
Woke: i diritti sono tutti uguali/1
Pressenza - Tuesday, August 25, 2026La discussione su presunti eccessi dei diritti civili ha preso una piega surreale: alle sinistre si propone di privilegiare un programma sociale, in realtà annacquato, costruendo una gerarchia sbagliata. Eppure la cultura intersezionale ha da tempo superato questa contrapposizione
Il dibattito che si è aperto sulla cosiddetta (dalla destra) cultura «woke» probabilmente sarà dimenticato tra qualche settimana, come spesso avviene nella politica italiana. Basterà che la ripresa delle attività proponga i temi di attualità politica per vedere defunta una riflessione sulla cultura di fondo delle forze progressiste. Ammesso che quello che è in corso sia esattamente questo.
In ogni caso, questa discussione, nata dalle posizioni di Alexandria Ocasio-Cortez, la deputata di orientamento socialista Usa più nota dopo Bernie Sanders e che ha parlato di un «woke 1.0 come follia» riferendosi a una fase iniziale della cultura che proviene dalle comunità afroamericane («stay woke») come reazione e risposta alle pratiche di razzializzazione subite dai bianchi, tocca nodi nevralgici anche nelle forme malposte in cui il dibattito si è avviato: anche queste, infatti, mostrano vizi e deformazioni della cultura politica della cosiddetta sinistra accumulatisi nel corso degli anni.
Sulle evoluzioni che la presa di posizione di Ocasio-Cortez rende possibili, va detto innanzitutto che la contrapposizione tra un «woke» eccessivo delle origini e un woke 2.0, ammesso sia questo l’obiettivo, non rende ragione alla realtà delle cose, anche negli Stati Uniti. La questione dirimente, ancora negli Usa e nel mondo si potrebbe dire, non è tanto l’egemonia delle posizioni estreme in tema di guerre culturali visto che l’egemonia, per lo meno sul piano politico e della comunicazione, è fortemente appannaggio della destra, sia essa quella mediatica di Elon Musk o quella squisitamente politica di Donald Trump.
Ma soprattutto, quell’impostazione non tiene conto di un passaggio storico-culturale: quella che Olúfẹ́mi Táíwò definisce «cattura delle élite» e quindi l’appropriazione da parte dell’establishment, anche democratico e progressista, anche quello delle accademie e non solo quello imprenditoriale, delle istanze che hanno dato vita a movimenti antirazzisti o di liberazione sessuale per sganciarli dai diritti sociali, o peggio trasformarli in brand commerciali. Sarebbe stato forse più produttivo individuare questa offensiva subita dal woke 1.0 piuttosto che metterlo sulla graticola dell’autocritica in un processo che non fa che avvantaggiare la destra.
Un dibattito surreale
Da qui a dire che il «woke» va ripensato e che la sinistra deve rivedere la propria (presunta) subordinazione a un’egemonia per lo più accademica e culturale che ha posto sopra a ogni difesa dei diritti sociali quella di (presunte) priorità eccentriche – il linguaggio, la critica alla cultura coloniale, il rispetto delle linee guida Dei (Diversity, equity, inclusion) che tanto hanno fatto discutere in diverse università e strutture pubbliche – c’è voluto poco. Tanto che quasi nessuno si è accorto che Ocasio-Cortez non stava affermando direttamente un proprio pensiero ma, forse per tastare il terreno o togliersi dall’impaccio, riprendeva un vecchio tweet di Chi Ossé, un consigliere comunale di estrema sinistra di New York, quando ha descritto la cosiddetta «era Woke 1.0» (Ossé aveva pubblicato un post su X a maggio a proposito di quest’era «folle»). Questo, e non dunque una posizione strutturata e corredata di analisi, spiegazioni e contestualizzazione storica, è quello che ha fatto scattare la reazione italiana anche a seguito dell’articolo che su questo ha scritto Giuseppe Conte, presidente del M5S, su Repubblica.
Conte ha confessato di essere stato «nel corso degli anni fortemente perplesso di fronte ad alcuni eccessi della cultura “woke”, rimbalzati dagli Stati uniti» facendo l’esempio di «Omero e Cicerone trattati alla stregua di suprematisti bianchi». Questa impostazione culturale a suo avviso «ha finito per restituire l’immagine di una politica, a sinistra, indisponibile a mettere in discussione i privilegi delle fasce sociali più avvantaggiate e a farsi realmente carico delle urgenze delle fasce più deboli della popolazione». Woke contro difesa dei diritti sociali, e si potrebbe forse dire la preoccupazione di una libertà con coloriture identitarie invece dell’uguaglianza.
Sfuggire alla cattura delle élite
Si tratta di un abbaglio tradizionale nel pensiero di sinistra, qui però presentato senza approfondire adeguatamente cosa sia stato davvero il woke, e soprattutto di cosa parliamo quando ci riferiamo all’Italia. Ci torniamo fra poco, vale prima la pena notare che la posizione di Conte, basta scorrere i social e anche qualche articolo sulla stampa di sinistra, ha solleticato gli umori di chi è rimasto attardato a vecchie analisi e schemi, insensibile ai diritti di libertà e alle esigenze di affermazione delle identità, non per forza destinate a sfociare nell’identitarismo, e più orientato a rivendicare la rigorosa difesa dell’uguaglianza sociale da cui, giocoforza, deriverebbe tutto il resto. Prima il socialismo, poi si metterà tutto a posto. Illusione non solo smentita dalla storia, ma contestata dalla realtà dei movimenti sociali degli ultimi trent’anni almeno.
Certo, lo stesso Conte, e chi ha trovato accettabile la sua impostazione, aggiunge che «la cultura woke non è stata solo questo. Ha promosso una più vigile attenzione sui dispositivi culturali che marginalizzano specifiche identità, ha contribuito a contrastare le varie forme di razzismo, di sessismo, di discriminazione» conferendo, tramite un’impropria citazione di Michel Foucault, importanza anche ai «linguaggi, immagini, rappresentazioni che perpetuano stereotipi e gerarchie simboliche». Detto questo però il suo articolo si è occupato più di delineare una piattaforma per la coalizione progressista – e pour cause, occorre dire, vista l’imminenza delle primarie e delle elezioni – saldandola soprattutto sul programma sociale e mettendo la sordina proprio a quelle istanze su cui a parole si propone di restare «vigili».
Ed è esattamente qui la trappola: ritenere che i diritti di libertà, la discussione, anche complessa e contraddittoria sul linguaggio (si pensi all’irritazione che provoca lo schwa), le questioni poste dall’immigrazione, in particolare dalle seconde generazioni che rivendicano non solo diritti, ma anche rispetto e affermazione positiva della propria identità e cultura, finiscano in fondo alla lista del programma futuro del centrosinistra. Programma in cui, però, non sembra stiano finendo posizioni nette sul piano sociale: si pensi alla ritrosia ad accettare una tassa patrimoniale, a titubanze sulle questioni del lavoro e/o sindacali. Si parla solo di salario minimo ma non si dice mai come recuperare davvero salario reale e invertire la politica di spoliazione della working class degli ultimi trent’anni. Lo scambio diritti civili-diritti sociali è inaccettabile, ma almeno, se proprio deve essere proposto, ci si aspetterebbe che fosse uno scambio di adeguato livello. Invece quello a cui assistiamo è una demolizione delle istanze che stanno alla base delle rivendicazioni civili più importanti senza nessuna proiezione coraggiosa sul fronte delle conquiste sociali. (continua…)