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Tecnologie della sorveglianza: dall’applicazione del nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo ai guadagni israeliani
Sul Patto Europeo su Migrazione e Asilo si è già ampiamente discusso – segnaliamo tra gli altri la puntata “Sul patto migrazione e asilo 2026” – e approfondito le varie modifiche normative che impatteranno gravemente sulla vita delle persone, sprovviste di documenti europei o permessi di soggiorno, in viaggio. Ma tra le righe di questi accordi tra gli Stati dell’Europa occidentale vi è la decisione di implementare gli investimenti economici in merito ai dispositivi di controllo non solo delle persone (si veda il – più che discusso – database Eurodac) ma soprattutto delle frontiere terrestri e marine. Non casualmente possiamo notare come le aziende che investono sulla crescita di tali tecnologie e che guadagnano dalla loro vendita, hanno base in Israele. Tecnologie – come quasi sempre accade – ideate e sperimentate sui palestinesi, prima e durante in genocidio. Perfezionate ad hoc per poi essere usate nei contesti della guerra ai migranti: il nemico interno dell’occidente. Come più volte ripetuto ai microfoni di Harraga (trasmissione in onda ogni venerdì tra le 15 e le 16 su Radio BlackOut) vi è un filo rosso che collega le tecnologie di morte e sorveglianza prodotte in Israele, per i propri genocidari obbiettivi coloniali, con la morte e sofferenze causate da frontiere e razzismo di stato a queste latitudini. Ascolta:
La mia esperienza in un “albergue de seguridad” per migranti in Messico. Prima parte
Veronica, una giovane volontaria italiana, ci racconta l’esperienza vissuta in un centro riservato a rifugiati e richiedenti asilo a Tapachula, nell’estremo sud-est dello Stato del Chiapas, in Messico, vicino al confine con il Guatemala. Sono arrivata qui un po’ per caso, come sempre nella mia vita. Mentre cercavo un volontariato da fare in Colombia, dove pianificavo di passare i prossimi mesi, un amico mi ha parlato di questo posto in Messico, un Paese che da tanti anni sogno di conoscere. Quando mi ha detto che si trattava di un centro per rifugiati, dentro di me si sono mosse tante cose. Prima di tutto, la possibilità di dare il mio contributo per il diritto alla mobilità delle persone, nell’ambito di un fenomeno come quello delle migrazioni che da sempre ho creduto prioritario, ma che negli ultimi anni purtroppo mi ha coinvolta personalmente e violentemente. La curiosità di conoscere un sistema diverso di accoglienza, in un Paese così peculiare come il Messico, luogo di partenza, transito e destinazione, la porta di ingresso agli Stati Uniti e il punto di incontro tra nord e sud del mondo. La paura di non saperne gestire il peso emotivo e la speranza di poter conoscere un luogo di accoglienza che funziona. Li ho contattati e sono partita. Dalla città di Tapachula, un pullman stracolmo di persone mi ha portata fino alla cancellata. Mentre portavo le mie cose al dormitorio, un bimbo piccolo mi ha salutato. Come ti chiami? Veronica e tu? Io sono E. e lui e è J, e tu da dove vieni? Noi dal Guatemala. L’ultimo giorno, prima di partire, quando sono andata a salutare la famiglia e ho detto che sarei andata proprio in Guatemala, si sono emozionati. Il piccolo mi ha detto: “Anch’io ci voglio andare, vengo con te e dopo torno qua. Possiamo cercare la mia scuola.” La sua sorellina di otto anni mi ha detto di stare attenta: “Lì a volte sparano.” Alla fine del primo giorno avevo già capito che sarebbe stato più facile del previsto. Nonostante tante criticità che sono emerse poco a poco, lo spazio è umano, le condizioni sono dignitose e anche se molte persone stanno in dormitori da 20 posti con un unico ventilatore in un prefabbricato con temperature medie di 30-35 gradi, la priorità è la relazione umana e ogni persona accolta trova uno spazio sicuro e di ascolto. Tapachula è la città di riferimento di varie frontiere formali, ma anche il punto di arrivo dei cammini di chi entra irregolarmente, attraversando il fiume che in questa regione fa da confine naturale tra Guatemala e Messico. Camminando per il centro, ristoranti cinesi e giapponesi sono testimoni di una migrazione di operai asiatici arrivati a fine XIX secolo (per la costruzione delle rotaie, così mi raccontano, ma non trovo informazioni al riguardo), che si sono poi installati nella regione. Vedo anche venditori ambulanti centroamericani e haitiani, bancarelle di prodotti per i capelli afro e una popolazione africana. La storia delle migrazioni a Tapachula meriterebbe un piccolo approfondimento; io purtroppo non ne conosco i dettagli, ma si percepisce come sia stato punto di transito e meta di diversi gruppi durante gli anni. Più del 60% dei richiedenti asilo in Messico presenta la propria richiesta a Tapachula. Qui li chiamano “albergues”: sono centri di accoglienza temporanea per migranti e a Tapachula ce ne sono una decina, gestiti principalmente