerenti ai cicli
produttivi successivi, e non precedenti: in altre parole, su dati presunti e non
reali. Che libertà stiamo lasciando al futuro gestore della fabbrica? A quali
condizioni si continuerà a produrre?
LA “DECARBONIZZAZIONE”: IL GAS, L’ENERGIA, LA COLONIALITÀ
Qui si apre un capitolo che riguarda non solo il rispetto della salute ecologica
ma anche il piano energetico di produzione: la cosiddetta “decarbonizzazione”,
ossia la transizione ad un modello produttivo sostenibile. Un discorso non
semplice, ma non dobbiamo lasciarci intimorire; la responsabilità di una
adeguata formazione climatica non ricade solo sulle nostre spalle, ma
soprattutto su quelle di chi ha il potere di fornircela e non lo fa.
> Dobbiamo smontare l’idea di una tecnicità della scienza climatica e chiedere
> saperi popolari ecologisti: uno dei limiti del movimento ambientalista bianco,
> in Europa e negli USA – e quindi una delle sue debolezze – è stata la sua
> ricerca di legittimità attraverso il costante riferimento alla scienza
> accademica e liberale.
Ciò ha significato classismo, esclusione e infantilizzazione di coloro che non
avessero il privilegio di accedere alle stesse risorse formative, nonché
svalutazione dei saperi popolari . Affrontiamo quindi il problema della
decarbonizzazione con scrupolosità.
La proposta del presidente della Regione Puglia, Emiliano, e del suo partito, il
PD, avvallata dai sindacati confederati – CGIL, CISL, UIL, storicamente collusi
con il progetto di una fabbrica inquinante – è quella di decarbonizzare
l’impianto. Questo significa una trasformazione della qualità energetica delle
fonti produttive, ossia di passare dal carbone al gas, e dal gas all’elettrico.
In altre parole, la fabbrica, dichiarata di interesse strategico per la nazione,
non può essere semplicemente chiusa: le sue fonti vanno trasformate in fonti
elettriche, passando per il gas. I problemi però sono tanti, e non di natura
leggera. Il primo è che i tempi sono molto lunghi per arrivare all’elettrico. Il
secondo, è che un processo chiamato “decarbonizzazione” che preveda un ritorno
ad un regime produttivo maggiore dell’attuale, con la riapertura degli
altiforni, e che si basi proprio sul carbone, è una contraddizione in termini, o
meglio una forma di greenwashing, cioè di presa per il culo.
Il terzo è che il gas non è affatto una fonte energetica migliore del carbone, e
ha effetti inquinanti analoghi.Inoltre, attingere al gas significherebbe o
ricorrere al TAP – storico sito di contestazione pugliese – e potenziare il
gasdotto, ma questo richiederebbe troppo tempo; oppure far arrivare una nave
rigassificatrice nel porto di Taranto, ma ciò contrasta – secondo il sindaco di
Taranto – con la “vocazione turistica e commerciale del porto di Taranto”. Una
impasse bella e buona. Ma anche se fosse possibile far arrivare il gas a
Taranto, da dove proverrebbe questo gas? La cosa che possiamo sperare è che non
venga dai progetti di approvvigionamento del gas che il governo Meloni ha messo
in piedi con il Piano Mattei: uno di questi, il cosiddetto Corridoio Sud
dell’Idrogeno, un gasdotto lungo 3.300km, dovrebbe portare il gas prodotto in
Tunisia verso l’Italia sino alla Germania.
Se il gas che arriva a Taranto dovesse arrivare grazie ad uno di questi progetti
la produzione tarantina diverrebbe complice di un flusso di beni di natura
estrattiva e neocoloniale, di cui SNAM, principale promotrice del piano, sarebbe
pienamente responsabile. D’altronde, né il governo italiano né ENI sembrano
prendere sul serio le proprie responsabilità coloniali, continuando in pieno
genocidio palestinese con l’esplorazione di giacimenti di gas nelle acque
gazawi, e stringendo accordi con Ithaca Energy, società inglese partecipata
all’89% – e quindi, di fatto, di proprietà – dalla israeliana Delek Group,
denunciata dall’ONU per le operazioni nei Territori Occupati palestinesi e ora
complice del genocidio. Rimane quindi in gioco la questione di come effettuare
questa transizione senza macchiarsi le mani di sangue.
