
Sport in Palestina: il possibile per non soffocare
Comune-info - Wednesday, July 22, 2026
pixabay.comIn Mille Piani, Deleuze e Guattari scrivono che tutto è politico.1 Le attività sportive non fanno eccezione. Al contrario, lo sport è profondamente politico e questa sua dimensione viene sfruttata in modo differente dai diversi agenti sociali. Nei sistemi capitalisti, lo sport, il calcio in particolare, rappresenta una componente importante negli ingranaggi economici, venendo catturato nel processo di accumulazione del capitale. Tuttavia, al di là di questa funzione economica, lo sport contribuisce alla costruzione dell’identità nazionale, ruolo che assume a partire dall’Ottocento con il delinearsi e affermarsi degli Stati moderni. In Italia, per esempio, l’attività sportiva comincia ad essere sistematicamente sfruttata a fini nazionalistici a partire dal Risorgimento.2 Questo legame tra sport e identità nazionale può però produrre effetti molto diversi. Se da un lato permette alle popolazioni di legittimarsi e rafforzare la propria immagine a livello internazionale, dall’altro può sfociare tanto in processi di dominazione ed esclusione quanto configurarsi come strumento di lotta e resistenza contro la dominazione. Un chiaro esempio di quest’ultima dimensione è rappresentato dal ruolo che popolazioni africane hanno attribuito al calcio in epoca post-coloniale. Il calcio è diventato in questo contesto, non solo un mezzo per creare senso di collettività, ma anche e soprattutto un mezzo per plasmare e consolidare la propria identità nazionale, sollevando allo stesso tempo questioni importanti legate alla loro storia e memoria culturale. Questa dinamica di decolonizzazione e di affermazione della propria identità attraverso il calcio, o più in generale lo sport, è osservabile anche in Palestina, dove l’attività sportiva è intimamente legata alla resistenza del popolo palestinese.
Attraverso lo sport, i palestinesi, non solo rafforzano il loro senso di comunità, ma trovano, come suggerisce Giulia Fabrizi in More than a Game: Sport, Identity and Resistance in Palestine, l’unica arena in cui possano effettivamente esprimersi come collettività riconosciuta a tutti gli effetti.3 Emblematica è la partecipazione dal 1996 di atleti palestinesi ai Giochi Olimpici. Tuttavia, è bene non cadere in facili semplificazioni. Se è vero che gli atleti palestinesi hanno avuto accesso ad alcuni eventi sportivi di rilievo come possono essere i Giochi Olimpici, o la loro affiliazione alla FIFA dal 1998, la situazione in cui versano è di totale marginalizzazione su scala globale. Questo è chiaramente testimoniato dal fatto che la Palestina non è ancora stata riconosciuta da tutti gli Stati nonché dalla diffusa indifferenza, soprattutto a livello istituzionale, nei confronti delle violenze sistematiche che ne subisce il suo popolo. Gli atleti palestinesi, inoltre, restano esclusi dalla maggior parte delle manifestazioni sportive e fanno fronte a grandi difficoltà per allenarsi o semplicemente muoversi nei territori a causa delle restrizioni imposte dall’occupazione. A ciò, si aggiunge il fatto che sono bersaglio di una durissima repressione. Non a caso, numerosi studiosi parlano di un atleticidio definito da Derek Silva et al. come “l’annientamento del settore sportivo mediante l’uccisione, la menomazione, l’arresto o la detenzione di atleti, allenatori, personale legato al settore sportivo, ufficiali di gara e dirigenti, nonché la distruzione delle infrastrutture sportive e della sua storia”4. Secondo la Palestinian Sports Media Union, dall’ottobre 2023 al luglio 2026, si contano più di mille atleti e giovani palestinesi appartenenti ad associazioni sportive uccisi nella sola Striscia di Gaza.5 Di questi 567 erano giocatori di calcio,6 ultimi dei quali Saleem al-Ashqar, ucciso il 29 giugno scorso mentre cercava una bombola per cucinare ad Al-Qarara, e Fadi Hamdallah al-Nassan, giocatore 17enne della nazionale, ucciso l’11 luglio in Cisgiordania. Già in seguito alla morte di Salem di Saleem al-Ashqar, le reazioni sono state molto forti e numerose voci hanno chiesto, ancora una volta, l’esclusione della IFA (Israel Football Association) dalla FIFA. Nello stesso arco di tempo, le infrastrutture sportive danneggiate sono state circa 280; molte – come spiega l’allenatore della nazionale di calcio Ihab Abu Jazar – sono state riconvertite in centri di detenzione per prigionieri palestinesi.7
Il calcio rimane sicuramente lo sport più popolare ma, negli ultimi anni, soprattutto in Cisgiordania, l’arrampicata sta assumendo un ruolo sempre più rilevante configurandosi come spazio di resistenza politica. L’arrampicata, così come le altre discipline sportive praticate in Palestina, permette di fare comunità, di socializzare e affrontare insieme le restrizioni e i soprusi quotidiani, di emancipare il proprio corpo e liberare la mente. Tuttavia, dal momento che è praticata all’aria aperta e a diretto contatto con la natura e quindi con il territorio, offre la possibilità di riappropriarsi della propria terra e di riconnettersi profondamente a essa. L’arrampicata acquisisce così un valore simbolico e politico particolarmente speciale, rendendo ancora più evidente il ruolo dello sport come strumento di liberazione e resistenza.
Deleuze e Guattari in Il Maggio ‘68 non ha avuto luogo usano l’espressione “del possibile sennò soffoco”8. Lo sport in Palestina può essere visto come quel possibile, come quel soffio di vita che può dare speranza in un mondo soffocante per rendere il presente più sopportabile.
1 Deleuze, Gilles, Félix Guattari, Capitalisme et Schizophrénie: Mille Plateaux, 2 vols (Paris: Éditions de Minuit, 1980), II, p. 260
2 Pivato Stefano, Identità sportiva e identità nazionale, Mélanges de l’École française de Rome. Italie et Méditerranée, 1997, vol. 109, n°1, pp. 277-284
3 Giulia Fabrizi, More than a Game: Sport, Identity and Resistance in Palestine, ISPI
4 “the obliteration of athletics through the killing, disabling, arrest, or detention of athletes, coaches, staff, officials, and administrators and the destruction of athletic infrastructure and history’ (Derek Silva et al., ‘Settler Colonialism–Genocide–Athleticide: The Destruction of Sport in Occupied Palestine”, Journal of Sociology, vol. 43, n°2, https://journals.humankinetics.com/view/journals/ssj/43/2/article-p221.xml
5 Palestine Observatory, “928 Athletes were killed by Israeli Occupation Forces in Gaza“, 7 luglio 2026
6 Sofia Sheera, “Fifa Does Nothing After Israeli Forces Shoot and Kill Palestinian Goalkeeper“, 3 luglio 2026, Novara Media
7 Ihab Abu Jazar in un intervita di Francesco Pietrella, “Il ct della Palestina: ‘Il mio vice ucciso mentre consegnava aiuti, anche l telefono ci fa paura’“, Gazzetta dello Sport, 8 settembre 2025
8 Du possible, sinon j’étouffe (Gilles Deleuze, Félix Guattari, “Mai 68 n’a pas eu lieu”, Chimère, 2007, vol. 2, n°64, https://shs.cairn.info/revue-chimeres-2007-2-page-23?lang=fr&tab=cites-par
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