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Herat rompe la paura e protesta. Anche se la risposta dei Talebani è stata rapida e brutale
La città afghana a giugno è stata teatro di manifestazioni senza precedenti nei tempi recenti, registrando in piazza uomini e donne insieme contro il regime. Sono stati dispersi con violenza, tra morti, feriti e sequestri. L’attacco non è solo una reazione ma anche il tentativo di mantenere e consolidare l’apartheid di genere, soffocando una dei centri più liberi e progressisti del Paese. Il sostegno in Italia del Cisda La repressione a giugno delle proteste di Herat segna uno dei più gravi episodi di violenza compiuti dai Talebani negli ultimi mesi. Le manifestazioni sono nate spontaneamente dopo l’arresto di numerose donne accusate di non indossare l’abbigliamento imposto dal regime. Alla protesta hanno partecipato donne e uomini, un fatto inedito dall’agosto 2021, uniti dallo stesso slogan: “Istruzione, lavoro, libertà”. La risposta dei Talebani è stata immediata e brutale: uso delle armi, arresti, rastrellamenti e intimidazioni nei confronti della popolazione. Riportiamo le testimonianze di chi era presente, come quella di Fatima (nome di fantasia), attivista di Rawa, l’associazione per i diritti delle donne sostenuta dal Coordinamento italiano a sostegno alle donne afghane (Cisda). > “Durante la manifestazione i Talebani hanno sparato. Io sono arrivata dopo ma > ho visto bambini ancora traumatizzati dalla violenza e dalle scene a cui > avevano assistito. Il quartiere è abitato in gran parte da hazara (gruppo > etnico che vive principalmente nella zona centrale del Paese, ndr). Erano > arrivati armati: hanno fatto chiudere i negozi, vietato di andare in moschea e > ordinato a tutti di restare in casa. Ma la gente non ha obbedito ed è scesa in > strada. I Talebani hanno circondato la folla e l’hanno minacciata con le armi. > Le donne indossavano il chador iraniano ma un talebano ha detto che non era > accettabile. Hanno aperto il fuoco e due donne sono state uccise. Hanno anche > impedito a chi era presente di riprendere la scena con il cellulare. È > difficile descrivere la paura che ho visto nelle donne e nei bambini. È stato > ucciso anche un bambino e un giovane ferito è morto perché i soccorsi sono > stati impediti. I Talebani minacciavano chiunque cercasse di prestare aiuto. > Il giorno dopo hanno effettuato rastrellamenti e arrestato diverse persone. > Per la liberazione sono state chieste somme di denaro molto elevate. Sappiamo > che molte donne arrestate sono state violentate in carcere e che alcune si > sono suicidate per la vergogna”. La testimonianza descrive una repressione che non si limita a disperdere una manifestazione ma colpisce indiscriminatamente un’intera comunità, impedendo persino i soccorsi e la documentazione di quanto accade. La violenza con cui i Talebani hanno reagito non può essere letta soltanto come la risposta a una protesta. Si inserisce nella più ampia strategia con cui il regime sta consolidando il proprio sistema di apartheid di genere e di controllo sociale. © Beatrice Biliato Herat occupa una posizione particolare nella storia dell’Afghanistan. È una città che, rispetto ad altre aree del Paese, ha conosciuto una maggiore partecipazione femminile alla vita pubblica, nell’istruzione, nel lavoro e nella cultura. Anche il modo di vestire delle donne è tradizionalmente diverso da quello imposto oggi dal regime. Proprio per questo Herat rappresenta un banco di prova. Colpire una realtà storicamente più aperta significa verificare fino a che punto sia possibile estendere a tutto il Paese un modello fondato sulla paura, sull’obbedienza e sulla cancellazione progressiva delle donne dalla vita pubblica. L’obiettivo dei Talebani va ben oltre la punizione delle presunte violazioni del codice di abbigliamento o delle altre norme imposte alle donne. La repressione è parte di una strategia più ampia, finalizzata a creare un clima di paura permanente capace di modificare i comportamenti dell’intera popolazione. Non è sufficiente vietare alle donne di studiare, lavorare o muoversi liberamente: il regime punta a fare in modo che siano le donne, le loro famiglie e le comunità ad accettare queste limitazioni come inevitabili, fino a trasformarle in una normalità. © Beatrice Biliato È questo il meccanismo attraverso cui si consolida l’apartheid di genere: il controllo non viene esercitato soltanto dalla polizia morale ma viene progressivamente interiorizzato dalla società. Le famiglie diventano responsabili della sorveglianza delle donne; gli uomini sono chiamati a rispondere del comportamento delle proprie parenti; la paura sostituisce gradualmente la coercizione diretta. Quando questo processo si radica, il