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Woke: i diritti sono tutti uguali/2
Un regalo alla destra A questa impostazione complessiva ha dato una buona risposta Andrea Fabozzi nel suo editoriale sul manifesto del 23 agosto in cui, in particolare, ribadisce che a sinistra «non si discute della necessità di non abbandonare le battaglie sociali […] né si possono negare certi esiti surreali delle battaglie di libertà che si concludono con un nuovo divieto o certe insistenze ridicole nel politicamente corretto. Ma così come riconosciamo il sovranista anche quando azzecca la polemica contro gli eccessi normativi dell’Unione europea sui cetrioli, non ci ingannano i razzisti anche quando si travestono da difensori dei cattivi delle favole». Dietro un’autocritica indebita della sinistra a un suo (presunto) cedimento alla cultura woke si nasconde, si può nascondere, un’insofferenza proprio per le battaglie che quella cultura ha posto seppellendole dietro presunti o veritieri eccessi – ne offre qualche dimostrazione Branko Marcetic su Jacobin Mag – e perdendo l’essenziale di quelle lotte. Anche perché, conclude Fabozzi, la battaglia per i diritti sottesi dal woke «è la stessa battaglia, non un’altra, di quella per una casa, un ospedale, un lavoro, un salario e un’esistenza dignitosa per tutte e per tutti». Questa è stata la posizione più consolidata nella sinistra radicale che non ha paura di confrontarsi con le istanze dei diritti civili e anche con le richieste bollate come «eccessive», spesso dovute a secoli di dominazione e oppressione e che vengono facilmente banalizzate: si pensi, ad esempio, alla richiesta di cancellare la festività del Thanks giving, facendo finta o, peggio, non volendo assolutamente fare i conti con il passato coloniale e di sterminio degli Stati Uniti. Il punto è che a stritolare quei diritti non sono solo i cosiddetti regimi «illiberali» ma anche i paesi liberali come gli Stati Uniti o il Regno unito che hanno lanciato campagne contro gli studi che hanno cercato di decostruire il razzismo sistemico. La buona morale non ci salverà Ed è proprio qui che comincia il cortocircuito di questa discussione estiva. La sinistra non ha ingaggiato nessuna vera battaglia woke e il tema è invece totalmente egemonizzato, in termini negativi e regressivi, dalla destra globale. La punta di lancia può essere forse individuata nel modo in cui Elon Musk utilizza la sua comunicazione, nell’indecente disprezzo esibito da Donald Trump che ha dichiarato di aver estirpato dall’amministrazione pubblica tutto questo «folle wokismo» oppure nelle politiche mirate della presidenza Macron contro le rivendicazioni delle generazioni delle banlieus. Ma anche l’Italia non scherza. La scelta di dichiarare la storia occidentale come l’unica storia, come da linee guida sui programmi scolastici del ministero di Valditara, sotto la regia di Ernesto Galli della Loggia, è un esempio di suprematismo e colonialismo di ritorno. Il ribrezzo per il woke manifestato dall’attuale governo italiano si misura nel divieto per l’educazione sessuale nelle scuole o nei limiti posti alla cosiddetta «cultura gender». E tutto questo si sublima nel linguaggio omofobo, razzista, sessista e quant’altro si voglia aggiungere che formazioni come quella di Roberto Vannacci, o la stessa Lega e Fratelli d’Italia, si sentono in diritto di esprimere in nome di una malintesa libertà di pensiero. Il primo risultato di questa discussione surreale è così quello di avvantaggiare la destra, non tanto sul piano tattico-elettorale, e quindi nel breve termine, ma sul piano ideologico e valoriale, e quindi come vittoria strategica. I diritti sociali senza i diritti civili non esistono Ma quel che manca è soprattutto la radice dell’equivoco che si incontra ogni volta che si parla di diritti civili contrapposti a quelli sociali, quando è chiaro a chiunque che l’oppressione delle persone Lgbtq+, per fare un solo esempio, si associa alla mancanza di accessi ai servizi di educazione sessuale o alle condizioni di precarietà, del tutto ignorate quando, ancora per fare un esempio, si lanciano campagna isteriche contro la possibilità di adozioni omosessuali o addirittura contro l’ipotesi di gestazione per altri. La radice di questo misunderstanding è esattamente nella scelta della sinistra liberale di disgiungere i due ambiti per fare politiche sociali di destra e riscuotere consensi in virtù della difesa dei diritti civili (senza poi nemmeno difenderli davvero). Se autocritica va fatta non è sull’eccesso di woke, ma sul non aver associato due battaglie che stanno insieme, come la cultura intersezionale insegna, e che invece sono state separate non per