
Ribellarsi alla guerra mondiale
Comune-info - Tuesday, August 25, 2026Trump non è un pazzo, è un disperato. Putin non è un psicopatico, semplicemente, dal suo punto di vista, non vuole perdere la presa anche sui paesi rimasti più o meno nella sua orbita. Trump e Putin sono la punta dell’icerberg dei rigurgiti nazionalisti-sovranisti-populisti seguiti al fallimento di quarant’anni di neoliberismo. La guerra è come non mai al centro del mondo. Abbiamo bisogno di riaprire questo concetto per rifiutarlo. La violenza strutturale, organizzata negli eserciti, pianificata e finanziata dagli stati, ricorda Paolo Cacciari in questa intervista raccolta dalla rivista L’Altrapagina, non è un portato naturale genetico della specie umana, ma un prodotto socioculturale storicamente determinato dal comportamento di alcune élite di uomini, re e imperatori, prima, poi banchieri e, ora, oligarchie tecnologiche multimiliardarie, che nel corso di generazioni e secoli hanno assunto il potere sulle cose e sugli altri esseri umani. Le odierne tensioni internazionali, inoltre, sono dovute prima di tutto all’esplodere di contraddizioni provocate da secoli di colonialismo. Per questo servono pratiche di giustizia distributiva. La riconciliazione passa attraverso il riconoscimento, la restituzione, la riparazione, la presa in cura del benessere di tutte le popolazioni e della Terra. La politica istituzionale non riesce a mettere in discussione la guerra perché siamo immersi in una cultura che ha la violenza, la ragione del più forte, come elemento regolativo delle relazioni umane: da quelle interpersonali domestiche uomo/donna, adulti/bambini, abili/vulnerabili a quelle intraspecifiche tra animali umani e non-umani passando per quelle comunitarie e tra popoli… Alla base di tutto vi è una concezione della vita andro e antropocentrica: un’idea gerarchica dell’evoluzione della vita al vertice della quale prevale l’individuo maschio, bianco, adulto. È questa concezione che dobbiamo imparare a sovvertire per ribellarci alla guerra mondiale a pezzi in corso
La magia della periferia che accoglie il teatro: luglio 2026, Parco Buscicchio di Brindisi (foto Daniele Guadalupi)Nella situazione attuale è tornata in voga l’idea della guerra. Chi la sostiene, chi la promuove e con quali obiettivi?
Io temo che noi si sia difronte ad una tragedia simile quella del 1914. Oggi come allora le cancellerie degli stati nazionali invocano la guerra per regolare con la forza dei loro apparati militari l’egemonia politica e la superiorità economica in ogni parte del mondo. Ciò genera quella “guerra mondiale a pezzi” che Bergoglio ha magistralmente definito. Gli Stati Uniti, l’impero finora dominante, sono in difficoltà. Sono sopravanzati nelle capacità produttive dalla Cina e dai paesi del sudest asiatico, sono screditati agli occhi delle popolazioni del Terzo Mondo impoverite dalle politiche monetarie imposte dalle istituzioni finanziarie internazionali, sono minati al proprio interno da laceranti conflitti sociali acuiti da insopportabili disuguaglianze di classe e discriminazioni razziali, sono schierati dalla parte sbagliata sulla lotta al cambiamento climatico, alla povertà, alla fame, alle malattie, alle diseguaglianze (vedi il naufragio degli Obiettivi dello sviluppo al 2030 delle Nazioni Unite). Trump non è un pazzo, è un disperato. Putin pure non è un psicopatico che crede di essere uno zar, semplicemente – dal suo punto di vista – non può permettersi di perdere la presa anche sui paesi rimasti nella sua orbita come Bielorussia, Georgia, Azerbaigian, Kazakistan, Mongolia e nelle altre 24 repubbliche facenti parte della Federazione Russa, fra cui la Cecenia. Anche l’Europa non sta messa bene. Pur tradita e abbandonata, non riesce a staccarsi dal suo storico alleato, gli Stati Uniti. Gettatasi nel baratro del “Rearm EU” (800 miliardi di euro da reperire) precipita nella decadenza socioeconomica. Dio non voglia che il governo cinese caschi in una qualche trappola in Medioriente e la competizione commerciale e geopolitica si può trasformare in qualsiasi momento in un conflitto guerreggiato di dimensioni enormi, catastrofiche. La fragile camera di compensazione giuridica dell’Onu è stata la prima vittima dei rigurgiti nazionalisti-sovranisti-populisti seguiti al fallimento di quarant’anni di neoliberismo, deregulation, finanziarizzazione dell’economia-mondo. Le destre nazionaliste andate al potere in gran parte delle nazioni hanno ripristinato il diritto assoluto degli stati di decidere in autonomia dove e quando intervenire militarmente a difesa dei propri interessi nazionali, fosse anche “preventivamente” e lontano dai confini nazionali. Un’idea di “difesa” molto elastica e discrezionale. Senza dover giustificare le proprie azioni ad arbitri terzi neutrali, chi può stabilire chi è l’aggredito e chi l’aggressore? Chi è privo di responsabilità e chi invece le ha tutte? Chi stabilisce che non esiste una possibilità di superamento delle controversie e una riconciliazione dei contendenti? La logica mortifera della guerra contempla solo l’annientamento di una delle parti in lotta.
