La natalità sta crollando al di sotto del livello di rimpiazzo in tutto il mondo

L'INDIPENDENTE - Friday, August 28, 2026

Gli ultimi dati provenienti da tutto il mondo stanno mettendo profondamente in discussione le proiezioni che per lungo tempo hanno prefigurato il costante aumento della popolazione globale. Anche le ultime stime elaborate al ribasso nel 2024 dalla Nazioni Unite, che prevedono che l’attuale popolazione globale, stimata in 8,2 miliardi di persone, raggiunga i 9,6 miliardi nel 2050 e un picco di 10,3 miliardi attorno al 2080 sembrano ormai da rivedere ulteriormente, e il dubbio è che la fase di picco sia molto più vicina e meno acuta. A ipotizzarlo è la ricerca dell’American Enterprise Institute (AEI), think tank di politica pubblica dedicato alla difesa della dignità umana: secondo gli autori dello studio, “Ci troviamo nel bel mezzo di un’inarrestabile e vertiginosa crisi demografica globale: un crollo in atto in tutto il mondo, sia nelle regioni ricche che in quelle povere, che molto probabilmente preannuncia un spopolamento globale a tempo indeterminato”.

La ricerca – citando i dati dell’UNPD (Divisione Popolazione delle Nazioni Unite) – mette in evidenza come già nel 2023 quasi tre quarti (71%) della popolazione mondiale viveva in società al di sotto del tasso di sostituzione. Un dato confermato anche dall’Ufficio del Censimento degli Stati Uniti, il cui database internazionale giunge in modo indipendente a stime pressoché identiche per lo stesso anno. Un elemento particolarmente significativo è che questo scenario accomuna buona parte delle grandi aree del mondo e caratterizza indistintamente tanto i Paesi ricchi quanto quelli poveri: le uniche eccezioni sono rappresentate dal continente africano e da Israele, dove la guerra coloniale per la sostituzione dei palestinesi ha da tempo assunto caratteristiche di guerra demografica.

Dando uno sguardo più dettagliato al mappamondo, emerge che quasi tutte le macroregioni del pianeta sono sotto i livelli di sostituzione demografica, vale a dire che sono sotto al numero medio di 2,1 figli per donna ritenuto necessario affinché una popolazione possa sostituire se stessa nel tempo senza l’ausilio dell’immigrazione. In Asia Orientale, il tasso di natalità è sceso dal 25% al ​​di sotto del livello necessario per la stabilità demografica a lungo termine nel 2010, al 55% al di sotto del livello di sostituzione nel 2025. In quell’anno, infatti, il tasso di natalità medio dell’Asia orientale è stato inferiore a una nascita per donna. Il tasso di fertilità di questa zona del mondo è leggermente sostenuto solo dal Giappone, che ha registrato nel 2024 1,15 nascite per donna, equivalente a un tasso del 45% al di sotto del livello di sostituzione. La Cina, invece, con un tasso di fecondità totale (TFR) di circa 0,9 nascite per donna (persino inferiore all’obiettivo della sua famigerata ex politica del figlio unico), era circa il 57% al di sotto del livello di sostituzione. La Corea del Sud, ancora, con appena 0,8 nascite per donna, era al 62% al di sotto del livello di sostituzione.

Proseguendo con il Sud-est asiatico, il tasso di fertilità di Singapore nel 2025 era sceso a 0,87 nascite per donna, mentre quello della Thailandia si attestava nello stesso anno a 0,93 nascite per donna. Per quanto riguarda l’India, invece, secondo il Sistema di Registrazione Campionaria dell’India, il tasso di fertilità della capitale Delhi ha raggiunto 1,2 nascite nel 2023. Non si discostano da questi dati nemmeno il Medio Oriente, l’America Latina e in generale l’emisfero occidentale e il continente europeo. In particolare, l’Europa, secondo i dati Eurostat, ha toccato tassi di natalità nel 2024 vicini alla soglia di una nascita per donna, tra cui Italia (1,18), Polonia (1,14), Lituania (1,11) e Spagna (1,10). Malta ha superato tutte le altre nazioni con un TFR di 1,01 nel 2024.

Una delle poche eccezioni in questo panorama è costituita dall’Africa subsahariana dove, secondo le stime, la fertilità si attesta ancora in media su oltre quattro nascite per donna e il tasso di natalità rimane almeno dell’80% superiore al livello di sostituzione. Nonostante ciò, secondo lo studio, “anche la regione sub-sahariana è soggetta all’influenza apparentemente irresistibile di un calo sempre maggiore delle nascite. Secondo i calcoli della Divisione Popolazione delle Nazioni Unite (UNPD), probabilmente la principale autorità in materia di tendenze demografiche globali, i livelli di fertilità in tutti i paesi dell’Africa sub-sahariana sono diminuiti tra il 1980 e il 2023, e la fertilità per l’intera regione è calata di oltre il 35% nello stesso arco di tempo”. Un’altra rara eccezione a questa tendenza generalizzata di avere sempre meno figli è rappresentata da Israele, dove i livelli di fertilità nazionale (TFR stimato) sono effettivamente aumentati nell’ultima generazione seppur leggermente (da 2,9 nel 1991 a 3,0 nel 2021). La ricerca sottolinea che “Questo aumento è stato interamente determinato da una crescita della fertilità ebraica, da circa 2,6 nascite per donna nel 1995 a 3,1 nel 2024. Nel periodo 2022-2024 la fertilità in Israele è stata superiore di oltre il 20% per gli ebrei rispetto ai musulmani”.

Ma quali sono le conseguenze di questa traiettoria della demografia globale? La più importante sottolineata dagli autori dello studio è la prevalenza di società con mortalità netta, ossia dove i decessi superano regolarmente e sempre più spesso le nascite. A sua volta, questa condizione comporta effetti nefasti anche sul piano socioeconomico: già nel 2015 un articolo del Wall Street Journal intitolato “Come la demografia influenza l’economia globale” prevedeva che entro il 2050 la popolazione complessiva in età lavorativa si sarebbe ridotta del 5% con ripercussioni economiche negative. Tali conclusioni smentiscono le teorie malthusiane sostenute dal capitalismo liberale secondo cui a una riduzione della popolazione corrisponde un aumento della ricchezza e del benessere complessivo. Dopo anni di politiche di contenimento delle nascite attuate in diversi Paesi del mondo, si va incontro a una prevalenza di società a mortalità netta.

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