ONU e Afghanistan: “coinvolgimento senza riconoscimento”
Mentre in Afghanistan libertà e diritti continuano a sprofondare e una
popolazione ormai esasperata tenta di opporsi alle imposizioni che riguardano
perfino i centimetri delle barbe e dell’hijab, il Consiglio di Sicurezza delle
Nazioni Unite si è riunito a giugno per decidere il futuro dell’UNAMA (Missione
di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan) e del sostegno internazionale
all’Emirato talebano.
Mettere d’accordo tutti non è stato semplice. È servita la paziente mediazione
della Cina – che nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha assunto il
ruolo di Stato guida nella conduzione dei negoziati e nella predisposizione dei
progetti di risoluzione relativi al dossier afghano – per arrivare a un testo
condiviso.
Cambiare il nome senza cambiare la sostanza
Il primo terreno di scontro è stato il nome con cui definire il governo dei
talebani. Tutti, almeno formalmente, continuano a rifiutarne il riconoscimento —
con l’eccezione della Russia, che lo ha già concesso. Ma proprio la scelta delle
parole rivela l’ambiguità della politica internazionale: da un lato si
condannano le sistematiche violazioni dei diritti umani, soprattutto nei
confronti delle donne; dall’altro si costruiscono strumenti sempre più stabili
di interlocuzione con le stesse autorità che quelle violazioni continuano a
imporre.
L’ONU continua così a muoversi su un doppio binario: rifiuta formalmente il
governo talebano, ma allo stesso tempo lavora per mantenerne aperti i canali
diplomatici che lo mantengano in piedi, convinta che non esista oggi
un’alternativa politica praticabile.
Non sembra infatti ritenere credibile né interessante l’alternativa della
diaspora afghana, composta da ex governanti, parlamentari, politici della
precedente Repubblica, sebbene i suoi esponenti vengono spesso valorizzati nelle
conferenze internazionali come simboli della difesa dei diritti delle donne,
usate come trofei ma raramente considerate protagoniste di un’alternativa
politica credibile.
Quindi si cambia il linguaggio. La definizione di “governo de facto” utilizzata
finora, considerata dagli Usa potenzialmente idonea a implicare un
riconoscimento, viene sostituita dalla formula più neutra di “autorità
competenti”. Apparentemente un irrigidimento. In realtà, più che modificare la
sostanza dei rapporti, cambia semplicemente la terminologia con cui li si
descrive.
Lo sdoganamento dei fondi congelati
Se sul piano simbolico il linguaggio diventa più prudente, sul piano concreto la
Risoluzione va nella direzione opposta. Accoglie infatti la richiesta, sostenuta
soprattutto dalla Cina, di riaprire l’utilizzo delle riserve della banca
centrale afghana congelate all’estero.
Formalmente la Risoluzione non dispone lo sblocco dei fondi a favore del governo
talebano, né affida a loro la gestione. Parla di risorse destinate al popolo
afghano. Ma evita accuratamente di chiarire chi dovrà amministrarle, con quali
controlli e attraverso quali garanzie.
E se il controllo continuerà a essere affidato all’UNAMA, che fino a questo
momento si è limitata a osservare le intromissioni e l’accaparramento del
governo dei talebani nella distribuzione degli aiuti umanitari, senza poter, o
voler intervenire, è facile prevedere che il condizionamento esercitato dai
talebani sarà pesante.
È proprio questa ambiguità deliberata che ha permesso ai membri del Consiglio di
Sicurezza di trovare un consenso quasi unanime sulla Risoluzione finale.
UNAMA prorogata: cambia il contesto, non la missione
Alla vigilia della riunione molti osservatori ritenevano che forse sarebbe stato
rimesso realmente in discussione il ruolo dell’UNAMA in questo vertice. È
accaduto l’opposto. La missione è stata prorogata per un altro anno, confermando
quella che appare ormai la sua funzione principale: mantenere il sostegno
internazionale all’Afghanistan dei talebani.
Prima finanziava e sosteneva la Repubblica afghana; dal 2021 garantisce,
attraverso gli aiuti umanitari, la sopravvivenza economica di un governo che
continua a dichiarare di non considerare lo sviluppo economico e il benessere
della popolazione una propria priorità politica.
Il paradosso dell’ONU: dialogo senza condizioni
È proprio qui che emerge la principale contraddizione della strategia ONU. Da un
lato ribadisce che ogni futura legittimazione internazionale dipende dal
rispetto dei diritti umani; dall’altro continua a sostenere un Processo di Doha
che, per volontà dei talebani, ha escluso sistematicamente proprio quei diritti
dal tavolo negoziale.
Per non interrompere il dialogo, la questione dei diritti delle donne è stata
progressivamente accantonata. Si è parlato di terrorismo, assistenza umanitaria
e stabilità regionale, ma non delle libertà fondamentali. Il dialogo è diventato
un fine in sé, non più uno strumento per ottenere cambiamenti.
La Risoluzione 2026 non riconosce il governo talebano, ma non lo isola nemmeno.
Conferma invece la linea del “coinvolgimento senza riconoscimento”.
È una formula che permette all’ONU di continuare a finanziare l’assistenza
umanitaria indispensabile alla popolazione afghana, ma che, inevitabilmente,
contribuisce anche alla sopravvivenza politica dell’Emirato.
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CISDA - Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane