Woke: i diritti sono tutti uguali/2
Un regalo alla destra
A questa impostazione complessiva ha dato una buona risposta Andrea Fabozzi nel
suo editoriale sul manifesto del 23 agosto in cui, in particolare, ribadisce che
a sinistra «non si discute della necessità di non abbandonare le battaglie
sociali […] né si possono negare certi esiti surreali delle battaglie di libertà
che si concludono con un nuovo divieto o certe insistenze ridicole nel
politicamente corretto. Ma così come riconosciamo il sovranista anche quando
azzecca la polemica contro gli eccessi normativi dell’Unione europea sui
cetrioli, non ci ingannano i razzisti anche quando si travestono da difensori
dei cattivi delle favole».
Dietro un’autocritica indebita della sinistra a un suo (presunto) cedimento alla
cultura woke si nasconde, si può nascondere, un’insofferenza proprio per le
battaglie che quella cultura ha posto seppellendole dietro presunti o veritieri
eccessi – ne offre qualche dimostrazione Branko Marcetic su Jacobin Mag – e
perdendo l’essenziale di quelle lotte. Anche perché, conclude Fabozzi, la
battaglia per i diritti sottesi dal woke «è la stessa battaglia, non un’altra,
di quella per una casa, un ospedale, un lavoro, un salario e un’esistenza
dignitosa per tutte e per tutti».
Questa è stata la posizione più consolidata nella sinistra radicale che non ha
paura di confrontarsi con le istanze dei diritti civili e anche con le richieste
bollate come «eccessive», spesso dovute a secoli di dominazione e oppressione e
che vengono facilmente banalizzate: si pensi, ad esempio, alla richiesta di
cancellare la festività del Thanks giving, facendo finta o, peggio, non volendo
assolutamente fare i conti con il passato coloniale e di sterminio degli Stati
Uniti. Il punto è che a stritolare quei diritti non sono solo i cosiddetti
regimi «illiberali» ma anche i paesi liberali come gli Stati Uniti o il Regno
unito che hanno lanciato campagne contro gli studi che hanno cercato di
decostruire il razzismo sistemico.
La buona morale non ci salverà
Ed è proprio qui che comincia il cortocircuito di questa discussione estiva. La
sinistra non ha ingaggiato nessuna vera battaglia woke e il tema è invece
totalmente egemonizzato, in termini negativi e regressivi, dalla destra globale.
La punta di lancia può essere forse individuata nel modo in cui Elon Musk
utilizza la sua comunicazione, nell’indecente disprezzo esibito da Donald Trump
che ha dichiarato di aver estirpato dall’amministrazione pubblica tutto questo
«folle wokismo» oppure nelle politiche mirate della presidenza Macron contro le
rivendicazioni delle generazioni delle banlieus.
Ma anche l’Italia non scherza. La scelta di dichiarare la storia occidentale
come l’unica storia, come da linee guida sui programmi scolastici del ministero
di Valditara, sotto la regia di Ernesto Galli della Loggia, è un esempio di
suprematismo e colonialismo di ritorno. Il ribrezzo per il woke manifestato
dall’attuale governo italiano si misura nel divieto per l’educazione sessuale
nelle scuole o nei limiti posti alla cosiddetta «cultura gender». E tutto questo
si sublima nel linguaggio omofobo, razzista, sessista e quant’altro si voglia
aggiungere che formazioni come quella di Roberto Vannacci, o la stessa Lega e
Fratelli d’Italia, si sentono in diritto di esprimere in nome di una malintesa
libertà di pensiero.
Il primo risultato di questa discussione surreale è così quello di avvantaggiare
la destra, non tanto sul piano tattico-elettorale, e quindi nel breve termine,
ma sul piano ideologico e valoriale, e quindi come vittoria strategica.
