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Iran, proteste e sanzioni. Quando la crisi economica è una strategia politica
Da alcune settimane l’Iran è attraversato da proteste diffuse. Ancora una volta, il racconto dominante tende a presentarle come l’espressione spontanea di un generico “malcontento contro il regime”, riducendo tutto a una contrapposizione morale tra un popolo oppresso e un potere autoritario.  In questo racconto trovano ampio spazio le rivendicazioni […] L'articolo Iran, proteste e sanzioni. Quando la crisi economica è una strategia politica su Contropiano.
Quando la sopravvivenza non basta più: il ritorno della lotta per la vita in Iran
Da ieri sono iniziate proteste nel bazar di Teheran. Le e i manifestanti sono scese in strada in risposta al drastico aumento del costo della vita, all’impennata del dollaro e alla progressiva svalutazione della moneta nazionale. Le proteste, inizialmente circoscritte all’area del bazar, hanno oggi oltrepassato i confini corporativi e si sono estese allo spazio urbano, coinvolgendo numerose zone della capitale e attirando una partecipazione crescente della popolazione. Nel primo giorno di sciopero, il valore del dollaro ha registrato in poche ore un aumento di circa 7.000 toman [n.d.r.: la parola “toman” designa un multiplo decimale della valuta ufficiale dell’Iran, il riyal], raggiungendo quota 147.000 toman (circa 1,47 miliardi di rial, pari a un dollaro statunitense sul mercato informale). Questo balzo improvviso ha reso evidente una crisi che da anni si accumula all’interno di una struttura economica fondata sulla finanziarizzazione, sulla corruzione sistemica e sulla repressione di classe. Una crisi tutt’altro che imprevedibile, che solleva piuttosto una domanda centrale: perché fino a oggi le politiche di impoverimento, l’aumento dei prezzi e la crisi della riproduzione sociale non avevano incontrato una risposta collettiva più ampia? Il secondo giorno, con l’estensione degli scioperi e il loro intreccio con le manifestazioni di strada, il dollaro ha perso circa 10.000 toman rispetto al giorno precedente. Questa oscillazione rivela un dato strutturale: la classe capitalistica e le reti mafiose che governano l’economia iraniana non solo non temono il crollo della valuta nazionale, ma traggono profitto proprio dall’inflazione, dall’instabilità e dalla svalutazione. Da questa dinamica emergono nuovi cicli di accumulazione, estrazione e corruzione, mentre la repressione di classe si intensifica e le lotte sociali vengono sistematicamente neutralizzate. In un contesto di repressione politica e di governo poliziesco, ciò ha aperto la strada a una forma estrema di accumulazione parassitaria. Eppure, oggi le lotte tornano a emergere: i commercianti del bazar rifiutano collettivamente di lavorare e incoraggiano altri a chiudere le proprie attività. Parallelamente, giungono notizie di chiusure totali o parziali di numerosi esercizi commerciali, di una massiccia presenza delle forze di sicurezza e di tentativi di controllo e dispersione delle e dei manifestanti. Lo spazio urbano, in particolare le aree centrali ed economicamente rilevanti, appare fortemente militarizzato, rendendo evidente il nesso strutturale tra crisi economica e logica repressiva. > Da un lato, il governo e i circuiti finanziari a esso legati hanno compromesso > alla radice le possibilità di riproduzione della vita; dall’altro, attraverso > arresti, esecuzioni, violenza di Stato e repressione di strada, viene portata > avanti una forma estrema di neoliberismo