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R-esistenze migranti: soggetti, non pedine
Fragili, disperati, senza risorse. O, al contrario, un pericolo per la sicurezza e l’ordine sociale. Quando si parla di migranti, il racconto si riduce quasi sempre a questo: miseria o minaccia. Le due visioni si intrecciano di continuo, creando un’immagine stereotipata che cancella l’individuo. Davanti alla complessità della tematica, è necessario superare la narrazione binaria per comprendere chi sia il migrante che lascia la sua terra. Sabato 3 ottobre 2026, si è tenuto al Centro Studi Sereno Regis l’incontro R-esistenze migranti all’interno dell’ottava edizione del Festival della Nonviolenza /Eirene Fest Torino. Obiettivo era presentare due libri legati al tema della migrazione in Italia: Umanità in esilio. Cronache dalla frontiera alpina di Fassin e Defossez e L’immigrazione meridionale a Torino di Fofi. Per contestualizzare e spiegare i testi, ma soprattutto per farli dialogare, sono intervenuti quattro esperti: William Bonapace (storico, fondatore dell’associazione On Borders), Maria Perino (sociologa, autrice su On Borders, socia di Adl a Zavidovici), Gianfranco Crua (attivista, fondatore di Carovane Migranti) e Michael Eve (sociologo, promotore di Porta delle Culture). Umanità in esilio, come hanno spiegato bene Bonapace e Perino, è un testo che parla del confine alpino italo-francese (Oulx-Briançon), ma in realtà pone una riflessione generale sulle frontiere come espressione di una differenza: quella tra chi può passare e chi no. La frontiera non è solo una linea geografica, ma un mezzo di separazione tra gli individui. Questa separazione è anche visibile nel divario tra le forze dell’ordine e i cosiddetti “solidali”. Le prime applicano le direttive statali di chiusura; i secondi sono i gruppi o gli individui che resistono alle direttive e che seguono una logica di accoglienza nei confronti dei migranti. Il tema della violenza, più o meno radicale, esercitata dalle forze dell’ordine ai confini, è un punto fondamentale: secondo gli autori del libro, non rappresenta un’anomalia locale, ma è sintomo di un indebolimento dei valori democratici globali. In breve, capire le frontiere significa comprendere un po’ le nostre società. Eve e Crua riflettono sul secondo saggio, L’immigrazione meridionale a Torino. Il contesto è molto diverso: si tratta di un libro che analizza l’ondata migratoria italiana durante il boom economico. Goffredo Fofi denuncia l’impreparazione delle istituzioni nel gestire l’arrivo dei migranti dal Meridione, ma non solo: racconta un cambiamento; la migrazione, infatti, è sinonimo di passaggi come quelli dalla vita contadina al lavoro operaio e di mutamento nelle relazioni tra gli abitanti della città che si interfacciano con una “comunità” del sud molto diversa dalla propria. Quando si analizza il fenomeno migratorio, ci si dimentica spesso della centralità della trasformazione. Bonapace ricorda, tra le tante cose, che l’arrivo dei migranti dal sud Italia ha portato il sindacato e il Partito Comunista Italiano a un ripensamento di se stessi. Il tema è semplice: la migrazione porta in avanti le società, le fa evolvere. Arrivati a questo punto, si può dire che i due libri, legati a contesti molto specifici, riescono a parlare in modo universale. Che si tratti del migrante sul fronte alpino o di quello proveniente dal Sud Italia, emergono due punti interessanti. Innanzitutto, la migrazione è un fenomeno normale: Eve ci tiene a sottolinearlo. Una cosa è normale quando “segue la norma, è conforme alla norma, è quindi consueta, ordinaria, regolare” (Treccani). Sì, l’immigrazione è conforme alla norma perché è parte integrante della