da associazioni civili e religiose. Creato nel 2018 a seguito dell’emergenza della “carovana migrante” grazie a un finanziamento di UNCHR-ACNUR e ancora oggi sostenuto principalmente da associazioni e agenzie, quello dove mi trovo è un “albergue de seguridad”, rivolto nello specifico a rifugiati e richiedenti asilo. A causa delle recenti politiche USA, gli ultimi mesi hanno visto un taglio importante dei finanziamenti, che si nota nella quotidianità: i pasti sono sempre più basici (generalmente spaghetti ai würstel, pasta al tonno, soia con verdure e riso, zuppa di fagioli e poco altro) e sono state sospese tutte le attività extra organizzate internamente. Gli ospiti sono principalmente persone che scappano da persecuzioni e violenze; i casi di migranti economici sono rari. Un nuovo fenomeno è invece quello delle persone deportate dagli Stati Uniti. Si tratta principalmente di persone over 60, originarie di Cuba, ma non solo (ad esempio una mamma centroamericana con i suoi due bimbi, la prima nata proprio negli Stati Uniti). Questa nuova utenza presenta bisogni specifici, come cure mediche, letti bassi e dormitori al piano terra (purtroppo nella sezione maschile ne è presente solo uno). Durante la mia permanenza, gli utenti erano tra i 70 e i 77, inclusi minori e neonati. Lo spazio è stato creato per circa 250-300 posti letto, ma ad oggi il numero di ospiti è fortemente ridotto. Da un lato il calo della richiesta è dovuto alla diminuzione delle carovane, al fatto che oggi le persone restano per un tempo molto più lungo – fino a un anno e mezzo- a causa dei ritardi nelle procedure di richiesta di protezione e quindi la popolazione accolta è tendenzialmente più stabile, ma anche la chiusura delle frontiere. Dall’altro la mancanza di fondi rende impossibile abilitare tutti i dormitori (alcuni dei quali avrebbero necessità di manutenzione, i letti andrebbero cambiati ecc) e non permette di offrire un servizio adeguato a un numero così alto di persone, in termini di staff, gestione, alimentazione e distribuzione di beni di prima necessità e servizi. La popolazione si divide, indicativamente, in un 60% di uomini e un 40% di donne, con al momento due utenti che si identificano in “differenze”. Una ventina quasi i minori, che includono adolescenti e giovani, bambini e neonati (l’ultimo è nato nel centro il giorno prima che io arrivassi). Foto di Ale Cárdenas Olguín I principali Paesi di provenienza sono Haiti (33%), Honduras (20%) e Cuba (12%). La maggior parte dei cubani sono in realtà persone migrate molti anni fa negli Stati Uniti (alcuni hanno vissuto là per oltre 25 anni, qualcuno è arrivato che era minorenne e là ha costruito la sua vita), che per mancanza di accordi con Cuba vengono deportati in Messico, proprio nel punto più a sud, per “scoraggiare” un nuovo tentativo di ingresso negli Stati Uniti. Il resto proviene da altri Paesi del centro America e Caraibi (Guatemala, El Salvador, Repubblica Dominicana), da Colombia e Venezuela, ma anche da Benin, Iran e Russia. Alcuni minori sono nati negli USA o in Messico. Tapachula è una regione povera e con un grande problema di criminalità (dai cartelli alla delinquenza), di cui i migranti come sempre sono le prime vittime. Attraversare il Messico non è facile: continui posti di blocco, militari, narcos, rapimenti, aggressioni, tratta di persone. Dal momento della richiesta di protezione fino alla risposta che, se positiva, concede la residenza, le persone ricevono una specie di permesso provvisorio, che non permette loro né di lavorare formalmente, né di spostarsi liberamente nel Paese. Durante questo tempo, che può arrivare a due anni a causa della corruzione, i richiedenti asilo devono presentarsi e firmare all’ufficio COMAR ogni due settimane e non possono uscire dallo Stato nel quale hanno fatto richiesta (per questo le deportazioni avvengono qui) Alcuni vengono per restare. Altri volevano raggiungere gli Stati Uniti, ma con la chiusura delle frontiere decidono di stabilirsi in Messico. Qualcuno aspetta solo la prima occasione per andare oltre confine, o per tornarci. La maggioranza aspetta la residenza per spostarsi al centro o al nord del Paese, dove le opportunità lavorative sono buone e gli stipendi dignitosi. E., ad esempio, mi dice: “Ho lasciato Cuba a 16 anni. Non ho niente là. La mia famiglia, i miei amici, tutti sono negli Stati Uniti. Li ci sono i miei figli. Prima o poi riapriranno la frontiera, aspetto solo il momento giusto, per me qui non c’è niente”. Qualcuno invece sogna di aprire un ristorante in Messico. Per altre persone, l’unica meta è allontanarsi il più possibile dai propri persecutori: si fermeranno dove non riusciranno a trovarli. Anna Polo
July 19, 2026
Pressenza
I segni della lotta
di Mauro Armanino Dalle mani dei partigiani ai migranti del Sahel, dalle fabbriche agli sfollati delle guerre, le cicatrici lasciate dall’impegno per la dignità umana raccontano una storia che attraversa …
Nuove frontiere?