autoritario. L’aumento costante dei prezzi del dollaro e dell’oro favorisce esclusivamente quella classe che detiene valuta, terre, capitale e mezzi di produzione, e che continua a rafforzare i propri circuiti di accumulazione ed estrazione. Al contrario, lavoratori e salariati sono costretti a ricevere il proprio reddito in una moneta profondamente instabile e svalutata. Le condizioni elementari della vita delle classi subalterne vengono così negate, mentre lo scambio della forza-lavoro viene ridotto, dallo Stato e dagli estrattori di rendita, alla sua forma più economica e violenta. Per queste ragioni, le proteste in corso non possono essere interpretate come una semplice reazione contingente all’aumento dei prezzi o alle fluttuazioni economiche. Esse esprimono una crisi strutturale dell’economia politica dominante, in cui povertà, inflazione e insicurezza materiale diventano strumenti di governo, incidendo direttamente sui corpi, sul tempo di vita e sull’esperienza quotidiana delle popolazioni. > Il collasso della riproduzione sociale non è soltanto un indicatore economico, > ma il segnale di una profonda erosione della possibilità stessa di vivere > all’interno dell’ordine esistente. Un ordine che, combinando spoliazione > economica e governo poliziesco, produce popolazioni eccedenti e trasforma lo > Stato da garante del welfare a dispositivo di controllo e regolazione al > servizio dell’accumulazione. In questo contesto, le rivendicazioni materiali si trasformano progressivamente in una forma di rifiuto sociale che interrompe la logica dell’obbedienza e apre nuove possibilità di azione collettiva. L’estensione delle proteste dal bazar allo spazio urbano ne è un chiaro segnale: il passaggio da richieste settoriali a un conflitto in cui la vita stessa diventa il terreno centrale della lotta. Sebbene il governo tenti di confinare le mobilitazioni entro un quadro corporativo – sfruttando il tradizionale conservatorismo del bazar – la continuità dello sciopero rappresenta un colpo significativo per la struttura del potere. Nonostante questi tentativi, molte proteste si sono riversate nelle principali arterie cittadine, saldando la contestazione contro il caro-dollaro a una critica più ampia contro la totalità del regime della Repubblica Islamica. In questo senso, le mobilitazioni attuali possono essere lette come un tentativo di riappropriazione del tempo, delle possibilità di vita, della ricchezza comune e della dignità dell’esistenza. Azioni frammentarie ma dense di significato, che anche in assenza di una struttura organizzativa unitaria, conservano la capacità di destabilizzare la logica dell’accumulazione, della repressione e della riproduzione dell’ordine dominante. Tuttavia, va riconosciuto che su queste proteste grava l’ombra di Israele e dell’opposizione neoliberale monarchica: a differenza della rivolta di Jina, oggi si sentono chiaramente slogan a sostegno di Reza Pahlavi. Questa presenza rende il quadro più complesso e si pone in netto contrasto con le aspirazioni popolari alla libertà e alla riappropriazione delle condizioni di vita. Per questo motivo, mantenere uno sguardo critico e costruire un discorso conflittuale e di classe rimane una necessità imprescindibile. La critica e la lotta contro il fascismo della Repubblica Islamica non possono, nemmeno per un istante, essere sospese. La copertina è a cura di Frida Rosari SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Quando la sopravvivenza non basta più: il ritorno della lotta per la vita in Iran proviene da DINAMOpress.
