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Il mondo in un parco
IN QUALSIASI ANGOLO DEL MONDO, ANCHE IN UN PARCO DI UNA PERIFERIA URBANA, È POSSIBILE RITROVARE BUONA PARTE DEI TEMI DEL CONFLITTO SOCIO-AMBIENTALE DI QUESTA NOSTRA EPOCA, MA ANCHE RICONOSCERE COME PERSONE COMUNI, REALTÀ SOCIALI, PERFINO POPOLI, HANNO SMESSO DI ESSERE SPETTATORI IMPOTENTI DELLE DEVASTAZIONI IN CORSO. IL BISOGNO DI UNA SOLIDA VISIONE AL TEMPO STESSO SCIENTIFICA E OLISTICA IN GRADO DI ASSECONDARE LA NATURA COMPLESSA DELL’ECOLOGIA PUÒ PRENDERE FORMA IN DIVERSI MODI. UN PREZIOSO APPUNTAMENTO NEL PARCO DI AGUZZANO DI ROMA, LABORATORIO DI BIODIVERSITÀ Chi ha memoria dei grandi movimenti ambientalisti di massa degli anni Settanta-Ottanta del Novecento in Europa e in tutto il mondo, ricorderà la potenza evocativa del concetto di “energie alternative”. Erano anni in cui i temi ambientali si legavano in maniera indissolubile al pacifismo, all’antimperialismo, all’antinuclearismo e ai movimenti di liberazione delle donne. Dietro l’idea-forza delle energie alternative si prefigurava un mondo alternativo allo “stato presente delle cose”, con un diverso modo di produzione, di consumo, di scambio, di mobilità, di istruzione, di salute, di gestione del riciclo/rifiuto, di organizzazione urbanistica, di rapporti tra le persone, di rapporto con la natura, ecc. Una società basata su funzioni, principi e valori radicalmente alternativi, che sarebbe stata la condizione necessaria per adottare un modo di produrre energia anch’esso propriamente alternativo alle fonti fossili. Era una bella visione utopica e rivoluzionaria, quella dell’ambientalismo politico e sociale del secolo scorso, che preparava la strada all’immaginazione di un mondo desiderabile e vivibile, altro dal futuro inquinato, avvelenato, surriscaldato, supersfruttato e depauperato che le grandi multinazionali prospettavano alle generazioni future. Dominava anche l’idea che il tempo fosse “dalla nostra parte” e che le istanze di cambiamento si sarebbero diffuse nella società ben prima che il capitale, trasformata in merce ogni risorsa, materiale e immateriale, del pianeta, entrasse in una fase autodistruttiva trascinando con sé in una rovinosa caduta ogni forma di vita. Oggi ben poco è rimasto di quell’immaginario. Il concetto di energie alternative è stato spazzato via dal concetto rassicurante e moderno di “energie rinnovabili”: non più solare in alternativa al fossile, ma solare in aggiunta al fossile e presto al nucleare. Non più un mondo sostenibile basato sulla parsimonia e sul rispetto degli equilibri della natura, ma la corsa sfrenata per depauperare le risorse naturali e gli ecosistemi, impoverire e annichilire l’umanità e portare il pianeta verso un punto di non ritorno oltre il quale gli equilibri climatici e ambientali saranno irreversibilmente compromessi. In questo quadro gli scenari di guerra e la corsa al riarmo sembrano sancire in maniera sprezzante questa tragica tendenza. Anche il tempo non gioca più “a nostro favore” perché in un sistema globale ormai squilibrato, innumerevoli fattori di natura fisica, economica e sociale agiscono in maniera sinergica fra loro e concorrono a rendere estremamente rapidi e profondi i processi di trasformazione e degrado degli equilibri ambientali, sociali e geopolitici determinando scenari di estrema complessità. Il collasso climatico, già pienamente operante in questo nostro tempo, si presta ad essere un ottimo esempio di come un sistema altamente complesso e altamente perturbato che evolve con crescente velocità non possa essere governato con risposte semplici o strategie dilatorie che rinviano sine die la necessaria, radicale trasformazione dei sistemi economico-sociali globali. Tuttavia non sarebbe corretto affermare che i popoli della Terra e le nuove generazioni del terzo millennio siano solo spettatori impotenti dello scempio. Le forme possibili di resistenza con le quali affrontare l’era difficile nella quale l’umanità è ormai entrata si manifestano ad esempio nel protagonismo dei popoli nativi che sperimentano pratiche di adattamento basate sulla natura, infinitamente più efficaci del nulla che accompagna le conferenze dell’ONU sul