Ghorba. Il prezzo del movimento

Progetto Melting Pot Europa - Thursday, July 23, 2026

Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar

Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni. 

Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità.

Notizie

Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale

Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026

Roberta Derosas 12 Febbraio 2026

È la parola della distanza che si infila sotto pelle, della nostalgia che è dolore del ritorno. Non vuol dire solo essere lontani da casa, ma sentirsi stranieri, sospesi nel luogo in cui si è arrivati.

La sua radice indica il tramonto del sole che lascia spazio all’ombra della sera: il momento in cui le cose familiari si allontanano e l’ignoto prende forma.

Nel Maghreb è diventata la parola dell’assenza, delle partenze che promettono futuro ma lasciano dietro di sé legami incompiuti.

Il ghorba entra nel cuore di chi parte e lo costringe a vivere in due luoghi senza appartenere del tutto all’uno o all’altro. È  diverso dal viaggio. Non è il movimento, ma il suo prezzo. È crepa silenziosa che la distanza genera:  nelle relazioni, nelle parole, fino all’immagine di sé che si genera.

Ricorda che partire a volte significa arrivare, a volte, invece, imparare a vivere tra due rive, con una casa nel cuore e nessuna sotto i piedi.

Ghorba

a cura di Filippo Torre, Università di Genova

Ghorba è un’importante parola e un concetto centrale che attraversa tutta la cultura araba; esprime la lontananza, l’alienazione, l’esilio, la sensazione di trovarsi in un luogo dove ci si sente stranieri e insicuri, una sensazione che si può vivere tanto nel proprio paese quanto, soprattutto, all’estero, lontano dal comfort del proprio quartiere e dei propri affetti.

Viene dalla radice gharb, che indica il tramonto del sole, e simboleggia la paura dell’ignoto e dell’oscurità. La parola ghorba è diventata estremamente popolare in Tunisia e in tutto il Maghreb quando – durante il periodo coloniale e postcoloniale – l’emigrazione all’estero, per la maggior parte verso l’Europa, si è trasformata in un fatto culturale, un fenomeno di massa; il tema dell’esilio è entrato dentro la musica, la letteratura, l’arte e il cinema, è divenuto un topos evocato in molteplici forme dai cittadini maghrebini che si sentono esiliati nel proprio paese o che si trovano bloccati nel «di fuori», fil-barra.

Abdelmalek Sayad, un sociologo che si è formato con Pierre Bourdieu e ha portato avanti studi pionieristici sulle migrazioni, è stato il primo a mettere in luce la sofferenza sociale dell’esperienza del ghorba, in cui i migranti non sono mai completa mente «qui» né del tutto «lì».

Rimanendo intrappolati tra la nostalgia dei legami che si sono lasciati alle spalle e la ricerca di distanziamento ed emancipazione, finiscono spesso per mistificare l’esperienza della migrazione fornendo un racconto edulcorato della «bella vita» in Europa.

La stessa parola harraga (i «bruciatori» di frontiere), che contiene un sotteso elemento celebrativo che implica di dover superare una prova di coraggio (si veda Harraga), è ben più utilizzata dai migranti undocumented in Europa rispetto al termine mughtaribin («esiliati»), una rappresentazione che tende a suggerire una sconfitta, un’accettazione passiva della propria condizione di stranieri senza orizzonti stabili.

Se harga sottintende la sfida ed è un invito all’azione, ghorba evoca invece un destino doloroso che si deve sopportare, dove il non sentirsi a casa rende sempre più desiderabile l’opzione del ritorno.

È questa percezione di mancato inserimento – derivante dal non riuscire a costruire un senso di casa all’estero (per la mancanza strutturale di documenti, di un’abitazione o di un lavoro stabile) – che, nel percorso di molti migranti maghrebini, è rimossa dal racconto e dalla condivisione (di persona o sui social network) della propria esperienza migratoria, che – nella doxa ufficiale deve essere rappresentata come sinonimo di arricchimento ed emancipazione.

Esempi dal campo

Il ghorba mi ha insegnato tanto, tantissimo, tra cui il fatto che ci siamo mescolati con le persone, ma non conosciamo davvero noi stessi. Il ghorba mi ha insegnato che possediamo tante cose, ma non sappiamo metterle insieme. Il ghorba mi ha ricordato quella lacrima che mia madre tratteneva quando ero bambino. Con il tempo ho capito che le relazioni hanno dei confini, e che la distanza può spezzare, anche solo con le parole.

Estratto di una canzone rap scritta da Hisham, migrante marocchino in Europa