Bolivia a destra, una sconfitta annunciata
Tra profonde tensioni interne, domenica 17 agosto più di 7,5 milioni di cittadini-e boliviani-e (di cui circa 400.000 all’estero in 22 Paesi) sono stati chiamati alle urne per scegliere tra sette candidature a Presidente e Vice-presidente. Candidature tutte al maschile, dopo che l’unica candidata donna, Eva Copa, aveva rinunciato a causa dello scarso appoggio nei sondaggi. Si è votato anche per eleggere 36 senatori; 130 deputati, sette deputati dei popoli originari e nove rappresentanti presso organismi parlamentari sovranazionali, uno per ogni dipartimento. Dato che nessun candidato ha raggiunto la maggioranza necessaria, il ballottaggio ci sarà il 19 ottobre, mentre il vincitore si insedierà l’8 novembre. In testa al primo turno c’è Rodrigo Paz Pereira, con la sigla del Partito Democratico Cristiano (PDC) che ha ottenuto circa il 32% dei voti. Al secondo posto, il sempiterno Jorge (Tuto) Quiroga dell’Alleanza Libre, di estrema destra, con circa il 28%. Saranno loro due i contendenti al ballottaggio. Al terzo posto con circa il 20%, si piazza Samuel Doria Medina (Alleanza Unidad) di centro-destra, al suo quarto tentativo presidenziale. A differenza dei sondaggi, che prevedevano un testa a testa tra Quiroga e Doria, la vera sorpresa è stata la vittoria al primo turno di Rodrigo Paz Pereira. Ex deputato, ex sindaco, economista di professione è nato in Spagna a causa dell’esilio dei suoi genitori.  E’ infatti figlio di Jaime Paz Zamora, ex presidente del Paese andino, nonché nipote di un altro ex-Presidente, Victor Paz Estenssoro. Da parte sua, lo sconfitto Doria Medina, ha fatto subito appello al voto per Rodrigo Paz. Quel che resta del MAS Disastroso il risultato dei due candidati che facevano riferimento al Movimento al Socialismo (MAS-IPSP), dato che il partito di governo non è riuscito a trovare un candidato unitario. Da una parte, il giovane Andrónico Rodríguez, proposto come candidato di compromesso tra le due anime del MAS. La figura di Rodríguez faceva parte del rinnovamento generazionale del movimento sindacale cocalero e aveva consolidato il suo profilo istituzionale come presidente del Senato, ratificato in cinque occasioni con ampio sostegno. Ma alla fine non c’è stato accordo e Rodríguez ha raccolto circa l’8%, piazzandosi al quarto posto. Dall’altra, Eduardo del Castillo, candidato “ufficiale” del partito di governo, rimasto al palo con un deludente 3%. In questa situazione di frattura interna, del Castillo ha dovuto affrontare la sfida più complessa. Il trentaseienne avvocato è arrivato al Ministero dell’Interno nel 2020 ed è rimasto in carica fino al maggio 2025, diventando una delle figure più visibili nel gabinetto di Luis Arce. La sua candidatura era un tentativo di rinnovare i dirigenti dopo le fratture interne del partito, ma di certo il risultato striminzito non favorisce il processo di ricambio. Il programma di Rodrigo Paz Se non ci saranno ulteriori sorprese, Rodrigo Paz dovrebbe avere la strada spianata alla Presidenza. Nel suo programma, ha fatto appello al ricambio generazionale e ha proposto uno Stato facilitatore, agile e impegnato nei confronti dei cittadini, lontano dal cosiddetto “Stato che ostacola”. Provenendo dalla regione più importante del Paese per produzione di gas, la sua campagna ha posto l’accento sul decentramento dello Stato, con l’obiettivo di ridistribuire in parti uguali il bilancio nazionale tra il livello centrale e le regioni, nell’ambito della sua “Agenda 50/50”, come parte di “un nuovo accordo di convivenza”. Tra le sue proposte spiccano l’idea di un “Capitalismo per tutti” (con crediti accessibili, riduzione delle tariffe e delle tasse e l’eliminazione delle dogane “corrotte”) la riforma della giustizia e la lotta alla corruzione. Paz Pereira afferma che la Bolivia dispone di risorse proprie per rilanciare la propria economia ed ha dichiarato la sua contrarietà a ricorrere ai prestiti degli organismi internazionali. Jorge (Tuto) Quiroga: il ritorno della destra Il sessantacinquenne di Cochabamba rappresenta l’opzione dell’estrema destra boliviana tradizionale. Ex presidente tra il 2001 