regime ha sempre meno bisogno di intervenire con la forza perché il controllo viene esercitato dalla società stessa. L’obiettivo, tuttavia, è ancora più profondo. I Talebani mirano a fare in modo che la cancellazione delle donne dalla vita sociale venga interiorizzata dalle donne stesse come una condizione naturale, fino a diventare un’autolimitazione che non richiede più una coercizione costante. Per questo la paura di uscire di casa, di esporsi nello spazio pubblico o di trasgredire, anche inconsapevolmente, le regole assume un ruolo centrale. Le donne sanno che il prezzo di ogni presunta trasgressione sarà pagato dall’onore dell’intera famiglia, che sarà esposta al giudizio e alla stigmatizzazione. Il risultato perseguito è che siano le donne stesse a scegliere l’isolamento, rinunciando progressivamente non solo alla possibilità di ribellarsi, ma persino alla memoria di un’esistenza diversa. Per questo i Talebani considerano particolarmente pericolose anche le forme minime di resistenza femminile. Ogni gesto di dissenso può rappresentare il punto di partenza di una mobilitazione più ampia e deve quindi essere soffocato sul nascere attraverso il terrore. Le violenze avvenute a Herat sembrano rispondere precisamente a questa logica: non soltanto reprimere una protesta ma inviare un messaggio all’intera popolazione. Chiunque metta in discussione l’ordine imposto rischia il carcere, la violenza, la sparizione forzata e di trascinare nel disonore anche la propria famiglia. L’obiettivo finale non è soltanto ottenere obbedienza ma impedire che sopravviva la possibilità stessa di immaginare un’alternativa. Il sistema di dominio deve apparire come l’unico ordine possibile. In questa prospettiva assumono un’importanza decisiva anche le nuove generazioni. I bambini e i ragazzi nati dopo il ritorno al potere dei Talebani stanno crescendo senza aver conosciuto un Afghanistan diverso. Molti di loro frequentano esclusivamente scuole e madrase controllate dal regime, dove ricevono un’educazione improntata all’ideologia fondamentalista. Per loro questa rischia di diventare l’unica normalità possibile. Nonostante la repressione, la protesta di Herat ha avuto eco internazionale. In numerose città del mondo la diaspora afghana ha organizzato manifestazioni di solidarietà, sostenute da istituzioni o promosse spontaneamente da donne e uomini costretti a lasciare il Paese. Anche a Roma il 21 giugno si è svolta una manifestazione alla quale ha aderito il Cisda, insieme alla comunità afghana e ad altre realtà solidali. Testimonianze, poesie, racconti, canti, danze e brevi performance teatrali hanno dato voce a chi continua a resistere. Tra i gesti più significativi è stato riproposto il Signal for help, il segnale internazionale utilizzato per chiedere aiuto in modo silenzioso, divenuto simbolo della lotta contro la violenza sulle donne. Le persone che hanno abbandonato l’Afghanistan hanno ricordato che l’esilio non interrompe il legame con il proprio Paese. Continuano a sostenere la popolazione afghana, in particolare le donne, mantenendone viva la voce e chiedendo il ripristino dei diritti fondamentali. Per i Talebani la paura è uno strumento di governo. Per chi continua a mobilitarsi, dentro e fuori l’Afghanistan, rompere il silenzio rappresenta invece la prima forma di resistenza. Beatrice Biliato fa parte del Coordinamento italiano a sostegno delle donne afghane (Cisda)- Questo articolo è apparso sul sito di AltrEconomia CISDA - Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane
July 19, 2026
Pressenza
ONU e Afghanistan: “coinvolgimento senza riconoscimento”
Mentre in Afghanistan libertà e diritti continuano a sprofondare e una popolazione ormai esasperata tenta di opporsi alle imposizioni che riguardano perfino i centimetri delle barbe e dell’hijab, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si è riunito a giugno per decidere il futuro dell’UNAMA (Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan)  e del sostegno internazionale all’Emirato talebano. Mettere d’accordo tutti non è stato semplice. È servita la paziente mediazione della Cina – che nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha assunto il ruolo di Stato guida nella conduzione dei negoziati e nella predisposizione dei progetti di risoluzione relativi al dossier afghano – per arrivare a un testo condiviso. Cambiare il nome senza cambiare la sostanza Il primo terreno di scontro è stato il nome con cui definire il governo dei talebani. Tutti, almeno formalmente, continuano a rifiutarne il riconoscimento — con l’eccezione della Russia, che lo ha già concesso. Ma proprio la scelta delle parole rivela l’ambiguità della politica internazionale: da un lato si condannano le sistematiche violazioni dei diritti