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Terzo Settore: trasformazione della militanza e fine dell’alternativa al capitalismo
Nel novembre 1989, in pochi giorni, accadde quello che fino a poco tempo prima appariva impensabile, in un mondo “bloccato” nello stallo della guerra fredda e nello scontro tra due ideologie totalizzanti. Il muro di Berlino rappresentava tutto questo. Crollando ha fatto gridare alla “fine della storia” e al “trionfo della democrazie liberali” come ricetta per tutta l’umanità: non è successo né l’una nell’altro. Per quanto riguarda la “fine della storia”, solo degli imbecilli potevano sentenziarlo e per ora la chiuderei qui, per quanto riguarda il trionfo delle democrazie liberali, il discorso si fa più complesso… in quanto si sono dimostrante nel tempo né democrazie né liberali, soprattutto perché senza più l’ostacolo del comunismo sovietico è uscita fuori in tutta la sua virulenza, anche nel cosiddetto “occidente”, la metastasi latente del neoliberismo autoritario, monopolistico e guerrafondaio. In tutto questo, che ne è stata dell’esperienza socialista e comunista all’interno dei cosiddetti paesi liberali, o all’interno degli stati democratici-cristiani, o anche che ne è stato della esperienza della socialdemocrazia, tentativo ibrido di unire quei due mondi, ma anche di quella sociale-cristiana? Che ne è stato di quelle forze che si sono opposte e hanno frenato gli istinti famelici insiti nell’ideologia darwinista del capitalismo anglosassone, ma che hanno anche contribuito, attraverso una militanza capillare, all’avanzamento di molte istanze progressiste nel campo della salute, dell’educazione, del lavoro, della qualità della vita e della giustizia sociale in generale? Se zoomiamo verso la politica attuale, o ciò che rimane di essa, si denota non solo una desolazione nella militanza e nelle proposte del campo che una volta era quello progressista-di sinistra, ma addirittura ad una trasmutazione antropologica dei vertici di quelle “forze”, eredi o presunte tali delle formazioni storiche della seconda metà del ventesimo secolo, che in molti casi si sono trasformate in vere e proprie quinte colonne del potere finanziario transnazionale. Anche piccole formazioni che sembrano mantenere i connotati, le vestigia di un progressismo militante, lungi da aver adattato nel mondo attuale e sviluppato un pensiero alternativo al liberismo, si sono limitate a delle piccole ricette di cosmetica politica colorata appena di rosso, di verde o addirittura di arcobaleno, o alla stantia ripetizione di slogan vuoti, per poi traghettare voti e interessi nel “campo largo” del vuoto politico neoliberale. Come è successo tutto questo? Ci sono state e ci sono ancora molte analisi che cercano di spiegare questa trasmutazione del campo progressista, e spesso vanno di pari passo con l’analisi dello svuotamento delle istanze sociali, della militanza, della rappresentanza democratica sempre più trasformatosi in oligopolio. Ci sono molte analisi interessanti, ma spesso mi davano l’idea che non spiegavano tutto, o soprattutto ciò che a me interessava, io che sono stato dentro quel fenomeno, nel versante dell’alternativa del Nuovo Umanesimo: dove sono spariti i militanti, le basi di quei grandi movimenti, in quale tombino sono stati risucchiati i fermenti, i simboli, i significati, le azioni di tanta gente che si riconosceva, attraverso partiti e movimenti, nel riformismo se non nella rivoluzione sociale? Mi mancava un chiaro trait d’union tra quel mondo che entrava negli anni ‘90 e ciò che poi si è immiserito irrimediabilmente all’aprirsi del nuovo millennio. Per un certo tempo dalla domanda elaborata nella mia mente in modo più cosciente, al posto di una risposta trovavo un “vuoto”, come quando si ha una amnesia e sembra che tutto ad un tratto sia sparito un pezzo dei propri ricordi e della propria esperienza… Poi, come sempre succede in questi casi, quando ci si rilassa e si smette di cercare e si pensa ad altro… gong!