ignoranza ma per seguire un processo di adattamento al capitalismo e alle sue leggi e a seguito di quella «cattura delle élite» di cui sopra. Si tratta di un approccio talmente interiorizzato a sinistra, almeno dai tempi della «terza via», che non si capisce come, oggi, Elly Schlein – che probabilmente prima o poi dirà la sua sulla questione – possa difendere i diritti civili affermando che stavolta su quelli sociali non ci saranno tentennamenti. Sarà in grado di sfidare la destra interna al suo partito e aprire un nuovo fronte di scontro? Senza un utilizzo corretto della cultura intersezionale, in termini di comprensione delle varie oppressioni e non come mera giustapposizione di queste e delle lotte che ne conseguono, questo problema non può essere risolto. Se errori o sottovalutazioni ci sono stati finora, riguardano un’incapacità generalizzata a cogliere la stratificazione e l’accumulazione, sopra i soggetti in carne e ossa, di ingiustizie che nella vita quotidiana non vengono e non possono mai essere viste come contrapposte o gerarchizzate l’una all’altra. I lavoratori e le lavoratrici migranti, sfruttate nei campi agricoli del Sud Italia, sono perfettamente in grado di capire che tra le ragioni evidenti del loro salario indecente c’è anche la loro provenienza e il colore della loro pelle. Lo stesso accade agli operai di Prato. In quella condizione materiale, se la si guarda davvero e se davvero si articola una lotta che tiene conto del punto di vista soggettivo, c’è tutta l’opportunità di non contrapporre istanze apparentemente diverse e di valorizzare rivendicazioni globali. Resta un punto sottolineato correttamente da Matteo Renzi nel suo intervento furbesco su Repubblica (sì, come al solito l’orologio rotto segna due volte al giorno l’ora esatta): la discussione sui valori è decisiva. E se una sinistra degna di questo nome non può fare da ancella ai dettami del capitalismo, facendo credere di poterne correggere gli eccessi, lo stesso vale per i diritti di libertà e di riconoscimento delle proprie aspirazioni. Si possono anche correggere gli eccessi (ma in Italia quali? Da parte di chi?) ma non si possono avere dubbi sulla tossicità del patriarcato (mediterraneo o universale che sia) e sugli effetti che provoca sui corpi, e la vita, delle donne; non si può comprimere la libertà di affermarsi secondo la propria identità sessuale, non si possono confondere le procedure a volte bislacche nelle università, per lo più statunitensi, con la necessità di rilanciare studi e critica contro il colonialismo; non si può sottovalutare il ruolo del razzismo che riprende piede, o addirittura il ritorno del fascismo. Le idiosincrasie sullo schwa non possono banalizzare la discussione che lo sottende, e quindi il potere del linguaggio e la necessità di nominare i soggetti, e non si può pensare che la gestione della cultura, i dispositivi che la controllano e reiterano, siano neutri. Se da questa discussione dovesse restare qualcosa, che sia la fissazione di principi non negoziabili. *Salvatore Cannavò, già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra (Alegre, 2018) e Si fa presto a dire sinistra (Piemme, 2023). Redazione Italia
August 25, 2026
Pressenza
Woke: i diritti sono tutti uguali/1
La discussione su presunti eccessi dei diritti civili ha preso una piega surreale: alle sinistre si propone di privilegiare un programma sociale, in realtà annacquato, costruendo una gerarchia sbagliata. Eppure la cultura intersezionale ha da tempo superato questa contrapposizione Il dibattito che si è aperto sulla cosiddetta (dalla destra) cultura «woke» probabilmente sarà dimenticato tra qualche settimana, come spesso avviene nella politica italiana. Basterà che la ripresa delle attività proponga i temi di attualità politica per vedere defunta una riflessione sulla cultura di fondo delle forze progressiste. Ammesso che quello che è in corso sia esattamente questo. In ogni caso, questa discussione, nata dalle posizioni di Alexandria Ocasio-Cortez, la deputata di orientamento socialista Usa più nota dopo Bernie Sanders e che ha parlato di un «woke 1.0 come follia» riferendosi a una fase iniziale della cultura che proviene dalle comunità afroamericane («stay woke») come reazione e risposta alle pratiche di razzializzazione subite dai bianchi, tocca nodi nevralgici anche nelle forme malposte in cui il dibattito si è avviato: anche queste, infatti, mostrano vizi e deformazioni della cultura politica della cosiddetta sinistra accumulatisi nel corso degli anni. Sulle evoluzioni che la presa di posizione di Ocasio-Cortez rende possibili, va detto innanzitutto che la contrapposizione tra un «woke» eccessivo delle origini