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Giochi del Mediterraneo, uguaglianza prêt-à-porter
I calciatori fanno ingresso in campo e si dispongono di fronte alla tribuna ovest del nuovo stadio Iacovone di Taranto. Il pubblico interrompe per qualche minuto lo sventolio dei ventagli e applaude convintamente gli atleti. I giovani giocatori, arrivati dall’Algeria e dalla Tunisia, assumono pose solenni. Risuonano gli inni nazionali. Un ultimo applauso li accompagna verso le rispettive metà campo. Non c’è la rappresentativa italiana, battuta in semifinale dal Marocco. Poco male: il pubblico dei Giochi del Mediterraneo accoglie con entusiasmo le due squadre finaliste del torneo di calcio maschile e le sostiene per tutta la partita. Ecco in scena il leggendario spirito dei Giochi. L’UGUAGLIANZA VA IN SCENA Pace, fratellanza, dialogo tra i popoli e uguaglianza hanno infarcito la comunicazione politica e istituzionale della ventesima edizione dei Giochi del Mediterraneo, organizzati a Taranto. Non è certo una novità nell’ambito dei grandi eventi sportivi, dalle Olimpiadi in giù. Nel caso dei Giochi del Mediterraneo di Taranto, vale la pena soffermarsi sull’impatto di questa retorica. I Giochi hanno un perimetro geografico e politico definito: quello di un’area – il Mediterraneo – attraversata da profonde disuguaglianze e da regimi di mobilità radicalmente differenti. Il vocabolario dell’uguaglianza, agito dalla governance dei Giochi e della politica nazionale e locale, si confronta con uno spazio concreto, tutt’altro che liscio e omogeneo.  In aggiunta, Taranto ha accolto i Giochi in una fase cruciale, segnata dalla possibile transizione dall’industria inquinante a un futuro ancora indefinito. Alla luce del provvedimento emesso dalla Corte di Appello del Tribunale di Milano, l’area a caldo – la più inquinante dell’ex-Ilva – dovrà essere spenta entro il 26 ottobre. A fare da sfondo a questo passaggio cruciale c’è una città attraversata da profonde fratture: non solo quella, iper raccontata, tra ambiente e lavoro, ma anche tra pezzi di città distanti, tra classi sociali, tra chi immagina la trasformazione in corso come un’opportunità e chi teme di subirne i costi. Cosa accade quando un evento fondato sull’uguaglianza simbolica approda in un Mediterraneo diseguale e in una città attraversata da fratture radicali?  MEDITERRANEO, UN MARE IN FRANTUMI Il Mediterraneo evocato dai Giochi è, anzitutto, un’immagine politica: il mare che unisce, il ponte tra i popoli, lo spazio nel quale la competizione sportiva dovrebbe favorire la sospensione dei conflitti e mettere tra parentesi le gerarchie di matrice coloniale. Basta affacciarsi appena oltre l’estetica dell’uguaglianza messa in scena dai Giochi per ritrovare il mare reale, turbolento e scomposto. Gli indizi sono numerosi. Non si tratta soltanto della frattura tra la sponda settentrionale e quella meridionale. La geografia mediterranea è più articolata: passa tra nord e sud, ma anche tra est e ovest; tra gli Stati membri dell’Unione europea e quelli che ne restano fuori; tra Paesi attraversati dalla guerra e Paesi che ne governano gli effetti a distanza; tra chi dispone di risorse e potere negoziale, e chi è costretto a subire decisioni prese altrove. > È un mare profondamente diseguale. Basta pochi esempi per coglierne la > portata. Lungo il suo perimetro variano radicalmente il reddito, l’accesso > alla salute e all’istruzione, la stabilità politica e la capacità di incidere > sulle agende internazionali. Cambia, soprattutto, la possibilità di > attraversare quel mare. Per alcunə il Mediterraneo è il luogo del commercio e > dell’avventura. Per altrə, una frontiera militarizzata, selettiva e letale. > Nello stadio Iacovone, le bandiere dei paesi che aderiscono ai Giochi sono > state disposte alla stessa altezza lungo le rinnovate curve nord e sud. I > Paesi coinvolti non lo sono. Soprattutto, non lo sono le persone che li > abitano. Per le persone migranti, il Mediterraneo è un confine iperfortificato, pattugliato dalle navi militari, sorvegliato dai droni e dagli apparati di controllo europei, esternalizzato attraverso accordi con i paesi di transito, disseminato di centri di detenzione, naufragi e morte. Per le navi delle organizzazioni non governative è uno spazio amministrativamente e giudiziariamente accidentato, fatto di porti assegnati lontano dalle aree di soccorso, fermi, sanzioni. Per la Flotilla, il Mediterraneo è disseminato di molteplici ostacoli. Interdizioni, minacce, arresti, pressioni