Assistiamo a una guerra permanente tra gli stati e le nazioni e siamo spinti a credere alla inevitabilità della guerra. Perché è urgente promuovere una critica radicale dell’idea stessa di guerra?
Per far accettare alle persone comuni di buon senso – come lo siamo tutti, al fondo – l’eventualità di entrare in guerra, impegnando denari pubblici che servirebbero ad altro, mandando qualcuno ad uccidere o ad essere ucciso, correndo il rischio di essere bersagli di bombardamenti, pagando per una infinità di anni i danni ambientali, e così via, è necessario convincerle che esiste un nemico esterno responsabile di tutti i nostri mali: decadenza economica, svalorizzazione dell’apporto degli individui al benessere collettivo, perdita dei diritti acquisiti e delle libertà personali e, finanche, delle tradizioni culturali e religiose. La narrazione pubblica prevalente è che i barbari siano alle porte pronti a depredarci e a scannarci. Ma chiediamoci: questa visione corrisponde alla realtà? Davvero Putin, che dopo quattro anni non riesce a “riconquistare” il Donbass, avrebbe l’insana intenzione di occupare Berlino? Crediamo davvero che gli islamici vengano in Europa per mettere il velo alle nostre donne? Crediamo davvero che i “comunisti” cinesi vogliano comprare le nostre imprese per farci lavorare da schiavi nelle loro fabbriche? Evocare gli spettri di Hitler, di Stalin e di altri satrapi funziona sempre bene per giustificare la “guerra giusta”, legittima, quella che ci difende dalle minacce dell’aggressore. Ma è questa la reale situazione attuale ed è questa la verità storica sulla nascita dei totalitarismi? Se affrontassimo con serietà i fatti scopriremmo con quali appoggi e complicità, e per sostenere quali interessi, si è affermato il fascismo in Italia e il Terzo Reich in Germania. Ed oggi scopriremmo che il declino del sistema socioeconomico di stampo neoliberista, la famosa “globalizzazione” dei mercati e dei capitali, è la conseguenza dell’esaurirsi delle condizioni dell’espansione coloniale delle grandi imprese multinazionali – non di altro. In queste condizioni il ricorso alle guerre non risolve alcuno dei motivi sostanziali endogeni della crisi plurima, multidimensionale e multifattoriale della civiltà occidentale. Ovvero, per essere più precisi: del modello di sviluppo capitalista neoliberista. Ma non è solo una questione di efficacia. La guerra, la violenza armata, la volontà di dominio, il ricorso all’uccisione è moralmente inaccettabile. È una questione di principio etico-politico non negoziabile. Abolire la guerra, ripudiarla, come recita un articolo della nostra Costituzione, e proclamare il disarmo non è un ideale astratto, ma dovrebbe essere un’”idea regolativa” della politica, avrebbe detto Kant. Una visione dei rapporti umani che dovrebbe costituire l’orizzonte dichiarato, la finalità ultima dell’agire politico. Una discriminante chiara, un riconoscimento identitario programmatico fondamentale che differenzia le formazioni politiche agli occhi delle popolazioni. Ma, si dice: l’etica deve fare i conti con la realtà esistente. Fino a che non si realizzano le condizioni di una “pace perpetua”, di fronte a minacce estreme, a pericoli esistenziali per le persone e le comunità, l’uso delle armi è moralmente giustificato, legittimo oltre che legale. Un “male necessario”, anzi persino “obbligatorio”, secondo Norberto Bobbio al tempo delle guerre jugoslave, una teoria tornata in auge oggi di fronte all’invasione dell’esercito russo in Ucraina. Un lungo filone del pensiero politico-filosofico-morale occidentale, da Thommas Hobbes a Macchiavelli a Max Weber, sostiene che vi sono due etiche: una che attiene alla sfera personale inviolabile delle convinzioni profonde dei singoli individui, un’altra che è richiesta dalle responsabilità di governo degli uomini che stanno a capo delle istituzioni. La prima dice di non ammazzare e non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te stesso, principio posto a fondamento di pressoché tutte le religioni. La seconda assolutizza il fine dell’azione politica, che diventa perseguibile con ogni mezzo, derogando chi la compie dalle responsabilità sulle conseguenze che ne derivano. La seconda opzione porta i decisori politici a militarizzare le frontiere, creare eserciti, badare agli interessi del proprio stato con ogni mezzo, anche con la violenza. Decida il lettore quale delle due “bussole etiche” è più razionale/utopistica, convincente/cinica, realistica/distruttiva, capace di futuro/catastrofica…
Sembra che le persone siano smarrite per il prolungamento delle guerre e propendono sempre più ad accettare la deterrenza militare e l’uso della forza. Perché?