… arriva l’immagine chiara, il complesso di ricordi, esperienze e riflessioni che trova la sua sintesi. Prima di svelare il frutto del gong! mentale, voglio chiarire meglio l’oggetto della mia ricerca, che non è tanto, in questo caso, approfondire le circostanze sociali, politico, economiche, psicosociali, che hanno generato un allontanamento e uno svuotamento della politica e la trasformazione delle forze politiche in quei vuoti gusci complici del sistema attuale, quanto capire come avvenne il passaggio, quale fu il principale o uno dei principali fattori del traghettamento della militanza verso campi più innocui o via via più complici con lo schema neoliberale: quali mezzi si usarono, quale barca e quale Caronte si manifestarono? E qui entra in ballo il famoso “Terzo Settore”, l’associazionismo, che poi via via si è strutturato in forme sempre più marcatamente in linea con lo schema neo-liberista che le ha via via modellate secondo i suoi bisogni. Mi ricordo agli albori dei ‘90, noi stessi umanisti guardavamo con interesse questo inizio di sviluppo del terzo settore, non fosse altro per portare avanti più facilmente ed in modo socialmente riconosciuto le nostre attività nei quartieri, per organizzare eventi, per favorire il nostro modo di creare comunità; guardavamo con interesse alla possibilità di poter creare associazioni senza fini di lucro che in quegli anni si stava facilitando attraverso anche l’iscrizione in specie di “albi” del terzo settore emergente. Diverse organizzazioni, beneficiarie di leggi e regolamenti adottati appositamente in quegli anni, cominciavano a svolgere il compito di dare consulenza e facilitare la formazione e lo sviluppo dell’associazionismo in diversi campi del sociale. L’idea era quella di facilitare e “regolamentare” (?) la possibilità di molta gente che, nel suo tempo libero, utilizzava le proprie energie tendenzialmente in modo volontario per poter creare o collaborare a delle attività ricreative e di utilità sociale, culturale, ecologica, di aiuto ai più bisognosi, nell’educazione, nel campo della salute, fino anche a progettare attività in paesi del cosiddetto “terzo mondo”. In questo modo si convogliarono le energie di molte persone, provenienti direttamente o che in altri tempi avrebbero ingrossato le file delle organizzazioni politiche, soprattutto del campo cattolico (con la Democrazia Cristiana che stava per essere spazzata via da Tangentopoli) e del campo ex comunista, in una miriade di organizzazioni, molte delle quali specializzarono il loro lavoro all’interno di nuove configurazioni quali le ONG (che lavorano principalmente all’estero in progetti di sviluppo) e le ONLUS (ora cambiate in ETS, ovvero Enti del Terzo Settore). Lungi da me ora fare uno studio completo sulla nascita (che in diversi casi è antecedente al periodo in questione), lo sviluppo e le infinite ramificazioni della loro storia e del loro sviluppo, in Italia e all’estero, vorrei invece far soffermare la nostra attenzione sul fenomeno sociologico di svuotamento della militanza politica e del depauperamento dell’interesse soprattutto delle generazioni giovani nella ricerca di idee e modelli di cambiamento radicale dei paradigmi sociali, delle spinte rivoluzionarie (oltretutto già in parte squalificate con la deriva, molto probabilmente “dirottata” dal potere, nel terrorismo e nella guerriglia urbana e poi troncate definitivamente con le repressioni dei primi anni ‘2000). L’interesse si spostò dalla critica al sistema e alla costruzione di alternative in diversi campi, verso l’adoperare il proprio tempo libero per “tappare le falle del sistema”, “fare la differenza”, “rimboccarsi le maniche” per aiutare le persone. Si andava installando pienamente e via via si accettava il paradigma di un sistema che giocoforza creava