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AMENDOLARA: CONTRO CAPORALATO E SFRUTTAMENTO OGGI MANIFESTAZIONE NAZIONALE
Contro caporalato e sfruttamento oggi corteo nazionale ad Amendolara organizzato da Cgil e Flai; ci sarà anche uno spezzone sociale e di movimento. Lo Slai Cobas per il sindacato di classe di Taranto partecipa alla manifestazione con partenza alla stazione di servizio dove è avvenuta la strage dei braccianti alle ore 16. “Quanti altri morti ci devono essere nelle campagne perché questa cosa diventi materia di uno sciopero generale, diventi materia di manifestazioni, di proteste anche violente nei confronti dei padroni sfruttatori e, naturalmente, del sistema economico, politico, militare, criminale, che lo mantiene. Tutto questo avviene ogni estate, ogni giorno, si condisce sempre più di sfruttamento e di razzismo, un razzismo diffuso, un razzismo istituzionale, la cui matrice è il governo, lo Stato, le istituzioni. E’ da questo che bisogna partire per non ripetere l’eterna giaculatoria. Ovunque i migranti vengono sfruttati e schiavizzati, sia alla costruzione del nuovo Consolato a Milano degli Stati Uniti, sia nelle campagne della Calabria, della Puglia e della Basilicata” scrive lo Slai Cobas in un comunicato. Le considerazioni di Margherita dello Slai Cobas di Taranto Ascolta o scarica   
June 6, 2026
Radio Onda d`Urto
MODENA: MIGLIAIA DI PERSONE IN PIAZZA CONTRO “PAURA E RAZZISMO”. MA IL NODO E’ IL DEPOTENZIAMENTO DEI SERVIZI DI SALUTE MENTALE
È accusato di strage e lesioni, non di reati di terrorismo, l’uomo che ha seminato sabato scorso il panico a Modena lanciando la propria auto a folle velocità nel centro cittadino. Otto i feriti, tra cui due donne in gravi condizioni. Una delle due, di 55 anni, resta in pericolo di vita, mentre altre 3 persone, ferite lievi sono state dimesse. L’aggressore è Salim El Koudri, 31 anni, nato a Bergamo, residente nel paese modenese di Ravarino, già in cura per problemi psichiatrici. Mattarella ieri è andato in ospedale dai feriti; lo stesso la Meloni, che ha saltato l’annunciata visita a Cipro, mentre è già iniziata la canea mediatica di Salvini e Vannacci contro i migranti, nonostante il 31enne fosse cittadino italiano e il gesto di cui si è reso protagonista, secondo le prime risultanze dell’inchiesta, appartenga alla sfera del disagio psichico. Il sindaco di Modena, Mezzetti ha tenuto a specificare “tra quelli che hanno immobilizzato l’aggressore c’erano cittadini italiani e non italiani; non bisogna mai generalizzare come si fa in queste ore, vedo tanti avvoltoi”. Mezzetti ha spiegato che sono intervenuti per bloccare il 31enne un cittadino italiano, Luca Signorelli, rimasto lievemente ferito, due cittadini egiziani e alcuni negozianti pachistani di negozi della via. Ha poi convocato una piazza nel tardo pomeriggio di ieri a cui hanno partecipato oltre 5000 persone. Presente in piazza Elena Valentini dello Spazio Anarchico Libera di Modena. Abbiamo raccolto le sue sensazioni Ascolta o scarica  Per quanto riguarda il disagio psichico i numeri parlano chiaro: nel 2025 in Italia, secondo il rapporto del Ministero della Salute, sono state assistite dai servizi di salute mentale oltre 845.000 persone, senza adeguate risorse umane ed economiche. Basta parlarne con qualsiasi operatore dei servizi sanitari nazionali. Questo, nonostante siano accertati oltre 16 milioni di italiani con disturbi psicologici di media e grave entità, con un + 6% rispetto al 2022. Se a questo aggiungiamo che e solo il 16% dei 148 mila psicologhi italiani lavora in strutture pubbliche, non è difficile capire che curarsi diventa quasi impossibile, se si è poveri e la terapia non è solo riconducibile ad un farmaco. Le considerazioni di Massimo Fada Rsu Cgil Dipartimento Salute Mentale Spedali Civili di Brescia Ascolta o scarica  Sentiamo anche Carla Ferrari Aggradi psichiatra e psicoterapeuta nel Direttivo del Forum Nazionale Salute Mentale e dell’Associazione Marco Cavallo di Brescia Ascolta o scarica  Noi dobbiamo comprendere che se la politica non investe seriamente nella salute mentale, invece che in armi e privatizzazione della cura, diventa difficile dotare la nostra società di strumenti atti a recuperare la persona in difficoltà ed evitare anche quello che è successo a Modena. Questo fatto ha però evidenziato un altra emergenza culturale nazionale che lega tra loro diversi fatti di cronaca accaduti in Italia negli ultimi mesi. Ne parliamo con Flavio Novara giornalista autore di un articolo sul tema su alkemianews.it Ascolta o scarica   
May 18, 2026
Radio Onda d`Urto
Camminare bendati