e un woke 2.0, ammesso sia questo l’obiettivo, non rende ragione alla realtà delle cose, anche negli Stati Uniti. La questione dirimente, ancora negli Usa e nel mondo si potrebbe dire, non è tanto l’egemonia delle posizioni estreme in tema di guerre culturali visto che l’egemonia, per lo meno sul piano politico e della comunicazione, è fortemente appannaggio della destra, sia essa quella mediatica di Elon Musk o quella squisitamente politica di Donald Trump. Ma soprattutto, quell’impostazione non tiene conto di un passaggio storico-culturale: quella che Olúfẹ́mi Táíwò definisce «cattura delle élite» e quindi l’appropriazione da parte dell’establishment, anche democratico e progressista, anche quello delle accademie e non solo quello imprenditoriale, delle istanze che hanno dato vita a movimenti antirazzisti o di liberazione sessuale per sganciarli dai diritti sociali, o peggio trasformarli in brand commerciali. Sarebbe stato forse più produttivo individuare questa offensiva subita dal woke 1.0 piuttosto che metterlo sulla graticola dell’autocritica in un processo che non fa che avvantaggiare la destra. Un dibattito surreale Da qui a dire che il «woke» va ripensato e che la sinistra deve rivedere la propria (presunta) subordinazione a un’egemonia per lo più accademica e culturale che ha posto sopra a ogni difesa dei diritti sociali quella di (presunte) priorità eccentriche – il linguaggio, la critica alla cultura coloniale, il rispetto delle linee guida Dei (Diversity, equity, inclusion) che tanto hanno fatto discutere in diverse università e strutture pubbliche – c’è voluto poco. Tanto che quasi nessuno si è accorto che Ocasio-Cortez non stava affermando direttamente un proprio pensiero ma, forse per tastare il terreno o togliersi dall’impaccio, riprendeva un vecchio tweet di Chi Ossé, un consigliere comunale di estrema sinistra di New York, quando ha descritto la cosiddetta «era Woke 1.0» (Ossé aveva pubblicato un post su X a maggio a proposito di quest’era «folle»). Questo, e non dunque una posizione strutturata e corredata di analisi, spiegazioni e contestualizzazione storica, è quello che ha fatto scattare la reazione italiana anche a seguito dell’articolo che su questo ha scritto Giuseppe Conte, presidente del M5S, su Repubblica. Conte ha confessato di essere stato «nel corso degli anni fortemente perplesso di fronte ad alcuni eccessi della cultura “woke”, rimbalzati dagli Stati uniti» facendo l’esempio di «Omero e Cicerone trattati alla stregua di suprematisti bianchi». Questa impostazione culturale a suo avviso «ha finito per restituire l’immagine di una politica, a sinistra, indisponibile a mettere in discussione i privilegi delle fasce sociali più avvantaggiate e a farsi realmente carico delle urgenze delle fasce più deboli della popolazione». Woke contro difesa dei diritti sociali, e si potrebbe forse dire la preoccupazione di una libertà con coloriture identitarie invece dell’uguaglianza. Sfuggire alla cattura delle élite Si tratta di un abbaglio tradizionale nel pensiero di sinistra, qui però presentato senza approfondire adeguatamente cosa sia stato davvero il woke, e soprattutto di cosa parliamo quando ci riferiamo all’Italia. Ci torniamo fra poco, vale prima la pena notare che la posizione di Conte, basta scorrere i social e anche qualche articolo sulla stampa di sinistra, ha solleticato gli umori di chi è rimasto attardato a vecchie analisi e schemi, insensibile ai diritti di libertà e alle esigenze di affermazione delle identità, non per forza destinate a sfociare nell’identitarismo, e più orientato a rivendicare la rigorosa difesa dell’uguaglianza sociale da cui, giocoforza, deriverebbe tutto il resto. Prima il socialismo, poi si metterà tutto a posto. Illusione non solo smentita dalla storia, ma contestata dalla realtà dei movimenti sociali degli ultimi trent’anni almeno. Certo, lo stesso Conte, e chi ha trovato accettabile la sua impostazione, aggiunge che «la cultura woke non è stata solo questo. Ha promosso una più vigile attenzione sui dispositivi culturali che marginalizzano specifiche identità, ha contribuito a contrastare le varie forme di razzismo, di sessismo, di discriminazione» conferendo, tramite un’impropria citazione di Michel Foucault, importanza anche ai «linguaggi, immagini, rappresentazioni che perpetuano stereotipi e gerarchie simboliche». Detto questo però il suo articolo si è occupato più di delineare una piattaforma per la coalizione progressista – e pour cause, occorre dire, vista l’imminenza delle primarie e delle elezioni – saldandola soprattutto sul programma sociale e mettendo la sordina proprio a quelle istanze su cui a parole si propone di restare «vigili». Ed è esattamente qui la trappola: ritenere che i diritti di libertà, la discussione, anche complessa e contraddittoria sul linguaggio (si pensi all’irritazione che provoca lo schwa), le questioni poste dall’immigrazione, in particolare dalle seconde generazioni che rivendicano non solo diritti, ma anche rispetto e affermazione positiva della propria identità e cultura, finiscano in fondo alla lista del programma futuro del centrosinistra. Programma in cui, però, non sembra stiano finendo posizioni nette sul piano sociale: si pensi alla ritrosia ad accettare una tassa patrimoniale, a titubanze sulle questioni del lavoro e/o sindacali. Si parla solo di salario minimo ma non si dice mai come recuperare davvero salario reale e invertire la politica di spoliazione della working class degli ultimi trent’anni. Lo scambio diritti civili-diritti sociali è inaccettabile, ma almeno, se proprio deve essere proposto, ci si aspetterebbe che fosse uno scambio di adeguato livello. Invece quello a cui assistiamo è una demolizione delle istanze che stanno alla base delle rivendicazioni civili più importanti senza nessuna proiezione coraggiosa sul fronte delle conquiste sociali. (continua…)   Redazione Italia
August 25, 2026
Pressenza
Ancora su Vannacci: a destra dell’estrema destra
di Saverio Ferrari (*). La vignetta è di Vauro. STORIA DI UN ULTRANAZIONALISTA NOSTALGICO DELLA DECIMA MAS IN LIBERA USCITA NEL CAMPO DELLE DESTRE L’uscita dalla Lega di Roberto Vannacci, generale in congedo, europarlamentare, nonché vicesegretario nazionale del partito, è avvenuta con un annuncio pubblico il 3 febbraio scorso, alle 16, in concomitanza con il Consiglio Federale convocato da Matteo
Perché l’ideologia woke è di destra
L’ideologia woke già da due anni ha perso smalto e innocenza, per diventare nelle mani delle destre l’insulto ideale con cui screditare ogni lotta contro razzismo, ingiustizia, oppressione. Il wokismo è diventato il dispositivo retorico reazionario della destra per criticare chiunque parli di lotta al colonialismo e all’imperialismo, anche se spesso e volentieri discorsi apparentemente anticoloniali stanno sullo sfondo dei discorsi woke. Non è un caso infatti che erroneamente molti autori progressisti vengono definiti woke, pur non essendolo di fatto. Ciò alimenta ancor di più la confusione sotto il cielo. L’obiettivo della destra è delegittimare chi parla di colonialismo occidentale e dei suoi crimini nella storia degli ultimi secoli, continuando a portare in palmo di mano i presunti “valori occidentali”. Dall’altra parte le esplosioni di puritanesimo rieducativo scatenato dagli eccessi della cancel culture hanno alienato chi, pur di opinioni progressiste, non accettava questo clima di inespressione. C’è chi la demonizza, descrivendola come una sorta di perversione-ossessione, e c’è chi invece la considera una forma addirittura di “progresso morale e spirituale dell’umanità”. Ma che cosa significa Woke? E in che cosa consiste questa nuova ideologia che sembra diventata egemone in molti ambienti della cosiddetta “sinistra neoliberal” occidentale? Sebbene sia fondamentalmente presa di mira dalla destra più reazionaria, davvero è di sinistra? Esistono, oltre alle solite critiche della destra bigotta e conservatrice, anche altre più sensate che mettono a nudo le ipocrisie e fanno luce sui suoi legami con l’attuale sistema-mondo e la sua ideologia di fondo, il neoliberismo? Il termine Woke,– letteralmente “sveglio” – entra ufficialmente nei dizionari dell’anglosfera a partire dal 2017 dopo essere stato adottato dal movimento anti-razzista Black Lives Matter. Non si tratta di una visione politica complessiva e organica, ma di un insieme – spesso anche un po’ caotico – di teorie e di rivendicazioni diverse ma che, secondo autori importanti come Chomsky o Zizek, hanno comunque un senso storico preciso e coerente: un vero e proprio cambio di paradigma nelle teorie e nelle pratiche politiche della sinistra occidentale. La sinistra non di sempre, ma la sinistra liberal: quella che non critica il capitalismo, ma parla di “capitalismo inclusivo”; quella che non parla di liberazione dai sistemi di oppressione, ma di emancipazione nei sistemi stessi; quella che non parla di mettere in discussione gli attuali rapporti di potere, ma vuole integrare tutti negli attuali ruoli di potere; infine quella che non parla di socialismo, ma di “mercato libero” in nome del “neoliberismo progressista”. L’ideologia Woke spazia dai classici temi connessi ai diritti civili ad alcune nuove battaglie culturali che vanno dalla distruzione di monumenti del passato alla politicizzazione degli orientamenti sessuali visti come atti di autoaffermazione, alla legalizzazione della gravidanza surrogata, alla censura del linguaggio ritenuto scorretto: da qui i grandi temi delle “guerre culturali”, la polarizzazione radicale dell’opinione pubblica e la lotta per il politically correct).   