diplomatiche e dispositivi militari hanno trasformato un’iniziativa compiutamente politica in un problema di ordine pubblico. In nessuno di questi casi il Mediterraneo appare – neanche in prospettiva – il ponte evocato dai Giochi. Nella cornice retorica che informa i Giochi e nelle parole dei molteplici attori pubblici che, travolti dall’entusiasmo, continuano ad applaudire alla loro efficacia organizzativa non c’è traccia — neanche controluce — delle gerarchie che organizzano il Mediterraneo e delle violenze che rendono così diseguale la possibilità di attraversarlo. La partecipazione degli atleti tunisini e algerini a uno degli eventi più attesi – la finale del torneo di calcio – offre un esempio paradigmatico della distanza tra il Mediterraneo evocato dai Giochi e quello reale. I giovani calciatori sono accolti dal convinto applauso del pubblico, riconosciuti nella loro dignità sportiva e integrati nella messa in scena dell’amicizia tra i popoli. Allo stesso tempo, quella tunisina è la prima nazionalità per numero di persone trattenute nei CPR italiani e per numero di deportazioni nel paese di origine.  TARANTO, UNA CITTÀ FINALMENTE RICOMPOSTA? Se la retorica della ritrovata uguaglianza tra le sponde del Mediterraneo restasse confinata nel periodo dei Giochi, sarebbe fastidiosa ma transitoria: repertorio prevedibile, destinato a spegnersi insieme alle luci degli impianti. A Taranto, però, l’immagine della comunità ricomposta, con i conflitti che la attraversano finalmente archiviati, è in questi giorni costantemente proposta dalle classi dirigenti come una possibile forma di futuro, proprio mentre la città attraversa una fase elettrizzante e incerta. > È qui che la retorica dell’uguaglianza mostra il suo lato più oscuro. L’idea > di ricomporre ciò che la storia, la società e la politica hanno frammentato è > un modo per rappresentare il conflitto come una patologia. Come se le fratture > che dànno forma alla città fossero il residuo di una stagione ormai al > tramonto, destinata a dissolversi davanti alle promesse di transizione alle > porte. Eppure i conflitti che attraversano Taranto – tra salute e lavoro, tra fabbrica e territorio, tra centro e periferie, tra chi parte e chi resta, tra la città da abitare e quella da esibire – sono la forma concreta assunta da rapporti economici, sociali, culturali, di genere profondamente diseguali. La frattura tra salute e lavoro è la più evidente – e l’unica ad avere agibilità nello spazio pubblico. Più silenziosa – ma più profonda – è la frattura di classe: tra chi può immaginare di trasformare i grandi eventi in un’occasione economica e chi vi prende parte come forza lavoro precaria o volontaria; tra chi possiede gli spazi e chi li abita; tra chi può partecipare alla costruzione – immaginaria e reale – della città a venire e chi è chiamato a consumare quella progettata da altrə. Tra chi assiste alle gare dagli spalti e chi, pur abitando a Taranto, dei Giochi ha sentito soltanto un’eco lontana.  C’è la frattura tra il capoluogo e le borgate, amministrativamente comprese nella città ma con possibilità diseguali di partecipare alla vita urbana. E quella tra Taranto e la sua provincia, coinvolta in alcuni eventi sportivi ma non collocata allo stesso livello nella distribuzione di investimenti e visibilità. C’è inoltre un’ampia frattura generazionale, rappresentata dalla distanza tra le persone giovani coinvolte come volontarie nei giochi e ambasciatrici del futuro  e il mercato del lavoro che – ancor più a queste latitudini – continua a espellerle brutalmente. Il rischio è che – finalmente archiviata la stagione della siderurgia mortifera – sulla scia del «successo dei Giochi» alla città industriale si sostituisca la città-evento, senza che cambino i rapporti di potere che ne organizzano la vita. Le fratture che attraversano la città non sono un’immagine del passato né un difetto della sua rappresentazione: sono un fatto. Rimuoverle dal discorso pubblico significa permettere che, anche nella transizione in corso, restino intatti i rapporti di forza tra le classi sociali che agiscono a Taranto. Nel passaggio dalla città industriale all’annunciata città-evento si apre uno spazio decisivo: quello in cui immaginare forme inedite di distribuzione verso il basso di potere, parola e possibilità di azione pubblica.  Foto di copertina: Martin Rulsch, Wikimedia Commons Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Giochi del Mediterraneo, uguaglianza prêt-à-porter proviene da DINAMOpress.
