2001-2026 Genova Social Forum ReLoad: bilancio di un venticinquennale molto speciale.

Pressenza - Wednesday, July 22, 2026

25. Solo un numero, una convenzione… E’ così importante che questo anniversario del g8 di Genova sia quello dei cinque lustri?… 24, 26, in fondo, che differenza fa?

Eppure questo anniversario è diverso.

Forse perché per questa scadenza convenzionalmente “speciale” si è voluta riprendere in mano con maggiore impegno una delle caratteristiche trascurate del g8 del 2001: il tentativo di argomentare e di fare proposte alternative. O forse perché il momento del confronto, dell’elaborazione e del ragionamento quest’anno si è svolto proprio nel Palazzo in cui gli otto “grandi” volevano ribadire che loro erano i padroni e noi i sudditi. O sarà stata l’indignazione per il genocidio a Gaza? L’esempio dei partecipanti alla Flotilla? La tracotanza dei fascisti? Le “nuove“ leggi repressive?

Probabilmente tutte queste, e tante altre cose assieme. Ma è accaduto che domenica 19, sotto un sole che invitava ad andare ovunque, tranne che a camminare sull’asfalto di una città, migliaia di giovani si siano ripresi le strade di Genova. Il 19 luglio del 2001 si era svolta a Genova la marcia dei migranti, una delle prime volte in cui nuovi e vecchi italiani si erano allegramente mescolati in manifestazione, ignorando tutte le appartenenze. Nessun incidente di rilievo, tranne qualche faccia un po’ inquietante; ma l’allegria per le mutande stese dai genovesi per fare dispetto a Berlusconi avevano prevalso.

Forse sono state le migliaia di giovani che il 19 luglio hanno attraversato le strade di Genova a rendere “speciale” anche il 20 in Piazza Alimonda. Non più solo l’incontro, giusto e doveroso, da parte di chi c’era; ma un ideale passaggio di testimone verso chi c’è oggi. E c’è rivendicando non solo i propri diritti, ma i diritti di quei sei miliardi (che ormai sono diventati otto miliardi) che cercarono allora di esprimere la propria indignazione verso i pre-potenti.

“Anche se allora vi siete assolti, siete per sempre coinvolti”: il verso della Canzone del Maggio di De Andrè era solo una delle frasi più significative che i presenti in piazza Alimonda si portavano scritte addosso.

Coinvolti con il genocidio di Gaza e con i tre morti al giorno sul lavoro; coinvolti contro le leggi sui migranti e contro i bassi salari; coinvolti contro la guerra.

E poi la famosa “insicurezza”.

Siamo insicuri, siamo insicure, dicevano e scrivevano i presenti in Piazza Alimonda.

Se abbiamo un posto di lavoro, non siamo per niente sicuri di poterlo conservare. Dopo il “job act” chi viene licenziato/a senza giusta causa non ha diritto a riprendere il proprio posto di lavoro, ma riceverà una manciata di spiccioli.

Se ci ammaliamo e non siamo ricchi, non siamo per niente sicuri di poterci curare. Le liste di attesa in sanità durano mesi, se non anni. Per chi ha soldi c’è la medicina privata. Per chi ne ha un po’ meno c’è l’intramoenia. Per chi è povero: “arrangiati”.

Se andiamo al lavoro non siamo per niente sicur di tornare a casa la sera. In Italia muoiono ogni anno mille persone sul posto di lavoro. E fanno notizia solo se muoiono “in gruppo”, o se sono giovani donne, o sa le morte è particolarmente raccapricciante. Per gli altri, c’è il solito aggettivo: “inaccettabile”. Ogni tanto un’ora di sciopero. Ma l’indomani si torna al lavoro, e zitti.

Se viviamo in zone a rischio sismico o idrogeologico, abbiamo ottimi motivi per sentirci insicuri. Le ultime frane sono state quelle di Niscemi, ma… saranno proprio le ultime? Quando respiriamo, non siamo per niente sicuri di respirare qualcosa di compatibile con la “salute”.

Se è estate, i motivi di insicurezza sono legati al caldo anomalo, da anni, anche se esiste ancora qualcuno che si ostina a negare l’evidenza dei cambiamenti climatici. Non esistono piani di conversione dei combustibili fossili, accertati responsabili dei cambiamenti climatici. Ma si moltiplicano le iniziative repressive contro chi protesta. Sembra una beffa che ad ogni fermata d’autobus i display ci ricordino affettuosamente che è meglio che gli anziani e le anziane non escano nelle ore calde. Però si può lavorare fino a 70 anni…

Se siamo giovani, l’insicurezza è il timore di non aver scelto il corso di studi “giusto” in grado diu garantire un posto di lavoro. Una volta ottenuto, l’insicurezza è mantenerlo, anche a danno della solidarietà e della collaborazione tra colleghi e colleghe

Se siamo donne, il maggior motivo di insicurezza è statisticamente la persona che vive con noi, e che magari giura di amarci.

Ma secondo le destre di tutte le sfumature, dal nero al grigio, l’insicurezza nasce dall’immigrazione. Secondo loro chi ci rende insicuri e insicure non sono il capitalismo, il patriarcato e i padroni. Sono le persone che stanno ancor peggio degli italiani che stanno peggio. E la soluzione non è “almeno un po’“ di giustizia sociale. E’ l’odio, il razzismo e la repressione.

Piazza Alimonda è annualmente il luogo dove si ricordano le vittime della repressione: anche quella di uno stato che invoca la grazia per il gioielliere due volte assassino ma continua a torturare Alfredo Cospito, che non ha ammazzato nessuno ma non può tenere in cella nemmeno le foto dei suoi genitori. E a nessuno è sfuggito il collegamento tra la dignità dell’intervento dal palco delle figlie di Giuseppe Pinelli e la richiesta di verità e giustizia per l’ultima vittima della Repressioni di Stato, Abderrahim Fakir. Ormai è sempre più frequente che donne velate chiedano verità e giustizia accanto alle “nostre” madri e sorelle: ma l’ingiustizia rimane la stessa.

Così, nell’esatto istante in cui Carlo è stato ammazzato, in una piazza ammutolita e commossa, si è aperto un enorme sudario con 18457 (diciottomilaquattrocentocinquantasette) nomi, rigorosamente scritti a mano: quelli dei bambini e delle bambine, ancora più piccoli di Carlo, assassinati da Israele a Gaza.

Diciottomilaquattrocentocinquantasette, non diciottomila come a volte diciamo frettolosamente. Con nomi, cognomi e sogni che non diventeranno mai nomi, cognomi e sogni di persone adulte.

di Norma Bertullacelli

Redazione Italia