
L’arte dell’ostinazione. Perché la piazza dello Stretto non si lascia normalizzare
Pressenza - Sunday, August 9, 2026C’è una trappola sottile nel ritornare ogni anno sullo stesso asfalto. È la tentazione, spesso alimentata da chi osserva da lontano, di derubricare tutto a rituale. La solita sfilata, la solita marea di striscioni, il solita elenco di delegazioni. Ma chi ieri è sceso in strada a Messina sa bene che la rassegnazione è soltanto una forma di eleganza pigra, un anestetico che ci convince che ciò che viene definito “inevitabile” sia, per ciò stesso, anche giusto.
Ieri non si è vista la cronaca di una protesta. Si è vista una resistenza contro il vizio più pervasivo del nostro tempo, la normalizzazione.
Perché il potere contemporaneo non combatte più il dissenso con la sola contrapposizione, preferisce la stanchezza. Scommette sul logoramento, sulla persuasione strisciante che l’opposizione sia un’anomalia da riassorbire nel flusso degli eventi. E invece, da Napoli a Torino, da Roma a Brindisi, passando per le vertenze sorelle della Calabria e di Taranto, migliaia di corpi e di storie si sono dati appuntamento proprio qui. Non per nostalgia, ma per un atto di presenza consapevole.
Chi è arrivato da Taranto conosce già il peso del ricatto tra ambiente e sviluppo, chi proviene dal Nord conosce la retorica dell’infrastruttura calata dall’alto. Messina, per un giorno, è diventata il catalizzatore di un’unica ferita e di un’unica lucidità.
Nei volti della piazza e nelle chitarre che accennavano le strofe di Guccini non c’era il romanticismo ingenuo delle cause perse. C’era semmai l’eredità etica di quei maestri che ci hanno insegnato a guardare il mondo con occhio critico, a diffidare dei sarti che cuciono vestiti su misura per il presente.
In Che cos’è l’atto di creazione?, Gilles Deleuze scriveva che solo l’atto di resistenza resiste alla morte. Cantare certi versi a un passo dal mare dello Stretto, in mezzo alla polvere del corteo, non è stato un amarcord ma un esercizio di lucidità. Guccini non ci ha mai promesso la vittoria facile, ci ha consegnato la dignità dell’intransigenza, la certezza che restare umani significa rifiutarsi di piegare lo sguardo quando la marea spinge dalla parte opposta.
C’era un articolo di fede laica nell’aria di ieri. Una fede che non aspetta il miracolo e che non si fa illusioni sulla durezza del contesto, ma che rivendica il diritto di non farsi addomesticare. Lo Stretto non è due sponde da unire con una riga di cemento su un rendering. È un ecosistema umano, geografico e politico che rifiuta di farsi merce.
La vera vittoria di ieri non risiede nel conto algebrico delle presenze, ma nella qualità della memoria che si è riattivata. Finché ci sarà chi sceglie di fare strada, di attraversare l’Italia per rimettere i piedi nello stesso punto e dire «no», la partita non sarà mai chiusa. Perché resistere, in fondo, non significa attendere che il vento cambi, significa essere noi stessi la rottura di questo silenzio.