clima. O ancora, con la radicalità dei movimenti giovanili che affermano la centralità e l’urgenza dei temi ambientali e denunciano l’inazione dei governi e per questo spesso subiscono pesanti forme di repressione. In questo contesto è importante sottolineare anche il ruolo della società civile, sempre più confusa e impaurita dai molti fattori di crisi globale ma talvolta capace di tutelare i frammenti di natura presenti nelle città e di creare reti di solidarietà sociale per contrapporsi alle opere di sfruttamento e devastazione del territorio. La strada che, generazione dopo generazione, l’umanità dovrà percorrere per evolvere in equilibrio con i sistemi naturali dovrà essere ispirata da una solida visione scientifica e olistica per comprendere e assecondare la natura non lineare e complessa dell’ecologia. Diversamente, tutte le semplificazioni e i riduzionismi che hanno caratterizzato la nascita e la crisi delle società moderne continueranno a spingere verso la catastrofe. Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti: la presunzione che l’Uomo si possa erigere al di sopra della natura, dominarla e piegarla alle proprie ambizioni e ai propri interessi; la convinzione che la tecnologia sia in grado di arginare gli squilibri ambientali e, insieme alla repressione e alla guerra, le emergenze sociali; l’illusione che l’energia nucleare sia la risposta, semplice e pulita, ai problemi energetici, senza considerare che non è di più energia che l’umanità ha bisogno ma di parsimonia, sostenibilità e distribuzione equa delle risorse. Sono esempi di quanto sia devastante una cultura di potere, riduzionista e pseudo scientifica, che non ammette che in ogni suo aspetto il mondo sia regolato in definitiva dalle leggi della complessità e dell’ecologia. È con queste convinzioni che abbiamo iniziato un viaggio per conoscere la biodiversità di una piccola area naturale protetta, perché anche in un avamposto periferico come il parco di Aguzzano di Roma è possibile ritrovare tutti i temi del conflitto socio-ambientale di questa nostra epoca. Tutelare gli ecosistemi è una precisa e forte presa di posizione politica che si unisce alle istanze solidaristiche, ai diritti dei popoli, al ripudio della guerra e del riarmo, alla necessità di redistribuire equamente le risorse. In definitiva al lungo, incessante e travagliato cammino verso una società equa. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il mondo in un parco proviene da Comune-info.
Piano del verde e ripristino della natura a Firenze: una proposta
Il 18 agosto 2024 è entrato in vigore il Regolamento UE 2024/1991, noto anche come Legge o Regolamento sul Ripristino della Natura, che afferma: “Gli spazi verdi urbani comprendono, tra l’altro, boschi, parchi e giardini urbani, fattorie urbane, … Leggi tutto L'articolo Piano del verde e ripristino della natura a Firenze: una proposta sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Implementazione della Nature Restoration Law: serve un cambio di passo
L’Italia è ancora indietro nell’implementazione della Nature Restoration Law , anche se dall’ultimo mese qualche passo in avanti è stato fatto. Ora serve una forte accelerazione per un Piano nazionale a favore della natura e della sicurezza del territorio. Il 20 dicembre è stato reso pubblico il report di valutazione di medio termine sull’attuazione della Nature Restoration Law,  redatto dal coordinamento delle associazioni Europee #RestoreNature a cui hanno contribuito per l’Italia Lipu, Pro Natura e WWF Italia, e scaricabile alla pagina https://www.restorenature.eu/en/our-work-past-actions/towards-restoring-nature-in-europe. La Nature Restoration Law è uno strumento fondamentale per invertire i processi di degradazione dell’ambiente naturale, che stanno ponendo in grave pericolo la funzionalità degli ecosistemi e la conservazione della biodiversità. I Piani Nazionali di Ripristino hanno lo scopo di mettere in pratica, a livello di ogni singolo Stato, i contenuti del regolamento, rendendo di fatto realtà i suoi contenuti. Il report ha fotografato lo stato di avanzamento della redazione dei Piani Nazionali di Ripristino di 23 Stati membri ad oltre un anno dall’entrata in vigore del regolamento, ossia ad ottobre 2025. L’analisi comparata dei piani ha preso in esame i progressi compiuti per quattro requisiti essenziali per garantire la credibilità dei Piani, ossia: Base scientifica (utilizzo delle migliori conoscenze e dei migliori dati disponibili), Ambizione (visione e portata), Inclusività (partecipazione e trasparenza) ed Empowerment (sostegno politico, coordinamento e risorse). Il livello di implementazione a livello europeo appare abbastanza disomogeneo, con diversi Paesi all’avanguardia che stanno redigendo piani nazionali di ripristino tempestivi e credibili, ma il quadro generale appare ad oggi ancora insufficiente per raggiungere gli obiettivi vincolanti previsti dalla legge. L’Italia appare come uno dei fanalini di coda in questo processo, essendo, a ottobre 2025, data della raccolta delle informazioni, ancora alle prese con la definizione della Governance. Lipu, Pro Natura e WWF Italia riconoscono che dallo scorso ottobre alcuni segnali fanno sperare in un cambio di passo, come ad esempio la pubblicazione di una pagina web dedicata al regolamento sul sito del Ministero dell’Ambiente e la dichiarazione di un’imminente consultazione dei portatori di interesse. Nonostante l’inizio dei tavoli di lavoro a livello tecnico e alla supervisione scientifica di Ispra, il nostro Paese è in estremo e ingiustificato ritardo avendo a disposizione ora meno di un anno (la deadline è settembre 2026) per presentare la bozza di piano alla Commissione Europa. Un Piano Nazionale di Ripristino ambizioso, fondato su solide evidenze scientifiche e costruito attraverso il coinvolgimento attivo di tutti gli attori istituzionali, economici e sociali, può diventare un vero e proprio pilastro strategico per il futuro del Paese. Oltre a contrastare la perdita di biodiversità, esso offre l’opportunità di rafforzare la sicurezza del territorio, riducendo i rischi idrogeologici, aumentando la resilienza agli eventi climatici estremi e mitigando gli effetti sempre più frequenti di siccità e alluvioni. Investire nel ripristino degli ecosistemi significa quindi proteggere i cittadini, tutelare le risorse naturali e costruire un modello di sviluppo più sicuro, resiliente e sostenibile per le generazioni presenti e future. Per questo è necessario rafforzare gli sforzi comuni perché siano intraprese una serie di azioni prioritarie per tradurre la legge sul ripristino della natura in azioni efficaci e tempestive, partendo da un reale sostegno e un maggiore coinvolgimento politico delle parti interessate, ottenibili soprattutto aumentando la consapevolezza e il sostegno dell’opinione pubblica nei confronti del ripristino della natura. Il sostegno e il controllo della Commissione Europea sono fondamentali per il raggiungimento di questi obiettivi. Parallelamente, è essenziale rafforzare le capacità e i finanziamenti degli Stati membri, compreso uno stanziamento aggiuntivo e mirato del ripristino nel prossimo bilancio dell’UE. “La legge sul ripristino della natura offre all’Europa una chiara via d’uscita dal collasso della natura e alle conseguenze dei cambiamenti climatici traghettando l’Europa verso la resilienza” concludono le associazioni. “Un’attuazione poco efficace non è un’opzione”. Redazione Italia
[Ponte Radio] Fake in Italy
Parliamo della candidatura della cucina italiana a patrimonio immateriale dell'UNESCO, provando a smascherare l'idea del made in italy e la narrazione di "sostenibilità" e "biodiversità" dietro la quale si nasconde l'agroindustria e la grande distribuzione con aziende che spesso finanziano, in ultima analisi, guerra e turismo. A Verona il centro città diventa una experience gastronomica per turisti dal portafogli rigonfio e il cibo diventa protagonista della riqualificazione del territorio. Ma lontani dalle luci dei mercatini natalizi e dei ristoranti vediamo crollare deserti gastronomici come Eataly e sorgere oasi che provano a resistere. Passeremo ad una prospettiva internazionale parlando delle recenti novità legislative riguardo gli accordi agroalimentari e gli NGT (TEA ovvero nuovi OGM). Concludiamo con presentazione dei contadini e dei produttori che animano il mercato di Genuino Clandestino Trento.
