
Masturbarsi rende cechi. La negazione dei corpi
Comune-info - Monday, September 7, 2026Quando bambini e bambine, ragazzi e ragazze cercano di scoprire il loro corpo e quello dei coetanei raramente hanno adulti preparati in grado di fornire informazioni importanti. Molte e molti non maturano così una sessualità consapevole e rispettosa. Per questo il divieto della nuova legge del ministro Valditara circa la possibilità di trattare la sessualità nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria è pericoloso e violento. La scuola è il luogo privilegiato, per scoprire gradualmente, già dai primi anni di vita, come funziona il nostro corpo e come, anche nella lotta dei corpi, rispettare quello degli altri, scrive Loris Antonelli, psicologo ed educatore. Il focoso sotto il banco, per dirla con Lea Melandri, c’è e ci sarà, non svanisce per legge. Tutte le bambine e i bambini, le ragazze e i ragazzi, hanno diritto ad avere una formazione e un’informazione che contrasti credenze, pregiudizi, fantasmi angoscianti in cui mettono radici la vergogna, la violenza, la paura, la prevaricazione
Unsplash.comNegli anni ’80, che ho iniziato da bambino e finito da adolescente, gli anni di postal market, uno spettro si aggirava nelle nostre vite. Non era il nazismo, che pensavamo sconfitto, né il comunismo, che da bambino non capivo, e neanche il diavolo, nonostante a catechismo ce ne parlassero, era la masturbazione, e più in generale la sessualità. Nella cultura in cui sono cresciuto si diceva che masturbarsi fa diventare ciechi, e anche che faceva uscire i brufoli, e questo ha avuto un ruolo ancora più significativo nella preadolescenza di un ragazzo come me che di acne ci ha sofferto tantissimo.
Ricordo come un momento angosciante e un grande spavento la mia prima eiaculazione, forse fra la quinta elementare e la prima media. Se avessi saputo cosa era davvero avrei festeggiato il mio ingresso nel mondo del piacere, e invece per giorni mi sono preoccupato di aver rotto qualcosa del mio pistolino, e l’ho controllato ossessivamente infinite volte, chiuso in una silenziosa e paranoica vergogna.
«È, in sostanza, quello che vado chiedendo da anni alla cultura maschile: che gli uomini smettano di “occuparsi delle donne” e facciano “autocoscienza”… – scrive Lea Melandri in Dietro la cattedra, sotto il banco (Prosepero ed., 2025) – Mi sono accanita, in altre parole, perché gli uomini “partorissero” il loro corpo, esprimessero sentimenti ed emozioni…».
Ecco, io non sono certo che questo percorso di consapevolezza e autocoscienza sia compiuto per me, come vorrebbe Lea Melandri, ma sono abbastanza certo che questa riflessione abbia sentito l’urgenza di esprimersi anche grazie alle suggestioni che quel libro evoca, rispetto al “focoso sotto il banco”, rispetto alla sessualità nell’infanzia e rispetto alla più generale negazione dei corpi, a scuola soprattutto, perché nei primi mesi di “opposizione” alla legge Valditara sull’educazione sessuo-affettiva, avevo sentito più mia l’urgenza di parlare di preadolescenza.
Trovo violento e pericoloso, e dunque non ricevibile, il divieto della nuova legge del ministro Valditara circa la possibilità di trattare la sessualità nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria, perché i corpi e le emozioni non si castrano per legge. Il ministro dovrebbe saperlo, in caso contrario i nostri insegnanti dovrebbero spiegarglielo e, se fosse necessario, anche con uno sciopero a oltranza, fino a ottenere lo stralcio di una legge che viola gravemente la libertà di insegnamento, ma che, soprattutto, nuoce alla salute pubblica.
La mia educazione sentimentale e sessuo-affettiva
Da qui il desiderio di portare una testimonianza con le emozioni, e per quanto mi possa riuscire anche con le parole di allora, della mia infanzia e della mia adolescenza.
Sono cresciuto, primo di tre figli maschi, in una famiglia mediamente cattolica, in un piccolo paesino del Molise, ma dai racconti adulti dei miei amici sento che la mia esperienza somiglia tanto a quella degli altri, e le differenze fra noi, casomai, non giustificano la censura, ma spiegano ancora meglio la necessità inderogabile di un’educazione sentimentale e sessuo-affettiva per tutta la durata dell’istruzione pubblica, dalla scuola dell’infanzia all’università.