storia dell’umanità, nei suoi svariati contesti. Oggi ci aiuterebbe studiare la storia da un punto di vista migratorio: non solo per comprendere la frequenza del fenomeno, ma soprattutto l’importanza che questo riveste nella trasformazione e nell’equilibrio delle società. Nell’intervento viene riportato un esempio: in Italia stanno aumentando i giovani che proseguono con studi lunghi e sono sempre meno disposti a svolgere lavori a qualificazione bassa. Il migrante, che arriva nel nostro paese ed è disoccupato, accetta invece di ricoprire quei ruoli che i giovani universitari quasi disdegniamo di esercitare. Non soffermandosi ulteriormente su questo primo punto, diventa interessante, invece, mettere in evidenza una questione che è emersa e che già si anticipava all’inizio: l’immagine che si ha del migrante. I due libri sembrano quasi mettere in discussione la raffigurazione diffusa del migrante come miserevole o minaccioso. Si provi a immaginare un migrante: si vede una persona che è obbligata a lasciare la propria terra per intraprendere un viaggio lunghissimo, rischiando la vita, in modo da arrivare in un paese “sicuro” dove poter trovare delle condizioni di vita migliori. Ma il problema di quest’immagine sta nel concetto di obbligatorietà a cui è associata. Per molti persone, il migrante è un poveretto che merita compassione a causa del viaggio che ha compiuto e dell’obbligo che l’ha portato ad abbandonare terra e famiglia. Un’interpretazione simile generalizza il vissuto di ogni singolo migrante, ponendolo in una dimensione di universalità: “Tutti i migranti sono uguali perché il loro percorso è bene o male lo stesso”. Questa concezione dimentica l’individuo singolo che si “nasconde” dietro al termine che  lo definisce. In secondo luogo, mettere la compassione in primo piano rende il migrante un oggetto dell’emotività: si prova pena e si semplifica la complessità dell’individuo che si ha di fronte. Il singolo migrante, però, non è una pedina: ha un valore e una profondità in quanto essere umano. Sicuramente si ritrova nell’urgenza di agire quando lascia il proprio paese; tuttavia, quest’urgenza non è frutto solo di obbligatorietà, ma anche di una scelta. Talvolta chi sostiene l’arrivo di migranti irregolari, nel rispondere a chi vorrebbe “remigrarli”, tende a celare questa soggettività per fare leva sul piano della tenerezza: “Sono persone che non hanno nulla, in balìa degli eventi, senza possibilità di scegliere”. Questa verità è parziale: la scelta c’è. Una persona, prima di decidere di imbarcarsi e mettere in pericolo la propria vita, pondera bene in che luogo spostarsi: per esempio nei giovani, come viene evidenziato nell’intervento, influisce spesso il sogno di un’Europa vista sui social. Il dibattito sull’immigrazione potrebbe spostarsi dal “sono obbligati a venire qui” allo “scelgono di venire qui, anche contro la loro volontà perché in condizioni sicure e stabili forse rimarrebbero sulla propria terra”. La dimensione della volontarietà non va nascosta perché scomoda, va anzi evidenziata: proprio in virtù di una scelta sono esseri umani e in quanto tali meritano di essere accolti nel paese che scelgono. Centro Sereno Regis
October 11, 2026
Pressenza
CPR: “COME LA DEPORTAZIONE SI È FATTA MODELLO E CHI CI GUADAGNA”. L’INTERVISTA A LUCA RONDI, AUTORE DI “FRONTIERA ALBANIA”