“Il vero è un momento del falso” Scrisse Debord prima di spararsi Per noi che ora ci muoviamo Tra simulacri conversazionali Addestrati a qualsiasi scopo Purché se ne paghi il prezzo Inseguendo categorie fluttuanti Che non reggono all’avvenire Ci mancavano solo nuovi fasci Sempre al soldo del capitale L'articolo Nuove frontiere? su Contropiano.
June 22, 2026
Contropiano
[Parigi, Francia]: Attacco contro i complici dell’ICE
> Da Indymedia Nantes, 20.05.26 Tra l’8 e il 15 maggio abbiamo condotto diverse azioni a Parigi (graffiti, scritte con l’acido e vetri rotti) contro i complici dell’ICE: Capgemini, Palantir e Parrot Drones. Dalla sua creazione nel 2003 per mano di George W. Bush, l’ICE (l’agenzia federale responsabile del controllo dell’immigrazione e delle dogane) terrorizza le persone immigrate negli Stati Uniti, braccandole nei luoghi di lavoro, per strada e a casa, sequestrandole, rinchiudendole, torturandole, uccidendole e deportandole in massa. Con ogni nuovo governo, sia esso democratico o repubblicano, il budget e la gamma di strumenti a sua disposizione sono aumentati costantemente fino a raggiungere diverse decine di miliardi di dollari durante il secondo mandato di Trump. Solo nel 2025, l’ICE ha espulso oltre mezzo milione di persone dal territorio statunitense. Di fronte alla caccia quotidiana, ai sequestri in strada, agli scandali dei bambini rinchiusi in gabbie e delle famiglie separate e a molte altre violenze istituzionalizzate e quotidiane, le pratiche di autodifesa e resistenza si sono moltiplicate negli Stati in cui opera l’ICE. Gli/le abitanti dei quartieri presi di mira si organizzano per avvertire i/le vicini/e dell’arrivo delle pattuglie e delle retate, si aiutano a vicenda per evitare che le persone più vulnerabili escano di casa, si oppongono fisicamente agli arresti, manifestano davanti ai centri di detenzione e attaccano i veicoli e gli agenti. Questo movimento di resistenza si è ampliato quando, lo scorso gennaio, gli agenti dell’ICE hanno ucciso Renee Nicole Good e Alex Pretti in Minnesota. Da allora, si sono moltiplicate le azioni anche contro le aziende che traggono profitto dalla fascistizzazione in atto, fornendo all’agenzia veicoli, edifici, armi, software e tutti gli altri strumenti indispensabili per il suo operato. Questi appelli all’azione vanno oltre i soli Stati Uniti, poiché le aziende collaborazioniste sono presenti in tutto il mondo. Da un lato, aziende americane di sorveglianza come Palantir aprono i loro uffici in Europa per lavorare a stretto contatto con i servizi di intelligence locali. Dall’altro lato, multinazionali francesi come Capgemini, da oltre dieci anni, accumulano decine di milioni di euro grazie alla loro collaborazione con l’ICE. Mentre i media sembrano perdere progressivamente interesse per queste mobilitazioni, nove persone, coinvolte in una manifestazione contro il centro di detenzione dell’ICE a Prairieland e dichiarate colpevoli in un caso di terrorismo montato ad arte, attendono ancora la sentenza che stabilirà la durata delle pene detentive che dovranno scontare. Qui a Parigi, in molti/e ci siamo ritrovati/e spinti/e dal desiderio di dimostrare solidarietà a chi resiste all’ICE in modo concreto e pertinente: attaccando i complici dell’ICE ovunque si trovino. Siamo anche preoccupati/e per l’ascesa del fascismo intorno a noi e non abbiamo dubbi sul fatto che le tecnologie attualmente al servizio dell’ICE saranno utilizzate anche dai fascisti francesi, dato che sono già impiegate dal potere in carica (ad esempio, in Francia, Palantir rinnova il suo contratto