A casa mia il bagno principale era una stanza grande. Di fronte al wc c’era una sedia con riviste e libri… Un invito alla contemplazione nel momento dei bisogni fisiologici. Fra queste riviste, molto regolarmente, c’era il settimanale Amica, rivista di moda e attualità, che fra le pagine spesso esibiva immagini sensuali e occasionalmente nudi di donne note del mondo dello spettacolo o modelle. Ero attratto da una vivida curiosità, ancora prima di connettere il concetto di erezione a quello di desiderio sessuale. Non sapevo né cosa né perché mi attraesse, ma mi incuriosiva, e le sfogliavo avidamente.
Ricordo che già alle elementari erano frequenti gli “innamoramenti” con le bambine, anche se ancora non sentivo il bisogno di un contatto fisico, più spesso sublimato con la lotta libera che mischiava i corpi di noi “maschietti”. Sono cresciuto pensando che “i maschietti” potessero fare delle cose, “le femminucce altre”.
Le prime lezioni di educazione sessuale sono arrivate con le riviste pornografiche che Costantino portava in classe già in quarta elementare. Ma erano lezioni senza spiegazioni, fatte di immagini senza domande. Forse Costantino ne sapeva più di noi, era anche di un anno più grande, ma nessuno osava chiedere, fingendo che tutti capissimo il senso di quel sesso esplicito.
Già in quinta elementare, sempre il mio audace compagno, mi scorrazzava su una strada provinciale a 9-10 chilometri da casa mia, con il suo motorino, a fare avanti e dietro dove sostava una prostituta, che ci guardava divertiti.
Tutto mi eccitava, e non sapevo neanche perché. Tutto era segreto, fatto di nascosto, affinché non scalfisse l’immagine di bambino perfetto che aleggiava su di me, in famiglia e non solo. Tutto era segreto, tutto era vergogna. Eppure maturava in me un forte sentimento contraddittorio: pensare che esistessero sentimenti romantici, belli, dunque giusti, e pratiche sessuali peccaminose, dunque sporche, e quindi proibite. Cose che si facevano di nascosto, e che se le facevano i maschi erano “atti impuri”, ma magari si risolvevano con tre Ave Maria, ma che se le facevano le femmine erano vere e proprie porcherie, che rendevano impure loro stesse, e per sempre.
È così che un giorno a caso nel bagno di casa mia, fra le pagine di Amica e quelle della sezione di biancheria intima di Postal Market, sono stato invaso da un piacere così intenso che ho quasi pianto, e le prime gocce di liquido trasparente mi hanno introdotto al piacere sessuale. Avevo 11 anni.
Dopo il piacere intenso, durato pochi secondi, mi ha pervaso il terrore, durato diversi giorni.
Non sapevo cosa fosse successo, né se avessi provocato al mio sesso un danno irreversibile, rompendo qualcosa che avrebbe perso liquido per sempre. Ho controllato ossessivamente e ripetutamente il mio pene, per capire se cambiava qualcosa, consumato fra il desiderio di nascondere tutto e la vergogna che mi si leggesse in faccia il peccato originale.
E così si sono susseguiti la crescita e la sessualità, in un alternarsi di curiosità e sensi di colpa, piaceri rinchiusi in bagno e vergogna per la paura che mi si leggesse in faccia, polluzioni notturne e terrore che mia mamma lo capisse dalle mie mutande macchiate… in quel segreto prendeva forma un modo di vedere i maschi e le femmine, di pensare che chi fa alcune cose è sporco, e che le ragazze che avrai amato quelle cose non le facevano.
Quando ragazzi e ragazze cercano di scoprire il loro corpo
Mai nessuno che vedendomi crescere abbia pensato di spiegarmi qualcosa, nonostante mia mamma fosse una maestra, e mio padre un uomo estroverso, colto, con cui potevo parlare di tutto. Di quasi tutto, non di sessualità.
Io ero un ragazzo in grado di sostenere quasi ogni tipo di conversazione con gli adulti, ma sono cresciuto pensando che il sesso fosse una cosa sporca, vergognosa, e ho faticato a parlarne anche con gli amici.
Avere le prime relazioni affettive è stato più facile che masturbarmi, perché sul piacere fisico il marchio morale della vergogna, la paura che davvero i brufoli fossero una conseguenza dell’auto erotismo, mi hanno sempre spinto al piacere segreto e a censurarmi. Ho un ricordo di momenti morbosi, poco sereni, mai liberi.
Questa esperienza e molte cose della mia sessualità infantile e adolescenziale sono sicuramente comuni, in infinite forme possibili, a bambini e ragazzi che cercano di scoprire il loro corpo e quello dei coetanei. La stragrande maggioranza fa queste scoperte attraversando momenti di disagio alternati a divertimento e complicità, a delusioni e gratificazioni, ma poi in qualche modo apprende come stare in relazione con sé stesso e con gli altri, dignitosamente, capisce che nel consenso reciproco si fonda una relazione fatta di corpi, di scoperta, di piacere, di condivisione, e che no, non è una porcheria e non sporca chi la fa, ma arricchisce le persone nell’incontro se c’è la sensibilità che basta a mettere entrambe/i a proprio agio.