L’esercito statunitense è il più grande nemico della Terra
> Nella scena di apertura del nuovo documentario di Abby Martin e Mike Prysner, > Earth’s Greatest Enemy (Il più grande nemico della Terra), un veterano > senzatetto suona il pianoforte in una tendopoli a Brentwood, in California. > Vive  nell’accampamento popolarmente noto come “Veterans Row”, dove le tende > sono drappeggiate in bandiere statunitensi e le persone che vi passano accanto > ricordano quanto spesso l’esercito americano rovina le persone e poi le > rifiuta. L’uomo inizia a recitare le battute di una vecchia pubblicità di > reclutamento dell’esercito; poi il film fa vedere la pubblicità stessa, con lo > stesso veterano. Lui ne ricorda tutte le battute. Earth’s Greatest Enemy è un documentario sulla crisi climatica e l’imperialismo: su come l’esercito americano sia la più grande istituzione che ci spinge verso il collasso ecologico. A prima vista, la scena di apertura di un veterano che vive per strada potrebbe sembrare non correlata. Nel corso del film, Martin, con attenta precisione, illustra che i danni al clima da parte dei militari statunitensi non vengono inflitti solo all’ambiente che ci circonda, ma a tutti noi, come viene mostrato nelle scene che evidenziano l’acqua contaminata a Camp Lejeune. Il più grande nemico della Terra cattura l’ampiezza insondabile della sofferenza ecologica e umana causata dal militarismo. Evidenzia il costo della guerra per gli oceani, la vita animale e vegetale, l’acqua dolce e altro ancora. Se qualcuno vive nel ventre di questa bestia militare, dovrebbe assolutamente guardare questo documentario. Un segmento del film si concentra sull’impatto delle forze armate statunitensi sugli oceani della Terra, in particolare durante i giochi di guerra guidati dagli Stati Uniti, RIMPAC, la più grande esercitazione militare marittima del mondo. Fanno volare jet  Growler sull’oceano e praticano esercizi di affondamento, facendo esplodere navi dismesse in mare aperto. Sparano proiettili vivi e inquinano l’oceano per cinque o sei settimane consecutive. Martin documenta i militari statunitensi che fanno esplodere le montagne di Okinawa e prendono la terra per riempire le barriere coralline in modo che i militari possano usare il terreno così creato per ampliare la base militare. Una delle rivelazioni più sorprendenti del film è che l’esercito americano determina quanti mammiferi marini possono uccidere. Tutto ciò, ovviamente, influisce sulla pesca e sulla biodiversità che sostiene gli oceani e la vita umana e animale in tutto il mondo, più direttamente le persone del Pacifico, che si tratti delle Hawaii, di Okinawa o di altre isole in cui gli Stati Uniti hanno istituito avamposti militari permanenti. Earth’s Greatest Enemy esplora anche l’inquinamento delle acque causato dall’esercito americano. A metà del film, sentiamo Kim Ann Callan, che ha trascorso gli ultimi 15 anni a scoprire l’impatto dei rifiuti tossici dei militari a Camp Lejeune negli Stati Uniti. Per anni, i militari hanno avvelenato le acque sotterranee che, a loro volta, hanno avvelenato le famiglie dei militari. Di conseguenza, intere famiglie si ammalarono di cancro; l’esercito americano cercò di coprire questa situazione. Il film mostra Callan che cammina attraverso un cimitero con file di lapidi di bambini con la scritta “nato e morto” nella stessa data. Molte famiglie hanno perso più di un bambino per le malattie causate dall’inquinamento dei militari. > Callan riflette: “All’inizio avevo una visione completamente diversa > dell’esercito. E avevo molto rispetto per l’esercito… Ora non ho più rispetto > né per il governo né per l’esercito”. L’avvelenamento delle famiglie militari nella base non è accaduto solo a Camp Lejeune: il film espone quanto siano tossiche le basi militari statunitensi in tutto il mondo, con storie altrettanto devastanti in ciascuna delle oltre 800 basi militari a livello globale in oltre 80 paesi e in centinaia in tutti gli Stati Uniti Martin, ovviamente, discute dell’impatto che la guerra convenzionale ha sul pianeta, come quando gli Stati Uniti o uno dei suoi delegati, come Israele, bombardano incessantemente la terra per un lungo