e il 2002, Quiroga è stato vicepresidente sotto il governo del militare golpista Hugo Banzer (1997-2001), mentre durante l’amministrazione di Jaime Paz Zamora (1989-93) è stato Sottosegretario del Ministero della Pianificazione (1989), Sottosegretario di Investimenti pubblici (1990) e Ministro delle Finanze (1992). I suoi legami con gli Stati Uniti lo posizionano come candidato dei settori economici dominanti e transnazionali, anche se, in pubblico, insiste nel mantenere una linea indipendente da Washington. “So come farlo. L’ho già fatto in passato. Il mio vantaggio è l’esperienza“, ha recentemente dichiarato in merito al suo piano di ottenere 12 miliardi di dollari dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) ed altri.  Nel 2019, ha avuto un ruolo chiave nel colpo di Stato contro Evo Morales ed è stato portavoce internazionale del governo golpista di Jeanine Añez. Samuel Doria Medina Il candidato dell’Alleanza Unidad rappresentava l’aspirazione di un progetto politico di centro-destra. A 66 anni, l’uomo d’affari di Paz era al suo quarto tentativo presidenziale, dopo averci provato nel 2005, 2009 e 2014. Come secondo imprenditore più influente della Bolivia, Doria Medina è tra i 500 imprenditori più conosciuti dell’America Latina e dei Caraibi. Il suo curriculum include il passaggio attraverso il Ministero della Pianificazione e la fondazione de Unidad nel 2003, dopo il suo abbandono del Movimento Rivoluzionario di Sinistra (MIR). Il suo bagaglio elettorale del 20% sarà decisivo per eleggere il prossimo Presidente. La crisi economica Due sono stati i fattori principali della sconfitta a sinistra. Per entrambi, il governo del MAS ha perso le elezioni a causa dei propri molteplici errori politici. Da una parte una dura crisi economica e sociale che il governo Arce non ha saputo superare. Per quanto riguarda la crisi economica, dopo aver disinnescato l’ennesimo tentativo di golpe del 2019, la Bolivia aveva ripreso il cammino anti-neoliberale con la presidenza di Luis Arce, ex Ministro di Economia durante i mandati presidenziali di Evo Morales e del vice-presidente Alvaro García Linera. Ma come afferma quest’ultimo, “…il MAS come strumento politico dei sindacati e delle organizzazioni comunitarie contadine ha perso le elezioni a causa della disastrosa gestione economica di Luis Arce. Con un’inflazione dei generi alimentari di base che sfiora il 100%, la mancanza di carburante che costringe a fare code di giorni per ottenerlo e un dollaro reale che ha raddoppiato il suo prezzo rispetto alla moneta boliviana, non è strano che il processo di trasformazione democratica più profondo del continente perda due terzi dei voti popolari a favore di vecchi vendi-patria che promettono di cacciare a calci gli indigeni dal potere, regalare le aziende pubbliche agli stranieri e insediare, con la Bibbia in mano, le oligarchie mercenarie alla guida dello Stato. Se a tutto ciò aggiungiamo il risentimento dei ceti medi tradizionali, privati dei loro privilegi dall’ascesa sociale e dall’emancipazione politica delle maggioranze indigene, è chiaro il tono apertamente vendicativo e razzista che avvolge i discorsi della destra boliviana” [i]. Evo e il voto nullo Il secondo fattore decisivo per la sconfitta, è stata la divisione interna al blocco sociale che ha espresso il governo negli ultimi 20 anni. Purtroppo, la frattura interna al MAS viene da lontano. Da circa due anni è in corso una dura lotta interna fratricida, che ha portato ad uno scontro aperto tra Evo Morales e Luis Arce. Una frattura che si è estesa negativamente anche a molte organizzazioni di massa, che erano state la colonna vertebrale dei governi del MAS e che avevano pagato un alto prezzo di sangue per la resistenza anti-golpista.  