I diritti sociali senza i diritti civili non esistono
Ma quel che manca è soprattutto la radice dell’equivoco che si incontra ogni
volta che si parla di diritti civili contrapposti a quelli sociali, quando è
chiaro a chiunque che l’oppressione delle persone Lgbtq+, per fare un solo
esempio, si associa alla mancanza di accessi ai servizi di educazione sessuale o
alle condizioni di precarietà, del tutto ignorate quando, ancora per fare un
esempio, si lanciano campagna isteriche contro la possibilità di adozioni
omosessuali o addirittura contro l’ipotesi di gestazione per altri.
La radice di questo misunderstanding è esattamente nella scelta della sinistra
liberale di disgiungere i due ambiti per fare politiche sociali di destra e
riscuotere consensi in virtù della difesa dei diritti civili (senza poi nemmeno
difenderli davvero). Se autocritica va fatta non è sull’eccesso di woke, ma sul
non aver associato due battaglie che stanno insieme, come la cultura
intersezionale insegna, e che invece sono state separate non per ignoranza ma
per seguire un processo di adattamento al capitalismo e alle sue leggi e a
seguito di quella «cattura delle élite» di cui sopra.
Si tratta di un approccio talmente interiorizzato a sinistra, almeno dai tempi
della «terza via», che non si capisce come, oggi, Elly Schlein – che
probabilmente prima o poi dirà la sua sulla questione – possa difendere i
diritti civili affermando che stavolta su quelli sociali non ci saranno
tentennamenti. Sarà in grado di sfidare la destra interna al suo partito e
aprire un nuovo fronte di scontro?
Senza un utilizzo corretto della cultura intersezionale, in termini di
comprensione delle varie oppressioni e non come mera giustapposizione di queste
e delle lotte che ne conseguono, questo problema non può essere risolto. Se
errori o sottovalutazioni ci sono stati finora, riguardano un’incapacità
generalizzata a cogliere la stratificazione e l’accumulazione, sopra i soggetti
in carne e ossa, di ingiustizie che nella vita quotidiana non vengono e non
possono mai essere viste come contrapposte o gerarchizzate l’una all’altra.
I lavoratori e le lavoratrici migranti, sfruttate nei campi agricoli del Sud
Italia, sono perfettamente in grado di capire che tra le ragioni evidenti del
loro salario indecente c’è anche la loro provenienza e il colore della loro
pelle. Lo stesso accade agli operai di Prato. In quella condizione materiale, se
la si guarda davvero e se davvero si articola una lotta che tiene conto del
punto di vista soggettivo, c’è tutta l’opportunità di non contrapporre istanze
apparentemente diverse e di valorizzare rivendicazioni globali.
Resta un punto sottolineato correttamente da Matteo Renzi nel suo intervento
furbesco su Repubblica (sì, come al solito l’orologio rotto segna due volte al
giorno l’ora esatta): la discussione sui valori è decisiva. E se una sinistra
degna di questo nome non può fare da ancella ai dettami del capitalismo, facendo
credere di poterne correggere gli eccessi, lo stesso vale per i diritti di
libertà e di riconoscimento delle proprie aspirazioni.
Si possono anche correggere gli eccessi (ma in Italia quali? Da parte di chi?)
ma non si possono avere dubbi sulla tossicità del patriarcato (mediterraneo o
universale che sia) e sugli effetti che provoca sui corpi, e la vita, delle
donne; non si può comprimere la libertà di affermarsi secondo la propria
identità sessuale, non si possono confondere le procedure a volte bislacche
nelle università, per lo più statunitensi, con la necessità di rilanciare studi
e critica contro il colonialismo; non si può sottovalutare il ruolo del razzismo
che riprende piede, o addirittura il ritorno del fascismo.
Le idiosincrasie sullo schwa non possono banalizzare la discussione che lo
sottende, e quindi il potere del linguaggio e la necessità di nominare i
soggetti, e non si può pensare che la gestione della cultura, i dispositivi che
la controllano e reiterano, siano neutri. Se da questa discussione dovesse
restare qualcosa, che sia la fissazione di principi non negoziabili.
*Salvatore Cannavò, già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore
editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al
futuro per la sinistra (Alegre, 2018) e Si fa presto a dire sinistra (Piemme,
2023).
Redazione Italia