umani, soprattutto nei confronti delle donne; dall’altro si costruiscono strumenti sempre più stabili di interlocuzione con le stesse autorità che quelle violazioni continuano a imporre. L’ONU continua così a muoversi su un doppio binario: rifiuta formalmente il governo talebano, ma allo stesso tempo lavora per mantenerne aperti i canali diplomatici che lo mantengano in piedi, convinta che non esista oggi un’alternativa politica praticabile. Non sembra infatti ritenere credibile né interessante l’alternativa della diaspora afghana, composta da ex governanti, parlamentari, politici della precedente Repubblica, sebbene i suoi esponenti vengono spesso valorizzati nelle conferenze internazionali come simboli della difesa dei diritti delle donne, usate come trofei ma raramente considerate protagoniste di un’alternativa politica credibile. Quindi si cambia il linguaggio. La definizione di “governo de facto” utilizzata finora, considerata dagli Usa potenzialmente idonea a implicare un riconoscimento, viene sostituita dalla formula più neutra di “autorità competenti”. Apparentemente un irrigidimento. In realtà, più che modificare la sostanza dei rapporti, cambia semplicemente la terminologia con cui li si descrive. Lo sdoganamento dei fondi congelati Se sul piano simbolico il linguaggio diventa più prudente, sul piano concreto la Risoluzione va nella direzione opposta. Accoglie infatti la richiesta, sostenuta soprattutto dalla Cina, di riaprire l’utilizzo delle riserve della banca centrale afghana congelate all’estero. Formalmente la Risoluzione non dispone lo sblocco dei fondi a favore del governo talebano, né affida a loro la gestione. Parla di risorse destinate al popolo afghano. Ma evita accuratamente di chiarire chi dovrà amministrarle, con quali controlli e attraverso quali garanzie. E se il controllo continuerà a essere affidato all’UNAMA, che fino a questo momento si è limitata a osservare le intromissioni e l’accaparramento del governo dei talebani nella distribuzione degli aiuti umanitari, senza poter, o voler intervenire, è facile prevedere che il condizionamento esercitato dai talebani sarà pesante. È proprio questa ambiguità deliberata che ha permesso ai membri del Consiglio di Sicurezza di trovare un consenso quasi unanime sulla Risoluzione finale. UNAMA prorogata: cambia il contesto, non la missione Alla vigilia della riunione molti osservatori ritenevano che forse sarebbe stato rimesso realmente in discussione il ruolo dell’UNAMA in questo vertice. È accaduto l’opposto. La missione è stata prorogata per un altro anno, confermando quella che appare ormai la sua funzione principale: mantenere il sostegno internazionale all’Afghanistan dei talebani. Prima finanziava e sosteneva la Repubblica afghana; dal 2021 garantisce, attraverso gli aiuti umanitari, la sopravvivenza economica di un governo che continua a dichiarare di non considerare lo sviluppo economico e il benessere della popolazione una propria priorità politica. Il paradosso dell’ONU: dialogo senza condizioni È proprio qui che emerge la principale contraddizione della strategia ONU. Da un lato ribadisce che ogni futura legittimazione internazionale dipende dal rispetto dei diritti umani; dall’altro continua a sostenere un Processo di Doha che, per volontà dei talebani, ha escluso sistematicamente proprio quei diritti dal tavolo negoziale. Per non interrompere il dialogo, la questione dei diritti delle donne è stata progressivamente accantonata. Si è parlato di terrorismo, assistenza umanitaria e stabilità regionale, ma non delle libertà fondamentali. Il dialogo è diventato un fine in sé, non più uno strumento per ottenere cambiamenti. La Risoluzione 2026 non riconosce il governo talebano, ma non lo isola nemmeno. Conferma invece la linea del “coinvolgimento senza riconoscimento”. È una formula che permette all’ONU di continuare a finanziare l’assistenza umanitaria indispensabile alla popolazione afghana, ma che, inevitabilmente, contribuisce anche alla sopravvivenza politica dell’Emirato.   Puoi leggere la versione integrale qui CISDA - Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane
July 11, 2026
Pressenza
L’ipocrisia dell’Unione europea a proposito di Afghanistan