Il lungo braccio di ferro per il controllo dello strumento politico (movimento-partito, MAS-IPSP) aveva portato alla fuoriuscita dal MAS di Morales e della sua base d’appoggio, alla spaccatura nel gruppo parlamentare con gli “evisti” che votano contro le misure del governo e ad un forte disorientamento nel blocco sociale del cambiamento. Come si ricorderà, sulla base di una discussa decisione della Corte costituzionale, Evo Morales non poteva ri-aspirare alla Presidenza, dopo aver svolto tre mandati. Ma non ha voluto accettare la decisione giudiziaria e ha mobilitato la sua base contadina, specialmente nella zona di Cochabamba, per cercare di bloccare il Paese. Nel 2016, Evo perse un referendum per la quarta candidatura, ma il Tribunale Costituzionale ribaltò il risultato. Alla fine, dopo essersi salvato da un attentato nell’ottobre 2024 (smentito dal governo Arce), in queste elezioni l’ex presidente Morales non ha potuto registrarsi come candidato presidenziale in nessun partito con personalità giuridica in vigore. Morales ha ritirato la sua candidatura e, dalla sua roccaforte nel Tropico di Cochabamba, come forma di protesta politica per avergli impedito di partecipare alle elezioni,  ha promosso attivamente il voto nullo contro il governo di Luis Arce e le candidature di opposizione. C’è da dire che, in tutto questo periodo, a nulla sono valsi i molteplici tentativi di mediazione tra i dirigenti boliviani fatti da alcuni dei governi e dei partiti della sinistra latino-americana (e non solo) per provare a ricucire i rapporti con spirito unitario. Solo Andrónico Rodriguez avrebbe avuto qualche possibilità, se il suo ex mentore Morales lo avesse appoggiato. Ma Evo lo ha bollato come traditore e ha fatto appello al voto nullo. D’altra parte, il risultato del voto nullo (circa il 19%) non preoccupa una destra che è vincente e, per il momento, si troverà una opposizione frammentata socialmente e senza una presenza parlamentare di qualche peso. In altre parole, in termini elettorali, il peso del voto nullo è francamente nullo. E ora? Con questi risultati, che impongono un accordo parlamentare, si vedrà se la Bolivia riuscirà a costruire un consenso minimo per affrontare le sue sfide strutturali. O se, al contrario, la crisi si approfondirà. Il Paese è alle porte di un cambiamento radicale nell’orientamento politico, con un ritorno alla decade neoliberista e privatizzatrice degli anni ’90. Per non parlare della politica estera. Con una gradazione di più o meno liberalismo, le destre (tutti uomini, per lo più bianchi e di classe alta) propongono un ritorno alla riduzione dello Stato, alla privatizzazione o chiusura di aziende pubbliche, alla promozione dell’iniziativa privata, al probabile taglio dei bonus sociali, la riduzioni delle tasse e un ritorno all’indebitamento ed alle condizioni del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale o della Banca Interamericana di Sviluppo per uscire dalla difficile situazione economica attuale. In una Bolivia così diversa e con un “razzismo” che continua a essere un problema, già si parla di “farla finita con il socialismo”, dell’eliminazione dello status Plurinazionale dello Stato e della wiphala (bandiera dei popoli originari) come simbolo nazionale, del ritorno al sistema educativo precedente “che non indottrini”, etc..  Al centro non ci sarà la questione sociale, né quella dei popoli originari o della “Madre terra”, ma l’economia aziendale. In ogni caso, il popolo boliviano ha una lunga tradizione di resistenza e il prossimo Presidente non avrà la vita facile. [i] https://www.jornada.com.mx/noticia/2025/08/16/mundo/por-que-la-izquierda-y-el-progresismo-pierden-elecciones Redazione Italia
I miraggi del Sahel
In senso proprio il miraggio è un fenomeno ottico che si verifica, in condizioni particolari, su ampie superfici piane, per cui è visibile l’immagine di oggetti lontani, apparentemente riflessi in una distesa liquida posta in basso o che sembra galleggiare in alto. In senso figurato il miraggio si presenta come […] L'articolo I miraggi del Sahel su Contropiano.
Sanzioni, crisi energetica, riarmo: dove ci sta portando l’UE
L’Unione Europea dopo aver approvato il 17° pacchetto di sanzioni alla Russia, sta approntando il 18° nonostante i pesanti effetti sulla propria economia creati dai precedenti e il caro petrolio causato dall’attacco israeliano e Usa all’Iran. Le politiche di riarmo … Leggi tutto L'articolo Sanzioni, crisi energetica, riarmo: dove ci sta portando l’UE sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.