VERSO UN COINVOLGIMENTO ECOLOGISTA POPOLARE
Torniamo così al nostro 28 luglio. Il 28 luglio 2025 la comunità tarantina si
riunisce sotto il palazzo del Comune. Il motivo è un confronto tra
l’amministrazione comunale e i movimenti, le associazioni, l3 cittadin3 in
generale rispetto al cosiddetto accordo di programma, ossia il documento che
disegna il programma della transizione energetica dell’ex-Ilva. L’accordo deve
essere firmato da governo, regione, comune, e sindacati. Pensata per ascoltare
l3 cittadin3 prima dell’incontro ufficiale con le istituzioni del 31 luglio –
ora rinviato al 12 agosto – quella giornata è diventata marea: da anni chiediamo
la chiusura degli altiforni, la bonifica dei terreni contaminati, e la fine di
modelli produttivi nocivi. Come avremmo potuto reagire, dopo anni di
indifferenza, ad un’occasione di confronto? E non è nemmeno successo nulla, solo
qualche lucculo (grida, nda).
Se le istituzioni si chiedono come si sfiata una pentola a pressione, la
risposta è semplice: rimuovendo la pressione. Quello che ci serve è la
proliferazione di spazi democratici reali di confronto, che le istituzioni
aprano realmente tavoli di trattativa con i movimenti e le associazioni, e non
scappino dalle responsabilità politiche.
> Serve un coinvolgimento della cittadinanza permanente: tavoli, assemblee,
> audizioni, che costruiscano collettivamente un immaginario e un piano di
> trasformazione non solo produttiva e climatica, ma ecologica, complessiva,
> mettendo in primo piano i bisogni realmente espressi dalle persone.
Non più solo verità e giustizia, ma alternativa: al ricatto salute-lavoro, alla
produzione inquinante, al lavoro di cura invisibilizzato, alla complicità con il
sistema coloniale, alla subalternità politica. Un’alternativa capace di riparare
al danno commesso in decenni di sacrificio, all’altezza della dignità politica
di una lotta che continua a resistere. Un piano di trasformazione popolare,
sociale, che cambi completamente i rapporti di produzione e di riproduzione con
il territorio. Il cuore ora ci batte a mille, lasciamo che si alzi ancora nel
cielo il coro più minaccioso di quella giornata di luglio: “Vogliamo vivere”.
L’immagine di copertina è di Le Benevole (flickr)
SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS
Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps
Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per
sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le
redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno
L'articolo Ancora Taranto. Per un programma di ecologia popolare e partecipata
proviene da DINAMOpress.
Taranto e il perimetro dell’emergenza
Il 21 luglio, una piazza ampia e plurale ha proclamato lo «stato di emergenza
democratica, sanitaria e ambientale». Un gesto carico di implicazioni politiche,
rivolto al governo nazionale e alle istituzioni europee, che prende le mosse da
un passaggio cruciale – il rinnovo dell’Autorizzazione Integrata Ambientale
(AIA) per l’ex-Ilva – ma che punta più in alto. Mette in discussione un
equilibrio profondo e radicato, quello che da molti decenni tiene la città
sospesa tra un’esposizione strutturale al rischio ambientale e una transizione
continuamente annunciata ma mai realizzata.
Le mobilitazioni che attraversano Taranto sono segnate da nuove parole. Non si
limitano a denunciare la gravità dell’inquinamento: inaugurano un cambio di
prospettiva. Oggi, persino tra chi difende gli impianti inquinanti, nessunə osa
più negarne la nocività – a differenza del passato, quando l’occultamento del
danno ambientale serviva a giustificare l’inerzia. Ora la tecnica di governo è
un’altra. Se crisi non si può più nascondere, se ne rinvia continuamente la
soluzione. Il governo continua a evocare percorsi di transizione ecologica, ma
senza strumenti concreti per renderli effettivi. Il risultato è una paralisi
mascherata da progettualità: l’inquinamento prosegue e la città è in un tempo
sospeso.
> La dichiarazione dei movimenti del 21 luglio cerca di rompere questo stallo.
> La posta in gioco va oltre la dimensione tecnica dell’AIA: investe la
> legittimità dell’intero paradigma produttivo che ha orientato – e continua a
> vincolare – il destino della città.
È un passaggio decisivo, anche per la tempistica. Il 30 luglio il Consiglio
comunale sarà chiamato a discutere l’accordo di programma proposto dal governo,
un documento giuridicamente ambiguo ma altamente significativo nella definizione
dell’orizzonte urbano e industriale. Proprio su questo crinale, l’emergenza può
diventare la leva attraverso cui ridefinire priorità, processi decisionali e
strumenti di governo.
NOMINARE L’EMERGENZA
Stabilire cosa sia un’emergenza – e come vada governata – è un atto
profondamente politico. Significa decidere chi ha il potere di intervenire, con
quali strumenti e in quale relazione con la popolazione. Nella riflessione
giuridico-politica del Novecento – da Schmitt ad Agamben – l’emergenza
rappresenta l’angolo cieco del diritto: lo spazio in cui il potere sovrano si
afferma sospendendo la norma.
A Taranto, però, la torsione è diversa: non è l’abuso dello stato d’eccezione,
ma la sua negazione a diventare tecnica di governo. L’emergenza ambientale,
cronicizzata, smette di essere trattata come fatto straordinario e viene espunta
dal discorso pubblico. L’evidenza dell’inquinamento non interrompe la continuità
degli assetti produttivi: diventa parte del contesto. In questo scenario, la
dichiarazione del 21 luglio non è solo un gesto simbolico o una forma di
protesta. È un atto di riappropriazione del potere di nominare la propria
condizione: un esercizio di contro-sovranità che riapre la dimensione
costituente della democrazia.
Le coordinate dell’emergenza sono molteplici. Alla specificità territoriale –
un’esposizione prolungata e sistemica a un polo industriale ad alto impatto – si
intreccia un orizzonte più ampio: la crisi climatica, la devastazione degli
ecosistemi, la centralità di modelli produttivi incompatibili con i limiti del
pianeta. Articolare insieme il “qui e ora” di Taranto e l’altrove diffuso della
crisi ambientale globale può consentire, nello sviluppo delle mobilitazioni
attuali, di sottrarre la città all’isolamento dell’eccezione e di inserirla in
un paesaggio più vasto di lotte, in cui costruire alleanze, scambi,
riconoscimenti.
COMPOSIZIONE SOCIALE E APERTURA DEL CONFLITTO
Il 21 luglio segna un salto qualitativo nelle mobilitazioni. Colpisce non solo
la consistenza numerica della piazza – tra le più partecipate dell’ultimo
decennio – ma soprattutto la sua composizione eterogenea. A prendere parola sono
stati molteplici movimenti, soggettività ambientaliste, lavoratorə, precariə,
insegnanti, studentə, genitori. Una presenza che non nasce dalla somma di sigle,
ma dalla coesistenza di traiettorie esistenziali, condizioni materiali, desideri
tra loro differenti e tutti legittimi, senza un ordine gerarchico.
La piazza restituisce una pluralità che sfugge alle vecchie dicotomie –
ambientalistə contro operai e viceversa – e si propone come spazio politico in
cui bisogni, rivendicazioni e forme di vita si intrecciano e si ricompongono.
> Le domande che attraversano il conflitto non si esauriscono nel rapporto tra
> salute e lavoro: riguardano la qualità della democrazia, la possibilità di
> influire sulle decisioni, il riconoscimento di saperi e vissuti finora
> esclusi.
Riflettere su chi ha il potere di nominare l’emergenza significa riscrivere la
grammatica della democrazia: chi ha voce? Chi viene ascoltatə? Chi è ammesso nel
perimetro della decisione pubblica? In questo senso, la scadenza del 30 luglio
si profila come un momento cruciale, non solo per gli esiti dell’accordo di
programma, ma per il metodo che potrebbe inaugurare.