Questo nuovo orientamento politico ha origine in quella corrente culturale nota come postmodernismo emersa negli anni Settanta nelle università francesi e poi diffusasi in alcuni ambienti della sinistra liberal americana da cui poi è stata pienamente fecondata. Un nuovo approccio che prenderà anche il nome di New Left e che si caratterizza per una cesura piuttosto netta con la tradizione socialista e marxiana e si fonda su nuove teorie dello sfruttamento e dell’emancipazione più compatibili con le strutture capitaliste. A partire dagli anni Ottanta, con la crisi dell’Urss e l’affermarsi delle strutture economiche neoliberiste, che questa ideologia comincia a diffondersi e ad affermarsi. Per quanto quasi nessuno si definirebbe Woke, oggi nel nostro Paese gran parte di queste idee sono entrate a far parte dell’immaginario politico delle nuove generazioni, e questo anche grazie all’adesione ad alcune delle sue teorie da parte attori, influencer e di buona parte dell’industria dello spettacolo e dell’intrattenimento. Dall’altro lato della barricata, ad avere risonanza sono purtroppo quasi solo le critiche mosse dalla destra bigotta e reazionaria che, in nome di una tradizione da loro arbitrariamente inventata, si erge ad eroica guardiana dei sacri valori del patriarcato, della distinzione dei ruoli di genere e, in generale, di come si facevano le cose una volta. Ma al di là del generale Vannacci e dell’estrema destra italiana, in questi anni anche tanti intellettuali di sinistra hanno preso posizione contro alcune delle tesi antropologiche e politiche dell’ideologia Woke più superficiali e contro l’atteggiamento aristocratico e antidemocratico di alcuni suoi esponenti. Nel suo libro Categorie della politica, Vincenzo Costa sottolinea, ad esempio, anche l’atteggiamento spesso elitario e classista di questa nuova sottocultura. Maturata all’interno delle università, l’ideologia Woke ha infatti fatto presa soprattutto negli ambienti di lavoro intellettuale e negli strati più agiati della popolazione. Nonostante il bombardamento mediatico, le classi popolari ne sono rimaste sostanzialmente estranee e, anzi, spesso guardano ad essa con ostilità e sospetto. Come scrive la giornalista Florinda Ambrogio: “La correlazione tra redditi alti dei genitori e comportamenti Woke dei figli salta agli occhi. […] In Francia, solo il 40 per cento degli operai ha sentito parlare della scrittura inclusiva e solo il 18 per cento sa di che cosa si tratta, contro il 73 per cento nelle categorie superiori.” Ma questa diffidenza e ostilità non è casuale e ha ragioni politiche profonde. Nella New Left postmoderna vengono infatti ridefinite le nozioni di dominio e di emancipazione: il soggetto da emancipare smette di essere identificato nei ceti subalterni e nelle classi lavoratrici – ossia le persone vittime della miseria e della precarietà – per diventare le minoranze etniche e sessuali e di coloro che, indipendentemente dal reddito, sono considerati o si sentono “diversi”. Diventando questi ultimi i soggetti sociali da emancipare, gli operai, contadini, impiegati e, in generale, le classi popolari, a causa della loro cultura – che viene considerata dallo wokismo retrograda, ignorante e prevaricatrice – diventano magicamente espressione del nuovo potere da abbattere. Dalla lotta politica allo sfruttamento e per l’emancipazione del 99% quindi, con l’ideologia Woke si passa alla lotta culturale contro il costume e le tradizioni popolari, ritenute come un bacino uniforme di sessismo, razzismo, omofobia. Per questo, scrive Costa, “anche l’atto rivoluzionario non consiste più nello spezzare i legami di potere e dipendenza tra le classi e gli uomini, ma nel distruggere la cultura popolare come emblema di oppressione delle minoranze”. Diventa quindi chiaro perché la sinistra liberal appaia sempre più spesso un’elitè che, demonizzando lo stile di vita e i legami comunitari, vorrebbe imporre loro una rieducazione dall’alto in base alle proprie convinzioni di nicchia. “Categorie della politica” di Vincenzo Costa Come nota Zizek, questo progetto è probabilmente destinato a fallire. “Sceneggiatori, registi, attrici e attori” – scrive il filosofo marxista sloveno in un articolo chiamato Wokeness is here to stay – “cadono sempre di più nella tentazione di impartire lezioncine moraleggianti. Una forzatura che non ha riscosso successo tra il pubblico, nonostante il settore dell’immaginario è dove