ONU e Afghanistan: “coinvolgimento senza riconoscimento”

Pressenza - Saturday, July 11, 2026

Mentre in Afghanistan libertà e diritti continuano a sprofondare e una popolazione ormai esasperata tenta di opporsi alle imposizioni che riguardano perfino i centimetri delle barbe e dell’hijab, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si è riunito a giugno per decidere il futuro dell’UNAMA (Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan)  e del sostegno internazionale all’Emirato talebano.

Mettere d’accordo tutti non è stato semplice. È servita la paziente mediazione della Cina – che nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha assunto il ruolo di Stato guida nella conduzione dei negoziati e nella predisposizione dei progetti di risoluzione relativi al dossier afghano – per arrivare a un testo condiviso.

Cambiare il nome senza cambiare la sostanza

Il primo terreno di scontro è stato il nome con cui definire il governo dei talebani. Tutti, almeno formalmente, continuano a rifiutarne il riconoscimento — con l’eccezione della Russia, che lo ha già concesso. Ma proprio la scelta delle parole rivela l’ambiguità della politica internazionale: da un lato si condannano le sistematiche violazioni dei diritti umani, soprattutto nei confronti delle donne; dall’altro si costruiscono strumenti sempre più stabili di interlocuzione con le stesse autorità che quelle violazioni continuano a imporre.

L’ONU continua così a muoversi su un doppio binario: rifiuta formalmente il governo talebano, ma allo stesso tempo lavora per mantenerne aperti i canali diplomatici che lo mantengano in piedi, convinta che non esista oggi un’alternativa politica praticabile.

Non sembra infatti ritenere credibile né interessante l’alternativa della diaspora afghana, composta da ex governanti, parlamentari, politici della precedente Repubblica, sebbene i suoi esponenti vengono spesso valorizzati nelle conferenze internazionali come simboli della difesa dei diritti delle donne, usate come trofei ma raramente considerate protagoniste di un’alternativa politica credibile.

Quindi si cambia il linguaggio. La definizione di “governo de facto” utilizzata finora, considerata dagli Usa potenzialmente idonea a implicare un riconoscimento, viene sostituita dalla formula più neutra di “autorità competenti”. Apparentemente un irrigidimento. In realtà, più che modificare la sostanza dei rapporti, cambia semplicemente la terminologia con cui li si descrive.

Lo sdoganamento dei fondi congelati

Se sul piano simbolico il linguaggio diventa più prudente, sul piano concreto la Risoluzione va nella direzione opposta. Accoglie infatti la richiesta, sostenuta soprattutto dalla Cina, di riaprire l’utilizzo delle riserve della banca centrale afghana congelate all’estero.

Formalmente la Risoluzione non dispone lo sblocco dei fondi a favore del governo talebano, né affida a loro la gestione. Parla di risorse destinate al popolo afghano. Ma evita accuratamente di chiarire chi dovrà amministrarle, con quali controlli e attraverso quali garanzie.

E se il controllo continuerà a essere affidato all’UNAMA, che fino a questo momento si è limitata a osservare le intromissioni e l’accaparramento del governo dei talebani nella distribuzione degli aiuti umanitari, senza poter, o voler intervenire, è facile prevedere che il condizionamento esercitato dai talebani sarà pesante.

È proprio questa ambiguità deliberata che ha permesso ai membri del Consiglio di Sicurezza di trovare un consenso quasi unanime sulla Risoluzione finale.

UNAMA prorogata: cambia il contesto, non la missione

Alla vigilia della riunione molti osservatori ritenevano che forse sarebbe stato rimesso realmente in discussione il ruolo dell’UNAMA in questo vertice. È accaduto l’opposto. La missione è stata prorogata per un altro anno, confermando quella che appare ormai la sua funzione principale: mantenere il sostegno internazionale all’Afghanistan dei talebani.

Prima finanziava e sosteneva la Repubblica afghana; dal 2021 garantisce, attraverso gli aiuti umanitari, la sopravvivenza economica di un governo che continua a dichiarare di non considerare lo sviluppo economico e il benessere della popolazione una propria priorità politica.

Il paradosso dell’ONU: dialogo senza condizioni

È proprio qui che emerge la principale contraddizione della strategia ONU. Da un lato ribadisce che ogni futura legittimazione internazionale dipende dal rispetto dei diritti umani; dall’altro continua a sostenere un Processo di Doha che, per volontà dei talebani, ha escluso sistematicamente proprio quei diritti dal tavolo negoziale.

Per non interrompere il dialogo, la questione dei diritti delle donne è stata progressivamente accantonata. Si è parlato di terrorismo, assistenza umanitaria e stabilità regionale, ma non delle libertà fondamentali. Il dialogo è diventato un fine in sé, non più uno strumento per ottenere cambiamenti.

La Risoluzione 2026 non riconosce il governo talebano, ma non lo isola nemmeno. Conferma invece la linea del “coinvolgimento senza riconoscimento”.

È una formula che permette all’ONU di continuare a finanziare l’assistenza umanitaria indispensabile alla popolazione afghana, ma che, inevitabilmente, contribuisce anche alla sopravvivenza politica dell’Emirato.

 

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CISDA - Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane