Camminare bendati--------------------------------------------------------------------------------
Taranto, 15 maggio. Foto di Giustizia per Taranto
--------------------------------------------------------------------------------
A Waterloo Place, nel cuore monumentale di Londra, è comparsa una figura. Un
uomo in abito formale avanza con passo deciso verso il vuoto. Il volto è
completamente coperto da una bandiera. Non la porta: la subisce. Non la espone:
la indossa come una benda. L’installazione, attribuita a Banksy, non è stata
scelta a caso né per il gesto né per il luogo. Attorno si innalzano le statue
che celebrano la storia imperiale britannica — la retorica della potenza, la
memoria pubblica della nazione, il culto di sé che ogni impero trasforma in
marmo. In mezzo a quella grammatica della celebrazione, la figura bendata
introduce una frattura silenziosa: non celebra nulla, non ricorda nulla, ma
cammina. Cammina con la sicurezza di chi è convinto di sapere dove sta andando.
Cammina verso il precipizio.
Il nazionalismo è questa cosa: non l’amore per un luogo o una lingua, ma la
certezza che rende inutile lo sguardo. La bandiera sul volto non lascia entrare
nulla, nessun dubbio, nessun volto altrui, nessuna storia che non sia già stata
decisa. È un dispositivo di chiusura che si spaccia per identità, una paura che
viene somministrata come appartenenza. E funziona tanto meglio quanto più si
ammanta di retorica: il popolo, la nazione, i confini, i nemici. Le destre che
si ispirano al fascismo — e alcune, senza ipocrisie, al nazismo — hanno capito
da tempo che non serve la violenza esplicita per preparare il terreno alla
violenza. Basta lavorare sulle coscienze. Basta convincere che ci sono vite che
contano e vite che non contano. Basta insegnare a non vedere.
La filosofia del Novecento ha un nome per questo: la sparizione del volto. Per
Emmanuel Lévinas, il volto dell’altro è il luogo in cui si fonda ogni etica
possibile, non come astrazione, ma come appello concreto e irriducibile. Quando
guardi il volto di un altro essere umano, qualcosa ti chiede conto. Quando quel
volto viene rimosso — sostituito da una categoria, da uno straniero, da un
clandestino, da un nero — quella richiesta scompare. E ciò che rimane è solo
gestione: il problema da risolvere, il numero da ridurre, il corpo da espellere.
Alle 5 di mattina del 10 maggio 2026, in piazza Fontana a Taranto, Bakari Sako
stava andando a prendere il treno. Aveva 35 anni, veniva dal Mali, faceva il
bracciante. Una “baby gang” lo ha accerchiato e ucciso a coltellate. Sei
fermati, di cui quattro minorenni tra i 15 e i 17 anni. Secondo la procura, il
gruppo cercava qualcuno di vulnerabile da colpire — “in questo caso un ragazzo
nero”, ha detto la procuratrice per i minorenni. La pista dell’odio razziale è
ancora in corso di accertamento. Ma le telecamere avevano già immortalato lo
stesso gruppo, sei minuti prima, mentre intimidiva un altro uomo di origine
subsahariana.
Bakari Sako non era un simbolo. Era una persona. Aveva due mogli in Mali,
entrambe incinte quando è morto. Lavorava. Si alzava prima dell’alba per
prendere un treno. Qualcuno lo ha visto e ha deciso che era il tipo di cosa che
si può colpire.
Questo non nasce dal niente. Nasce da anni di propaganda che ha lavorato
sistematicamente a togliere il volto ai migranti — a trasformarli in invasori,
in emergenza, in minaccia da cui difendersi. Nasce dai decreti sicurezza, dai
porti chiusi come atti di forza, dai comunicati che contano gli sbarchi come
fossero dati di borsa. Nasce dal linguaggio della destra di governo che
normalizza la disumanizzazione e poi si stupisce — o finge di stupirsi — quando
la disumanizzazione produce conseguenze fisiche. La violenza razzista non arriva
come fulmine a ciel sereno: arriva dopo che qualcuno ha preparato il cielo.
E arriva nel silenzio. Perché la morte di Bakari Sako non ha generato, dalla
politica, quasi nessuna reazione. Un uomo ucciso all’alba mentre andava al
lavoro, e chi governa questo paese ha scelto di non nominarlo. Il silenzio non è
neutro: è una scelta. È la scelta di chi sa che nominare costerebbe qualcosa —
almeno la coerenza con il discorso che si è costruito.
La domanda che quell’immagine pone non riguarda solo chi porta la bandiera sul
volto. Riguarda anche chi guarda e cosa sceglie di fare.
Perché non tutti hanno scelto il silenzio. La procuratrice Eugenia Pontassuglia
ha parlato chiaro: “Non ci sono decreti sicurezza che tengano, dobbiamo cambiare
la cultura, dobbiamo cominciare a pensare che ogni persona ha diritto di vivere
ed essere rispettata”. Associazioni, sindacati, singoli cittadini hanno detto il
nome di Bakari Sako quando chi governa preferiva non dirlo. Non sono una
maggioranza rumorosa. Ma esistono — e la loro esistenza conta, perché dimostra
che la benda non è un destino: è una scelta. E le scelte si possono fare
diversamente.
La figura di Banksy cammina verso il precipizio con la sicurezza di chi non vede
più. Ma attorno a lei, in quello stesso spazio carico di storia e di retorica,
qualcuno si è fermato a guardare. Qualcuno ha riconosciuto nell’installazione
non un’opera d’arte da ammirare, ma uno specchio da rifiutare. Ci sono persone
che la benda non se la sono mai messa, e persone che hanno trovato la forza di
togliersela. È da lì — non dall’alto, non dalle istituzioni che tacciono — che
si ricomincia a costruire qualcosa.
--------------------------------------------------------------------------------
L'articolo Camminare bendati proviene da Comune-info.