Tag - crisi demografica

Sottocosto
di   Mauro Armanino Dai poveri e migranti al lavoro precario, dai sogni al futuro: nella società del mercato tutto può essere svalutato. Persino le parole, quando smettono di raccontare …
September 4, 2026
Osservatorio Repressione
La natalità sta crollando al di sotto del livello di rimpiazzo in tutto il mondo
Gli ultimi dati provenienti da tutto il mondo stanno mettendo profondamente in discussione le proiezioni che per lungo tempo hanno prefigurato il costante aumento della popolazione globale. Anche le ultime stime elaborate al ribasso nel 2024 dalla Nazioni Unite, che prevedono che l’attuale popolazione globale, stimata in 8,2 miliardi di persone, raggiunga i 9,6 miliardi nel 2050 e un picco di 10,3 miliardi attorno al 2080 sembrano ormai da rivedere ulteriormente, e il dubbio è che la fase di picco sia molto più vicina e meno acuta. A ipotizzarlo è la ricerca dell’American Enterprise Institute (AEI), think tank di politica pubblica dedicato alla difesa della dignità umana: secondo gli autori dello studio, “Ci troviamo nel bel mezzo di un’inarrestabile e vertiginosa crisi demografica globale: un crollo in atto in tutto il mondo, sia nelle regioni ricche che in quelle povere, che molto probabilmente preannuncia un spopolamento globale a tempo indeterminato”. La ricerca – citando i dati dell’UNPD (Divisione Popolazione delle Nazioni Unite) – mette in evidenza come già nel 2023 quasi tre quarti (71%) della popolazione mondiale viveva in società al di sotto del tasso di sostituzione. Un dato confermato anche dall’Ufficio del Censimento degli Stati Uniti, il cui database internazionale giunge in modo indipendente a stime pressoché identiche per lo stesso anno. Un elemento particolarmente significativo è che questo scenario accomuna buona parte delle grandi aree del mondo e caratterizza indistintamente tanto i Paesi ricchi quanto quelli poveri: le uniche eccezioni sono rappresentate dal continente africano e da Israele, dove la guerra coloniale per la sostituzione dei palestinesi ha da tempo assunto caratteristiche di guerra demografica. Dando uno sguardo più dettagliato al mappamondo, emerge che quasi tutte le macroregioni del pianeta sono sotto i livelli di sostituzione demografica, vale a dire che sono sotto al numero medio di 2,1 figli per donna ritenuto necessario affinché una popolazione possa sostituire se stessa nel tempo senza l’ausilio dell’immigrazione. In Asia Orientale, il tasso di natalità è sceso dal 25% al di sotto del livello necessario per la stabilità demografica a lungo termine nel 2010, al 55% al di sotto del livello di sostituzione nel 2025. In quell’anno, infatti, il tasso di natalità medio dell’Asia orientale è stato inferiore a una nascita per donna. Il tasso di fertilità di questa zona del mondo è leggermente sostenuto solo dal Giappone, che ha registrato nel 2024 1,15 nascite per donna, equivalente a un tasso del 45% al di sotto del livello di sostituzione. La Cina, invece, con un tasso di fecondità totale (TFR) di circa 0,9 nascite per donna (persino inferiore all’obiettivo della sua famigerata ex politica del figlio unico), era circa il 57% al di sotto del livello di sostituzione. La Corea del Sud, ancora, con appena 0,8 nascite per donna, era al 62% al di sotto del livello di sostituzione. Proseguendo con il Sud-est asiatico, il tasso di fertilità di Singapore nel 2025 era sceso a 0,87 nascite per donna, mentre quello della Thailandia si attestava nello stesso anno a 0,93 nascite per donna. Per quanto riguarda l’India, invece, secondo il Sistema di Registrazione Campionaria dell’India, il tasso di fertilità della capitale Delhi ha raggiunto 1,2 nascite nel 2023. Non si discostano da questi dati nemmeno il Medio Oriente, l’America Latina e in generale l’emisfero occidentale e il continente europeo. In particolare, l’Europa, secondo i dati Eurostat, ha toccato tassi di natalità nel 2024 vicini alla soglia di una nascita per donna, tra cui Italia (1,18), Polonia (1,14), Lituania (1,11) e Spagna (1,10). Malta ha superato tutte le altre nazioni con un TFR di 1,01 nel 2024. Una delle poche eccezioni in questo panorama è costituita dall’Africa subsahariana dove, secondo le stime, la fertilità si attesta ancora in media su oltre quattro nascite per donna e il tasso di natalità rimane almeno dell’80% superiore al livello di sostituzione. Nonostante ciò, secondo lo studio, “anche la regione sub-sahariana è soggetta all’influenza apparentemente irresistibile