Molte e molti però non maturano una sessualità consapevole e rispettosa, soprattutto oggi, che la pornografia online è la prima e precocissima scuola di vita, e rischiano di vivere relazioni prevaricanti, possessive, violente, perché non riescono ad accettare la libertà del corpo e delle emozioni altrui, ancorati a quel retaggio per cui la sessualità è sporca e soprattutto il corpo femminile è reso inumano, al servizio del proprio piacere, come in un video porno. Molti sono rimasti a spiare la vita degli altri dal buco della serratura, travolti da un trambusto di emozioni che non riescono a leggere attraverso una riflessione più intima e personale, e sono spaventati da quello che vedono, che un po’ li eccita, un po’ li confonde, molto li angoscia.
Il focoso sotto il banco c’è e ci sarà
La scuola è il luogo privilegiato, per scoprire gradualmente, già dai primi anni di vita, come funziona il nostro corpo e come, anche nella lotta dei corpi, rispettare quello degli altri, e che no, non ci si deve vergognare ad abbracciarsi fra bambini, che gli affetti passano anche dal contatto fisico, e che piano piano ognuno ne può capirne il senso, senza spaventarsi.
A volte penso che il mondo della scuola non sia insorto di fronte al divieto di parlare di sessualità durante l’infanzia perché per primi gli adulti ne sono imbarazzati, o non sono sicuri di farlo nel modo giusto, allora vale la pena fare uno sforzo per capire la “propria postura” educativa, visto che di corpi parliamo, e chiederci se ci possiamo permettere di fare finta di niente, perché io credo di no, non ce lo possiamo permettere.
Nel 1972 Lea Melandri pubblica sulla rivista “L’erba voglio” un dialogo con i suoi alunni di scuola media, che riporta anche nel libro già richiamato. Ne riporto brevi passaggi, e vi rimando al libro stesso per una riflessione più strutturata:
“Anche in classe portiamo giornali di donne nude. Li guardiamo per imparare, perché se uno va a letto con una ragazza e non sa quello che fa lo prendono per finocchio. A scuola i giornali qualcuno li porta anche per farsi ammirare dagli altri. Che lui sa già tutte queste cose qui…”.
“I ragazzi che vengono a scuola e che non sanno niente, non hanno visto niente, quando vedono quei giornaletti di donne nude, si riproducono sulle ragazze, le toccano, gli saltano addosso, gli fanno tutti gli scherzi che vogliono…”.
“Mio padre e mia madre non mi dicono niente, anzi ho anche la raccolta di giornalini di donne nude. Vorrei dire un’altra cosa: ormai anche i bambini piccoli sanno queste cose, perché le vedono nei negozi, nelle farmacie…”.
“Noi vediamo questi giornalini e ci facciamo focosi. Allora per tirarci via questo focoso, saltiamo addosso alle ragazze e ci sfoghiamo…”.
Vorrei riportarvi pagine e pagine di tutti i dialoghi con le ragazze e i ragazzi delle classi con cui da anni ci occupiamo di educazione alle relazioni ed educazione sentimentale e sessuo-affettiva, ma è più importante che ognuna e ognuno rintracci nella sua memoria d’infanzia i sentimenti e le emozioni con cui ci si è affacciati alla sessualità, inconsapevole prima, consapevole poi, che faccia memoria del suo corpo, delle sue pulsioni, delle sue vergogne, delle sue fantasie.
Il focoso sotto il banco c’è e ci sarà, non svanisce per legge. Tutte le bambine e i bambini, le ragazze e i ragazzi, hanno diritto ad avere una formazione e un’informazione che contrasti credenze, pregiudizi, fantasmi angoscianti in cui mettono radici la vergogna, la violenza, la paura, la prevaricazione. Tutte e tutti loro hanno diritto a una educazione sessuo-affettiva, graduale e proporzionata all’età, che li aiuti a crescere con più naturalezza e meno ansie possibili, nel rispetto della cultura di appartenenza e della propria religione, ma assumendo che nessuna crescita sana può passare dalla negazione dei corpi e dal bisogno di esplorarli, né che ciò si può delegare alle sole competenze dei familiari, che per cultura o attitudine quasi mai riescono nel delicato compito a cui insegnanti ed esperti si dedicano da diversi decenni.
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