September 8, 2026
DINAMOpress
EX-ILVA: 2.500 LETTERE DI LICENZIAMENTO. L’8 SETTEMBRE INCONTRO A PALAZZO CHIGI, USB: “SOLUZIONI CONCRETE O SALTA L’IMPIANTO DELLE REGOLE”
Sono partite oggi le lettere relative alla procedura di licenziamento collettivo per oltre 2.500 lavoratori dell’indotto dell’ex Ilva di Taranto. Una decisione che aggrava una situazione già fortemente critica e che rischia di avere conseguenze pesanti non solo sul piano occupazionale, ma sull’intero tessuto sociale della città. Il sindacato USB chiede quindi che le procedure vengano fermate e che dall’incontro previsto a Palazzo Chigi l’otto settembre arrivino soluzioni concrete e immediate per garantire reddito e occupazione. Il fattore tempo, infatti, è considerato ormai decisivo: gli impianti potrebbero fermarsi già entro la fine del mese, lasciando migliaia di famiglie senza una prospettiva. “Per noi è importante l’incontro dell’8. Noi a Palazzo Chigi quel quella sera ci aspettiamo soluzioni concrete, dopodiché se non ci saranno è chiaro che salta tutto l’impianto delle regole” ha commentato su Radio Onda d’Urto Francesco Rizzo, dell’Unione Sindacale di Base “Io lo dico in maniera chiara perché non è accettabile che la politica continui oramai da 14 anni a scaricare le responsabilità dei propri fallimenti sulla testa dei lavoratori che sono vittime due volte.”. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto l’intervento di Francesco Rizzo, dell’Unione Sindacale di Base. Ascolta o scarica.
September 4, 2026
Radio Onda d`Urto
Ex Ilva. Arrivano i licenziamenti collettivi. Usb: Cronaca di una morte annunciata
“Cronaca di una morte annunciata: potrebbe essere questo il titolo giusto per descrivere quello che sta accadendo”: sono le dichiarazioni a caldo dei componenti l’esecutivo nazionale di Usb Francesco Rizzo e Sasha Colautti dopo l’annuncio del presidente di Aigi Nicola Convertino che ha comunicato la partenza delle lettere di licenziamento […] L'articolo Ex Ilva. Arrivano i licenziamenti collettivi. Usb: Cronaca di una morte annunciata su Contropiano.