ingiustizie, falle, inefficienze sanitarie ed educative e produceva un “naturale” numero di povertà e di bisogno. In generale ci si doveva arricchire e creare PIL, nel tempo libero si aiutavano il numero crescente di persone che venivano triturate dalla macchina capitalistica. Si rinforzava il paradigma capitalista dello sviluppo dall’alto al basso, dove la ricchezza accumulata da “chi ce la fatta”, scende via via, in quote sempre minori, verso i ceti più bassi. Infatti l’attività maggioritaria di questi nuovi soggetti era trovare fondi e donazioni, e via via con questa dipendenza dal finanziamento delle proprie attività si è creata una auto-censura di queste verso la denuncia delle storture del meccanismo neo-liberale, un po’ perché all’interno di queste associazioni erano presenti personaggi e gruppi appartenenti a quel mondo, ma anche per la paura di perdere i finanziamenti. Certo, c’era anche da parte di alcune organizzazioni e associazioni l’attività di protesta e di denuncia, alcune incentravano il loro focus nel campo culturale e provavano a far rinascere la riflessione e lo spirito critico nelle persone ormai convinte di essere giunti “alla fine della storia”, dove oramai c’era solo da amministrare la realtà (da parte di “specialisti”). Ma la traiettoria con gli occhi di oggi mi appare segnata fin dalle origini, che hanno creato le condizioni per gli sviluppi successivi, dove via via la maggior parte dei soggetti coinvolti in questo processo si sono professionalizzati, dove il “focus” dell’attività si parcellizza in tante attività particolari che via via perdono legame e strutturalità con il resto della realtà. molti si occupano solo di ecologia, alcuni solo degli animali, alcuni solo delle passeggiate nei boschi, altre solo nel riciclare la plastica, altri solo dando corsi di italiano ad immigrati, alcuni si oppongono agli sfratti, altri si occupano del bullismo a scuola, altri del patriarcato, denunciando spesso una cosa ed omettendone od escludendone altre che non appartengono a quello specifico “dress-code”) e molti hanno preso i modelli di funzionamento, gestione e anche di direzione delle imprese private. La memoria si è ormai riaperta e mi facilita molti esempi: dalle associazioni che cominciavano in modo più o meno volontario ad occuparsi dei bisogni in campo della psichiatria e del disagio familiare si andò via via sviluppando il modello di gestione di tutta la parte socio-sanitaria con le Cooperative Sociali, in lotta tra di loro ogni anno giocando al ribasso sui bandi di assegnazione, che della forma cooperativa è rimasta solo l’apparenza, tanto assomigliano alla loro gestione alle imprese private di lucro (e infatti ora si chiamano “imprese sociali”), con tanto di management “bloccato” in forma di CDA e lo svuotamento di significato reale dell’assemblea dei soci (e qui mi fermo, in questo campo ho operato per anni e tante ne ho viste da riempirne un libro). E che dire di tutte quelle organizzazioni che dovrebbero facilitare sviluppo e ricerca nel campo sanitario, con il loro giro miliardario di donazioni sponsorizzate, con macchine da guerra come Telethon, per esempio, che poi vanno a creare “monopoli” nei campi critici della salute e dell’istruzione. Che dire delle svariate organizzazioni che lavorano per la cooperazione internazionale? Qui il ricordo mi riporta ai miei anni in cui appoggiavo il tentativo, con il Movimento Umanista, di organizzare il dialogo e la collaborazione culturale e sociale con paesi africani, attraverso la formazione di gruppi in villaggi, città e ambienti rurali; ricordo i miei diversi viaggi in Senegal dove incontravo gente di varie età e soprattutto molti ragazzi occidentali appartenenti a varie organizzazioni no-profit fare un lavoro molto specialistico, cercare poco il dialogo con i locali, se non per creare una “selezione di personale” efficiente e “compliante”, seguire fedelmente