Mentre continua a proclamarsi campione dei diritti umani, l’Unione europea ha compiuto uno dei passi più controversi degli ultimi anni: accogliere una delegazione talebana nel cuore dell’Europa per discutere di rimpatri, migrazione e cooperazione consolare. Una scelta che rischia di trasformare la Realpolitik europea in una resa alle richieste del regime. Il 23 giugno una delegazione di cinque rappresentanti talebani, guidata dal portavoce del ministero degli Esteri Abdul Qahar Balkhi, è stata ricevuta a Bruxelles per colloqui definiti ufficialmente “tecnici”. Secondo la Commissione europea, l’obiettivo era discutere il rimpatrio dei cittadini afghani privi del diritto di soggiorno nell’UE. La versione dei Talebani, però, parla di ripristino dei servizi consolari, misure di fiducia reciproca e nuove forme di cooperazione. Non semplici procedure amministrative, dunque, ma un dialogo con un’evidente dimensione politica. Ed è proprio qui che emerge la contraddizione europea. Per anni Bruxelles ha sostenuto che qualsiasi forma di normalizzazione con il regime sarebbe stata subordinata al rispetto dei diritti umani, alla tutela delle donne e alla formazione di un governo inclusivo. Nessuna di queste condizioni è stata soddisfatta. Dal ritorno al potere nell’agosto 2021 i Talebani hanno progressivamente cancellato i diritti delle donne, instaurando un sistema che la stessa Unione europea definisce ormai apertamente un apartheid di genere. Eppure oggi sceglie di aprire un canale di interlocuzione con quel medesimo regime. La parlamentare europea Hannah Neumann è stata tra le voci più critiche: non esistono colloqui “tecnici” con i Talebani. Ogni invito, ogni visto, ogni incontro ufficiale costituisce un segnale politico. E il segnale inviato è che il regime può accedere alle istituzioni europee senza aver modificato di una virgola le proprie politiche repressive. Per Kabul l’obiettivo non è soltanto ottenere accordi amministrativi, ma conquistare legittimità internazionale. Dopo quasi cinque anni di isolamento, essere ricevuti a Bruxelles rappresenta un risultato politico e propagandistico di enorme valore. Le organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato questo rischio. Amnesty International ha definito “sconsiderata” la prospettiva di costruire accordi sui rimpatri con un regime responsabile di violazioni sistematiche dei diritti fondamentali. Anche un gruppo di eurodeputati, ex parlamentari afghani e attivisti ha ricordato che i Talebani non hanno rispettato nessuno dei criteri fissati dall’UE per avviare relazioni ufficiali, avvertendo che la cooperazione sui rimpatri potrebbe trasformarsi in uno scambio tra concessioni diplomatiche e controllo dei flussi migratori. La questione appare ancora più problematica se si considera che le Nazioni Unite continuano a documentare arresti arbitrari, torture, sparizioni forzate e persecuzioni in Afghanistan. Il relatore speciale dell’ONU Richard Bennett ha ricordato che il principio di non-respingimento vieta il trasferimento di persone verso Paesi nei quali esiste un rischio concreto di persecuzione o tortura e che nessuna garanzia offerta dalle autorità talebane può essere considerata sufficiente. Eppure, mentre l’ONU ribadisce questi principi, l’Unione europea ha approvato un nuovo regolamento che rende più rapide e uniformi le procedure di rimpatrio dei migranti irregolari. Come può Bruxelles sostenere che l’Afghanistan sia troppo pericoloso per riconoscere il governo talebano, ma abbastanza sicuro da rimpatriarvi migliaia di persone? Dietro questa contraddizione pesa la crescente pressione politica interna sul tema dell’immigrazione. Per aumentare i rimpatri dei richiedenti asilo respinti, i Talebani vengono progressivamente trasformati da paria internazionali a interlocutori necessari. Bruxelles continua a sostenere che questi contatti non equivalgano a un riconoscimento formale. Tecnicamente è vero. Politicamente molto meno. Nella diplomazia internazionale i simboli contano quanto gli atti ufficiali e ricevere rappresentanti di un regime accusato di repressione sistematica significa attribuirgli una legittimità che va oltre le formule giuridiche. Come ha affermato Richard Bennett, l’incontro di Bruxelles rappresenta “un insulto alle donne afghane”. Mentre milioni di donne e ragazze restano escluse dall’istruzione, dal lavoro e dalla vita pubblica, i loro oppressori vengono ricevuti nelle istituzioni europee come interlocutori. Più che un incontro tecnico, è il simbolo di una comunità internazionale che rischia di abituarsi all’apartheid di genere imposto dai Talebani e di considerarlo un fatto compiuto anziché una violazione da contrastare. CISDA - Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane
July 4, 2026
Pressenza
Bruxelles tratta coi talebani sui rimpatri. Kabul legittimata in nome della “remigrazione”
L’arrivo di una delegazione ufficiale formata da cinque funzionari talebani a Bruxelles ha scatenato un vero e proprio terremoto politico. E non poteva essere altrimenti, dato che la UE continua a proclamarsi l’ultimo baluardo della democrazia e dei diritti, umani e civili (quelli sociali mai, ci mancherebbe…), e poi legittima […] L'articolo Bruxelles tratta coi talebani sui rimpatri. Kabul legittimata in nome della “remigrazione” su Contropiano.