di un calo sempre maggiore delle nascite. Secondo i calcoli della Divisione Popolazione delle Nazioni Unite (UNPD), probabilmente la principale autorità in materia di tendenze demografiche globali, i livelli di fertilità in tutti i paesi dell’Africa sub-sahariana sono diminuiti tra il 1980 e il 2023, e la fertilità per l’intera regione è calata di oltre il 35% nello stesso arco di tempo”. Un’altra rara eccezione a questa tendenza generalizzata di avere sempre meno figli è rappresentata da Israele, dove i livelli di fertilità nazionale (TFR stimato) sono effettivamente aumentati nell’ultima generazione seppur leggermente (da 2,9 nel 1991 a 3,0 nel 2021). La ricerca sottolinea che “Questo aumento è stato interamente determinato da una crescita della fertilità ebraica, da circa 2,6 nascite per donna nel 1995 a 3,1 nel 2024. Nel periodo 2022-2024 la fertilità in Israele è stata superiore di oltre il 20% per gli ebrei rispetto ai musulmani”. Ma quali sono le conseguenze di questa traiettoria della demografia globale? La più importante sottolineata dagli autori dello studio è la prevalenza di società con mortalità netta, ossia dove i decessi superano regolarmente e sempre più spesso le nascite. A sua volta, questa condizione comporta effetti nefasti anche sul piano socioeconomico: già nel 2015 un articolo del Wall Street Journal intitolato “Come la demografia influenza l’economia globale” prevedeva che entro il 2050 la popolazione complessiva in età lavorativa si sarebbe ridotta del 5% con ripercussioni economiche negative. Tali conclusioni smentiscono le teorie malthusiane sostenute dal capitalismo liberale secondo cui a una riduzione della popolazione corrisponde un aumento della ricchezza e del benessere complessivo. Dopo anni di politiche di contenimento delle nascite attuate in diversi Paesi del mondo, si va incontro a una prevalenza di società a mortalità netta. The post La natalità sta crollando al di sotto del livello di rimpiazzo in tutto il mondo appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 28, 2026
L'INDIPENDENTE
I giovani conquistati sul campo
di Danilo Tosarelli Bisogna poter sperare, che le cose possano andare meglio in questo nostro Paese. Ma nulla accade per caso. Sono le giovani generazioni la nostra speranza. Bisogna guardare ad esse interrogandole ed interrogandosi. La politica non ha bisogno di tifosi. La politica deve tornare ad essere una palestra dove si confrontano le idee. IL LAVORO E I GIOVANI In
E se la soluzione allo spopolamento fosse un flusso migratorio virtuoso verso i paesi?
Partendo dal dibattito che si è acceso sul tema in questi giorni, Paolo Piacentini – presidente onorario di FederTrek – prova a immaginare una risposta al problema dello spopolamento delle aree interne. Nelle ultime settimane è esplosa la polemica politica sul tema dello spopolamento delle aree interne. Il confronto dal Parlamento si è trasferito all’esterno coinvolgendo l’antropologo Vito Teti, chiamato in causa in modo alquanto maldestro dal ministro Foti. Vito ha risposto con la sua consueta lucidità e altrettanto ha fatto lo storico dell’Appennino Augusto Ciuffetti. Entrambi hanno evidenziato l’assenza di una visione chiara che, bisogna ammetterlo, viene da molto lontano e quindi ha responsabilità politiche bipartisan. Alle prime risposte accennate è seguita una lettera molto importante per contenuti e valenza politica da parte del sindaco di Gagliano Aterno Luca Santilli, a cui ha fatto seguito un articolo a più pagine, sul quotidiano il Centro. A seguito della ferma presa di posizione del sindaco di Gagliano Aterno si sono fatti sentire altri sindaci per evidenziare tutti quei fenomeni di nuovi insediamenti che danno quella speranza che il governo sembra non voler cogliere. Parlare dello spopolamento come fenomeno irreversibile vuol dire lasciare che le nostre aree interne, soprattutto in alcune aree montane più lontane dal “centro” politico e geografico, diventino un territorio da invadere con un economia estrattivista sempre più imperante. Senza riprendere le riflessioni di Vito e di Augusto, che pur nelle loro sfumature e diversità condivido da tempo, provo a mettere il dito nella piaga di alcune problematiche troppo spesso sottovalutate. Quando si parla di politiche per arginare lo spopolamento o addirittura provare ad attivare un controesodo la presenza della natura o del valore dei paesaggi sembrano essere elementi secondari perché non hanno un valore economico tangibile. Come a essere