Radio Onda d’Urto torna a parlare dei lager di Stato, i Cpr, con una lunga intervista a Luca Rondi, autore per Altreconomia del libro inchiesta “Frontiera Albania. Come la deportazione si è fatta “modello”. E chi ci guadagna”. Con Luca Rondi siamo partiti innanzitutto dall’indagine della Procura di Ravenna che ha ipotizzato un’associazione a delinquere finalizzata alla falsità ideologica a carico di 23 medici in varie città italiane, tra cui, unico indagato, è Nicola Cocco, che ai nostri microfoni aveva parlato di “un tentativo di distogliere lo sguardo dal cuore della questione, le condizioni nei Cpr” e dalla loro patogenicità. Gli inquirenti contestano la regolarità dei certificati di inidoneità al trattenimento nei Cpr rilasciati a cittadini stranieri per bloccarne l’espulsione, mentre i professionisti coinvolti respingono le accuse e denunciano la sproporzione delle operazioni di polizia rispetto a quanto viene contestato, oltre che all’attacco mosso alla deontologia medica e all’autonomia della professione sanitaria e anche il fallimento delle politiche migratorie, cui fiore all’occhiello sono proprio i lager dello Stato, i CPR. Il commento di Luca Rondi, giornalista di Altreconomia. Ascolta o scarica “Frontiera Albania. Come la deportazione si è fatta “modello”. E chi ci guadagna” è il titolo dell’ultimo libro inchiesta pubblicato da Altreconomia, collana Le Talpe, nel giugno di quest’anno. La prefazione del libro è di Behrouz Boochani, pluripremiato scrittore, giornalista studioso e regista curdo, ex prigioniero dello stato australiano e delle sue folli politiche migratorie. Lo presentiamo con l’autore Luca Rondi. Ascolta o scarica Luca Rondi è nato a Biella nel 1995, è un giornalista d’inchiesta, inizia la sua carriera nei quotidiani locali poi dal 2019 scrive per il mensile Altreconomia. Le sue inchieste principali riguardano le rotte migratorie, il funzionamento dei Centri di permanenza per il rimpatrio (CPR) e le condizioni delle carceri italiane. Tra i suoi saggi di inchiesta e progetti multimediali ricordiamo: “Respinti. Le “sporche frontiere” d’Europa, dai Balcani al Mediterraneo”, scritto nel 2022 con Duccio Facchini): un’analisi dettagliata sui respingimenti e la violazione dei diritti ai confini europei; “Gorgo Cpr. Tra vite perdute, psicofarmaci e appalti milionari” scritto con Lorenzo Figoni: libro-inchiesta nato dopo la pubblicazione del report Rinchiusi e sedati (2023), incentrato sull’abuso di psicofarmaci nei centri di detenzione temporanea per migranti. Limbo – Le vite sospese di chi si fa migrante: un podcast curato insieme a Silvia Baldetti nel 2022.
September 28, 2026
Radio Onda d`Urto
Verbi e declinazioni possibili
di Mauro Armanino Le parole che usiamo raccontano il mondo che stiamo costruendo. Tra armarsi, controllare, respingere e punire, Mauro Armanino riscopre un verbo semplice e radicale: scegliere da che …
September 28, 2026
Osservatorio Repressione
La storia si scrive dalle crepe
di Mauro Armanino Nelle ferite, nelle frontiere, nei volti dei migranti e dei poveri si nascondono le tracce di un mondo diverso. Una riflessione sull’apocalisse come rivelazione, insurrezione e possibilità …
Confini e frontiere
Il confine è immobile, ha i suoi tracciati, ti aspetta, sai dove si trova, è un passaggio obbligato, fa parte del linguaggio perché segna spesso il passaggio tra due lingue differenti, oltre che fra due Stati. È come lo spazio bianco tra le parole, il segnale che permette di individuare i significati che gli stanno intorno. La frontiera invece è mobile, è frutto di un progetto che continua ma cambia, contiene passato e futuro, il suo destino è il transito, la trasformazione, la negoziazione, l’intesa o l’incomprensione, i movimenti mentali, gli orizzonti politici. La frontiera è ermeneutica, il confine è semiotico: la prima va interpretata, del secondo si prende atto. Non si deve fare confusione. Sono avvenute e stanno avvenendo guerre per i confini, per le frontiere invece si misurano i progetti, i risvolti culturali a lungo termine. Se fosse per le frontiere non ci