September 4, 2026
Contropiano
I Giochi del Mediterraneo a Taranto: la messinscena del riscatto
Taranto è uno dei luoghi in cui le contraddizioni del cosiddetto sviluppo sono più evidenti. Per decenni questa città ha pagato il ricatto tra lavoro e salute, la devastazione ambientale e la subordinazione del territorio agli interessi della grande industria. Oggi continua a convivere con precarietà, difficoltà reddituali, emigrazione giovanile, crisi demografica, problemi sanitari e servizi pubblici insufficienti. Eppure periodicamente ritorna lo stesso racconto: la rinascita, il rilancio, la grande occasione che dovrebbe finalmente cambiare il destino della città. Oggi questa narrazione passa soprattutto attraverso i Giochi del Mediterraneo. Non è lo sport a essere in discussione, né la possibile utilità di alcuni impianti realmente necessari alla popolazione. Il problema è spacciare un grande evento per sviluppo, come se costruire strutture, organizzare cerimonie e concentrare per alcune settimane l’attenzione mediatica sulla città significasse automaticamente migliorarne le condizioni sociali ed economiche. Ma a Taranto questa retorica assume un carattere ancora più contraddittorio. Lo stesso Stato che continua a considerare indispensabile mantenere in vita a ogni costo l’ex Ilva, nonostante il prezzo ambientale, sanitario e sociale pagato per decenni dalla città, arriva contemporaneamente a celebrare i Giochi come simbolo della sua rinascita. Da una parte si continua a chiedere a Taranto di sostenere il peso di un modello industriale che l’ha trasformata in una delle città martiri del capitalismo industriale; dall’altra, sulla stessa città, si costruisce la rappresentazione festosa del rilancio e del futuro. La contraddizione è evidente: non si può continuare a imporre a Taranto il costo della produzione industriale a ogni condizione e, contemporaneamente, utilizzare la stessa città come vetrina festosa di una rinascita che quelle scelte continuano concretamente a negare. Lo sviluppo dovrebbe essere misurato su altro: reddito, lavoro stabile, sanità, casa, servizi pubblici, trasporti, tutela ambientale e possibilità per i giovani di restare. Se queste condizioni non cambiano, la città può apparire diversa senza essere diventata migliore per chi ci vive. La questione riguarda innanzitutto il territorio. Negli ultimi anni nuove edificazioni hanno continuato a occupare spazi liberi e verdi. È accaduto anche nella zona in cui abito, dove nel giro di pochi anni sono sorti due nuovi edifici e uno degli spazi edificati ospitava prima un giardino con degli alberi. Poco distante è stato eliminato un filare di alberi per realizzare una pista ciclabile scarsamente utilizzata e senza continuità con una rete più ampia. Una contraddizione evidente: si sacrificano alberature in nome della mobilità sostenibile mentre la bicicletta continua ad avere un ruolo marginale e l’automobile resta dominante, anche perché il trasporto pubblico urbano non viene percepito come sufficientemente affidabile per frequenza, continuità e rispetto delle corse. Sono esempi locali di una questione più generale: quale modello urbanistico stiamo costruendo in una città che ha già subito una pressione ambientale enorme? Ed è precisamente su questo terreno che anche i Giochi dovrebbero essere valutati. Per i Giochi del Mediterraneo a Taranto 2026 sono stati stanziati 300 milioni di euro: 275 milioni destinati alle infrastrutture sportive e 25 milioni all’organizzazione dell’evento. Non è quindi una questione marginale: parliamo di una grande concentrazione di risorse pubbliche e di opere che continueranno a produrre costi e conseguenze ben oltre le poche settimane delle competizioni. Non basta allora chiedersi cosa verrà costruito. Bisogna chiedersi quanto territorio viene trasformato, quante risorse materiali ed energetiche richiederanno queste strutture, quanto costerà mantenerle e quale utilità sociale avranno una volta terminato l’evento. Le perplessità non sono soltanto politiche. La stessa ASSET della Regione Puglia ha sollevato critiche sulla sostenibilità economica e ambientale di alcune scelte. Nel marzo 2025 il suo direttore generale segnalava, tra l’altro, l’aumento delle risorse previste per lo stadio Iacovone da 18 a 62 milioni rispetto all’impostazione iniziale e criticava la soluzione allora prospettata delle navi da crociera per ospitare migliaia di persone, giudicandola molto più costosa rispetto a soluzioni alberghiere e problematica per l’impatto su un ecosistema fragile. È un punto importante: non basta mettere l’etichetta della sostenibilità su un grande evento perché questo diventi sostenibile. Ogni nuova infrastruttura ha richiesto materiali, energia, cantieri, trasformazioni degli spazi e consumi per gestione