periodo di tempo. Il risultato è spesso un ecocidio totale, in cui i sopravvissuti non hanno quasi più nulla di cui crescere e vivere. Il film rivela l’impatto cumulativo dei proiettili sparati in Iraq. Stime prudenti suggeriscono che, per ogni persona uccisa nelle guerre statunitensi in Iraq e Afghanistan, sono stati usati più di 250.000 proiettili. Ogni proiettile inietta piombo, mercurio e uranio impoverito in aria, acqua e terra. Inoltre, studi hanno trovato titanio nei polmoni dei soldati statunitensi nelle basi e nei capelli di bambini in Iraq e Afghanistan. Gli Stati Uniti dichiarano guerra non solo all’aria, all’acqua e alla terra, ma anche ai corpi e alle generazioni di esseri umani. L’esercito americano sta distruggendo tutte le forme di vita. E per cosa, poi? Anche coloro che combattono le guerre alla fine vengono lasciati per strada quando tornano a casa. Alla fine del film, è abbondantemente chiaro: l’esercito americano è davvero il più grande nemico della Terra. Controlla e minaccia tutta la vita sulla Terra. Come organizzatori all’interno del movimento contro la guerra, ci è molto chiaro quanto la lotta contro di essa possa essere isolata dal resto del movimento ambientalista. Per lottare a favore del futuro del pianeta, noi del movimento contro la guerra dobbiamo unire le forze con il movimento per il clima. I nostri nemici sono gli stessi: gli speculatori di guerra e i politici che ci spingono verso il collasso climatico. Gli organizzatori in prima linea nella lotta contro questa crisi planetaria del militarismo — dalle Hawaii a Okinawa ad Atlanta — lo capiscono. La lotta per la terra è indissolubilmente legata alla lotta contro il militarismo. Non abbiamo altra scelta che tagliare le linee rosse politiche, filantropiche e organizzative che ci separano. Perché, come spiegano Martin e Prysner, attraverso una narrazione umana compassionevole e un giornalismo radicalmente onesto, la macchina da guerra alla fine colpirà tutti noi. Dobbiamo intervenire ora. -------------------------------------------------------------------------------- Aaron Kirshenbaum è attivista della campagna War is Not Green (La guerra non è verde) di CODEPINK e organizzatore regionale della costa orientale. Originario di Brooklyn, New York, dove risiede, Aaron ha conseguito un master in Sviluppo e pianificazione comunitaria presso la Clark University. Ha inoltre conseguito una laurea in Geografia umana-ambientale e urbana-economica presso la stessa università. Durante gli studi, Aaron ha lavorato all’organizzazione di programmi internazionali per la giustizia climatica e allo sviluppo di programmi educativi, oltre che all’organizzazione di iniziative a favore della Palestina, degli inquilini e dell’abolizionismo. Danaka Katovich è co-direttrice nazionale di CODEPINK. Si è laureata in Scienze Politiche alla DePaul University nel 2020. È una voce di spicco contro l’intervento militare degli Stati Uniti, sostenendo il disinvestimento dai produttori di armi e contestando il crescente budget del Pentagono. I suoi scritti sono pubblicati su Jacobin, Salon, Truthout, CommonDreams e altri. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DALL’INGLESE DI FILOMENA SANTORO. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. Codepink
I pastori che fanno rifiorire la terra in Senegal
In Senegal un gruppo di pastori sta sperimentando il “mob grazing”, un’innovativa tecnica pensata per rigenerare pascoli degradati, aumentare la biodiversità e migliorare l’assorbimento dell’acqua in ambienti semi-aridi. Nello specifico si tratta di pascolare gli animali in spazi ristretti invece che in un terreno dispersivo, per brevi periodi, spostandoli poi su nuovi terreni. Un modo per fare respirare il suolo e favorirne la rinascita. Lo riporta il Guardian. L’intervento pilota del “mob grazing” è stato guidato negli ultimi mesi da Ibrahima Ka, capo del villaggio di Thignol. L’obiettivo è quello di rigenerare le praterie degradate dal sovrapascolo e dalla siccità dovuta ai cambiamenti climatici, migliorando la biodiversità e la capacità del suolo di trattenere acqua. Quello dei terreni degradati e aridi è un problema irrisolto nel Paese. Secondo il dottor Tamsir