June 27, 2026
Contropiano
Nessuna legittimità dall’Europa a chi massacra i diritti delle donne e delle bambine afghane
Le dichiarazioni di principio sono una cosa, gli interessi politici un’altra, anche per l’Unione Europea. Il Parlamento Europeo ha fin dall’inizio condannato i Talebani e le loro politiche fondamentaliste contro i diritti umani, negando sempre il riconoscimento del governo talebano de facto. In questo modo, l’Unione Europea si è presentata come paladina dei valori della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, coerentemente con la propria storia e identità politica. Una crescente distanza tra principi e pratiche politiche Tuttavia, questa attenzione dichiarata alla difesa dei diritti delle donne e del popolo afghano appare sempre meno coerente con alcune scelte politiche concrete adottate in questa fase sia dagli Stati membri sia dalle istituzioni europee. Infatti, osservando provvedimenti, dichiarazioni e iniziative rivolte ai migranti afghani, emerge una direzione diversa: accanto alle prese di posizione ufficiali, si sono sviluppati contatti e colloqui con i rappresentanti del governo talebano finalizzati a facilitare i rimpatri degli afghani ritenuti “indesiderati”, anziché esercitare una reale pressione per l’allentamento delle loro politiche repressive. In questo quadro, la crescente pressione dell’opinione pubblica europea a favore di un contenimento dei flussi migratori ha contribuito a trasformare il rifiuto formale del riconoscimento del governo talebano in un dialogo sempre più pratico e operativo. Ne è un esempio la progressiva normalizzazione dei contatti tecnici, che hanno finito per sostituire il negato riconoscimento politico con relazioni di fatto con delegati talebani e con l’accettazione di ambasciatori designati da Kabul. Si arriva così all’annuncio dell’invito della Commissione Europea a rappresentanti talebani per un incontro “tecnico” a Bruxelles, previsto per giugno, volto a discutere la possibilità di espulsione di cittadini afghani presenti in Europa. Secondo il portavoce Markus Lammert, si tratterebbe di un “incontro di follow-up”, successivo ai colloqui già svolti in Afghanistan, nell’ambito del dialogo operativo sui rimpatri. Il rischio di legittimazione politica Un incontro, tuttavia, fortemente contestato. Il Relatore speciale sui diritti umani in Afghanistan per le Nazioni Unite, Bennett, ha espresso preoccupazione per il rischio che qualsiasi forma di rimpatrio possa violare il principio di non respingimento, alla luce delle diffuse violazioni dei diritti umani. Anche la diaspora afghana e numerose organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato l’iniziativa come un tradimento dei diritti fondamentali. Sul piano politico, la maggior parte delle forze europee ha sottolineato come non esistano incontri realmente “tecnici”, poiché ogni contatto rischia di contribuire a una normalizzazione del regime talebano e a conferirgli una legittimità indiretta. Riconoscere anche solo indirettamente una qualche legittimità ad attori che violano sistematicamente i principi dell’Unione Europea finisce per indebolirne l’autorevolezza morale e la credibilità come garante dei diritti fondamentali. Anche Cecilia Strada – nel video che pubblichiamo – ha esortato a non fare alcun compromesso con i Talebani e invitato la Commissione a desistere dai colloqui. Una diplomazia silenziosa di avvicinamento di fatto Le contestazioni hanno portato il 21 maggio il Parlamento Europeo a esprimere una posizione contraria all’iniziativa, nell’ambito della delibera che condanna il Codice giuridico adottato dai Talebani e, più in generale, contro il riconoscimento del loro governo e per un impegno a riconoscere l’Apartheid di genere come crimine contro l’umanità. Tuttavia, l’invito non è stato ritirato. L’iniziativa si inserisce infatti in un processo di avvicinamento graduale, spesso definito “tecnico” o “pragmatico”, che si traduce in una diplomazia silenziosa fatta di piccoli passi e contatti informali. Dietro la definizione di “dialogo tecnico” si nasconde l’ambiguità della attuale fase politica europea: il difficile tentativo di mantenere l’equilibrio tra il rifiuto formale di legittimare i Talebani e la volontà di interagire con loro su questioni operative come i rimpatri.   CISDA - Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane
May 31, 2026
Pressenza
Afghanistan, il silenzio delle bambine diventa consenso
della redazione di Diogene (*) Foto USAID Afghanistan, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons Il nuovo decreto talebano sul divorzio non legalizza soltanto un abuso. Fa qualcosa di più spietato: prende il silenzio di una ragazza/bambina e lo trasforma in consenso. Ma quel silenzio non è libero. È il risultato di un sistema che ha chiuso le scuole alle adolescenti,
“No good men”, amarsi a Kabul a ridosso del regime talebano
Ambientato a Kabul nel 2021, poco prima che gli americani si ritirassero dall’Afghanistan, No Good Men, film di aperura al Festival di Berlino, in uscita sugli schermi italiani il 28 maggio, è una storia d’amore che fa luce sul dramma di un Paese, unendo al racconto dei suoi usi e costumi ante-talebani, alle difficoltà della libertà di stampa, alla critica della condizione femminile svalutata, discriminata e violentata,  al susseguirsi di fatti che videro i Talebani prendere il potere, con drammatiche scene di fuga e disperazione in aeroporto, una sottile indagine psicologica dei sentimenti che coinvolgono un uomo e una donna che loro malgrado sfidano la morale corrente. Naru è una donna afghana che non si adegua alle convenzioni del suo Paese: è infatti l’unica operatrice televisiva, sa di essere brava e non le importa della diffidenza dei colleghi uomini.   Ha lasciato il marito e alleva da sola il figlio di pochi anni.  In un contesto fragile, minacciato dall’incombente regime talebano, lacerato da sparatorie, atti terroristici e opprimenti divieti, Naru lavora alla televisione Kabul News e frequenta un conosciuto giornalista investigativo, sfidando la mentalità del luogo, intollerante verso due persone sposate affiancate dal lavoro. L’analisi psicologica del film mette anche in discussione la popolare convinzione femminile, rivelata da interviste di Naru alle donne di Kabul, che in Afghanistan “there are no good men”, non vi siano uomini buoni. La conoscenza autobiografica della regista rende credibile la narrazione della vita di una capitale martoriata, sulla quale l’Occidente sa cinematograficamente ancora poco, le cui difficoltà umane e storiche rivelano aspetti universali che riguardano ogni individuo e territorio di questo nostro globo sempre più connesso e interdipendente. La regista afghana Shahrbanoo Sadat, nei panni di Naru, è protagonista del film, affiancata dall’ottimo attore Anwar Hashimi, il giornalista volto di Kabul News. Leggiamo nei titoli di coda che “No Good Men” è dedicato da Shahrbanoo Sadat alle vittime di un attentato del 2016 contro una stazione televisiva afghana. Shahrbanoo Sadat ha dichiarato alla stampa di voler onorare i colleghi colpiti dall’atto terroristico che lavoravano in quella stazione televisiva (Kabul TV), di cui lei stessa faceva parte. No Good Men (2026) Un film di Shahrbanoo Sadat con Shahrbanoo Sadat, Anwar Hashimi. Genere: Drammatico. Durata: 103 minuti. Uscita nelle sale: 28 maggio 2026     Bruna Alasia
May 18, 2026
Pressenza
Il sistema di divieti che cancella le donne
Negli ultimi anni in Afghanistan si è assistito all’imposizione progressiva di un sistema di restrizioni estremamente severe che colpiscono l’intera popolazione, ma che sono rivolte in modo particolare a regolamentare ogni aspetto della vita delle donne. A prima vista, molti di questi divieti possono apparire casuali, incoerenti, grotteschi, più frutto della demenza che della costruzione di un sistema giuridico organico. In realtà, delineano con chiarezza l’idea che i Talebani hanno della donna: un corpo-oggetto da sottrarre allo sguardo pubblico, da isolare e tenere lontano dalla vita sociale perché ritenuto peccaminoso e “impuro”. Un dispositivo