e manutenzione. A Taranto il bilancio di un evento di questa portata dovrebbe quindi comprendere non soltanto la sua riuscita organizzativa, ma il costo ecologico complessivo e ciò che resterà negli anni successivi. Poi c’è la questione economica. Di fronte a centinaia di milioni di euro di risorse pubbliche non basta sapere quanto costano complessivamente i Giochi. Bisogna capire dove finiscono concretamente questi soldi. Occorre poter ricostruire la catena degli appalti e dei subappalti: quali imprese ottengono i lavori, quali parti vengono successivamente affidate ad altri soggetti e per quali importi. Dietro la cifra complessiva esiste una distribuzione molto concreta di denaro tra imprese, consorzi, fornitori e subappaltatori. La questione politica è quindi capire chi incassa la spesa pubblica e quale parte di quella ricchezza rimane realmente sul territorio sotto forma di lavoro stabile, servizi e patrimonio collettivo. E il problema non termina con la conclusione dei lavori. Il Comune di Taranto ha già avviato procedure rivolte a operatori economici per individuare modelli di gestione e valorizzazione degli impianti attraverso forme di partenariato pubblico-privato e concessione. Questo pone una domanda precisa: a quali condizioni un patrimonio realizzato attraverso denaro pubblico verrà eventualmente affidato alla gestione privata? Se gli impianti verranno gestiti attraverso tariffe, corsi, abbonamenti e servizi commerciali, può prodursi un meccanismo molto semplice: la collettività sostiene l’investimento iniziale e successivamente il privato ricava reddito dalla gestione, mentre il cittadino torna a pagare per utilizzare ciò che ha già contribuito a finanziare. Se invece rimarranno direttamente pubblici, bisognerà garantire per anni risorse per personale, manutenzione, energia e gestione. In entrambi i casi il costo reale di un impianto non termina con la sua inaugurazione. Anche il lavoro va giudicato con lo stesso criterio. Qualche mese di occupazione nei cantieri, nei servizi o nell’accoglienza non modifica la struttura economica della città. E quando attività necessarie all’organizzazione vengono affidate al cosiddetto volontariato, il problema è ancora più netto: se quella prestazione è necessaria al funzionamento di un evento finanziato con centinaia di milioni di euro pubblici, è lavoro e deve essere retribuito. Chiedere soprattutto ai giovani di lavorare gratuitamente in cambio di “esperienza” o “curriculum” significa utilizzare la loro condizione di debolezza per abbassare ulteriormente il valore del lavoro. Se esistono risorse per appalti, imprese, forniture e organizzazione, devono esistere anche per pagare chi lavora. Dentro questo impoverimento cresce anche la frattura sociale. Quando il reddito non basta, trovare una casa diventa difficile, il lavoro è precario e i servizi pubblici arretrano, le persone vengono spinte a contendersi ciò che rimane. Si indeboliscono solidarietà e socialità e diventa più facile rivolgere la rabbia contro chi sta ancora più in basso. È qui che il razzismo svolge una precisa funzione politica. Il migrante viene trasformato nel concorrente per la casa, il lavoro, un sostegno economico o un servizio pubblico, mentre scompaiono le responsabilità di chi produce e governa disuguaglianza e scarsità. Il conflitto viene spostato dall’alto verso il basso: chi ha poco viene messo contro chi ha ancora meno. A Taranto l’uccisione di Bakari Sako, lavoratore originario del Mali che stava andando al lavoro, rende ancora più grave un clima nel quale il migrante viene continuamente trasformato in problema o minaccia. Su questa paura si costruisce ormai una campagna elettorale permanente, cinica ed eticamente inaccettabile, che usa i migranti come bersaglio mentre lascia intatte le cause reali dell’impoverimento e delle fratture sociali della città. Ed è qui che Taranto rimanda a qualcosa di molto più grande. Il capitalismo contemporaneo continua a richiedere crescita e accumulazione mentre concentra ricchezza, precarizza il lavoro, consuma territorio e risorse e trasforma bisogni collettivi in occasioni di profitto. Anche la crisi ecologica finisce per diventare un nuovo terreno di investimento e valorizzazione economica. Ma questa logica non si ferma all’economia. La competizione per energia, materie prime, tecnologie, mercati e aree d’influenza si intreccia sempre più apertamente con la militarizzazione e la guerra. Alle popolazioni vengono chiesti sacrifici mentre aumentano le risorse destinate agli apparati militari e all’industria bellica. E questo avviene in una fase nella quale conflitti sempre più pericolosi coinvolgono direttamente o indirettamente potenze nucleari. VERSIONE PRESSENZA Redazione Italia
August 24, 2026
Pressenza