dovrebbe essere guerra tra Russia e Ucraina perché insieme custodiscono una cultura comune, sulla quale però le ragioni di potenza economiche e militari hanno esercitato la loro deleteria influenza: di qua la NATO di là gli altri. E così la contrapposizione continua, insulto alla caduta del muro di Berlino: ancora confini. Il confine si salva però quando diventa relazionale, quando permette o addirittura incoraggia gli scambi. I confini spaziali interpersonali, ad esempio attraverso la prossemica, sono indispensabili per definire i rispettivi margini di manovra e anche per salvaguardare le individualità. I confini interstatali sono invece frutto di scontri: le immigrazioni, considerate in termini di frontiera hanno necessità di un progetto, viste in termini di confini riportano tutto alla solita volontà di potenza. Questi li ‘prendo’ io, questi altri li ‘prendi’ tu. In ogni caso è davvero la vita, individuale e sociale, a ridare respiro, a metterci alla prova, al di fuori delle logiche a noi estranee. Due esperienze di viaggio in camper – insieme all’emozionante racconto di Luís Sepúlveda, La frontiera scomparsa – mi hanno fornito l’esempio. Anni fa eravamo in un bosco della Svezia quando, a un certo punto, vediamo a lato strada un vecchio piloncino di pietra con su scritto ‘Norge‘: era avvenuto un passaggio come fosse del tutto naturale, ci potevamo immaginare di seguire un tracciato di pellegrini o esploratori che si affidano a vari segnali. Ci si stava dicendo che eravamo entrati in Norvegia. Nient’altro, il semplice retaggio arcaico e insieme moderno della pietra miliare. In giorni recenti ci trovavamo su una stretta strada di campagna, in Polonia, in mezzo a campi sterminati, diretti in Lituania. A un certo punto, vicino a una fattoria, vediamo un uomo con davanti un cono stradale a metà del passaggio. Faccio un cenno di saluto, vedo che ha una divisa mimetica, mi fermo, mi dice: «Hi, good morning, welcome». Stavamo entrando in Lituania. Ci sono confini quasi impercettibili, addirittura lì, a pochissimi chilometri in linea d’aria dal territorio russo di Kaliningrad su cui i media stanno costruendo ansia crescente. Finché però l’umanità batte la ragion di Stato nulla è perduto. The post Confini e frontiere appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 29, 2026
L'INDIPENDENTE
CPR di Palazzo San Gervasio: Lassoued Dhoui ucciso dalla detenzione amministrativa@1
Il 10 agosto 2026, Lassoued Dhoui di origini tunisine e recluso da due settimane nel CPR di Palazzo San Gervasio in provincia di Potenza è stato dichiarato morto dalle autorità del posto. Forti le proteste delle persone recluse a seguito di quello che è stato catalogato come suicidio o gesto estremo: chi con lui ha condiviso la detenzione sa bene chi ha la responsabilità di quest’ennesima vita spezzata. Lassoued era in possesso di documentazione medica che attestava la sua inidoneità al trattenimento. Il Giudice di pace di Melfi, invece, aveva convalidato la detenzione per 90 giorni la stessa mattina del 10 Agosto. Le proteste, che già prima dell’accaduto erano in corso contro le condizioni detentive, sono state represse attraverso l’intervento di numerosi reparti di celere. I segni dell’intervento della polizia sono stati immediatamente visibili sui corpi dei reclusi arrestati con l’accusa di rivolta in un centro detentivo prevista dal recente decreto sicurezza e processati nei giorni seguenti per direttissima. Tre degli arrestati hanno deciso di dichiarare durante il processo che Lassoued era in stato di grave sofferenza da giorni e che aveva chiesto ripetutamente cure mai ricevute. A due anni dalla morte nello stesso centro di Oussama Darkaou i CPR si palesano e riconfermano ancora una volta come luoghi di tortura. Insieme a due attiviste dell’Assemblea Lucano No CPR ricostruiamo quanto accaduto e forniamo aggiornamenti sulla repressione delle proteste attraverso i microfoni di Radio Blackout. Francesca, attivista e avvocata: Yasmine, attivista:
August 17, 2026
Radio Blackout - Info
CPR di Palazzo San Gervasio: Lassoued Dhoui ucciso dalla detenzione amministrativa@0
Il 10 agosto 2026, Lassoued Dhoui di origini tunisine e recluso da due settimane nel CPR di Palazzo San Gervasio in provincia di Potenza è stato dichiarato morto dalle autorità del posto. Forti le proteste delle persone recluse a seguito di quello che è stato catalogato come suicidio o gesto estremo: chi con lui ha condiviso la detenzione sa bene chi ha la responsabilità di quest’ennesima vita spezzata. Lassoued era in possesso di documentazione medica che attestava la sua inidoneità al trattenimento. Il Giudice di pace di Melfi, invece, aveva convalidato la detenzione per 90 giorni la stessa mattina del 10 Agosto. Le proteste, che già prima dell’accaduto erano in corso contro le condizioni detentive, sono state represse attraverso l’intervento di numerosi reparti di celere. I segni dell’intervento della polizia sono stati immediatamente visibili sui corpi dei reclusi arrestati con l’accusa di rivolta in un centro detentivo prevista dal recente decreto sicurezza e processati nei giorni seguenti per direttissima. Tre degli arrestati hanno deciso di dichiarare durante il processo che Lassoued era in stato di grave sofferenza da giorni e che aveva chiesto ripetutamente cure mai ricevute. A due anni dalla morte nello stesso centro di Oussama Darkaou i CPR si palesano e riconfermano ancora una volta come luoghi di tortura. Insieme a due attiviste dell’Assemblea Lucano No CPR ricostruiamo quanto accaduto e forniamo aggiornamenti sulla repressione delle proteste attraverso i microfoni di Radio Blackout. Francesca, attivista e avvocata: Yasmine, attivista:
August 17, 2026
Radio Blackout - Info
CPR di Palazzo San Gervasio: Lassoued Dhoui ucciso dalla detenzione amministrativa@2
Il 10 agosto 2026, Lassoued Dhoui di origini tunisine e recluso da due settimane nel CPR di Palazzo San Gervasio in provincia di Potenza è stato dichiarato morto dalle autorità del posto. Forti le proteste delle persone recluse a seguito di quello che è stato catalogato come suicidio o gesto estremo: chi con lui ha condiviso la detenzione sa bene chi ha la responsabilità di quest’ennesima vita spezzata. Lassoued era in possesso di documentazione medica che attestava la sua inidoneità al trattenimento. Il Giudice di pace di Melfi, invece, aveva convalidato la detenzione per 90 giorni la stessa mattina del 10 Agosto. Le proteste, che già prima dell’accaduto erano in corso contro le condizioni detentive, sono state represse attraverso l’intervento di numerosi reparti di celere. I segni dell’intervento della polizia sono stati immediatamente visibili sui corpi dei reclusi arrestati con l’accusa di rivolta in un centro detentivo prevista dal recente decreto sicurezza e processati nei giorni seguenti per direttissima. Tre degli arrestati hanno deciso di dichiarare durante il processo che Lassoued era in stato di grave sofferenza da giorni e che aveva chiesto ripetutamente cure mai ricevute. A due anni dalla morte nello stesso centro di Oussama Darkaou i CPR si palesano e riconfermano ancora una volta come luoghi di tortura. Insieme a due attiviste dell’Assemblea Lucano No CPR ricostruiamo quanto accaduto e forniamo aggiornamenti sulla repressione delle proteste attraverso i microfoni di Radio Blackout. Francesca, attivista e avvocata: Yasmine, attivista:
August 17, 2026
Radio Blackout - Info