si conquista il mondo reale e si rovescia il pensiero delle persone”. Differentemente dalle grandi figure della tradizione socialista, insomma, queste nuove forme di “intellettualismo degenerato” (parafrasando Adriana Zarri, quando si scagliava sia contro il pensiero unico democristiano sia contro i falsi intellettuali pronti ad esaltare la società dei consumi), non sembrano interessati ad ascoltare e a dare voce agli interessi della maggioranza delle persone, ma solo a biasimarne gli stili di vita accusandoli di ignoranza e discriminazione: “Quella che in origine era una sacrosanta volontà di uguaglianza di diritti” – continua Costa in Le categorie della politica – “rischia di diventare una vera e propria guerra culturale dei primi contro gli ultimi”. Un esempio emblematico, in questo senso, è il caso del cosiddetto linguaggio inclusivo: in maniera del tutto arbitraria e in barba ai secolari processi storici di formazione linguistica, alcune nicchie di intellettuali americani e europei hanno deciso di voler modificare alcune desinenze e pronomi, accusando di discriminazione e prevaricazione tutti coloro che non si adeguano. Il linguaggio è un discorso molto più complesso e non avviene mai per scelte arbitrarie prese da un momento all’altro. Mentre si bersagliano i plurali linguistici, a non essere mai toccate dalle critiche Woke sembrano essere proprio le principali cause della riproduzione della diseguaglianza e della discriminazione, ossia i meccanismi di mercato e di distribuzione della ricchezza. Per dirla con una battuta “Ci si emancipa con successo dall’oppressione di grammatica e sintassi, mente ci si prosterna accoglienti verso i consigli per gli acquisti degli influencer” scrive Andrea Zhok. Alla luce di questa trasformazione nei concetti di “discriminazione” ed “emancipazione” appare ora molto più chiaro il nesso tra cultura Woke e neoliberismo e la ragione per la quale i grandi poteri di questo mondo si siano spesso fatti portavoce di questa nuova ideologia. Nel wokismo, le questioni socioeconomiche, i rapporti tra lavoro e capitale, lo strapotere della finanza internazionale e la perdita di sovranità democratica vengono surclassate. Centrale è invece il tema dell’identità e delle narrazioni identitarie poichè a destare scandalo è la notizia di cronaca, sulle quali si fa leva per generare consenso. In secondo luogo, il wokismo promuove una politica dell’individualismo e della frammentazione in cui ogni fronte comune che si fondi sull’interesse nazionale, sull’interesse di classe, sull’interesse di una comunità locale viene infiacchito da conflitti privati di autoaffermazione. Si parla spesso, per questa tendenza, di Identity politics – politiche dell’identità -, ma sarebbe più giusto parlare di politica di rigetto dell’identità, visto che ogni identità collettiva viene percepita con disagio da individui abituati a pensare che la libertà sia totale assenza di vincoli e legami e che il processo di liberazione sia sempre un processo non con, ma contro ogni comunità di appartenenza: per citare Sartre, per i rappresentati della cultura Woke, “l’altro è l’inferno.” A partire da questo tema, un’altra grande critica all’ideologia woke è stata mossa dalla filosofa Susan Neiman – statunitense trapiantata in Germania – nel suo libro “La sinistra non è woke. Un antimanifesto”. Dappertutto sta risorgendo un nazionalismo feroce e cinico, contrapposto alla globalizzazione e l’elezione di Donald Trump è arrivata a coronare una rimonta delle destre reazionarie in tutto il mondo, con punte di neofascismo o addirittura neonazismo. Com’è potuto succedere? Neiman ha una sua risposta. Non è economica, geopolitica o tecnologica, ma è una risposta culturale: la destra ha vinto perché la sinistra non esiste quasi più. Come ha dichiarato Neiman in una intervista a La Repubblica: «È dal 1991 che la sinistra è allo sbando. Non solo il socialismo di Stato; ogni forma di socialismo è stata vista come fallimentare. In più, con la fine del socialismo di Stato è come se si fosse estinto ogni altro ideale e proprio qui il neoliberalismo, sostenuto dalla psicologia evoluzionistica, ha sostenuto e propagandato che l’unica forza universalista valida fosse il desiderio generale per beni di consumo e potere. E quelli a sinistra che non accettavano di aderire a questa prospettiva, si sono sentiti senza alternative se non combattere l’oppressione in termini molto particolari: la lotta al razzismo, al sessismo e all’omofobia. Lotte fondamentali, ma che non si possono portare avanti senza quei princìpi che proprio il progressivismo woke ha abbandonato». Dalla seconda metà del Novecento, secondo Neiman, i valori della sinistra