Cosa sono i Giochi del Mediterraneo iniziati ieri a Taranto
Hanno preso il via ieri a Taranto, in Puglia, i XX Giochi del Mediterraneo, la manifestazione multisportiva che coinvolge i Paesi che si affacciano sul Mare Nostrum e alcune nazioni legate all’area. L’evento, che si protrarrà fino al 3 settembre, vedrà la partecipazione di 26 nazioni e quasi 4mila atleti suddivisi in 33 discipline, numeri che ne fanno l’edizione più grande di sempre. Dopo Napoli nel 1963, Bari nel 1997 e Pescara nel 2009, l’Italia ospita per la quarta volta questa competizione. La cerimonia di apertura, avvenuta allo stadio Erasmo Iacovone, ha visto la presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Quest’ultima, quando è stata inquadrata, è stata a più riprese fischiata dal pubblico. Sulla manifestazione, che si propone di ridare lustro alla città di Taranto dopo anni di difficoltà legate alla crisi Ilva, sono piovute critiche a causa dei costi destinati all’organizzazione e alle opere connesse, che complessivamente ammontano a circa 400 milioni di euro. L’idea dei Giochi del Mediterraneo nacque nel 1948 dall’egiziano Mohamed Taher Pacha, vicepresidente del Comitato Olimpico Internazionale. Il progetto, presentato nel 1948, mirava a favorire attraverso lo sport l’incontro fra popoli divisi da tensioni politiche e conflitti. La prima edizione si disputò nel 1951 ad Alessandria d’Egitto, con 734 atleti provenienti da dieci Paesi. Nel 1967 sono state introdotte le gare femminili e nel 1975 si sono per la prima volta superati i duemila partecipanti. Oggi, il Comitato internazionale dei Giochi del Mediterraneo, con sede ad Atene, riunisce 26 Comitati olimpici. Il simbolo della manifestazione riprende quello olimpico, ma presenta tre cerchi, corrispondenti ai continenti che si affacciano sul Mediterraneo: Europa, Asia e Africa. Ai Giochi hanno partecipato campioni come Livio Berruti, Pietro Mennea, Sara Simeoni, Novella Calligaris, Jury Chechi e Federica Pellegrini. Nelle ultime edizioni il peso sportivo è più limitato: Olimpiadi, Mondiali ed Europei restano prioritari e diverse federazioni schierano giovani o seconde linee, soprattutto quando i calendari si sovrappongono. A Taranto l’Italia presenta la delegazione più numerosa, con 497 atleti. I portabandiera sono il velocista Filippo Tortu e la pugile Irma Testa. Tra i nomi di rilievo figurano anche gli ori olimpici Diana Bacosi e Gabriele Rossetti nel tiro a volo; è atteso inoltre Gianmarco Tamberi, simbolo del salto in alto. Il programma dei Giochi di Taranto è fitto e variegato. Oltre agli sport olimpici come atletica, nuoto e scherma, sono presenti discipline meno convenzionali come le bocce, il padel, il nuoto pinnato e la maratona di pattinaggio. Le gare si terranno in quattordici città della Puglia, con la maggior parte degli impianti concentrati nell’area di Taranto, Bari, Brindisi e Lecce. Gli atleti, tra cui spiccano i portabandiera azzurri Filippo Tortu e Irma Testa, alloggeranno su due navi ormeggiate nella base navale della Marina Militare. L’organizzazione dell’evento è stata, tuttavia, un percorso tortuoso. Assegnati alla città nel 2019, i lavori sono rimasti fermi per anni, per poi accelerare nel 2024 con la nomina del commissario straordinario. La mobilitazione complessiva di risorse si avvicina ai 400 milioni di euro: 281,5 milioni sono destinati alle infrastrutture e alle opere connesse, mentre circa 100 milioni riguardano l’organizzazione. Una cifra che ha alimentato interrogativi sul ritorno sportivo e mediatico di una manifestazione alla quale diverse federazioni partecipano con formazioni sperimentali o seconde linee, impegnando i propri atleti principali in appuntamenti più prestigiosi. Fra le opere principali figurano il rinnovamento dello Iacovone, il nuovo stadio del nuoto e il PalaRicciardi. Resta ora da capire quale sarà l’eredità concreta per Taranto, una città segnata dalla crisi dell’Ilva, una volta che le luci dei riflettori si saranno spente. Il nodo decisivo sarà la gestione futura di queste strutture, che richiederanno manutenzione, personale e un calendario stabile di attività. Credito foto di copertina: Taranto 2026 The post Cosa sono i Giochi del Mediterraneo iniziati ieri a Taranto appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 22, 2026
L'INDIPENDENTE
I Giochi del Mediterraneo a Taranto: la messinscena del riscatto – di Franco Oriolo
Taranto è uno dei luoghi in cui le contraddizioni del cosiddetto sviluppo sono più evidenti. Per decenni questa città ha pagato il ricatto tra lavoro e salute, la devastazione ambientale e la subordinazione del territorio agli interessi della grande industria. Oggi continua a convivere con precarietà, difficoltà reddituali, emigrazione giovanile, crisi demografica, problemi sanitari [...]
