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Messina, non c’è posto per i devastatori in riva allo stretto
Siamo scese ancora una volta in piazza. Lo abbiamo fatto ancora una volta in migliaia. Non ci interessano i balletti dei numeri. Siamo in tante e tanti. Siamo siciliane e calabresi, ma con noi ci sono anche tante solidali, persone che nel loro territorio si battono contro altre devastazioni, persone che noi supporteremo andando a nostra volta nel loro territorio per dare loro maggiore forza. In tutti questi anni di mobilitazione abbiamo dovuto superare tanti ostacoli. Dalla parte dei devastatori c’erano i soldi e il potere. Dalla nostra solo la generosità e i nostri corpi. Nonostante questo, possiamo dire di avere vinto. Oggi l’opinione no ponte è largamente maggioritaria nei nostri territori. Lo dimostra questa piazza, lo dimostra il fatto che di piazze sì ponte di queste dimensioni non ce ne sono mai state. La verità è che mentre negli anni si è formato un popolo no ponte, non si può dire il contrario. Non esiste un popolo Sì ponte. In questi anni di mobilitazione si sono succedute tante generazioni e ogni volta si sono trasmesse il testimone della solidarietà e della difesa della nostra terra. Questo avviene perché la generosità e l’amore per il proprio territorio sono più forti della brama di profitto. E’ per questo che tutte le loro narrazioni, tutti i loro discorsi, si sono sbriciolati. Avevamo ragione noi. Su tutto. Nel corso degli anni ci siamo interrogate. Abbiamo studiato il progetto. Abbiamo prodotto enormi quantità di riflessioni, analisi, controdeduzioni. Alla fine di tutto questo abbiamo capito che non hanno un piano che non sia quello di continuare a portare avanti l’iter e guadagnarci sopra. Non lo sanno se il ponte si può fare. Non lo sanno se starebbe in piedi. Non hanno un piano finanziario. Sanno solo che più questa storia dura e meglio è per loro perché di più ci guadagneranno. Noi sappiamo che tutto questo gravita intorno alla società concessionaria Stretto di Messina Spa, una società per la cui governance sono stati abbattuti i tetti dei compensi, una società che ogni anno consuma ingenti risorse senza arricchire di nulla la comunità. Una società che, colpevolmente, i governi che si sono succeduti dal 2013 non hanno messo in liquidazione nonostante la Corte dei conti avesse chiesto ripetutamente di farlo. In tutto questo il territorio rimane appeso a un’opera che continuerà a generare profitti per pochi, anche qualora non dovesse essere costruita. Le persone più giovani – noi giovani – ce ne andiamo. Chi vive nelle zone interessate dai cantieri sta col fiato sospeso. La nostra stessa economia rimane appesa ad un fantasma. Tutta l’area dello Stretto si sente sotto la minaccia di cantieri che potrebbero durare 10, 20 o 30 anni, rendendo invivibile la nostra quotidianità. Noi sappiamo che questa non è una casualità. Noi sappiamo che questo è un metodo. Noi sappiamo che questa è la logica delle grandi opere, dell’occupazione militare delle nostre terre, dei grandi eventi, delle emergenze. Estrarre profitti dal territorio, è solo a questo che sono interessati. E noi, invece, vorremmo vivere in pace, prenderci cura dei luoghi che abitiamo, avere la possibilità di restare, potere decidere del futuro della nostra vita. Noi siamo tante e tanti. Abbiamo dalla nostra parte la natura, i nostri corpi e il desiderio di un futuro più appagante. A loro rimangono solo il potere e i soldi. Per questo li sconfiggiamo. Ed è per questo che, nel ringraziare tutte e tutti coloro che sono state in piazza oggi e tutte e tutti coloro che lo hanno fatto in tutti questi anni di lotte, nel ringraziare le nostre sorellr e i nostri fratelli che sono venute da fuori a portare le loro lotte in questa piazza, noi decretiamo, dal basso, la chiusura della Stretto di Messina Spa. Redazione Sicilia
August 9, 2026
Pressenza
L’arte dell’ostinazione. Perché la piazza dello Stretto non si lascia normalizzare
C’è una trappola sottile nel ritornare ogni anno sullo stesso asfalto. È la tentazione, spesso alimentata da chi osserva da lontano, di derubricare tutto a rituale. La solita sfilata, la solita marea di striscioni, il solita elenco di delegazioni. Ma chi ieri è sceso in strada a Messina sa bene che la rassegnazione è soltanto una forma di eleganza pigra, un anestetico che ci convince che ciò che viene definito “inevitabile” sia, per ciò stesso, anche giusto. Ieri non si è vista la cronaca di una protesta. Si è vista una resistenza contro il vizio più pervasivo del nostro tempo, la normalizzazione. Perché il potere contemporaneo non combatte più il dissenso con la sola contrapposizione, preferisce la stanchezza. Scommette sul logoramento, sulla persuasione strisciante che l’opposizione sia un’anomalia da riassorbire nel flusso degli eventi. E invece, da Napoli a Torino, da Roma a Brindisi, passando per le vertenze sorelle della Calabria e di Taranto, migliaia di corpi e di storie si sono dati appuntamento proprio qui. Non per nostalgia, ma per un atto di presenza consapevole. Chi è arrivato da Taranto conosce già il peso del ricatto tra ambiente e sviluppo, chi proviene dal Nord conosce la retorica dell’infrastruttura calata dall’alto. Messina, per un giorno, è diventata il catalizzatore di un’unica ferita e di un’unica lucidità. Nei volti della piazza e nelle chitarre che accennavano le strofe di Guccini non c’era il romanticismo ingenuo delle cause perse. C’era semmai l’eredità etica di quei maestri che ci hanno insegnato a guardare il mondo con occhio critico, a diffidare dei sarti che cuciono vestiti su misura per il presente. In Che cos’è l’atto di creazione?, Gilles Deleuze scriveva che solo l’atto di resistenza resiste alla morte. Cantare certi versi a un passo dal mare dello Stretto, in mezzo alla polvere del corteo, non è stato un amarcord ma un esercizio di lucidità. Guccini non ci ha mai promesso la vittoria facile, ci ha consegnato la dignità dell’intransigenza, la certezza che restare umani significa rifiutarsi di piegare lo sguardo quando la marea spinge dalla parte opposta. C’era un articolo di fede laica nell’aria di ieri. Una fede che non aspetta il miracolo e che non si fa illusioni sulla durezza del contesto, ma che rivendica il diritto di non farsi addomesticare. Lo Stretto non è due sponde da unire con una riga di cemento su un rendering. È un ecosistema umano, geografico e politico che rifiuta di farsi merce. La vera vittoria di ieri non risiede nel conto algebrico delle presenze, ma nella qualità della memoria che si è riattivata. Finché ci sarà chi sceglie di fare strada, di attraversare l’Italia per rimettere i piedi nello stesso punto e dire «no», la partita non sarà mai chiusa. Perché resistere, in fondo, non significa attendere che il vento cambi, significa essere noi stessi la rottura di questo silenzio. Simone Millimaggi
August 9, 2026
Pressenza