Nello scenario attuale, dopo la decisione del governo di procedere al rinnovo
dell’AIA, non avrebbe senso respingere di per sé l’idea di un accordo di
programma. Con l’AIA approvata, l’unico esito sarebbe la cristallizzazione
dell’attuale devastazione: un presente insostenibile senza alcuna prospettiva di
cambiamento. Al contrario, è necessario accettare la sfida dell’accordo, ma
rovesciarne radicalmente le coordinate. Questo strumento – nonostante la sua
ambiguità giuridica – può diventare l’occasione per imprimere una svolta
sostanziale, a condizione che se ne riscriva completamente il contenuto, a
partire dai punti fondamentali rilanciati dalla piazza: la chiusura di ogni
fonte inquinante, la riprogrammazione del futuro della città in termini di
ambiente e salute, ma anche di welfare, giustizia sociale e partecipazione
democratica.
La frattura crescente tra governo centrale ed enti locali può far crescere le
mobilitazioni e suggerire un cambio di paradigma: la città non più come oggetto
di decisioni imposte, ma come soggetto capace di orientare, negoziare, imporre
l’ordine del discorso. In questo quadro, l’emergenza non è più solo il segno
della vulnerabilità. Può diventare un’occasione per un salto qualitativo delle
lotte.
L’immagine di copertina è di Lanzate, creative commons
SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS
Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps
Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per
sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le
redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno
L'articolo Taranto e il perimetro dell’emergenza proviene da DINAMOpress.
Il tempo della piazza. A Taranto si riapre la partita sull’ex Ilva
UNA CREPA NEL COPIONE
Il tempo, in politica, è una risorsa decisiva. Può essere mobilitata con le
finalità più disparate. Nelle politiche ambientali, il rinvio è una tecnica
collaudata per non intervenire davanti all’avanzare della crisi climatica. A
Taranto, in questo momento, il tempo gioca un ruolo del tutto differente. Il
rinvio al 31 luglio della decisione sull’accordo di programma in tema di ex Ilva
non ha una mera dimensione procedurale: è un’apertura politica. Indica uno
spazio di possibilità.
> Per i movimenti e per quella parte di città che immagina un futuro
> radicalmente diverso dalle macerie del presente, è una buona notizia.
Un primo prodotto della mobilitazione collettiva che può permettere di allargare
lo scenario e sperimentare nuove alleanze. In questa direzione, la mobilitazione
convocata per il giorno precedente ha avuto un ruolo di primo piano.
Il 14 luglio, la piazza ha fatto irruzione nella partita. Davanti a Palazzo di
Città, il presidio convocato da Giustizia per Taranto ha portato in strada una
composizione larga, plurale, arrabbiata. Generazioni, contesti, storie diverse.
Soprattutto: un’atmosfera elettrica, come non si respirava da tempo. Le parole
d’ordine si alternano: c’è chi urla “chiusura!”, chi evoca le barricate, chi se
la prende con lə protagonistə istituzionali della vicenda – Michele Emiliano è
il più citato. Ma la postura della piazza è chiara: rigettare l’accordo così
come prospettato dal governo. Riaprire una partita che sembrava chiusa.
Costruire – qui e ora – una discontinuità radicale.
Il giorno dopo, nessuna firma è stata apposta. È stata accolta la richiesta del
sindaco Bitetti di sottoporre la decisione al Consiglio comunale, convocato per
il 30 luglio. Nel verbale si individua anche una commissione tecnica, incaricata
di valutare le opzioni progettuali. Per la città è una boccata d’ossigeno. Il
tempo guadagnato è molto prezioso. Può consentire di cambiare i termini della
discussione.
COS’È L’ACCORDO DI PROGRAMMA E COSA PREVEDE
L’Accordo di Programma è lo strumento con cui le pubbliche amministrazioni
disegnano il futuro dell’ex Ilva e della città. Il suo impatto giuridico diretto
è limitato: sono altri gli atti – a cominciare dall’Autorizzazione Integrata
Ambientale – che definiscono concretamente la cornice operativa dell’impianto.