August 19, 2026
Effimera
Ex Ilva, l’ennesimo capitolo nella dismissione coatta della fabbrica
Nei giorni scorsi, per la sesta volta consecutiva in 14 anni, la magistratura si è espressa per la chiusura delle aree a caldo dello stabilimento ex Ilva di Taranto. La motivazione è sempre la stessa. Quelle aree produttive continuano a essere una bomba ambientale e sanitaria piazzata sotto i piedi […] L'articolo Ex Ilva, l’ennesimo capitolo nella dismissione coatta della fabbrica su Contropiano.
August 2, 2026
Contropiano
Acciaierie d’italia, il governo propone una resa di stato
Per Usb servono nazionalizzazione e tutele straordinarie per tutti i lavoratori Il tavolo convocato oggi [ieri, ndr] dal Governo sul futuro di Acciaierie d’Italia si è aperto con l’annuncio di una resa politica e industriale. Di fronte al decreto della Corte d’Appello di Milano, che impone la sospensione entro 90 […] L'articolo Acciaierie d’italia, il governo propone una resa di stato su Contropiano.
July 31, 2026
Contropiano
EX ILVA: SENTENZA STORICA, “L’AREA A CALDO DELL’ACCIAIERIA VA CHIUSA. A RISCHIO LA SALUTE”.
L’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto va chiusa entro 90 giorni. La Corte d’appello di Milano accoglie il reclamo dell’associazione “Genitori Tarantini” e di altre formazioni civiche, riconoscendo che le emissioni nocive e la presenza di amianto rappresentano un pericolo potenziale. Per i giudici di Milano, i rischi sanitari “vanno ridotti entro i limiti di sicura accettabilità”. La sentenza del tribunale impone entro 90 giorni la chiusura dell’area a caldo dell’ex Ilva. La ripresa della produzione potrà avvenire soltanto dopo la bonifica completa e integrale dall’amianto e la riduzione delle emissioni di polveri sottili, che vanno riportate nei limiti di legge. Il provvedimento della Corte d’appello di Milano sembra cogliere in contropiede il governo, che due settimane fa aveva fissato per questo martedì 28 luglio, a Palazzo Chigi, la riunione del tavolo tecnico con i sindacati. Già nel Consiglio dei Ministri di lunedì l’esecutivo aveva annunciato lo stanziamento di 100 milioni per mantenere l’azienda. Il governo sta provando da molto tempo a vendere a un privato la società proprietaria dello stabilimento di Taranto, che oggi si chiama Acciaierie d’Italia ed è gestita dallo Stato in amministrazione straordinaria, una procedura che serve a ristrutturare o liquidare le grandi imprese. Flacks Group è la società interessata a mettere le mani su ex Ilva. Dall’altro lato, il sindacato Usb chiede al governo di puntare sulla nazionalizzazione come unico strumento possibile per tutelare industria e lavoro. Ai microfoni di radio Onda d’Urto Francesco Rizzo dell’Usb lavoro privato. Ascolta o scarica
July 28, 2026
Radio Onda d`Urto
L’Ilva è un pericolo per la salute, la Corte d’Appello: bonifica o deve chiudere
La produzione dell’area a caldo dell’Ilva di Taranto dovrà fermarsi entro tre mesi, a meno che non si provveda alla bonifica dell’amianto ancora presente negli impianti e alla riduzione delle emissioni di polveri sottili entro i livelli ritenuti compatibili con una produzione di sei milioni di tonnellate di acciaio all’anno. Lo ha stabilito la Corte d’Appello di Milano, che ha accolto i ricorsi presentati da due gruppi di cittadini tarantini. Secondo la Corte, come riportato nella sentenza, l’amianto è legato al mesotelioma, presente a Taranto e Statte in misura quattro volte superiore all’atteso. Restano circa 2.000 chili di materiale da smaltire, che l’azienda ritiene eliminabili solo a fine ciclo degli impianti. La Corte ha inoltre evidenziato che l’attuale sistema produttivo non è sostenibile nemmeno dal punto di vista climatico. Nello specifico, il provvedimento concerne il cuore produttivo dello stabilimento, in cui hanno luogo le lavorazioni