Fa davvero male leggere anche persone colte come Vito Mancuso sostenere che le guerre sono sempre esistite e quindi sempre esiteranno. No, la violenza strutturale, organizzata negli eserciti, pianificata e finanziata dagli stati non è un portato naturale genetico della specie umana, se così fosse Dio avrebbe condannato gli esseri umani ad uno stato di inimicizia perenne, ad un destino insuperabile, ma un prodotto socioculturale storicamente determinato dal comportamento di alcune élite di uomini, re e imperatori, prima, poi banchieri e, ora, oligarchie tecnologiche multimiliardarie, che nel corso di generazioni e secoli hanno assunto il potere sulle cose e sugli altri esseri umani. Non so se sia vero ciò che Freud aveva scoperto nella psiche umana: la “pulsione di morte”. Ma anche se fosse così, se in ognuno di noi covasse un istinto necrofilo – e io non lo credo -, allora il vivere in società dovrebbe servire proprio a contenere questi impulsi assassini promuovendo un sistema di valori opposto, quali la coesistenza, la cooperazione, la mutualità, la reciprocità, la pariteticità, l’equilibrio dei poteri, la giustizia distributiva… Affermare che questi valori sono utopie irrealistiche e irrealizzabili significa non voler vedere la loro dimensione politica, fattuale. Vi è una seconda considerazione errata di Mancuso, e di molti altri alla guida di stati ed eserciti: la deterrenza difensivista, secondo la vulgata “se vuoi la pace prepara la guerra”, è una tragica falsità. Se ciascuno si arma per sentirsi più sicuro, tutti saranno sempre meno sicuri. Ecco perché il disarmo e la smilitarizzazione delle società (per quanto graduali e progressivi si possano immaginare) sono l’unica strada concreta, reale e realistica – come lo è stata per un certo periodo storico in Europa – per tenere a freno le guerre.
La cultura attuale ha fatto cadere il tabù della guerra e ha promosso la sicurezza armata. Con quali obiettivi?
Viene detto da chi governa, ripetuto dalle principali organizzazioni economiche e rilanciato dai media embedded che l’uso della forza armata è necessaria, perché è l’unico modo per tenere a bada le pretese dei nostri competitori, per respingere le spinte emigratorie, per assicurarci l’approvvigionamento di energia e materie prime a basso costo, insomma, per mettere al sicuro i nostri stili di vita. C’è un filo d’acciaio intrecciato che lega il modello di crescita economica di tipo capitalista, rapporti sociali di produzione basati sulla coercizione, sul profitto e l’accumulazione delle ricchezze, con gli eserciti e le guerre: si chiama violenza. Le odierne tensioni internazionali sono dovute all’esplodere di contraddizioni provocate da secoli di colonialismo dei paesi dell’ex Primo mondo praticato con gli archibugi portoghesi, con le mitragliatrici tedesche, con gli aeroplani statunitensi. Se davvero volessimo la pace dovremmo aprire i nostri cuori alla verità storica e alla giustizia distributiva. La riconciliazione passa attraverso il riconoscimento, la restituzione, la riparazione, la presa in cura del benessere di tutte le popolazioni e della Terra. Come si vede si tratta di due visioni del mondo molto diverse. La pace non è quindi “armistizio” tra le guerre. Secondo le nuove teorie di Trump, le tregue sono solo varianti tattiche giocate nel corso dei conflitti armati. L’azione di pace vera, quella che ci avvicina all’orizzonte del mondo senza guerre, è quella che disarma le opzioni politiche degli stati, propriamente quella “disarmante” indicata dal papa americano Robert Francis Prevost. Una azione di bonifica della violenza dal terreno socioculturale. Una “rivoluzione antropologica”, come scriveva papa Bergoglio, che non è un sogno per utopisti e nemmeno un compito da lasciare ai religiosi, a chi si occupa delle anime e non delle sofferenze dei loro corpi. È impegno politico immanente. Una politica guidata da principi etici e da comportamenti morali. Una politica che chiede responsabilità comuni e richiede impegno individuale diretto. In altre parole: disponibilità ad agire per cambiare la realtà delle cose.
I miliardari al potere, armati delle nuove tecnologie, si preparano allo scontro finale tar il bene e il male, spingendo le popolazioni dando battaglia tra i vincitori e gli esclusi. Qual’ è la loro logica?