Mbaye, direttore del Pastoralism and Dryland Centre un terzo dei pascoli del Senegal è degradato, con poca erba e rari alberi. Le cause principali sono il sovrapascolo e le piogge irregolari provocate dal cambiamento climatico. Dopo soli 18 mesi, i primi risultati sono incoraggianti: grazie al mob grazing sono tornate specie di erbe e insetti scomparse da decenni. Nonostante questi primi buoni risultati, gli scienziati sono ancora scettici nel considerare questo metodo la soluzione definitiva per rigenerare i pascoli. Si tratta ancora di una sperimentazione e, secondo il Guardian, occorre trovare un equilibrio per evitare di danneggiare il suolo. Se applicato nel modo giusto può diventare un espediente efficace per affrontare la crisi climatica, anche in zone più aride del continente.   Africa Rivista
Anche la Rete Zero Pfas Italia alla Cop30 per chiedere la messa al bando universale dei Pfas
Anche la Rete Zero Pfas Italia è presente al Vertice dei Popoli COP30 che è aperto proprio oggi a Belèm in Brasile e proseguirà fino al 12 novembre con 250 delegazioni internazionali. E proprio stamattina abbiamo parlato con la portavoce della RZPI, Michela Piccoli, che insieme alla Mamme No Pfas di Vicenza sta portando avanti da anni una battaglia straordinariamente efficace per la totale messa al bando dei Pfas. L’abbiamo sentita proprio oggi, come sempre super positiva: “Sono qui dall’altra giorno, anche oggi è stata una giornata intensissima di incontri con queste comunità assediate da ogni genere di progetto cosiddetto di sviluppo, gravemente impattante sull’equilibrio di interi territori: grandi dighe, estrattivismo…  E’ davvero inquietante capire che ovunque la logica è la stessa, per quanto valide possano essere le obiezioni da parte delle comunità colpite, la vincono sempre loro… Ma per questo siamo qui, per capire come lavorare al meglio insieme su vari fronti: 1) acqua per la vita e non per la morte: 2) cambiare il modello per la gestione dell’energia e dell’acqua; 3) l’acqua e l’energia non sono merci; 4) fiumi liberi per popoli liberi! Fare rete è alla base del cambiamento, l’unione fa la forza! E soprattutto cercherò di far conoscere il più possibile questa nostra esperienza di Mamme No Pfas, perché mi sono accorta che non tutti sanno quanto sono pericolosi!” Tanti auguri a Michela Piccoli per le prossime intense giornate (domani toccherà a lei esporre la sua relazione) e a seguire ecco questo “Appello alla democrazia dal basso” diffuso nei giorni scorsi dalla Rete Zero Pfas Italia. Solo la costruzione di un’enorme e diffusa rete globale composta da città, territori, università, associazioni, ci renderà capaci di proteggere le fondamenta democratiche della società, attualmente sottoposte a una costante erosione da parte di istituzioni focalizzate esclusivamente sugli interessi economici di pochi potenti. Quegli stessi interessi che hanno avvelenato il territorio e le acque che stiamo cercando di proteggere. In un momento tanto buio è compito dei popoli e quindi dei singoli riuniti in reti di solidarietà, costruire una resistenza di diplomazia civile. Difendere democrazia e solidarietà internazionale per affrontare la finanziarizzazione della natura La grave compromissione del territorio e delle acque, che come rete ZeroPfas stiamo tentando di arginare, è in modo manifesto il frutto di un avido, insensato ed ottuso sfruttamento dell’ambiente. Un abuso miope, orientato al profitto immediato e totalmente incurante non solo delle conseguenze attuali, ma purtroppo anche di quelle a lungo termine per le generazioni future. E’ quindi fondamentale una cooperazione internazionale su temi declinati in modo diverso nei diversi territori, ma tutti ugualmente provenienti dalla stessa matrice di aggressione ai valori umani intesi in senso lato. Ingiustizie ambientali verso coloro che hanno meno contribuito alla crisi Concetto nel quale la Rete si può facilmente riconoscere, in quanto portatrice del dovere di salvaguardare cittadini inermi e ignari dall’esposizione a ciò che soggetti economici spregiudicati hanno sversato nelle acque e nei terreni. Abbiamo spesso posto l’attenzione sull’accumulo dei Pfas nell’organismo umano e