Ma l’accordo ha una funzione politica fondamentale: cristallizza i rapporti di
forza del presente e prova a renderli orizzonte di governo. Dentro ci sono
scelte produttive, traiettorie tecnologiche, margini di compromesso ambientale e
occupazionale.
Il contenuto dell’accordo è variato più volte. La versione attuale prefigura la
cosiddetta decarbonizzazione dell’impianto, con la realizzazione di forni
elettrici. La fonte di alimentazione – e quindi il ruolo della nave
rigassificatrice da collocare nel porto – è parte fondamentale della contesa.
Gli scenari tecnici sono cambiati più volte, ma rimangono allarmanti secondo
associazioni ambientaliste ed espertə. Nella forma attuale – per quanto
migliorata rispetto al “prendere o lasciare” presentato dal governo solo poche
settimane fa – il piano non disegna una transizione complessiva fondata sulla
giustizia ambientale e sociale.
La variabilità dell’accordo, modificato in corsa sotto pressione, ne svela la
natura flessibile. È un campo negoziale, non un esito obbligato. Anche per
questo il rinvio al 31 è significativo: mostra che l’accordo può essere ancora
ridiscusso. È il segno che la piazza può incidere.
LE RAGIONI DEL CONFLITTO
Nella percezione comune in città, l’ex Ilva è un dispositivo tossico. Non solo
per l’ambiente, ma anche per la vita politica, economica e culturale della
città. La proposta di accordo attualmente in discussione non viene percepita
come un’occasione di rottura sostanziale col passato.
I problemi sono due, distinti ma in dialogo. Il primo riguarda la configurazione
produttiva disegnata. L’accordo è visto come un tentativo di normalizzare la
presenza dell’ex Ilva, in una congiuntura in cui la chiusura dello stabilimento
– sotto il fuoco incrociato di crisi ambientale, produttiva, finanziaria –
appare per la prima volta concretamente possibile. Il secondo riguarda gli
impatti specifici del piano proposto: la decarbonizzazione ipotizzata
comporterebbe nuovi e differenti rischi ambientali.
A rendere più complessa la partita, c’è il nodo dell’AIA – l’Autorizzazione
Integrata Ambientale – in discussione nella Conferenza dei Servizi del 17
luglio. È il provvedimento che autorizza il funzionamento dell’impianto e si
esprime sull’attuale assetto produttivo. L’AIA di cui si discute continua a
basarsi sul carbone. Il rischio è che venga approvata in fretta, rendendo
cogente la continuità industriale e chiudendo ogni spazio di transizione reale.
Da qui al 31 luglio si gioca una partita decisiva come poche nella storia
recente della città. Dal punto di vista delle piazze, non si tratta di sommare
sigle o ricostruire fronti organizzativi tradizionali. La posta in gioco è più
ampia: come consolidare un “noi” plurale – sufficientemente largo da includere
tutte le soggettività disposte a mobilitarsi per la giustizia ambientale? Quali
parole d’ordine possono avere un impatto espansivo? Come evitare che distinguo e
protagonismi indeboliscano una dinamica che, per ora, appare promettente? Il
passaggio in Consiglio comunale del 30 luglio potrebbe innescare nuove
convergenze.
L’investitura del Consiglio comunale, chiamato a discutere dei contenuti
dell’accordo di programma, ha una valenza politica simbolica e materiale. Non si
tratta solo di un passaggio formale, ma della possibilità concreta di rimettere
al centro della vita istituzionale i destini della città. L’iniziativa dellə
consiglierə che hanno chiesto al sindaco di non firmare l’ultima versione
dell’accordo ha giocato un ruolo cruciale nella riapertura della partita: ha
segnalato che esiste uno scarto tra la linea governativa e una parte della
rappresentanza territoriale, attenta alla pressione esercitata dalla
mobilitazione.
Anche se, com’è evidente, il Consiglio comunale non è un’istituzione di
partecipazione diretta, può diventare, in questa fase, un luogo in cui si
esercita una forma di democrazia sostanziale. Questo può avvenire se non si
limiterà a ratificare decisioni prese altrove, ma svilupperà una discussione
aperta, profonda, sulle alternative possibili per la città. Perché questo
accada, è utile immaginare forme creative di connessione tra piazza e aula
consiliare: confronti pubblici, audizioni, assemblee informali, strumenti che
rendano permeabile e aperto un processo che non può richiudersi nel recinto
della tecnica.