programmi già prestabiliti ed andarsene con diarie e crediti universitari. Ripeto, non sto massimizzando il discorso è disconoscere l’impeto genuino del volontario, anzi, al contrario, sto dicendo che questo impeto genuino, creatosi anche per il vuoto politico e sociale dovuto al crollo di ideali e speranze di giustizia sociale della generazione precedente, è stato via via dirottato verso un modello efficientista, specialistico, sempre meno “ingenuo” e umanitaristico, e sempre più sfruttato verso la ricerca di “quote economiche” e di “potere”. Via via anche molte di queste organizzazioni, soprattutto le più grosse, non più solo “tappano i buchi del sistema”, ma collaborano a crearli (la raccolta fondi nel campo sanitario per me sono un chiaro esempio in questo senso e rafforzano l’idea della privatizzazione sanitaria, cosa che sta succedendo anche nelle scuole). Mi ricordo sempre in Senegal, che allora si dicesse avesse la più alta percentuale di fallimenti di progetti cooperativistici extra statali, non era difficile trovare già i resti, le “carcasse” di progetti mai terminati da diverse “no-profit” di diversi paesi, come centri di cura semideserti, edifici comunitari abbandonati ecc. Si affermava ciò puntando il dito contro l’arretratezza e la corruzione dei paesi del terzo mondo, ma si nascondeva la logica capitalistica che ormai dominava queste organizzazioni che andavano dove c’era profitto e dismettevano dove non c’era più possibilità. Oltretutto anche in buonafede, molte piccole organizzazioni per sopravvivere alle norme sempre più stringenti che pone il sistema e alla grande “concorrenza” che via via si alimenta, deve adattarsi a cambiamenti di statuto, deve sottostare a regole burocratiche ed  economiche sempre più stringenti  che puntano all’efficientismo e all’ottimizzazione dei fondi (un po’ come le regole di austerità e meritocratiche dettate agli Stati e alle organizzazioni statali); esigono oramai un certo livello di specializzazione, esigono una certa ubbidienza a certi meccanismi che poi abilitano alla possibilità di usufruire di fondi regionali, nazionali e soprattutto europei che vengono però rilasciati “a goccia” e a ben determinate condizioni. Condizioni in cui non bisogna “disturbare il padrone” o anche meglio creare consenso intorno a questo. Ecco dunque che la giravolta sociale e politica è completata. Un esempio sono il nuovo modello di associazionismo imposto, ovvero le APS, associazioni di promozione sociale che rispondono molto fedelmente a questo schema e che già nel loro nome fanno capire che devono essere trasformate in mezzi di “promozione” (leggi propaganda?), possibilmente delle istanze e delle parole d’ordine dell’agenda del nuovo autoritarismo neoliberista, mascherata da progressismo paternalista (agende 2030 e Co,) e ai vari progetti della UE in questa direzione (e ora vedremo con la svolta militarista dove andremo a parare). La necessità di pecunia e di posizionamento economico-sociale in questo nuovo scacchiere ormai è insita anche dentro la più piccola associazione di quartiere, immaginatevi quindi in che “creature” si siano trasformate le grandi ONG e simili di livello trans-nazionale, che qui non cito ma che tutti conoscono. Anche la definizione “senza fini di lucro” è sparita dal dizionario dell’associazionismo, e infatti ONLUS si è trasformata in ETS. Infine, come spesso si dice per le forze di polizia e per gli eserciti, perché mai entità del genere dovrebbero aspirare alla risoluzione delle problematiche su cui lavorano, se è proprio il permanere di quelle stesse questioni che le fa “rimanere a galla”? Bene, ho “sbloccato il ricordo” e l’ho “nutrito” con tutte le considerazioni e le relazioni mentali che questa “scoperta” ha ingenerato in me. E mi dà anche una spiegazione confortante al perché via via ho provato sempre più diffidenza e ho sempre meno collaborato verso questa direzione. Lo so, è una piccola soddisfazione, oltretutto di poco interesse per i più, ma giunti a questo punto mi sembrava doveroso dirla tutta. Un caro saluto e … “Sursum Corda!”.   Fulvio Faro
