Il terremoto del noi e quello della democrazia

Comune-info - Monday, August 24, 2026

Ognuno, dopo dieci anni, ha il suo di terremoto “Centro Italia”. Il terremoto di quelli che hanno deciso di non tornare più e il terremoto di quelli che hanno deciso di rimanere, ancor oggi, dentro una scatola di poliuretano chiamata SAE, il cui tetto nel primo inverno venne sfondato dalla neve, e qualche settimana fa è stato sfondato dalla grandine. Poi c’è il terremoto di quelli che hanno guadagnato, da un piccolo finanziamento, una comparsata, fino all’appalto strepitoso. Il terremoto di quelli che hanno fatto lavorare in nero gli operai nei cantieri. Il terremoto della politica, che dopo dieci anni ha costruito il Deltaplano per i turisti di Castelluccio, ma non Castelluccio; le piste da sci di plastica, gli impianti di risalita e gli igloo sui Sibillini, ma non i paesi dei Sibillini… Troppi hanno pensato al “proprio” di terremoto, anziché scegliere di costruire un post terremoto di tutti. La Strategia dell’abbandono, dopo dieci anni, ha concluso, vincendo. «Perché la brace che la rigenera, è l'”io” e il “mio”. Per il “noi” sarebbe servita più generosità e meno egoismo. Più “cedere”, che “prendere”. Più fraternità e meno ego. Più democrazia…», scrive Leonardo Animali dalle Marche. Già, la democrazia, quella che era stata cassata per decretazione, nella gestione delle emergenze già dal terremoto de L’Aquila

Ognuno, dopo dieci anni, ha il suo di terremoto “Centro Italia”. 

Il mio, quello strettamente personale,  mi è presente da dieci anni, ogni volta che esco di casa, o se mi affaccio dalla finestra. Io sono certo che questa fisicità, questa convivenza con le rovine accanto alla mia casa integra, mi abbia reso diverso nel tempo. Sicuramente non in meglio. 

Poi c’è il terremoto che ho trovato da quella mattina del 24 agosto a Pescara del Tronto. Le case, a otto ore dalla scossa della notte, ancora fumanti dalla polvere, come se anziché scosse da sottoterra, fossero state bombardate dal cielo; i 52 morti di Arquata del Tronto dentro i sacchi neri all’obitorio dell’ospedale di Ascoli Piceno, tranne Marisol di pochi mesi, già composta dentro una piccola bara bianca; dei paesi con le case aperte, quelle sì, come scatolette di tonno; del dolore autentico, perfino delle autorità, ai funerali di Stato ad Ascoli, in un irreale sabato mattina d’agosto. 

C’è il terremoto di Enzo Rendina, arrestato e processato perché non voleva lasciare Pescara del Tronto.

C’è il terremoto di Massimo Dall’Orso, e dell’altra ventina di persone che hanno scelto di morire non resistendo al peso immateriale della non ricostruzione. 

Il terremoto di Francesca di Castelsantangelo sul Nera, incontrata per caso tra dolore e macerie, diventata presto amica e sorella, e persa, per un tumore post sisma, quasi subito. 

Il terremoto degli albergatori della costa adriatica, che hanno ospitato per un paio d’anni qualche migliaio di persone, destagionalizzando per decreto commissariale.

Il terremoto dei farmacisti del cratere, e delle casa farmaceutiche produttrici di benzodiazepine e tranquillanti. 

Ma anche quello dei baristi con ancora il bar in piedi, che hanno diminuito drasticamente di somministrare cappuccini e pastarelle, sostituiti esponenzialmente da alcolici ad alta gradazione. 

Il terremoto di tanti con cui ho parlato, raccolto i sentimenti, le speranze, la protesta e l’indignazione. 

Quelli che hanno deciso di non tornare più; quelli che hanno deciso di rimanere, ancor oggi, dentro una scatola di poliuretano chiamata SAE, il cui tetto nel primo inverno venne sfondato dalla neve, e qualche settimana fa è stato sfondato dalla grandine diametro albicocca. 

Poi c’è il terremoto di quelli che hanno guadagnato, da un piccolo finanziamento, una comparsata, fino all’appalto strepitoso. Tanti piccoli, medi e grandi furbi. 

Di quelli che hanno denunciato Nonna Peppina a Fiastra, regolando un vecchio rancore di vicinato. 

Del sindaco di Monte Cavallo, denunciato per appropriazione indebita del Contributo per l’Autonoma Sistemazione, perché ha continuato a vivere per due anni nella sua casa inagibile. 

Di quelli che hanno fatto lavorare in nero gli operai nei cantieri. 

Dell’Ospedale di Amandola, ricostruito grazie all’assegno di partenza di cinque milioni di euro, donati alla Regione Marche dall’oligarca russo Igor Sečin, presidente della multinazionale del petrolio e del gas Rosneft.

Il terremoto degli studenti dell’Università di Camerino, che per difendere il valore che il loro ateneo rimanesse sull’Appennino, di fronte alla richiesta di una delocalizzazione (temporanea, ma che sarebbe stata definitiva) sulla costa, si sono resi disponibili a studiare di giorno in paese e a dormire a Senigallia, con un pendolarismo quotidiano di 200 chilometri al giorno in pullman. 

C’è il terremoto della politica, che dopo dieci anni ha costruito il Deltaplano per i turisti di Castelluccio, ma non Castelluccio; le piste da sci di plastica, gli impianti di risalita e gli igloo sui Sibillini, ma non i paesi dei Sibillini; i percorsi benessere kneipp nel fiume a Pievetorina, ma non Pievetorina. 

Poi c’è il terremoto, di quelli che, grazie al terremoto, sono diventati parlamentari, consiglieri regionali, e di quelli che rimarranno sindaci e presidenti a vita di qualcosa. 

Un solo catastrofico terremoto che ha generato tanti, infiniti, piccoli e personali terremoti. La situazione oggi è quella che l’onestà di ciascuno (ammesso che la  si abbia) può oggettivamente registrare. Tangibile, documentabile, fotografabile. Al netto di ogni mainstream e propaganda. Ed è quella che è perché, dopo dieci anni, troppi hanno pensato al “proprio” di terremoto, anziché scegliere di costruire un post terremoto di tutti

La Strategia dell’abbandono, dopo dieci anni, ha concluso, vincendo, il suo lavoro. Perché la brace che la rigenera, è l'”io” e il “mio”.  Per il “noi” sarebbe servita più generosità e meno egoismo. Più “cedere”, che “prendere”.  Più fraternità e meno ego. Più democrazia, cassata per decretazione, nella gestione delle emergenze già dal terremoto de L’Aquila. La democrazia, in fondo, è la prima vittima che provoca ogni catastrofe naturale. 

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