Credo che sia davvero stravolgente – soprattutto per i cristiani – ciò che sta accadendo negli Stati Uniti. Un gruppo di oligarchi tecnologici della Silicon Valley guidato da Peter Thiel, cofondatore di Paypal, di Palantir e fornitore dei software per i sistemi d’arma del Pentagono e di Israele, si sono travestiti da teologi, si sono insediati nella Casa Bianca attraverso il vicepresidente D.J. Vince e il Dipartimento alla guerra, si chiama così ministero, Peter Brian Hegseth, hanno impugnato l’Antico Testamento e predicano la prossima Apocalisse. Lo scontro finale tra il Bene, gli Stati Uniti e Israele, e il Male, tutti i loro nemici. Vanno nelle scuole e tra i fedeli delle sette fondamentaliste cristiane-sioniste e chiedono di arruolarsi nella battaglia definitiva dell’Armageddon, cui seguirà il giudizio universale, l’espiazione collettiva, la resurrezione e infine il nuovo inizio nel Regno del Signore, i riferimenti sono a Daniele e Giosué e poi a Giovanni, Rivelazione Capitolo 16. L’immaginario apocalittico è uno strumento potentissimo per proiettare in una dimensione soprannaturale, astratta ed epica i conflitti di classe, raziali, geopolitici. Un ritorno al medioevo, che mette assieme il Wild Christianity, “cristianesimo selvaggio” delle origini, e il fondamentalismo evangelico bianco. Una visione messianica, nazional-cristiana delle guerre che Trump sta conducendo nel mondo. Come si sa, Leone XIV è stato preso di mira direttamente da Trump, dopo che il papa si è espresso con parole inequivocabili, parlando inglese per farsi capire meglio, nel viaggio in Africa: «Guai a coloro che manipolano la religione e il nome stesso di Dio per i propri interessi militari, economici e politici, trascinando ciò che è sacro nell’oscurità e nella sporcizia». E ancora: «Il mondo è devastato da una manciata di tiranni». Tramp si sente il presidente “salvato da Dio”, nell’attentato in piena campagna elettorale del13 luglio 2024, e mandato da Dio a riscattare in patria i veri americani, bianchi, maschi e credenti… Non proprio il Messia che ritorna sulla Terra, ma almeno quel Davide, mitologico re di Giudea, mille anni avanti Cristo, che ha il potere, katechon, di frenare l’avvento dell’Anticristo e procrastinare l’Apocalisse. Questa volta i riferimenti biblici sono a Paolo di Tarso. Folclore, direte voi, ma la Nuova destra Maga, Make America Great Again, è la corrente determinante del Partito repubblicano e riunisce vari capi di governo in America Latina e in Europa. Compresa la nostra Meloni.
La guerra deve essere sconfitta sul piano etico con quella “Pace disarmata e disarmante” di cui ha parlato papa Leone. Perché la politica non riesce a parlare di una convivenza pacifica tra le persone e le istituzioni?
Perché siamo immersi in una cultura che ha la violenza, la ragione del più forte, come elemento regolativo delle relazioni umane: da quelle interpersonali domestiche uomo/donna, adulti/bambini, abili/vulnerabili; a quelle intraspecifiche tra animali umani e non-umani; a quelle comunitarie tra clan, tribù, etnie, nazioni, stati; a quelle tra mondo e cosmo, tra materia e spirito. Alla base di tutto vi è una concezione della vita andro e antropocentrica. Un’idea gerarchica dell’evoluzione della vita al vertice della quale prevale l’individuo maschio, bianco, adulto, che possiede le chiavi del sapere e della ricchezza. Un’idea di uomo a cui – va detto – non poco è servita un’interpretazione della Genesi più che letterale: “soggiogherai” e “dominerai” il mondo”. Quando si dice che siamo nell’epoca geologica dell’Antropocene si svela solo un pezzo di verità. Non è “tutta” l’umanità a dominare le forze della natura e a volerle piegarle a piacimento. Ma una élite di persone in carne ed ossa che hanno creato un sistema di potere economico, militare, politico e ideologico che persegue un proprio delirio di onnipotenza con sconfinata tracotanza portandoci alle soglie di una catastrofe planetaria (stato permanente di guerra, emissioni di gas climalteranti fuori controllo, estinzioni delle specie vegetali e animali, contaminazioni di ogni tipo dei suoli e dei mari e via dicendo). Un maestro dell’ambientalismo, Giorgio Nebbia (comunista e credente), diceva che l’ecologia è una scienza in sé rivoluzionaria perché ci insegna a riconoscere e rispettare l’infinita rete delle interconnessioni che legano ogni forma di vita. È esattamente l’”ecologia integrale” di cui scriveva Bergoglio nella Laudato si’. Forse, la politica dovrebbe ripartire da qui.
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