July 14, 2026
Pressenza
Grazie, Alicia Ordóñez
Se n’è andata in un solo istante, mentre i medici la operavano per un intervento di lieve entità, diremmo piuttosto di routine. Se n’è andata senza preavviso, in silenzio. Senza disturbare nessuno, con discrezione. Se n’è andata con la dolcezza di una brezza, con la serenità di una notte stellata. Una delle menti più lucide, una tempra a tutta prova, la rettitudine che la caratterizzava, la prudenza in ogni suo gesto, la sensibilità discreta. Ci ha lasciato una delle grandi figure di riferimento dell’Umanesimo, una delle amiche più care. A modo suo e in linea con il suo modo di vivere, senza aver lasciato nulla in sospeso e perfettamente pronta ad accedere all’immateriale, al trascendente, alla Luce più bella, di cui ci ha dato testimonianza tante volte. Le sono grata per il suo costante incoraggiamento a proseguire lungo il cammino della liberazione interiore e della trasformazione sociale. Le sono grata di cuore per lo spazio di libertà che ha alimentato le sue ricerche e che ha condiviso con tanta disponibilità. Le sono grata per il suo affetto, sempre presente e attento, ma soprattutto le sono grata per la sua coerenza esemplare. Pace nei nostri cuori, Luce nelle nostre menti! Pía Figueroa
July 4, 2026
Pressenza
Tra Sardegna e Africa: ibridazioni post-umane
di Ignazio Sanna. A seguire tre bevi note della “bottega”. IBRIDAZIONI POSTUMANE FRA SARDEGNA (CLELIA FARRIS) E AFRICA (WANURI KAHIU) L’uscita dell’interessantissimo articolo della ricercatrice dell’Università La Sapienza di Roma Giulia Fabbri, “Per una cura multispecie radicale. Parentele postumane in I vegumani di Clelia Farris e Pumzi di Wanuri Kahiu” sulla rivista Between (https://ojs.unica.it/index.php/between/issue/view/313) fornisce alcuni spunti di riflessione sulla
January 13, 2026
La Bottega del Barbieri
Quale percorso ha avuto l’umanesimo italiano? E con quali conseguenze per noi oggi?
Discutere sull’Umanesimo italiano ha un senso se si vuole capire il percorso della modernità, ma le conclusioni a cui giungo, che sono le stesse di Gramsci, sono un po’ diverse da altre che pure circolano. In tanti anni di militanza comunista ho riscontrato più volte la difficoltà dei marxisti italiani […] L'articolo Quale percorso ha avuto l’umanesimo italiano? E con quali conseguenze per noi oggi? su Contropiano.
December 17, 2025
Contropiano
Eros Tetti: “oggi più che mai serve un Nuovo Umanesimo Ecologista”
Con Eros Tetti ci conosciamo da tanti anni ed abbiamo condiviso l’attivismo nel Movimento Umanista e, recentemente, la Terza Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza. Eros di presenta nelle liste di AVS come consigliere regionale in Toscana.   A che punto sta l’Umanesimo nell’azione politica? Come essere umanisti in una politica che si degrada? Negli ultimi anni stiamo assistendo a un preoccupante arretramento dell’umanesimo. I diritti umani, che per decenni abbiamo dato per acquisiti, sono oggi messi in discussione come mai prima, mentre i violenti, nelle loro molteplici forme — economiche, politiche, mediatiche — sembrano guadagnare terreno. Eppure, per quanto possa sembrare paradossale, questo scenario rappresenta anche un segnale positivo: è il colpo di coda di un sistema in crisi, quello delle oligarchie globali che avvertono la fine di un ciclo di dominio. Questo irrigidimento nasce perché le persone stanno aprendo gli occhi, stanche di un modello economico disumano che divora il tempo, la dignità e il futuro dei propri figli. Un mondo che ha smarrito la centralità dell’essere umano e dell’ambiente non può durare. La ribellione che serpeggia nelle società, spesso in forme spontanee e disordinate, è la prova che un’umanità diversa è in gestazione. Negli ultimi anni l’abbiamo vista emergere in varie ondate: prima con il movimento delle Sardine, poi con i Fridays For Future ispirati da Greta Thunberg, e oggi con le mobilitazioni per Gaza e per la pace. Sono manifestazioni differenti, ma hanno una radice comune: l’indignazione verso un sistema che ha sostituito il Bene Comune con il profitto di pochi, e che ha ridotto la vita umana e il pianeta a merce. Questa disumanizzazione è il cuore del problema. Ci rende tutti più soli, più competitivi, più manipolabili. È un sistema che produce alienazione e angoscia, che trasforma le persone in consumatori e i cittadini in spettatori. Per questo oggi più che mai serve un Nuovo Umanesimo Ecologista: una visione capace di rimettere al centro la vita, la comunità, la solidarietà e la relazione con la natura. Chi si dice umanista, chi crede nella dignità dell’essere umano, non può restare ai margini della politica. Allontanarsene, disprezzarla o rinunciare al voto non è un atto di ribellione, ma di resa. Significa lasciare campo libero proprio a coloro che usano la politica come strumento di potere e non di servizio. Oggi è il momento di tornare alla politica come atto etico e collettivo, di riempirla di senso e di umanità. Perché la politica, nel bene o nel male, decide quasi tutto delle nostre vite: dal lavoro alla salute, dall’ambiente all’educazione. E se non saremo noi — cittadini consapevoli, ecologisti, umanisti — a riportarla sul terreno dei valori e della giustizia, continueranno a farlo coloro che la usano per distruggere ciò che resta del nostro legame con la Terra e con gli altri esseri umani. È il momento di scegliere. Io credo che la scelta giusta sia ricostruire insieme un Nuovo Umanesimo Ecologista, radicato nella solidarietà, nella sobrietà e nella cura reciproca. Solo così potremo davvero restituire alla politica — e alla vita — il significato profondo che hanno perduto.   Tu hai recentemente scritto un libro che è anche il tuo manifesto politico, basato sull’idea del Buon Vivere, ce ne puoi parlare? Come ho già accennato, per me il Buon Vivere è prima di tutto un ritorno a casa: il recupero di una politica che torna ad essere al servizio del bene comune, dei territori e delle comunità. Una politica che non misura il proprio successo dal numero delle opere costruite o dai favori concessi alla propria clientela, ma dalla qualità della vita che riesce a garantire ai cittadini. Il Buon Vivere è una visione che rimette al centro la persona e la comunità, restituendo senso alla parola “progresso”. Significa costruire una società dove la sanità pubblica sia diffusa, di qualità, gratuita e universale, radicata in un ambiente sano; dove l’educazione sia realmente accessibile, gratuita e di qualità, capace di formare cittadini liberi, critici e consapevoli. Significa permettere a ciascuno di costruirsi una vita dignitosa, senza dover compiere salti mortali per avere una casa, un lavoro stabile, cibo sano e di qualità, e la possibilità di guardare al futuro con fiducia — per sé e per i propri figli. Il Buon Vivere è, in definitiva, una politica della cura: della persona, del territorio e delle relazioni. È la scelta di misurare il progresso non con il PIL o con i metri cubi di cemento, ma con la salute delle persone, la coesione delle comunità e l’equilibrio con la natura. È questa la direzione in cui voglio portare la Toscana: un modello di sviluppo umano, sociale e ambientale che restituisca dignità alla politica e speranza alle nuove generazioni.   