sul loro essere disgraziatamente veicolati nel latte materno. Quale creatura può essere meno responsabile di tale degrado del valore e della qualità della vita di un neonato? Giustizia climatica, revisione del modello economico attuale, responsabilizzazione delle multinazionali Aspira precisamente a questi obiettivi il cammino impervio che la Rete ha intrapreso cercando di difendere i cittadini dai comportamenti voraci delle grandi aziende. Queste ultime, in nome del profitto, distruggono e compromettono al limite dell’irreparabile l’ambiente e le conseguenti condizioni di vita e di salute di chi vi abita. La produzione può e deve essere convertita verso schemi di sostenibilità ecologica, economica e sociale. Riconoscimento della natura come soggetto di diritti. Protezione della biodiversità Giungere a riconoscere la natura e gli ecosistemi come soggetti di diritto è un passaggio fondamentale nel tentativo di invertire la rotta di un capitalismo sfrenato e ormai morente, che mentre si autodivora distrugge il pianeta. La sentenza con cui un gruppo di donne peruviane del popolo Kukama è riuscito ad ottenere il riconoscimento dello status di soggetto giuridico del fiume Marañón è tutt’altro che poesia e speranza. E’ la base concreta per la costituzione di un comitato di bacino, soluzione che consentirà la partecipazione della società civile alla gestione del fiume e pertanto alla sua protezione dalle continue fuoriuscite di petrolio dall’oleodotto Nordperuano. Questa è la direzione nella quale tutti noi dobbiamo muoverci. Infine è possibile ravvisare una comunione di intenti nel mobilitare l’opinione pubblica, rafforzare la democrazia partecipativa e popolare, denunciare e fermare i passi indietro. Sono tutti capisaldi del tentativo di costruire un modello economico, culturale e sociale più dignitoso di quello attuale. Non dobbiamo lasciarci fuorviare dalla specificità degli obiettivi di singole associazioni o di questa nostra Rete in particolare. Il risultato che vogliamo raggiungere deve essere incastonato in un panorama più ampio. Infatti potremo arrivare alla meta solo aprendo i nostri orizzonti, collaborando e sostenendoci a vicenda con enti e organismi nazionali e internazionali. Le singole problematiche che ogni gruppo o rete cerca di fronteggiare sono il risultato di un diffuso e comune atteggiamento di produzione e commercializzazione improntato esclusivamente al profitto immediato, incurante di tutte le conseguenze ambientali ed umane che ne derivano. Lentamente, ma con ostinazione dovremo arrivare a modificare l’impianto ideologico, etico e culturale delle attività umane che si ripercuotono sull’ambiente; questo sarà possibile solo creando una comunicazione multilivello capace di sensibilizzare la comunità creando così la base per costruire diritto. Ci trovi anche su Facebook, Instagram, Twitter/X     Redazione Italia
“Biodiversità è vita”, un breve film di Navdanya International
Il cortometraggio “Biodiversity is Life” racconta un’esperienza di educazione ecologica che trasforma i giovani in custodi del futuro. Questo video documenta il progetto educativo “Biodiversità è vita“, co-finanziato dall’8 per mille dell’Unione Buddhista Italiana e della Chiesa Valdese e promosso da Navdanya International, che offre a giovani e comunità un percorso di scoperta e apprendimento sui temi della biodiversità, dell’agroecologia e della cura della terra. Un percorso che inizia in India, presso l’Università della Terra di Navdanya, che da oltre vent’anni accoglie studenti da tutto il mondo per trasmettere pensieri e pratiche dell’agro-ecologia. E’ proprio Vandana Shiva, presidente di Navdanya, a spiegare il legame fra la tutela della biodiversità e il nostro benessere fisico e spirituale. Un insegnamento che trova eco in Europa attraverso i programmi di formazione di Navdanya International. Attraverso immagini e testimonianze, il cortometraggio mostra come i partecipanti hanno esplorato le connessioni tra suolo, paesaggio, comunità e giustizia ecologica, sviluppando pratiche rigenerative e una profonda consapevolezza del loro ruolo come agenti di cambiamento. Una narrazione visiva che dà voce alle comunità, ai giovani, agli