Caso Epstein, l’ex banchiere di JPMorgan ammette: «Gli passavo informazioni riservate»
Jeffrey Epstein non era soltanto il cliente facoltoso che le banche continuarono
a servire nonostante una condanna per reati sessuali su minori. Era anche il
confidente al quale uno dei più potenti banchieri di Wall Street affidava
informazioni riservate e sensibili per i mercati. Jes Staley, ex dirigente di
JPMorgan Chase e successivamente amministratore delegato di Barclays, ha ammesso
davanti al Congresso americano di avere condiviso ripetutamente con Epstein
comunicazioni interne di JPMorgan, dettagli su operazioni ancora in corso e,
persino, conversazioni con la Federal Reserve durante la crisi finanziaria del
2008.
La rivelazione emerge dalla trascrizione dell’audizione a porte chiuse svolta il
24 luglio e pubblicata dalla Commissione di Vigilanza della Camera. Staley
scrisse a Epstein che in appena due settimane la banca privata di JPMorgan aveva
raccolto 44 miliardi di dollari, lo informò sui contatti in corso con il Tesoro
americano e gli anticipò dettagli su possibili acquisizioni. In un’e-mail dell’8
ottobre 2008, Staley scriveva a Epstein di stare lavorando con la Fed a «un’idea
per risolvere la situazione» e di avere bisogno di «un amico intelligente» con
cui ragionare. Epstein, in quel momento, si trovava già in carcere dopo essersi
dichiarato colpevole di adescamento a fini di prostituzione e di avere procurato
una minorenne per la prostituzione. Staley gli domandava se fosse possibile
farlo uscire per un fine settimana e aggiungeva tra parentesi: «Ci stanno
ascoltando?», una domanda che lascia trasparire la consapevolezza della
delicatezza dello scambio. Interrogato sulla divulgazione di notizie
confidenziali, l’ex banchiere ha sostenuto di ritenersi autorizzato a
condividerle quando lo giudicava opportuno. Una giustificazione che non
chiarisce per quale ragione un detenuto condannato per reati sessuali fosse
considerato un interlocutore sufficientemente autorevole da essere coinvolto,
sia pure informalmente, in questioni capaci di influenzare i mercati. Staley ha
continuato a descrivere il legame come una stretta relazione professionale,
ribadendo di non essere stato a conoscenza della prosecuzione degli abusi e
della reale estensione della rete criminale di Epstein.
La sua deposizione, però, mostra che i segnali d’allarme erano tutt’altro che
invisibili. Staley ha riconosciuto di avere avvertito Epstein che JPMorgan lo
considerava un cliente ad alto rischio e che la banca guardava con crescente
preoccupazione ai suoi ingenti prelievi in contanti. Nel solo 2004 erano stati
registrati 840 mila dollari di operazioni cash, saliti a oltre 900 mila l’anno
successivo; un rapporto interno del 2006 segnalava prelievi ricorrenti compresi
tra 40 e 80 mila dollari e richiamava espressamente le accuse per avere adescato
minorenni a fini di prostituzione. Eppure, dopo la condanna del 2008, Staley
intervenne perché Epstein conservasse almeno i conti correnti e chiese al
responsabile legale della banca di riesaminarne la posizione, ricordando al
Congresso che il finanziere aveva procurato all’istituto clienti importanti.
Anni dopo, nel 2014, il banchiere firmò inoltre i documenti che lo indicavano
come trustee di un fondo fiduciario istituito da Epstein e, nel 2015, ne
sottoscrisse una modifica. Staley ha dichiarato di avere poi rinunciato
all’incarico, senza ricevere compensi, perché non voleva essere associato al
patrimonio del finanziere. Nel frattempo, tuttavia, Epstein era rimasto cliente
di JPMorgan fino al 2013. Secondo un memorandum dello staff democratico della
Commissione Finanze del Senato, mentre Epstein era ancora vivo JPMorgan segnalò
alle autorità poco più di 4,3 milioni di dollari di operazioni sospette;
soltanto dopo la sua morte presentò segnalazioni retroattive relative a quasi
1,3 miliardi, distribuiti in migliaia di transazioni risalenti fino al 2003.
JPMorgan non rappresenta un’eccezione isolata, ma il nodo principale di un
sistema finanziario che per anni continuò a trasferire denaro e ad amministrare
patrimoni mentre attorno a Epstein si accumulavano procedimenti e indicatori di
rischio. Nel 2023, la banca ha accettato di versare 290 milioni di dollari alle
vittime e altri 75 milioni alle Isole Vergini americane per chiudere le cause,
senza ammettere responsabilità. Deutsche Bank, che accolse il finanziere nel
2013 dopo l’uscita da JPMorgan, ha pagato 75 milioni alle sopravvissute e nel
2020 è stata multata per 150 milioni di dollari dal regolatore dello Stato di
New York: l’istituto aveva eseguito pagamenti a presunte complici, modelle russe
e numerose donne dell’Europa orientale, oltre a prelievi sospetti superiori a
800 mila dollari. Nel marzo scorso, anche Bank of America ha raggiunto un
accordo da 72,5 milioni, continuando a respingere le accuse di avere agevolato
la rete. Altri documenti hanno fatto emergere rapporti con Morgan Stanley,
Goldman Sachs e HSBC, mentre accertamenti hanno lambito Edmond de Rothschild e
l’ex filiale americana di Banco Sabadell. Ridurre tutto all’imprudenza di un
singolo dirigente significa ignorare il ruolo dell’infrastruttura bancaria che
ha sostenuto per decenni la rete di Epstein: gli istituti hanno pagato multe e
accordi civili, ma nessuno dei loro vertici ne ha risposto penalmente.
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