In Toscana si è molto parlato della questione dell’acqua pubblica, ci puoi fare una sintesi di come sta andando secondo la tua visione ecologista e quali saranno le prospettive dopo le elezioni? Il tema dell’acqua pubblica è oggi uno dei più sentiti e, fortunatamente, anche uno dei più condivisi. Vedo con favore che, su questo punto, diverse forze politiche, anche di altre aree, sembrano aver compreso la centralità del problema: un segnale incoraggiante, perché l’acqua non è né di destra né di sinistra — è un bene comune universale, e come tale deve essere tutelato. La nostra proposta è chiara: l’acqua deve essere gestita da società pubbliche in house, interamente controllate dagli enti locali, senza logiche di profitto e senza speculazioni. L’acqua non può essere trattata come una merce o una fonte di guadagno, ma come un diritto umano fondamentale, essenziale alla vita e alla coesione sociale. È tempo di dare piena attuazione alla volontà popolare espressa nel referendum del 2011, quando milioni di cittadini italiani si pronunciarono in modo netto contro la privatizzazione del servizio idrico. Quel voto, tradito per troppo tempo, deve tornare ad avere valore politico e istituzionale. Una gestione pubblica, trasparente e partecipata dell’acqua è la sola via per garantire equità, efficienza e sostenibilità. Solo così potremo assicurarci che ogni cittadino, in ogni territorio, possa accedere a un’acqua pulita, sicura e giusta, nel pieno rispetto dell’ambiente e delle generazioni future.   Un tema che sempre sta a cuore agli umanisti è quello della responsabilità politica: se sarai eletto cosa pensi di fare su questo? Ho presentato un programma politico articolato e concreto, non fatto di slogan ma di proposte dettagliate, alcune delle quali — come nel caso delle Alpi Apuane — corredate da un vero e proprio cronoprogramma. È su quello che intendo misurarmi, passo dopo passo, rendendo conto ai cittadini di ogni risultato raggiunto e di ogni ostacolo incontrato. La trasparenza e la coerenza sono, per me, i primi doveri di chi sceglie di rappresentare la comunità. Credo che sarebbe un passo avanti fondamentale approvare una nuova legge regionale sulla partecipazione, più vicina allo spirito di quella legge di iniziativa popolare che presentammo ormai quasi trent’anni fa. I cittadini devono poter incidere realmente sulle scelte che riguardano i loro territori, non solo essere consultati. Vincolare i politici ai programmi è una questione di democrazia sostanziale. Ogni rappresentante dovrebbe essere chiamato a rendere conto di ciò che ha promesso e di ciò che ha realizzato, perché la fiducia degli elettori si costruisce con la responsabilità e la continuità, non con la propaganda. Purtroppo, devo constatare che oggi il livello del dibattito politico e dei contenuti è ai minimi storici: si parla più di slogan e contrapposizioni che di soluzioni e visioni. Per questo credo che sia necessario ricostruire una politica del merito, della serietà e del confronto, una politica che torni a progettare il futuro invece di inseguire l’immediato.   Le recenti manifestazioni su Gaza hanno riacceso, soprattutto fra i giovani, la voglia di partecipare alla politica: come vedi questo fenomeno e le sue prospettive? Personalmente, fin dal momento in cui ho deciso di candidarmi, ho partecipato alle manifestazioni ma ho scelto di non cavalcare l’onda per la campagna elettorale. Credo che questi movimenti — nati spesso in modo spontaneo e genuino — abbiano bisogno di trovare la propria dimensione autonoma, senza essere strumentalizzati o assorbiti da logiche di partito. Chi tenta di sfruttarli rischia di apparire come un bambino che insegue i riflessi di luce sul pavimento: cerca di afferrarli, ma non li comprende davvero. Queste proteste, al contrario, sono già politica nel senso più alto del termine: rappresentano un atto di dono disinteressato al mondo, l’espressione di una generazione e di una società che vuole un futuro libero dalla violenza, dalla guerra e dalla sopraffazione. Stanno già producendo grandi cambiamenti. Mi auguro sinceramente che questo grande movimento di coscienza trovi presto uno sbocco politico, una casa che ne raccolga le istanze senza snaturarle. Olivier Turquet
October 9, 2025
Pressenza