sono stati messi in discussione proprio da certe frange neoliberali e movimentiste. Ed è così che molti fra coloro che oggi si considerano “di sinistra” non sono davvero “di sinistra”, ma sono “woke”. Che è una cosa diversa, anzi, in un certo senso è proprio il contrario: un movimento che vive la modernità in tutti i suoi aspetti futili, ma diffida delle sue fondamenta spesso senza cognizione di causa; che vive del mito del progresso economico, ma diffida dei suoi presupposti; che nega ogni fronte comune possibile, frammentando il corpo sociale in tribù identitarie in lotta; che rinuncia ai diritti sociali e si aggrappa esizialmente ai diritti civili. Già alla prima riga, Susan Neiman dichiara che questo libro non è «una tirata contro la cancel culture», ma è molto di più: un anti-manifesto, una lucida requisitoria sugli sbagli che la sinistra ha fatto, in questi decenni confusi. Perché è solo tornando a costruire, dalle fondamenta dei propri valori, che la sinistra può risorgere. «Woke fa appello alle tradizionali emozioni liberali e di sinistra: il desiderio di aiutare oppressi ed emarginati. Per questo motivo si tende a sottovalutare i vari modi in cui il movimento woke è profondamente minato al suo interno da idee molto reazionarie: il rifiuto dell’universalismo, la negazione che esista una distinzione di principio tra potere e giustizia, credere che ogni tentativo di progresso sia una forma mascherata di sottomissione. Tutte le idee che il woke tenta di boicottare sono valori fondamentali di sinistra» – ha affermato Neiman nell’intervista a La Repubblica – «(…) confonde la mente a progressisti e liberali che non riescono ad agire con chiarezza e, come si vede dalle recenti iniziative di Donald Trump, consente alla destra di qualificare e attaccare come woke qualsiasi tentativo di promuovere la giustizia sociale». Secondo la Neiman, è stata l’ideologia woke, con la sua retorica spesso irragionevole, a spalancare la strada alla destra più reazionaria. Il principale merito del pamphlet di Susan Neiman (che sta sbancando negli Stati Uniti) è di spiegare bene che il wokismo, un’ideologia fondamentalmente di destra, si è impossessata di ampie frange della sinistra. Neiman documenta brillantemente lo svilimento delle lotte “umanistiche” in rivendicazioni identitarie, l’infiltrarsi delle categorie schmittiane “amico-nemico” nel discorso politico di sinistra, la rinuncia alla concezione progressiva della storia ereditata dall’illuminismo. Rigettando universalismo, giustizia e progresso, i woke si sono sostanzialmente uniformati al particolarismo, all’ideologia del dominio e all’abolizione della speranza. Neiman non ha timore di dichiararsi socialista e persino illuminista. Se si va a vedere, la sua pars construens non è lontana da quella offerta da Axel Honneth in L’idea di socialismo. “La sinistra non è woke. Un antimanifesto” di Susan Neiman Ma la soluzione a queste contraddizioni non sarebbe il tanto ripetuto argomento per il quale bisogna portare avanti sia i diritti civili che quelli sociali? Sicuramente, ma dovremmo anche fingere di non vedere che, da mezzo secolo, il dibattito pubblico verte solo sui primi, mentre sono solo i secondi ad andare a picco; a questo proposito, una menzione merita l’ultimo libro di Carl Rhodes – Capitalismo Woke – dedicato ad un fenomeno in espansione, quello del Wokewashing, e cioè l’attitudine delle aziende a sostenere cause progressiste quali l’ambiente (greenwashing e veganwashing), le cause LGBT (pinkwashing o rainbow-washing), l’antirazzismo (blackwashing), i diritti delle donne (purplewashing), le azioni umanitarie (bluewashing), i diritti animali (animal-washing), o addirittura i temi sociali e i diritti del lavoro (redwashing): dal ricco CEO di BlackRock che tuona contro le discriminazioni allo spot di Nike contro il razzismo; da Gillette che fustiga la mascolinità tossica al sostegno di varie compagnie al referendum australiano del 2017 sul matrimonio omosessuale. Questi non sono esempi isolati: “Fra le imprese, soprattutto quelle globali, vi è una tendenza significativa ed osservabile a diventare woke” scrive Rhodes, tanto che “Secondo il New York Times il capitalismo woke è stato il leitmotiv di Davos 2020”. L’autore – che non è certo un conservatore di destra – ha, nei confronti di questo fenomeno, una posizione piuttosto negativa e ne sottolinea l’aspetto ipocrita e strumentale volto a sviare l’attenzione dalle pratiche oligarchiche e antisociali dei grandi gruppi economici: «È tempo di abbandonare l’idea che le imprese, in quanto attori principalmente economici, possano in qualche modo aprire la strada politica per un mondo più giusto, equo e