con la DGSI e Capgemini aiuta a rintracciare i disoccupati). Agire contro i complici di Trump significa quindi anche agire contro la fascistizzazione in Francia. Per tutti questi motivi, tra l’8 e il 15 maggio, abbiamo colpito tre aziende presenti a Parigi: Capgemini, Palantir e Parrot Drones. * Palantir Technologies: oltre a fornire all’ICE software per rintracciare gli immigrati, questa azienda, specializzata in strumenti di sorveglianza basati sull’intelligenza artificiale, sta attualmente collaborando con lo Stato israeliano nella sua guerra genocida. Palantir ha diverse sedi registrate a Parigi. Ci siamo diretti/e all’edificio degli uffici «F-hive» (5, rue Charlot, 3° arrondissement), uno degli indirizzi associati all’azienda, e abbiamo inciso con l’acido sulle loro vetrate: «Palantir collaborazionista, Fuck ICE» e altri slogan. * Capgemini: al centro dello scandalo della complicità francese con l’ICE, questo altro gigante della tecnologia ha stipulato, dal 2007, contratti per decine di milioni di euro con l’agenzia. Da gennaio, i suoi dirigenti promettono di vendere la filiale «Capgemini Government Solutions» coinvolta, ma ad oggi non abbiamo alcuna notizia di questa vendita e non abbiamo alcuna intenzione di aspettare che l’azienda si arricchisca ancora di più sulle spalle dei deportati. Nel cuore del 13° arrondissement, in rue Jean-Antoine de Baïf 6-8, abbiamo visitato “Future4Care”, un acceleratore di start-up nel campo della digitalizzazione della sanità (ovvero la sorveglianza digitale dei pazienti), co-gestito da Capgemini, Orange, Sanofi e Generali. Inizialmente abbiamo imbrattato le vetrine dell’edificio, ma, poiché i nostri messaggi venivano cancellati rapidamente, qualche giorno dopo siamo tornati/e con dei martelli e abbiamo rotto diverse finestre vicino all’ingresso. * Parrot Drones: quest’altra azienda, come suggerisce il nome, produce i droni utilizzati dall’ICE al confine con il Messico e ha sede al terzo piano dell’edificio al 174-178 di Quai de Jemmapes, nel X arrondissement. Abbiamo imbrattato la sua facciata sia in alto che al piano terra con le scritte: “Fuck Drones, Fuck ICE, Parrot collaborazionista, fuoco alle frontiere”. Per questa serie di azioni, abbiamo privilegiato le aziende che operano nel campo delle tecnologie di sorveglianza, in particolare i software basati sull’IA e i droni, un settore chiave coinvolto nel controllo delle frontiere, nella repressione statale e nelle guerre genocidarie. In realtà, sono molti gli attori che collaborano con l’ICE: pensiamo a Thales, Deloitte, Enterprise, ecc. Gioiamo nel vedere iniziative simili in altre parti della Francia, come a Lione lo scorso aprile. Con l’avvicinarsi dell’estate, invitiamo i nostri compagni e le nostre compagne a moltiplicare e intensificare le azioni contro i complici della sorveglianza, dell’ascesa del fascismo e del razzismo di Stato. Dimostriamo loro che non li dimentichiamo. Impediamo ovunque il loro lavoro mortale e roviniamo la loro partenza per le vacanze, per preparare un caloroso rientro! Vendetta per Renee Nicole Good, Alex Pretti, le decine di morti in detenzione e tutti/e coloro che sono stati/e deportati/e dall’ICE. Libertà per i 9 di Prairieland e per tutti/e! ICE out of everywhere! P.S. Ecco il link per informarsi sul caso Prairieland e sostenere gli/le imputati/e: https://prairielanddefendants.com/
I CPR come aula didattica
di Nicola Cocco e altri dieci autori* L’università deve essere il luogo del pensiero critico e della tutela della vita, autonomo ed indipendente, e non un braccio formativo di progetti …