
Per il ritorno della biodiversità basterebbe lasciar in pace la natura
L'INDIPENDENTE - Tuesday, August 25, 2026Nel 2005, nel Norfolk settentrionale, la famiglia Sayer smise di coltivare colza in un campo di due ettari: il terreno era difficile da drenare e non ne valeva più la pena. Da allora su quella terra non è stato piantato un solo seme. Niente arature profonde, niente miscele commerciali di semi di fiori selvatici, niente rimozione del terriccio superficiale: i metodi standard con cui, in Europa, si prova a far rinascere un prato. Solo uno sfalcio l’anno, con il fieno portato via, come un secolo fa. Oggi quel campo, ribattezzato Sayer’s Meadow (il prato dei Sayer), ospita più di 150 specie vegetali e, in estate, migliaia di orchidee selvatiche che i residenti del villaggio raggiungono lungo un sentiero informale tracciato con i propri passi.
A documentarlo è uno studio pubblicato su Restoration Ecology dal geografo Carl Sayer, dell’University College London, insieme al padre Derek, proprietario del terreno, e ai colleghi Peter Robinson e Jan Axmacher. Per undici anni, dal 2011 al 2022, il gruppo ha censito ogni due o tre stagioni le piante del campo, concentrandosi su alcune decine di parcelle di un metro quadrato. Risultato: il numero medio di specie per parcella è raddoppiato, da circa dieci a quasi venti. Dopo il primo decennio sono comparse specie localmente rare come l’orchide palustre meridionale, la carice a cespo e la centaurea comune, insieme alla cresta di gallo minore, pianta semiparassita che indebolisce le graminacee e apre spazio ai fiori più delicati: non a caso, in Inghilterra, la chiamano “meadow maker”, la pianta che fa il prato.
Un dettaglio complica la lettura più rassicurante della vicenda: alcune specie rare non crescevano in nessun campo nel raggio di quasi cinque chilometri. I ricercatori ipotizzano che i semi siano arrivati incastrati negli zoccoli o nel pelo dei cervi di passaggio, un’ipotesi che dice più sulla dispersione della fauna selvatica che su qualunque piano di ripristino scritto a tavolino.
Il punto che lo studio analizza riguarda le politiche di restauro ecologico che governi e agenzie ambientali finanziano in Europa. Il metodo standard prevede miscele di sementi commerciali, spesso non locali, capaci di produrre in fretta quelli che alcuni conservazionisti chiamano “McMeadow”, con un riferimento nemmeno troppo velato alla standardizzazione e alla scarsa qualità del McDonald’s: prati fioriti generici, dominati sempre dalle stesse margherite bianche e dallo stesso fiordaliso viola, identici dal Galles alla Slovenia. Il rischio, spiegano gli autori, è erodere proprio quella diversità genetica locale che la parola biodiversità dovrebbe proteggere. Sayer lo dice senza giri di parole: «Non dovremmo affidarci più spesso alla pazienza, invece che alla bustina di semi?».
Nel Regno Unito i prati fioriti sono diminuiti di oltre il 90% dal secondo dopoguerra. Le superfici agricole abbandonate, però, non mancano, e da anni i governi le guardano come terreno di caccia per i piani di ripristino della biodiversità. Lo studio non dice che seminare sia sempre sbagliato: dove non esistono popolazioni di piante native nei dintorni, la natura da sola non basta. Ma prima di spendere in sementi e macchinari vale la pena chiedersi se un pezzo di terra lasciato in pace, con una gestione minima, non possa fare da solo gran parte del lavoro. Da quest’anno il campo ospita anche una coppia di barbagianni, che cacciano sopra l’erba alta. Sayer, che il progetto lo ha ereditato dal padre, non usa mezzi termini: «È la cosa di cui vado più fiero in tutta la mia vita».
Il principio vale anche fuori scala, nel giardino di casa. Non serve un ettaro nel Norfolk: basta un angolo di prato non sfalciato ogni settimana, qualche pianta spontanea lasciata crescere invece che estirpata, foglie secche non sempre raccolte. Meno ordine e meno pesticidi significano più margine perché api, farfalle e piccola fauna trovino un rifugio. Non tutti i giardini diventeranno un santuario di orchidee, ma la logica è quella appena dimostrata: a volte il gesto più efficace, per la biodiversità, è non fare nulla, e avere la pazienza di aspettare.
Foto di copertina: Joanna Atherton
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