sostenibile. Il capitalismo woke è una strategia per mantenere lo status quo economico e politico e per sedare ogni critica. Questo libro è un invito a opporgli resistenza e a non farsi ingannare». E’ infatti facile vedere come fra i temi di tale impegno ci sia una forzosa selezione determinata dai propri interessi: non si è ancora visto, ad esempio, le grandi aziende scendere in campo contro l’elusione fiscale, dato che sono i primi a praticarla. In qualche modo, Capitalismo woke di Carl Rhodes si sposa perfettamente con la critica, che fece la giornalista e saggista Naomi Klein in No Logo, ai processi di rebranding e di rebrandizzazione delle menti da parte delle multinazionali con il fine di rifarsi una verginità a fini di immagini pubblicitarie e propagandistiche. L’ideologia Woke, secondo Rhodes, sta diventando il corrispettivo di ciò che era il cristianesimo per la borghesia dell’800 e 900: un modo per vendersi come difensori della morale e del bene, sviando l’attenzione dalle forme sistemiche di sfruttamento che portano avanti. Dopo aver lottato contro il moralismo religioso di stampo cristiano di qualunque declinazione, ci troviamo oggi imbrigliati in una forma rigenerata di moralismo laico che nulla ha di diverso strutturalmente rispetto al primo se non nei contenuti. “Capitalismo woke. Come la moralità aziendale minaccia la democrazia” di Carl Rhodes Il wokismo è un esempio di americanizzazione culturale in nome dell’individualismo liberale della società dei consumi dove tutto (corpo, idee, pensiero, identità, linguaggio) finisce per essere frammentato oltre ad essere poi ridotto a merce o a feticcio. Pier Paolo Pasolini, uno dei primi critici ante-litteram dell’ideologia woke, pochi mesi prima di essere ammazzato, aveva capito che sotto la copertura delle giuste rivendicazioni politiche delle minoranze si stava sviluppando una nichilistica distruzione di tutte le forme di vita difformi alla norma del consumismo individualistico. Così, a tal riguardo, scriveva sul Corriere della Sera nel 1975: “Tale rivoluzione capitalistica dal punto di vista antropologico pretende degli uomini privi di legami con il passato, cosa che permette loro di privilegiare, come solo atto esistenziale possibile, il consumo e la soddisfazione delle sue esigenze edonistiche. […] tale nuova realtà ha tratti facilmente individuabili; borghesizzazione totale e totalizzante; correzione dell’accettazione del consumo attraverso l’alibi di un’ostentata ed enfatica ansia democratica, correzione del più degradato e delirante conformismo che si ricordi, attraverso l’alibi di un’ostentata ed enfatica esigenza di tolleranza”. Nulla di più vero. Questa società ha un immenso bisogno di diritti civili, che possono progredire di senso solo laddove sono accompagnati dallo sviluppo dei diritti sociali, altrimenti rimarranno diritti per pochi. Come direbbe la filosofa femminista e marxista Nancy Fraser, serve più che mai una ribellione del 99% della popolazione per pensare ad un mondo di verso in nome della cura, delle relazioni, della difesa dell’ambiente dalle follie delle nostre società capitaliste industriali opulente odierne. Servono alleanze dal basso per capire l’interconnessione di eventi e fenomeni perché non ci si salva da soli, ma serve capire quali siano i nostri interlocutori senza farci abbindolare da distrazioni di massa volte solo a canalizzare la rabbia collettiva per disperderla nel nulla, illudendoci di essere incisivi mentre i fatti di questo mondo ci ricordano che siamo sempre più impotenti.   (1) Vi è una sola pecca nel libro: un sostanziale fraintendimento di Foucault, di cui va di moda dire che è un postmodernista scettico, relativista e celebratore di una “concezione neutra del potere”. Il grande accusato è “Sorvegliare e punire”. Ma Foucault va letto fino agli ultimi corsi al Collège de France, per capire anche le prime opere e la sua critica radicale ad ogni potere. E Neiman finisce invece per alimentare questo superficiale cliché.   Ulteriori info: https://www.ondarossa.info/iniziative/2025/02/capitalismo-woke  https://www.futuroprossimo.it/2024/06/dal-blackwashing-al-rainbow-washing-per-le-aziende-impegno-o-facciata/ https://site.unibo.it/canadausa/it/articoli/fenomenologia-della-cancel-culture-tra-woke-capitalism-e-diritti-delle-minoranze https://www.limesonline.com/rivista/censura-e-wokismo-uccidono-l-universita-tedesca–16365764/ > Capitalismo woke https://www.globalproject.info/it/in_movimento/cannibalizzazione-e-resistenza-lecopolitica-anticapitalista-di-nancy-fraser/25269 https://www.leftbrainmedia.co.uk/post/the-comfortable-embrace-how-the-woke-left-serves-capital Lorenzo Poli
December 5, 2025
Pressenza