COSA INSEGNA TARANTO ALLE LOTTE AMBIENTALI
Come spesso accade, la partita che si gioca a Taranto supera i confini della
città. Non è in discussione solo un impianto industriale inquinante, ma la
possibilità di affermare una politica dell’ambientalismo capace di radicarsi
anche in contesti e conflitti apparentemente distanti. A Taranto, oggi, la
giustizia ambientale non si limita a una critica esterna, etica o testimoniale.
Entra nel merito della contesa, rivendica spazio decisionale, ambisce a
determinare l’esito del confronto.
> Il punto di forza della mobilitazione è la capacità di tenere insieme una
> direzione strategica chiara – la chiusura delle fonti inquinanti – con parole
> d’ordine flessibili, capaci di tradursi in obiettivi intermedi – che
> prefigurano e anticipano l’obiettivo finale.
Il rifiuto dell’attuale accordo di programma può rappresentare una di queste:
una piattaforma in grado di tenere dentro posizioni diverse, anche parziali,
accomunate dalla volontà di superare l’attuale modello produttivo. È una postura
che non si limita a commentare dall’esterno. Segnala un metodo di intervento
politico. La piazza dimostra che le decisioni non sono blindate neanche quando
sono presentate come tali. Che gli atti istituzionali sono contendibili. Che la
mobilitazione può modificare il corso delle cose.
LA CONTESA È APERTA
Il 14 luglio, per la città, è uno snodo carico di tensione simbolica. Evocare la
presa della Bastiglia fa sorridere, per ora. Ma Taranto, città di tumulti
profondi, ha più volte mostrato che la storia può riaprirsi anche quando sembra
bloccata. Anche stavolta, la faglia è netta: da un lato chi difende la
continuità produttiva; dall’altro chi prova a praticare una discontinuità
sociale e politica ad ampio spettro.
Un dettaglio racconta bene il momento. Ogni sera, dal Castello Aragonese, l’inno
nazionale viene diffuso dagli altoparlanti. Il 14 luglio, per un attimo, ha
coperto le voci della piazza. L’effetto è straniante. Ma poi la piazza ha
ripreso ritmo e voce. È l’immagine plastica dello scontro in corso: da una parte
il dispositivo nazionale – governo, ministeri, apparati – impegnato a garantire
la continuità produttiva a ogni costo. Dall’altra, una città che non accetta
l’accordo e prova a riscrivere le condizioni del presente.
L’accordo di programma, se osservato dal cuore della piazza non è un mostro
intoccabile. Non è nemmeno un elemento dato. È una tigre di carta: il contenuto
è cambiato più volte. Può ancora essere ribaltato. I prossimi giorni saranno
decisivi. Il 16 e il 21 luglio sono già stati convocati nuovi appuntamenti
pubblici. Il 30 si riunisce il Consiglio comunale. La contesa è aperta. E si può
ancora vincere.
Immaginare l’accordo come una tavolozza bianca, più che come un testo da
emendare, è un utile esercizio collettivo. Significa non limitarsi a migliorare
ciò che propone il governo, ma pretendere di definire nel complesso le
condizioni, la cornice, il futuro della città. Lo scenario della chiusura delle
fonti inquinanti – per la prima volta – è percepito come una possibilità
concreta. È un’immagine che suggestiona. Può essere allo stesso tempo
affascinante e drammatica. Può ridefinire il futuro di Taranto su coordinate
radicalmente diverse. Ma non accadrà senza l’energia che è tornata in circolo.
Il tempo – almeno per ora – lo ha conquistato la piazza. Ora si tratta di usarlo
con intelligenza collettiva e coraggio.
L’immagine di copertina è di DimiTalen, da wikicommon
SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS
Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps
Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per
sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le
redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno
L'articolo Il tempo della piazza. A Taranto si riapre la partita sull’ex Ilva
proviene da DINAMOpress.