
Che cos’è, oggi, la cittadinanza?
Comune-info - Friday, July 10, 2026
Foto UnsplashPuò sembrare una domanda astratta, ma non lo è affatto: cos’è, oggi, la cittadinanza? È una domanda che riguarda il futuro della nostra democrazia. L’8 luglio la Camera ha approvato, con 148 voti favorevoli e 99 contrari, l’iter d’urgenza per una proposta di legge che introduce nuove ipotesi di revoca della cittadinanza e nuovi ostacoli per chi la sta acquisendo. Non si tratta di un episodio isolato. Negli ultimi mesi si sono susseguiti interventi che rendono più restrittivi i requisiti per ottenere la cittadinanza, ampliano i casi in cui può essere revocata e, più in generale, ridefiniscono il rapporto tra appartenenza, identità nazionale e sicurezza. Temi diversi, che sembrano però muoversi nella stessa direzione. Non è soltanto una questione di immigrazione. È il modo stesso di concepire la cittadinanza che sembra cambiare.
Nella nostra Costituzione e nella tradizione delle democrazie costituzionali, la cittadinanza non è un privilegio né una ricompensa. È il fondamento dell’uguaglianza giuridica. Una volta cittadini, tutti sono uguali davanti alla legge. Lo Stato giudica le azioni delle persone, non la loro origine, la religione che professano o la storia della loro famiglia. Oggi, invece, sembra affermarsi un’altra idea.
Un ragazzo nato e cresciuto in Italia da genitori stranieri, che oggi può diventare cittadino dichiarando la propria volontà entro un anno dal compimento della maggiore età, con la nuova legge dovrebbe superare anche un esame di integrazione. Una richiesta che nessun suo coetaneo nato da genitori italiani dovrà mai affrontare. La cittadinanza non appare più come il luogo dell’uguaglianza, ma come un confine da presidiare: un bene da concedere con maggiore cautela, da limitare o rendere più fragile per alcuni. Matteo Salvini lo ha espresso con un’immagine molto esplicita: la cittadinanza dovrebbe funzionare come una “patente a punti”, e chi delinque dopo aver ricevuto le chiavi di casa dovrebbe vedersi ritirare quelle chiavi. È una metafora che dice molto più di quanto sembri. La cittadinanza non viene più pensata come uno status che garantisce uguali diritti e uguali doveri, ma come una licenza sempre revocabile, un’appartenenza che deve essere continuamente dimostrata.
Non è tanto il singolo provvedimento a colpire. È il quadro complessivo che emerge. La domanda sembra non essere più: quali diritti spettano a ogni cittadino? Ma piuttosto: chi appartiene davvero alla comunità nazionale?
Questa trasformazione riflette anche un’idea di identità nazionale come qualcosa di fisso, omogeneo, da preservare nella sua presunta purezza. Un’identità che guarda al passato con nostalgia e considera ogni cambiamento come una minaccia. Eppure le società non sono mai rimaste immobili. L’Italia, come tutta l’Europa, sta diventando una realtà sempre più plurale. Le migrazioni, i cambiamenti demografici, la mobilità delle persone, le guerre e la crisi climatica stanno trasformando il volto delle nostre comunità. È un processo complesso, che pone problemi reali e richiede politiche serie. Ma è difficile immaginare che possa essere fermato. La storia non procede all’indietro.
La vera sfida, allora, non è impedire il cambiamento, ma governarlo senza rinunciare ai principi che rendono democratica una società. Significa passare da un “noi” costruito sull’esclusione a un “noi” fondato sulla condivisione dei diritti e delle responsabilità; da un’identità che si difende alzando confini a una comunità che si riconosce nella forza delle proprie istituzioni e dei propri valori costituzionali. Perché una società diventa davvero più sicura restringendo continuamente il significato della cittadinanza? Oppure rischia di ottenere il risultato opposto? Quando una parte della popolazione viene rappresentata come un problema permanente, quando ragazze e ragazzi nati o cresciuti nel nostro Paese continuano a sentirsi cittadini “con riserva”, il rischio è quello di alimentare proprio quella frattura che si dice di voler combattere. La sicurezza è un bene fondamentale. Ma non nasce soltanto dal controllo e dalla punizione. Nasce anche dalla fiducia reciproca, dal riconoscimento, dalla possibilità di sentirsi parte della stessa comunità politica.
Ogni Stato ha il diritto di stabilire le regole per l’acquisizione della cittadinanza e di pretendere il rispetto delle proprie leggi. Ma un conto è definire criteri di accesso; un altro è trasformare la cittadinanza in uno strumento che distingue continuamente tra chi appartiene pienamente alla comunità e chi deve dimostrare, ogni volta, di meritarne l’appartenenza. Forse è proprio questa la domanda che dovremmo porci. Perché il futuro delle nostre società sarà inevitabilmente plurale. Possiamo scegliere se affrontare questa trasformazione alimentando paure e contrapposizioni oppure costruendo una convivenza fondata sul diritto, sulla responsabilità e sull’uguaglianza.
La cittadinanza, in fondo, non serve a tracciare nuovi confini tra le persone. Serve a garantire che, una volta riconosciuti come membri della stessa comunità politica, nessuno sia meno cittadino di un altro.
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