La natalità sta crollando al di sotto del livello di rimpiazzo in tutto il mondo
Gli ultimi dati provenienti da tutto il mondo stanno mettendo profondamente in
discussione le proiezioni che per lungo tempo hanno prefigurato il costante
aumento della popolazione globale. Anche le ultime stime elaborate al ribasso
nel 2024 dalla Nazioni Unite, che prevedono che l’attuale popolazione globale,
stimata in 8,2 miliardi di persone, raggiunga i 9,6 miliardi nel 2050 e un picco
di 10,3 miliardi attorno al 2080 sembrano ormai da rivedere ulteriormente, e il
dubbio è che la fase di picco sia molto più vicina e meno acuta. A ipotizzarlo è
la ricerca dell’American Enterprise Institute (AEI), think tank di politica
pubblica dedicato alla difesa della dignità umana: secondo gli autori dello
studio, “Ci troviamo nel bel mezzo di un’inarrestabile e vertiginosa crisi
demografica globale: un crollo in atto in tutto il mondo, sia nelle regioni
ricche che in quelle povere, che molto probabilmente preannuncia un spopolamento
globale a tempo indeterminato”.
La ricerca – citando i dati dell’UNPD (Divisione Popolazione delle Nazioni
Unite) – mette in evidenza come già nel 2023 quasi tre quarti (71%) della
popolazione mondiale viveva in società al di sotto del tasso di sostituzione. Un
dato confermato anche dall’Ufficio del Censimento degli Stati Uniti, il cui
database internazionale giunge in modo indipendente a stime pressoché identiche
per lo stesso anno. Un elemento particolarmente significativo è che questo
scenario accomuna buona parte delle grandi aree del mondo e caratterizza
indistintamente tanto i Paesi ricchi quanto quelli poveri: le uniche eccezioni
sono rappresentate dal continente africano e da Israele, dove la guerra
coloniale per la sostituzione dei palestinesi ha da tempo assunto
caratteristiche di guerra demografica.
Dando uno sguardo più dettagliato al mappamondo, emerge che quasi tutte le
macroregioni del pianeta sono sotto i livelli di sostituzione demografica, vale
a dire che sono sotto al numero medio di 2,1 figli per donna ritenuto necessario
affinché una popolazione possa sostituire se stessa nel tempo senza l’ausilio
dell’immigrazione. In Asia Orientale, il tasso di natalità è sceso dal 25% al di
sotto del livello necessario per la stabilità demografica a lungo termine nel
2010, al 55% al di sotto del livello di sostituzione nel 2025. In quell’anno,
infatti, il tasso di natalità medio dell’Asia orientale è stato inferiore a una
nascita per donna. Il tasso di fertilità di questa zona del mondo è leggermente
sostenuto solo dal Giappone, che ha registrato nel 2024 1,15 nascite per donna,
equivalente a un tasso del 45% al di sotto del livello di sostituzione. La Cina,
invece, con un tasso di fecondità totale (TFR) di circa 0,9 nascite per donna
(persino inferiore all’obiettivo della sua famigerata ex politica del figlio
unico), era circa il 57% al di sotto del livello di sostituzione. La Corea del
Sud, ancora, con appena 0,8 nascite per donna, era al 62% al di sotto del
livello di sostituzione.
Proseguendo con il Sud-est asiatico, il tasso di fertilità di Singapore nel 2025
era sceso a 0,87 nascite per donna, mentre quello della Thailandia si attestava
nello stesso anno a 0,93 nascite per donna. Per quanto riguarda l’India, invece,
secondo il Sistema di Registrazione Campionaria dell’India, il tasso di
fertilità della capitale Delhi ha raggiunto 1,2 nascite nel 2023. Non si
discostano da questi dati nemmeno il Medio Oriente, l’America Latina e in
generale l’emisfero occidentale e il continente europeo. In particolare,
l’Europa, secondo i dati Eurostat, ha toccato tassi di natalità nel 2024 vicini
alla soglia di una nascita per donna, tra cui Italia (1,18), Polonia (1,14),
Lituania (1,11) e Spagna (1,10). Malta ha superato tutte le altre nazioni con un
TFR di 1,01 nel 2024.
Una delle poche eccezioni in questo panorama è costituita dall’Africa
subsahariana dove, secondo le stime, la fertilità si attesta ancora in media su
oltre quattro nascite per donna e il tasso di natalità rimane almeno dell’80%
superiore al livello di sostituzione. Nonostante ciò, secondo lo studio, “anche
la regione sub-sahariana è soggetta all’influenza apparentemente irresistibile
di un calo sempre maggiore delle nascite. Secondo i calcoli della Divisione
Popolazione delle Nazioni Unite (UNPD), probabilmente la principale autorità in
materia di tendenze demografiche globali, i livelli di fertilità in tutti i
paesi dell’Africa sub-sahariana sono diminuiti tra il 1980 e il 2023, e la
fertilità per l’intera regione è calata di oltre il 35% nello stesso arco di
tempo”. Un’altra rara eccezione a questa tendenza generalizzata di avere sempre
meno figli è rappresentata da Israele, dove i livelli di fertilità nazionale
(TFR stimato) sono effettivamente aumentati nell’ultima generazione seppur
leggermente (da 2,9 nel 1991 a 3,0 nel 2021). La ricerca sottolinea che “Questo
aumento è stato interamente determinato da una crescita della fertilità ebraica,
da circa 2,6 nascite per donna nel 1995 a 3,1 nel 2024. Nel periodo 2022-2024 la
fertilità in Israele è stata superiore di oltre il 20% per gli ebrei rispetto ai
musulmani”.
Ma quali sono le conseguenze di questa traiettoria della demografia globale? La
più importante sottolineata dagli autori dello studio è la prevalenza di società
con mortalità netta, ossia dove i decessi superano regolarmente e sempre più
spesso le nascite. A sua volta, questa condizione comporta effetti nefasti anche
sul piano socioeconomico: già nel 2015 un articolo del Wall Street Journal
intitolato “Come la demografia influenza l’economia globale” prevedeva che entro
il 2050 la popolazione complessiva in età lavorativa si sarebbe ridotta del 5%
con ripercussioni economiche negative. Tali conclusioni smentiscono le teorie
malthusiane sostenute dal capitalismo liberale secondo cui a una riduzione della
popolazione corrisponde un aumento della ricchezza e del benessere complessivo.
Dopo anni di politiche di contenimento delle nascite attuate in diversi Paesi
del mondo, si va incontro a una prevalenza di società a mortalità netta.
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