trascurata è la fragilità della maggior parte delle aree interne, soprattutto quelle montane. Di quest’ultimo problematica ci si rende conto solo quando arriva la frana di turno, fenomeno che negli ultimi è sempre più frequente. Partiamo dalla presenza delle risorse naturali nel loro insieme alle quali, da molti anni, è stato riconosciuto un valore economico attraverso il meccanismo virtuoso dei servizi ecosistemici. L’aver dato un valore economico alle risorse naturali per incentivare le comunità locali a mantenerle nel tempo anche a beneficio delle future generazioni è stata una grande novità, ma purtroppo ad oggi siamo all’anno zero. Qualche situazione è stata attivata ma rispetto alla grande opportunità di trasformazione  culturale, sociale ed economica sul come riabitare le aree interne con una nuova consapevolezza purtroppo nulla di significativo sembra emergere. Il mancato funzionamento dei servizi ecosistemici sta, in piccola parte, nella complessità del meccanismo, ma il limite più grande lo troviamo nelle  istituzioni preposte e nella politica tutta che non hanno creduto alle potenzialità di tale strumento. Immaginate una piccola comunità, anche quella più marginale in termini geografici, che viene coinvolta nella corretta gestione delle risorse naturali traendone un vantaggio economico e sociale. A quel punto, se il meccanismo dovesse andare a regime forse non servirebbero altre politiche fiscali di vantaggio e nel medio lungo termine i finanziamenti d’investimento o per la spesa corrente potrebbero trovare una finalizzazione più coerente con le esigenze delle comunità interessate. ll territorio urbano e l’area rurale hanno perso le funzioni storiche dell’attività umana e con queste anche la ritualità che dava un senso all’abitare. Se i luoghi non trasmettono più un significato legato alle attività umane – siano esse produttive, ludiche, religiose o altro – a subentrare è quello che Vito Teti definisce in modo molto chiaro come spaesamento. Si vive in un territorio come residenti senza esserne dei veri abitanti se leghiamo questo sostantivo al prendersi cura di uno spazio geografico ben definito. Non ci potrà mai essere una seria politica per la montagna e per le aree interne se le istituzioni preposte non andranno oltre quelle misure legislative, economiche e fiscali che comunque vanno messe in campo, per andare a lavorare seriamente per far nascere una nuova cultura dell’abitare. Mi capita spesso di affermare, nel mio girovagare appenninico, che il vero abitante di un luogo è colui che si prende cura dei paesaggi, intesi nella loro complessità storico-culturale, naturale e ambientale. Può esistere anche un abitare temporaneo, come accade ad esempio al viaggiatore consapevole che contribuisce a far ri-nascere un nuovo modo di rapportarsi ad ogni singolo territorio. Certo non può definirsi abitante temporaneo il turista mordi e fuggi, fosse pure “ lento” e dolce. Il territorio urbano e l’area rurale hanno perso le funzioni storiche dell’attività umana e con queste anche la ritualità che dava un senso all’abitare. Capita sempre più frequentemente che a ridare un senso all’abitare in modo nuovo le aree interne e montane siano i nuovi arrivati ed è per questo che non è assolutamente banale pensare a una politica demografica che incentivi un virtuoso flusso migratorio verso i piccoli paesi. Per stare con i piedi per terra e cercare di tenere aperto un confronto laico con chiunque ha a cuore le aree interne della nostra Penisola bisogna allora avviare una nuova stagione d’ascolto e proposta che abbia alcuni punti fermi: * Effettiva attuazione dei servizi ecosistemici, compresa la parte dei benefici immateriali per attivare la non più rinviabile alleanza tra città e montagna basata sulla consapevolezza di quanto l’urbanizzazione delle pianura e della costa dipendono dalle risorse della “spina dorsale” del Paese. * Favorire i processi migratori dalla città alle aree interne – cosa che, in piccola parte, accade da qualche anno – attraverso una seria defiscalizzazione delle attività produttive, sociali e culturali. * Frenare con norme molto stringenti i fenomeni speculativi che, oltre a essere molto spesso eterodiretti, estraggono risorse senza nessun vantaggio per le comunità locali. La politica per frenare la crisi demografica è molto complessa e la mia vuole essere un’analisi parziale che tocca aspetti scarsamente attenzionati nel dibattito pubblico. Ci torneremo.   Italia che Cambia
July 9, 2025
Pressenza