agricoltori e ai custodi dei semi che ogni giorno costruiscono democrazia dal basso attraverso la cura della terra e la difesa della diversità. Il film mostra come la biodiversità non sia solo un patrimonio naturale, ma il cuore pulsante di sistemi alimentari giusti, resilienti e realmente democratici. Attraverso testimonianze dirette e immagini dal campo, il cortometraggio riflette il nostro impegno politico: rigenerare ecosistemi e comunità, restituendo centralità alle persone e ai saperi locali nella governance alimentare. I programmi educativi di Navdanya International mirano a ispirare e dotare la prossima generazione delle competenze, delle conoscenze e dell’alfabetizzazione ecologica necessarie per sostenere comunità resilienti eque, eque ed ecologicamente consapevoli. Al centro del nostro lavoro c’è la volontà di creare legami profondi tra persone, terra, comunità, fattorie ed ecosistemi complessi che ci sostengono. Riprogettiamo la classe tradizionale trasformando il quartiere, le fattorie e la comunità stessa in veri e propri spazi di apprendimento politico e partecipato. La partecipazione attiva dei membri della comunità rende questo processo un’esperienza condivisa e viva, dove la democrazia alimentare si costruisce giorno dopo giorno. Il nostro metodo si basa sull’“imparare facendo”, accompagnato da uno scambio continuo di conoscenze tra generazioni. Così, i giovani diventano custodi di un sapere ecologico prezioso e protagonisti attivi del cambiamento nelle loro comunità, attraverso un rapporto diretto e concreto con la terra, coltivando un rispetto profondo per la complessità della natura e per la resilienza dei sistemi agro-ecologici. In questo modo, le nuove generazioni riconoscono il loro ruolo fondamentale come custodi dell’ambiente e cittadini consapevoli. Incoraggiamo una transizione verso pratiche di vita sostenibili che privilegiano la resilienza ambientale, la conoscenza locale e l’esperienza globale. Attraverso pratiche rigenerative, l’educazione ai principi dell’ecologia profonda e l’azione guidata dalla comunità, cerchiamo di costruire comunità resilienti che siano consapevoli dal punto di vista ecologico e siano in grado di intraprendere azioni significative per il pianeta. Questo video è un invito a unirsi a noi nella costruzione di un futuro in cui persone, culture ed ecosistemi possano coesistere in equilibrio e armonia. Navdanya International
Dalla parte del suolo e della biodiversità: il futuro sotto ai nostri piedi
Il suolo e la biodiversità sono due realtà profondamente interconnesse, elementi vitali per l’equilibrio ambientale e per il nostro futuro collettivo. Temi centrali per chi si occupa di ambiente, ma ancora troppo spesso trascurati nel dibattito pubblico. Per questo motivo, le associazioni 5R Zero Sprechi ed Evergreen Brescia promuovono una serata di approfondimento e riflessione aperta alla cittadinanza, che si terrà venerdi 24 ottobre alle ore 18.30, Auditorium Capretti Brescia. Due ospiti d’eccezione guideranno l’incontro: Il Prof. Paolo Pileri, docente di Pianificazione territoriale e ambientale presso il Politecnico di Milano, autore di importanti pubblicazioni dedicate al tema della tutela del suolo. In questa occasione presenterà il suo ultimo libro, “Dalla parte del suolo”, un’opera che invita a rivedere il nostro rapporto con il territorio, a partire dalla consapevolezza del suo valore ecologico, culturale e sociale. Il Cav. Antonio De Matola, filosofo, botanico e curatore degli orti botanici di Ome, da anni impegnato nella valorizzazione della biodiversità vegetale e nella promozione di una cultura del rispetto per gli ecosistemi locali. A moderare la serata sarà la giornalista Simona Duci, da sempre attenta ai temi ambientali e alla narrazione del territorio. Durante l’evento sarà possibile acquistare il libro “Dalla parte del suolo” e partecipare al firmacopie con l’autore. L’ingresso è libero e domande, spunti e riflessioni da parte dei partecipanti saranno i benvenuti. Un appuntamento pensato per chi ha a cuore il futuro del nostro territorio e desidera approfondire, con competenza e passione, uno dei temi più urgenti del nostro tempo. Redazione Sebino Franciacorta