Fuggire dal capitalismo

Comune-info - Tuesday, June 30, 2026
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Tra le pubblicazioni più interessanti del 2026 vi è Fuga dal capitalismo di Clara E. Mattei, edizione aggiornata di un precedente lavoro che, attraverso l’analisi economica e i dati storici e politici fugge dalla narrazione mainstream per svelare le tante verità, tenute volutamente nascoste dal capitalismo.

L’intreccio tra struttura e sovrastruttura ha reso tale ideologia un dogma inscalfibile, a causa del connubio del potere formale (politico) con le scelte economiche operate negli ultimi due secoli. Perché non è sempre stato così. Il cambiamento paradigmatico si è avuto all’indomani della prima rivoluzione industriale, con “l’invenzione” della figura del salariato. Per arrivare a ciò si è dovuto, preliminarmente, pensare ad espropriare i residenti dai luoghi di residenza e di lavoro tradizionali (il lavoro nei campi, l’allevamento, le figure artigianali e gli scambi “paritari” solidali e non mercificati). Fenomeni di appropriazione, che vanno dalle scoperte coloniali alle enclosures, miranti alla sottrazione di quanto è comune ed appartiene ai popoli e ai territori per affidarli alle mani private di chi considera tutto merce. Il moderno concetto di proprietà ed il diritto privato, che rubano alle comunità, e mirano ad estrarre valore dall’utilizzo dei commons: l’utilizzo delle risorse idriche, dei boschi, della terra. Dalle quali derivare ricchezza non distribuita (nemmeno i feudatari arrivavano a tanto), e mediante cui dar luogo al meccanismo perverso della induzione alla domanda e al consumo. Un procedimento consolidato per volontà dei nuovi decisori, che usufruiscono della legge e dell’economia classica per normalizzare qualcosa che non ha nulla di naturale. In pratica, ti rubo quanto ti appartiene e se poi vuoi riutilizzare quello che una volta era tuo mi devi pagare una cifra spesso insostenibile, che genera debito, interessi, fallimenti personali, sociali, statali.

È la rapina perpetrata nel Sud del Mondo dall’Occidente, che per garantirsi la supremazia e dettare le regole è andato in cerca di materie prime, oro, diamanti e preziosi, petrolio, fino alle terre rare. L’enorme debito (e sudditanza) del continente africano è frutto di queste “ingerenze” occidentali. E, solo parzialmente, di governi locali corrotti e bande di criminali e fondamentalisti. I veri criminali sono le istituzioni del capitale che, come il FMI e la Banca Mondiale, prestano soldi a tassi da usura, chiedendo riforme strutturali. La ricetta è sempre la stessa e non porta nessun beneficio. Anzi, spesso, aggrava la situazione. Prestare soldi a debito in cambio del taglio della spesa pubblica e del welfare per risanare i conti. Decurtazione di salari e pensioni, taglio e precarizzazione del lavoro; privatizzazioni e liberalizzazioni; smantellamento del sistema sanitario, allungamento dell’età pensionabile. Misure imposte in America Latina dai fautori della shock economy, arrivati con i Chicago boys al golpe cileno e alle migliaia di desaparecidos; in Africa; e da un trentennio anche in Europa dal Trattato di Maastricht al pareggio di bilancio nelle Costituzioni.

Capitalismo e colonialismo sono facce della stessa medaglia. E, di recente, ce ne accorgiamo guardando a quello che accade in Palestina. Sottrazione di terre e risorse e dipendenza dell’economia palestinese, che prima era solida ed autonoma dal circuito capitalistico. O, ancora, in Venezuela e Iran. Un modello imposto con la forza e sostenuto dagli anglo-americani. I padrini della svolta storica capitalistica che, pur di evitare l’alternativa sociale (il comunismo, la socializzazione dei mezzi di produzione, decidere dal basso cosa, come e quanto produrre) hanno generato guerre e appoggiato regimi tirannici. Esiste, infatti, una stretta correlazione tra il pensiero liberal e quello nazionalistico, dai quali sono derivati i regimi fascisti. Infatti, andando a recuperare le dichiarazioni dei consulenti economici dei governi liberali dell’epoca emerge con evidenza come questi pur di non intaccare la legge del mercato preferissero dittature e violenze ai diritti sociali ed alle rivendicazioni dei lavoratori. Ad esempio, l’esperienza virtuosa dei Consigli di fabbrica, a cavallo delle due guerre, conseguente all’ondata massiccia di scioperi per recuperare condizioni di lavoro e salario dignitoso, venne stroncata dall’alleanza tra i capitalisti e il regime. La tanto osannata mano invisibile del mercato1 ha dimostrato tutta la sua fallacia. Il mercato non è in grado di autoregolarsi, anzi non è in grado nemmeno di assicurare la sana concorrenza. Così, i detentori del capitale, dei mezzi di produzione e della moneta dopo essersi serviti degli Stati ed averli esautorati hanno aggiornato la legge ferrea dell’oligarchia2. Nella Russia post-sovietica di Eltsin la restaurazione operata dal capitale ha determinato la conversione dell’economia, attraverso suggerimenti austeritari. Ed alle proteste del parlamento il regime corrotto reagì con i carri armati, gli arresti delle opposizioni politiche, la chiusura dei giornali, il ridimensionato degli organi costituzionali. In conseguenza dell’accettazione di quelle misure aumentarono fortemente le diseguaglianze. La povertà che nel 1988 riguardava il 2% della popolazione passò in breve tempo al 50%. Anche all’interno degli stessi sistemi-Stato-continenti che, storicamente, primeggiano sulle altre economie le differenze fra le classi sociali crescono. A causa della centralizzazione crescente dei capitali e della mancata (o cattiva distribuzione delle risorse).

Quanto detto ribadisce che non esiste l’interesse nazionale, ma l’interesse (e la lotta, e il conflitto) di classe. Infatti, negli USA, in Europa, e in Israele aumentano le diseguaglianze e la povertà fra i salariati. Mentre gli usurpatori, i parassiti, coloro che vivono di rendita, e sfruttando, anche in maniera legale (la contrattualizzazione) il lavoro altrui si arricchiscono sempre di più. Grazie alle elargizioni pubbliche, a mancate e basse tassazioni, all’evasione fiscale. Pertanto, sostenere che forze, perfettamente integrate nel sistema, come la maggioranza dei partiti di sinistra, possano rappresentare il cambiamento è mera illusione. Lo dice la loro storia. È stata l’esperienza di governo formalmente socialista che ha ratificato lo sfruttamento della classe lavoratrice e dei beni comuni.

Quindi, anche se viviamo tempi bui, dove urge la necessità di mandare a casa i governi reazionari e conservatori, è ovvio che, come ci ricordava Marx, affidarsi alla socialdemocrazia sarebbe l’ennesimo errore strategico. Un passo transitorio sulla via del compromesso con il capitale. Qualche elargizione qua e là, un piccolo aumento salariale dopo decenni di trasferimento crescente del plusvalore al capitalista, senza recuperare il potere d’acquisto. E così l’inflazione si è mangiata le retribuzioni. Anche qui, vi è un altro mito da sfatare: quello secondo cui più è alto il tasso di disoccupazione e meno crescono i prezzi (il modello economico delineato dalla cosiddetta Curva di Phillips), mentre poi scopriamo che l’inflazione viene generata dai monopolisti, che determinano la distorsione della concorrenza, falsificando la concezione stessa di libero mercato.3 Guai a mettere in discussione un modello basato sullo sfruttamento del lavoro4e le iniquità5. Intoccare il grosso del sistema vorrebbe dire smentire tutte le falsità che ci hanno propinato. A partire dalla concezione di austerità. Intesa come sacrificio da imporre ai salariati colpevoli di consumare oltre le proprie possibilità, mentre tali restrizioni non valgono per le élite economiche. Spendere meno, tagliare i servizi, le prestazioni e i sussidi, demolire quel poco che è rimasto della gestione pubblica e, nel frattempo, i soldi non mancano mai per i capitalisti. Guardiamo le remunerazioni e i benefit per i manager, i dividendi degli azionisti, i finanziamenti alle banche centrali, che non rispondono a nessuno del loro operato. E giungiamo, infine, all’enorme ricchezza accumulata da tutti i soggetti legati all’aumento abnorme delle spese militari. Con l’avvento dell’intelligenza artificiale l’efficienza del sistema coinciderà con il taglio di milioni di posti di lavoro e il controllo generalizzato dei movimenti delle persone. Non esisteranno più freni all’accumulazione dei padroni.

Che fare?6 Appurata l’incompatibilità tra il capitalismo e la democrazia accontentarsi di un certo riformismo vorrebbe dire lasciare intatto il sistema, tranne piccole concessioni ai diritti civili. Tuttavia senza la garanzia di quelli sociali diventa più complicato esercitare i primi. Le alternative alla mercificazione delle vite esistono. Dai tanti movimenti indigeni che lottano per l’autogestione delle risorse alle forme virtuose di autogoverno zapatista e del confederalismo democratico curdo.

Fuggire dal capitalismo, in sostanza, è proprio questo: mettere al centro le relazioni basate sul riconoscimento e la reciprocità; preservare i beni comuni pensando al valore d’uso e non a uno scambio in funzione del profitto. Partecipazione, mutualismo e solidarietà.

1Principio elaborato dall’economista classico Adam Smith, teso ad evitare l’intervento statale nell’economia, e fatto proprio dai liberisti e dai tanti convertiti di sinistra.

2Teoria elaborata agli inizi del secolo scorso dal politologo tedesco Robert Michels.

3Clara E. Mattei – Fuga dal capitalismo. Un libro che apre gli occhi finalmente – RCS- 2026.

4Alcuni ricercatori hanno calcolato che il tasso di sfruttamento per produrre l’iPhoneX (modello 2017) risulta essere venticinque volte più alto di quello in atto nelle fabbriche dell’Ottocento (Clara E. Mattei – Fuga dal capitalismo. Un libro che apre gli occhi finalmente – RCS – 2026).

5Ogni anno un terzo del cibo prodotto viene buttato o resta invenduto, potrebbe sfamare 3 miliardi di persone e, invece, circa 800 milioni di persone soffrono la fame. (Ibid.).

6Titolo di una delle opere di Vladimir Lenin

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