-------------------------------------------------------------------------------- Taranto, 15 maggio. Foto di Giustizia per Taranto -------------------------------------------------------------------------------- A Waterloo Place, nel cuore monumentale di Londra, è comparsa una figura. Un uomo in abito formale avanza con passo deciso verso il vuoto. Il volto è completamente coperto da una bandiera. Non la porta: la subisce. Non la espone: la indossa come una benda. L’installazione, attribuita a Banksy, non è stata scelta a caso né per il gesto né per il luogo. Attorno si innalzano le statue che celebrano la storia imperiale britannica — la retorica della potenza, la memoria pubblica della nazione, il culto di sé che ogni impero trasforma in marmo. In mezzo a quella grammatica della celebrazione, la figura bendata introduce una frattura silenziosa: non celebra nulla, non ricorda nulla, ma cammina. Cammina con la sicurezza di chi è convinto di sapere dove sta andando. Cammina verso il precipizio. Il nazionalismo è questa cosa: non l’amore per un luogo o una lingua, ma la certezza che rende inutile lo sguardo. La bandiera sul volto non lascia entrare nulla, nessun dubbio, nessun volto altrui, nessuna storia che non sia già stata decisa. È un dispositivo di chiusura che si spaccia per identità, una paura che viene somministrata come appartenenza. E funziona tanto meglio quanto più si ammanta di retorica: il popolo, la nazione, i confini, i nemici. Le destre che si ispirano al fascismo — e alcune, senza ipocrisie, al nazismo — hanno capito da tempo che non serve la violenza esplicita per preparare il terreno alla violenza. Basta lavorare sulle coscienze. Basta convincere che ci sono vite che contano e vite che non contano. Basta insegnare a non vedere. La filosofia del Novecento ha un nome per questo: la sparizione del volto. Per Emmanuel Lévinas, il volto dell’altro è il luogo in cui si fonda ogni etica possibile, non come astrazione, ma come appello concreto e irriducibile. Quando guardi il volto di un altro essere umano, qualcosa ti chiede conto. Quando quel volto viene rimosso — sostituito da una categoria, da uno straniero, da un clandestino, da un nero — quella richiesta scompare. E ciò che rimane è solo gestione: il problema da risolvere, il numero da ridurre, il corpo da espellere. Alle 5 di mattina del 10 maggio 2026, in piazza Fontana a Taranto, Bakari Sako stava andando a prendere il treno. Aveva 35 anni, veniva dal Mali, faceva il bracciante. Una “baby gang” lo ha accerchiato e ucciso a coltellate. Sei fermati, di cui quattro minorenni tra i 15 e i 17 anni. Secondo la procura, il gruppo cercava qualcuno di vulnerabile da colpire — “in questo caso un ragazzo nero”, ha detto la procuratrice per i minorenni. La pista dell’odio razziale è ancora in corso di accertamento. Ma le telecamere avevano già immortalato lo stesso gruppo, sei minuti prima, mentre intimidiva un altro uomo di origine subsahariana. Bakari Sako non era un simbolo. Era una persona. Aveva due mogli in Mali, entrambe incinte quando è morto. Lavorava. Si alzava prima dell’alba per prendere un treno. Qualcuno lo ha visto e ha deciso che era il tipo di cosa che si può colpire. Questo non nasce dal niente. Nasce da anni di propaganda che ha lavorato sistematicamente a togliere il volto ai migranti — a trasformarli in invasori, in emergenza, in minaccia da cui difendersi. Nasce dai decreti sicurezza, dai porti chiusi come atti di forza, dai comunicati che contano gli sbarchi come fossero dati di borsa. Nasce dal linguaggio della destra di governo che normalizza la disumanizzazione e poi si stupisce — o finge di stupirsi — quando la disumanizzazione produce conseguenze fisiche. La violenza razzista non arriva come fulmine a ciel sereno: arriva dopo che qualcuno ha preparato il cielo. E arriva nel silenzio. Perché la morte di Bakari Sako non ha generato, dalla politica, quasi nessuna reazione. Un uomo ucciso all’alba mentre andava al lavoro, e chi governa questo paese ha scelto di non nominarlo. Il silenzio non è neutro: è una scelta. È la scelta di chi sa che nominare costerebbe qualcosa — almeno la coerenza con il discorso che si è costruito. La domanda che quell’immagine pone non riguarda solo chi porta la bandiera sul volto. Riguarda anche chi guarda e cosa sceglie di fare. Perché non tutti hanno scelto il silenzio. La procuratrice Eugenia Pontassuglia ha parlato chiaro: “Non ci sono decreti sicurezza che tengano, dobbiamo cambiare la cultura, dobbiamo cominciare a pensare che ogni persona ha diritto di vivere ed essere rispettata”. Associazioni, sindacati, singoli cittadini hanno detto il nome di Bakari Sako quando chi governa preferiva non dirlo. Non sono una maggioranza rumorosa. Ma esistono — e la loro esistenza conta, perché dimostra che la benda non è un destino: è una scelta. E le scelte si possono fare diversamente. La figura di Banksy cammina verso il precipizio con la sicurezza di chi non vede più. Ma attorno a lei, in quello stesso spazio carico di storia e di retorica, qualcuno si è fermato a guardare. Qualcuno ha riconosciuto nell’installazione non un’opera d’arte da ammirare, ma uno specchio da rifiutare. Ci sono persone che la benda non se la sono mai messa, e persone che hanno trovato la forza di togliersela. È da lì — non dall’alto, non dalle istituzioni che tacciono — che si ricomincia a costruire qualcosa. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Camminare bendati proviene da Comune-info.
May 18, 2026
Comune-info
Non è un essere umano
-------------------------------------------------------------------------------- Taranto, 14 maggio: presidio antirazzista. Foto Flai Puglia (che ringraziamo) -------------------------------------------------------------------------------- Questa è la storia. Bakari Sako, aggredito a Taranto, a quanto si legge per futili motivi e poi ucciso a coltellate, non era un essere umano (aveva 35 anni, era un lavoratore agricolo originario del Mali). Tale è il racconto pressoché quotidiano che ormai da decenni viene diffuso ovunque. A cominciare dall’alto. L’orrenda novella che in Italia ci viene inculcata con ogni mezzo da decenni, o forse da molto prima, è che se un individuo ha la pelle scura, magari non parla la “nostra” lingua e, soprattutto, non è ricco e ben vestito, non è umano, punto. Non vale quanto un essere umano. La sua vita non conta. È una fiaba terribile costruita su un assunto altrettanto mostruoso, ma è comunque la pietra angolare della strategia con cui nel tempo una minoranza di figuri, del tutto privi davvero di ogni umanità, ha sempre più occupato le stanze del potere. D’altronde, ciascuno di noi racconta una storia. Con la sua vita, con quel che dice e più che mai con le proprie azioni. Noi tutti siamo storie viventi. Ciò malgrado, esiste una controindicazione in ogni racconto: dal momento che attecchisce nella mente del prossimo, cambiarlo diventa estremamente arduo. Soprattutto se è semplice e facile da ricordare. In particolare, se fa comodo ai peggiori istinti dei più. Fateci caso, perché ormai la trama vigente è la stessa da tempo ed è quasi identica ovunque: noi e la nostra terra abbiamo bisogno più di ogni altra cosa della protezione di persone forti e ben armate che ci difendano da loro. I mostri. I cattivi. Gli invasori. Gli alieni, i non umani. Non sono esseri umani, ricordalo, è il succo del racconto. Questo è il perenne mantra che ci viene sussurrato da tempo nell’orecchio come il veleno in quello del padre di Amleto. Un veleno costante, però, a rilascio prolungato, ma non letale. Che distrugge qualcosa di prezioso e tiene in vita il resto. Lo nutre e lo fortifica fino a renderlo prevalente. Quelli non sono esseri umani. Non come te. Non valgono quanto te. La loro vita non conta. Ecco perché la loro morte non merita attenzione. Chiaro, la storia ha uno scopo ben preciso. Fa il suo lavoro, come le altre, semplici e facili, che l’hanno preceduta. Vende alla grande perché la gente se la beve come l’acqua fresca in una giornata più calda del solito. E mentre i clienti elettori sono lì con il bicchiere in mano a dissetarsi – o a credere di farlo – alle loro spalle gli si può far di tutto e sono comunque contenti. L’arte del potere è tutta qui, signore e signori, da quando esiste l’uomo. Il problema è che quando racconti una storia semplice e facile per così tanto tempo, e su di essa costruisci un’intera società, non puoi prevedere fino a che punto le persone ci crederanno. Non puoi immaginare quanto la faranno propria. Quanto la prenderanno alla lettera. Se ha la pelle scura e non parla come me, e magari è un povero disgraziato, solo e senza un soldo… è come se fosse il nulla. Vale meno di nulla. Come un sassolino in terra che puoi prendere a calci per noia. Alla stregua della polvere che alzi camminando. Insignificante come un’ombra. E cosa c’è di male nello sfogare su quest’ultima la rabbia repressa o anche solo distrarsi cancellandola dal mondo? -------------------------------------------------------------------------------- Iscriviti alla Newsletter di Alessandro Ghebreigziabiher -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Non è un essere umano proviene da Comune-info.