ridotto a funzione biologica, contenitore della vita e strumento per la riproduzione e la crescita della prole. Un serbatoio di carne, forza ed energia da utilizzare a discrezione degli uomini, gli unici ai quali viene riconosciuto il diritto a una vita pienamente umana, seppur regolata da una lettura rigida e arcaica della Sharia e da un sistema interno di caste imposto dal codice talebano. Il 2 aprile 2026, le Nazioni Unite hanno pubblicato un’approfondita revisione giuridica, elaborata congiuntamente dall’Office of the High Commissione for Human Rights e da UN Women. Il documento, basato sulla Convention on the Eliminazioni of All Forms of Discriminativo Against Women, analizza le misure introdotte dalle autorità de facto afghane e il loro impatto su donne e ragazze. L’analisi esamina sedici tra i principali provvedimenti adottati dal 2021: dal divieto di istruzione secondaria e universitaria per le ragazze all’esclusione dal lavoro, dall’obbligo di mahram per gli spostamenti alle limitazioni alla libertà di movimento, dal codice di abbigliamento obbligatorio alle restrizioni nell’accesso alla sanità. A queste si aggiungono il divieto o la forte limitazione della partecipazione politica, la chiusura di spazi pubblici, le restrizioni ai media e alla libertà di espressione femminile, le discriminazioni nell’accesso alla giustizia, l’impunità per le violenze di genere, i limiti all’attività delle ONG con personale femminile, l’esclusione dalla formazione professionale, il controllo sulla vita privata e familiare, le restrizioni economiche e, più in generale, un sistema strutturato di segregazione di genere. Secondo il rapporto, l’insieme di queste misure configura una forma di discriminazione sistemica e istituzionalizzata, in violazione diffusa degli obblighi internazionali assunti dall’Afghanistan con la CEDAW. La revisione è pensata come uno strumento operativo per governi e attori internazionali, chiamati a valutare la conformità del Paese al diritto internazionale e a monitorare eventuali evoluzioni future, anche alla luce del dialogo diplomatico in corso con i talebani. Auspichiamo che questo documento sia sufficiente a frenare le crescenti tentazioni al riconoscimento del governo talebano e a spingere Stati e istituzioni internazionali ad assumere una posizione più netta contro quello che viene sempre più spesso definito un sistema di apartheid di genere. Perché mentre si moltiplicano i segnali di apertura diplomatica e le pressioni verso una normalizzazione dei rapporti con i talebani, il rischio è che questo sistema venga progressivamente accettato, se non legittimato. Che la cancellazione delle donne dallo spazio pubblico diventi un fatto compiuto, assorbito nella realpolitik internazionale. Qui l’articolo integrale con un elenco, parziale e non esaustivo, delle restrizioni finora imposte, redatto con il contributo di un gruppo di rifugiati e rifugiate afghani in Italia da qualche anno. CISDA - Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane
April 13, 2026
Pressenza
La guerra al violino
Perchè i talebani distruggono gli strumenti musicali. di Giovanni Carbone Innanzitutto è meglio che faccia una piccola ammissione di colpevolezza, reciti un mea culpa per un veniale peccato da ragazzo, quindi assai in ritardo: c’era, a quel tempo, l’usanza di molti di andarsene, nelle calde serate d’estate – ma anche una giovane primavera bastava, eravamo giovani allora, meno afflitti dalle
L’Afghanistan accusa il Pakistan di aver bombardato un ospedale, si complica la mediazione della Cina
Dalla fine dello scorso mese c’è uno scambio di colpi significativo tra Afghanistan e Pakistan, che è culminato, lunedì sera, in quello che Kabul ha denunciato come un attacco deliberato a un ospedale specializzato nella riabilitazione da tossicodipendenze. Le cifre dei morti rilasciate dalle autorità afghane parlavano inizialmente di oltre […] L'articolo L’Afghanistan accusa il Pakistan di aver bombardato un ospedale, si complica la mediazione della Cina su Contropiano.
March 19, 2026
Contropiano