Neanche la Lega sa spiegare precisamente chi sono i “maranza”
Quando, nella storica sede di via Bellerio a Milano, un cronista de Il Fatto
Quotidiano ha chiesto a Matteo Salvini di definire in termini giuridici la
parola scelta dal Carroccio come descrizione della sua proposta di legge sulla
cittadinanza, il vicepremier ha accennato un sorriso, ha abbassato lo sguardo e
ha passato la palla all’“estensore” della norma. E così ha preso la parola Igor
Iezzi, deputato leghista e primo firmatario del testo, e da quel momento la
conferenza stampa ha preso la piega di un seminario di etimologia improvvisata
seguito dalla lettura ad alta voce del codice penale. Iezzi ha esordito evocando
un’accezione culturale del termine, che a suo dire nascerebbe dalla fusione tra
“marocchino” e “zanza”, voce gergale per indicare ladruncoli o piccoli
imbroglioni.
Mentre Salvini ammetteva con disarmante candore di non averne idea, il deputato
ha preso la rincorsa: «Tra gli italiani di seconda generazione molti sono
maranza, cioè coloro che compiono dei reati». Ne è seguito un catalogo di
delitti «tipici del maranza» che andava dall’oltraggio a pubblico ufficiale
all’associazione mafiosa, passando per la pornografia minorile, lo sfruttamento
del lavoro e l’interruzione di gravidanza non consensuale, fino alla strage. Il
ritratto che ne esce è quello di un ragazzo in tuta e borsello capace, nella
stessa settimana, di insultare un vigile, mettere in piedi una cosca e
pianificare un attentato: un curriculum che avrebbe fatto impallidire i balordi
di Scerbanenco.
Il testo, presentato all’indomani dei disordini che nel fine settimana hanno
attraversato il centro di Milano e appena approdato nell’Aula di Montecitorio,
prevede tra l’altro che chi nasce in Italia da genitori stranieri non possa
ottenere la cittadinanza al compimento dei diciotto anni se condannato a pene
superiori ai tre anni per una serie di reati, tra i quali quelli elencati sopra.
Parlando del ddl sull’imputabilità dei minori, Salvini aveva liquidato
l’etichetta “anti-maranza” come «un titolo giornalistico», peccato che già a
fine 2025 fosse stato lui a rivendicare sui social le «norme anti-maranza» di
una proposta del partito.
La domanda del cronista aveva un precedente illustre: nel 1989, durante una
puntata di «Serata d’onore» condotta da Pippo Baudo, a un giovanissimo Jovanotti
fu chiesto che cosa volesse dire maranza, e lui rispose che era uno che si
impunta, uno che porta il quarantaquattro di scarpe ma se le compra più grandi
perché così gli va. Una definizione bislacca, che però aveva il pregio di non
contemplare la strage.
Era stato proprio Lorenzo Cherubini a lasciare la prima traccia documentata
della parola: secondo l’Accademia della Crusca l’attestazione più antica si
trova nella canzone Il capo della banda, brano incluso nell’album La mia moto,
dove il maranza era semplicemente il tamarro, figlio della musica dance e dei
locali notturni. Sull’origine, invece, nessuno ha certezze: c’è chi la lega ai
Marantz, gli impianti stereo che negli anni Ottanta i tamarri esibivano a tutto
volume, un’etimologia popolare ripresa anche dal linguista Giuseppe Antonelli.
La Crusca, sulla scia degli studi di Emanuele Banfi e Lorenzo Coveri dei primi
anni Novanta, ipotizza invece il meridionale maranza, cioè melanzana, incrociato
con “marocco” e “marakesch”, che nel gergo giovanile di allora servivano a
indicare con disprezzo i meridionali. Se fosse questa la pista giusta, il primo
bersaglio dell’insulto sarebbero stati proprio loro: un dettaglio che in via
Bellerio, per decenni quartier generale della Lega Nord, dovrebbe suonare
piuttosto familiare.
Il resto è cronaca recente: è nell’estate del 2022, dopo i raduni di giovani tra
Peschiera del Garda e Riccione finiti su giornali e telegiornali, che la parola
esplode, con un picco di ricerche su Google ad agosto di quell’anno. Da allora
il tamarro da discoteca ha ceduto il posto al ragazzo di seconda generazione,
spesso di famiglia nordafricana, e la sfumatura etnica, con una chiara
connotazione negativa, è scivolata al centro del significato.
È esattamente questa l’accezione che Iezzi ha messo nero su bianco davanti alle
telecamere, saldando in una sola frase seconde generazioni e reati. La Lega ha
dunque battezzato una norma sulla cittadinanza con un insulto da strada e,
chiamata a spiegarlo, ha finito per dire la cosa più sincera dell’intera
conferenza: nella sua idea il maranza è il figlio di immigrati che delinque, e
l’origine della persona conta almeno quanto il reato. È una definizione che
nessun giurista scriverebbe mai in un articolo di legge, ma che chiarisce meglio
di qualsiasi relazione illustrativa a chi è destinata la norma.
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