May 16, 2026
Comune-info
Tutto in una settimana
di Renato Turturro Dall’omicidio di Bakary Sako alle cariche contro gli operai in sciopero, passando per i ghetti dei braccianti: una stessa filiera di sfruttamento, razzismo e repressione attraversa il …
TARANTO: PARTECIPATO PRESIDIO IN RICORDO DI SAKO BAKARI “UCCISO DAL RAZZISMO”
Fermato dalla polizia un 22enne, sesto presunto autore dell’aggressione nella quale è stato ucciso Sako Bakari, il 35enne bracciante agricolo originario del Mali ucciso con 3 coltellate sabato 9 maggio in piazza Fontana, nella città vecchia di Taranto mentre si recava al lavoro, senza alcun motivo se non una violenza cieca, legata al razzismo contro le persone di origini subsahariane. Oggi pomeriggio, nella stessa Piazza Fontana a Taranto, partecipata manifestazione contro il razzismo organizzata da Associazione Babele Aps, Mediterranea Saving Humans e Comunità Africana di Taranto. “A Taranto non c’è spazio per il razzismo, anche se è generato dal disagio – scrivono in un comunicato congiunto le associazioni che hanno organizzato il presidio – Non c’è spazio per chi semina odio, disumanità e divisione. Taranto deve essere città di accoglienza, diritti, solidarietà e rispetto reciproco. Una città che non si gira dall’altra parte e che sceglie di reagire insieme. Abbiamo bisogno di presenza, di vicinanza, di responsabilità collettiva. Perché Piazza Fontana e la Città Vecchia appartengono alla comunità, alla solidarietà e alla dignità delle persone. Partecipare significa scegliere da che parte stare”. Avviata una raccolta fondi per il rimpatrio della salma di Sako Bakary e per la sua famiglia. Le donazioni possono essere effettuate sul conto intestato all’Associazione Babele (l’iban è IT13U0306909606100000004651 con la causale “Solidarietà per Bakary”) e potranno essere inviate entro la fine del mese di giugno. Il risultato della raccolta fondi sarà reso pubblico e verificato da una commissione composta dai promotori dell’iniziativa del presidio del 14 maggio. Dal presidio sentiamo Caterina Aicha di Mediterranea Saving Humans Ascolta o scarica 
May 14, 2026
Radio Onda d`Urto
Furundulla 320 – Epidemie…
…netanyhantavirus  di Benigno Moi Assodato che le vignette non vanno spiegate… ma sono un sasso buttato come spunto di riflessione, per ogni vignetta almeno un link (forse…) Epidemie non debellate: netanyhantavirus  Intevista di Monica Maggioni a Giorgio Monti, coordinatore medico di Emergency nella Striscia: raiplay.it /video Gaza-invasa-dai-topi-attaccano-anche-i-neonati   Il bianco muove… Le dichiarazioni del nostro amico Mahamoud Idrissa, presidente della
Taranto, il razzismo che non possiamo più raccontare come eccezione
Provo dolore, rabbia, angoscia per l’omicidio di Sako Bakari. La violenza – da Gaza in su e in giù – è certo un fatto iperpresente nel nostro tempo. Eppure, quando tocca terra e prende forma in luoghi familiari, diventa più difficile da contenere. Qual è lo spazio per la politica? Quale delle parole? Non so, ma forse conviene provarci. Taranto è una città razzista? Certo. Il razzismo non è un residuo del passato, un “retaggio culturale” destinato a scomparire con il “progresso”. È un elemento strutturale del presente. Organizza gerarchie, distribuisce in modo diseguale risorse, diritti e possibilità, orienta le posizioni nel lavoro e nello spazio urbano. Taranto non fa – ovviamente – eccezione. Passata l’ondata di indignazione e dolore, dovremmo ricordarci di maneggiare con molta più cautela l’immagine della “città irrimediabilmente solidale”, l’idea di “un patto spontaneo tra subaltern*” capace di neutralizzare – qui – forme di razzismo che attecchirebbero altrove. È una rappresentazione rassicurante. Consola chi la invoca e finisce per sottrarre il razzismo allo sguardo. Il razzismo non è una variabile indipendente e astorica. Non agisce in isolamento, né si spiega da solo. È il prodotto – non lineare – di una molteplicità di fattori: processi economici, assetti