
Confini e frontiere
L'INDIPENDENTE - Saturday, August 29, 2026Il confine è immobile, ha i suoi tracciati, ti aspetta, sai dove si trova, è un passaggio obbligato, fa parte del linguaggio perché segna spesso il passaggio tra due lingue differenti, oltre che fra due Stati. È come lo spazio bianco tra le parole, il segnale che permette di individuare i significati che gli stanno intorno.
La frontiera invece è mobile, è frutto di un progetto che continua ma cambia, contiene passato e futuro, il suo destino è il transito, la trasformazione, la negoziazione, l’intesa o l’incomprensione, i movimenti mentali, gli orizzonti politici. La frontiera è ermeneutica, il confine è semiotico: la prima va interpretata, del secondo si prende atto.
Non si deve fare confusione. Sono avvenute e stanno avvenendo guerre per i confini, per le frontiere invece si misurano i progetti, i risvolti culturali a lungo termine. Se fosse per le frontiere non ci dovrebbe essere guerra tra Russia e Ucraina perché insieme custodiscono una cultura comune, sulla quale però le ragioni di potenza economiche e militari hanno esercitato la loro deleteria influenza: di qua la NATO di là gli altri. E così la contrapposizione continua, insulto alla caduta del muro di Berlino: ancora confini.
Il confine si salva però quando diventa relazionale, quando permette o addirittura incoraggia gli scambi. I confini spaziali interpersonali, ad esempio attraverso la prossemica, sono indispensabili per definire i rispettivi margini di manovra e anche per salvaguardare le individualità.
I confini interstatali sono invece frutto di scontri: le immigrazioni, considerate in termini di frontiera hanno necessità di un progetto, viste in termini di confini riportano tutto alla solita volontà di potenza. Questi li ‘prendo’ io, questi altri li ‘prendi’ tu.
In ogni caso è davvero la vita, individuale e sociale, a ridare respiro, a metterci alla prova, al di fuori delle logiche a noi estranee.
Due esperienze di viaggio in camper – insieme all’emozionante racconto di Luís Sepúlveda, La frontiera scomparsa – mi hanno fornito l’esempio. Anni fa eravamo in un bosco della Svezia quando, a un certo punto, vediamo a lato strada un vecchio piloncino di pietra con su scritto ‘Norge‘: era avvenuto un passaggio come fosse del tutto naturale, ci potevamo immaginare di seguire un tracciato di pellegrini o esploratori che si affidano a vari segnali. Ci si stava dicendo che eravamo entrati in Norvegia. Nient’altro, il semplice retaggio arcaico e insieme moderno della pietra miliare.
In giorni recenti ci trovavamo su una stretta strada di campagna, in Polonia, in mezzo a campi sterminati, diretti in Lituania. A un certo punto, vicino a una fattoria, vediamo un uomo con davanti un cono stradale a metà del passaggio.
Faccio un cenno di saluto, vedo che ha una divisa mimetica, mi fermo, mi dice: «Hi, good morning, welcome». Stavamo entrando in Lituania. Ci sono confini quasi impercettibili, addirittura lì, a pochissimi chilometri in linea d’aria dal territorio russo di Kaliningrad su cui i media stanno costruendo ansia crescente.
Finché però l’umanità batte la ragion di Stato nulla è perduto.
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