degli altiforni. La riapertura degli impianti sarà possibile solo dopo la completa rimozione dell’amianto e l’adozione delle misure necessarie per riportare le concentrazioni di PM10 e PM2,5 entro i limiti di sicurezza previsti dalle norme ambientali. «Appare evidente che la domanda dei cittadini, come formulata nella memoria del 30 settembre 2025 e ribadita in sede di reclamo, è stata comunque motivata, prima e dopo l’Aia 2025, dal rischio di pregiudizio del diritto alla salute e del diritto al clima – si legge nella sentenza -. Le domande dei cittadini non possono essere considerate generiche perché sono state puntualmente dedotte le ragioni in base alle quali la gestione dello stabilimento genera il rischio di danno alla salute, con specifico riferimento, tra l’altro, a svariate e individuate sostanze nocive», nonché «l’inadeguatezza, tempo per tempo, degli accorgimenti utilizzati da Ilva per scongiurare il pericolo di malattie legate all’inquinamento» e «le ingiustificate dilazioni nella realizzazione di interventi idonei a scongiurare i rischi, come consentite da disposizioni dell’Aia 2025 in tesi illegittime». I giudici hanno puntualizzato come l’amianto risulti «l’unica causa nota che provoca il tumore maligno alla pleura (mesotelioma da asbesto), che si presenta in misura quattro volte superiore, rispetto all’atteso, nella popolazione di Taranto e Statte». Secondo la Corte, la «omessa prescrizione sulla rimozione dell’amianto nell’Aia 2025 si pone in aperto contrasto, per due profili, con le statuizioni della sentenza Corte di Giustizia Ue pronunciata nel corso del procedimento di primo grado, a seguito del rinvio pregiudiziale operato dal Tribunale». «Deve darsi per scontato che le polveri sottili sono nocive e che presentano rischio per la salute – scrivono ancora i giudici -. Basti considerare che le varie Aia che si sono succedute nel tempo hanno prescritto continui monitoraggi: all’evidenza essi non sarebbero stati necessari se si trattasse di emissioni innocue». Nel provvedimento si legge che le Valutazioni di danno sanitario (Vds) succedutesi nel tempo «hanno dato atto che, nonostante il mancato superamento dei valori limite di cui al dlgs 155/2010, si sono verificate nelle aree a rischio eccessi di mortalità e spedalizzazione in percentuale significativamente maggiore rispetto ad altre zone più lontane dallo stabilimento». La decisione della Corte d’Appello ha spinto il governo Meloni a intervenire con urgenza per limitare le conseguenze sul futuro dell’ex Ilva. Dopo una riunione straordinaria a Palazzo Chigi, il Consiglio dei ministri ha infatti dato l’ok a un nuovo finanziamento da 100 milioni di euro per garantire la continuità operativa del comparto a freddo, confermando il tavolo di confronto con i sindacati. La sentenza, infatti, rischia di compromettere anche il percorso di cessione dell’azienda, avviato nei mesi scorsi nell’ambito dell’amministrazione straordinaria. Negli ultimi mesi l’esecutivo aveva portato avanti una trattativa con potenziali investitori internazionali al fine di individuare un acquirente dell’intero gruppo e rilanciare la produzione. Finora il governo aveva autorizzato altri due prestiti: 149 milioni di euro ad aprile e 100 milioni di euro nelle settimane successive. Le garanzie per migliaia di lavoratori, preoccupati dal rischio di nuovi periodi di cassa integrazione o della perdita del posto di lavoro, saranno al centro del confronto con le organizzazioni sindacali, le quali chiedono che la tutela dell’ambiente e della salute pubblica proceda di pari passo con la salvaguardia dell’occupazione e della capacità produttiva del polo siderurgico. The post L’Ilva è un pericolo per la salute, la Corte d’Appello: bonifica o deve chiudere appeared first on L'INDIPENDENTE.
July 28, 2026
L'INDIPENDENTE