sociali, dispositivi culturali, gerarchie spaziali, politiche dell’abitare e così via. Un intreccio fitto, stratificato, a tratti sfuggente. Le molteplici crisi che attraversano Taranto – industriali, ambientali, sociali – rendono questo quadro ancora più denso e complesso. Ma è solo dentro questa trama che il razzismo può essere colto: estrarlo, semplificare, isolarlo significa, quasi sempre, fraintendere. “Un onesto lavoratore”. Non conosco le condizioni specifiche in cui Sako Bakari era inserito nel lavoro agricolo, ma non è evidentemente una forzatura ipotizzare un’esposizione a forme di sfruttamento organizzate lungo linee razziali. La posizione nel mercato del lavoro ha molto a che fare con il razzismo – e viceversa: si alimentano, si rafforzano, si organizzano insieme. Non sono dimensioni separate. Per questo, ogni volta che richiamiamo il lavoro, dovremmo anche interrogare il significato concreto. Cosa vuol dire “lavoro” per le persone razzializzate? In quali condizioni si svolge? quali gerarchie incorpora e riproduce? Il razzismo non irrompe all’improvviso nella vita di Sako Bakari. L’omicidio è una manifestazione estrema e ultima, ma è del tutto plausibile immaginare che la sua vita sia stata preceduta, segnata e organizzata da esperienze continuative, ordinarie – meno visibili e, proprio per questo, meno dicibili – di razzismo. È questa asimmetria nella visibilità che ci deve interrogare. Quando la rabbia e il dolore saranno meno forti, cosa resterà del razzismo ordinario nel perimetro del dibattito pubblico cittadino? Come se ne esce? Con la “lotta di classe”? Certo. Ma non basta nominarla perché il razzismo vi trovi automaticamente posto. Quando è normalizzato, latente, il razzismo tende a essere assorbito, derubricato o sottovalutato anche dentro alcune tradizioni del pensiero critico. Tenerlo a fuoco, individuare il suo carattere “produttivo”, coglierne la portata richiede uno sforzo ulteriore, esplicito. In questi giorni l’idea della città come “piano inclinato” che scivola verso il baratro è particolarmente inflazionata. È una tentazione comprensibile, ma da rifiutare. Un fatto terribile, per quanto inscritto in dinamiche più ampie, è un sintomo – non una traiettoria lineare e inevitabile, né un destino segnato. L’immagine della “deriva” non è neutra: orienta lo sguardo, legittima risposte che – non di rado – rischiano di aggravare il quadro, anche dal punto di vista delle politiche pubbliche. Degli autori sappiamo poco. Il riferimento alla “città vecchia” basta davvero a spiegare? L’incontro con Sako Bakari è avvenuto in un contesto specifico, che non è neutro e ha un peso nel rendere possibile ciò che è accaduto. Pensare che basti punire in maniera “esemplare” può avere una funzione rassicurante – e anche deresponsabilizzante – ma non esaurisce affatto la questione. Il contesto non assolve – e non condanna – ma incide: ignorarlo significa rinunciare a comprendere le condizioni che rendono questo evento pensabile e praticabile. L’idea che “più sviluppo” in città vecchia possa produrre “più emancipazione” – anche dal razzismo – è una rappresentazione lineare, fuori scala e anch’essa consolatoria. Le relazioni tra “sviluppo”, marginalità e violenza sono molto più complesse e non seguono un’unica direzione. Non ho, ovviamente, ricette, neanche abbozzate. Ma forse possiamo ripartire da qui: proviamo a non semplificare. Teniamo insieme livelli diversi, riconosciamo le connessioni tra piani economici, sociali e culturali, interroghiamo le reciproche implicazioni. Facciamoci domande. Non giudichiamo.
Taranto 14 maggio. Presidio contro la violenza razzista
da Peacelink Taranto, 14 maggio 2026. L’uccisione di una persona venuta da lontano, che viveva accanto a noi, e l’assurda crudeltà dei giovanissimi uccisori sono ferite profonde che ci spingono indietro. E’ importante che la comunità sia solidale e si salvi dall’odio e dall’indifferenza, una strada che solo noi possiamo cambiare. ** **