Autonomia differenziata e controllo del territorio

Comune-info - Sunday, June 28, 2026

Quella che viene chiamata regionalizzazione, come se fosse un intervento neutrale di attenzione al territorio e non una trasformazione legislativa che riguarda più ambiti di forte impatto politico e sociale, può diventare terreno di coltura anche per la capillarizzazione del controllo sicuritario e della diffusione della presenza militare, a cominciare dalla scuole. In questo contesto distruttivo sottovalutato ci sono anche possibilità di nuovi assetti. Quanto positivi dipende dalla politica agita in basso

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“Finché la guerra verrà considerata una cosa malvagia, conserverà il suo fascino; quando sarà considerata volgare, cesserà di essere popolare”
(Oscar Wilde)

Questa riflessione si sarebbe dovuto, più propriamente rispetto alle intenzioni, intitolare “L’Autonomia del Nord va alla guerra”, in analogia metonimica con il testo di Antonio Mazzeo di cui dirò più sotto (La scuola va alla guerra. Inchiesta sulla militarizzazione dell’istruzione in Italia Manifestolibri, Roma, 2024). Infatti, il nucleo dell’argomentazione è che la regionalizzazione, non solo amministrativa come prevede la Costituzione (artt. 116,117, 119), ma legislativa in almeno quattro materie importantissime (sanità, istruzione, protezione civile, trasporti), di attuale competenza esclusiva dello Stato, può diventare terreno di coltura per la capillarizzazione del controllo sicuritario e della diffusione della presenza militare. Come cercherò di spiegare non è una mia allucinazione distopica.

Il 6 giugno scorso si è svolta a Napoli, un’assemblea del comitato di scopo Contro ogni forma di autonomia differenziata (NOAd). Come suggerito dal suo nome, il collettivo non intende patteggiare alcun tipo di divisione del nostro paese. Le materie cosiddette concorrenti, di interesse per le singole Regioni, sono già indicate – con tutti i limiti e le possibilità – dal testo costituzionale e dalle sentenze della Corte. Vengo a delineare un po’ di storia. Le prime riunioni si svolsero in alcune sedi sindacali di Roma, Gilda-scuola e Flc-CGIL, nel 2017. I segretari delle organizzazioni sindacali ascoltarono, fra lo scettico e il disinformato, le preoccupazioni che la gente di scuola manifestava sulle già nefaste intrusioni della Regione Veneto nell’ambito dell’istruzione pubblica. Non solo si stavano dettando le linee didattiche per la formazione professionale di competenza locale, attraverso le cosiddette Unità di Apprendimento e le prime modalità dell’Alternanza Scuola Lavoro sul modello dell’apprendistato, ma si modulavano le stesse prove a test dell’INVALSI secondo i dettami suggeriti dal mercato, dalla piccola media impresa tipica della regione. L’eredità padana di Umberto Bossi veniva raccolta da Luca Zaia, il mega-sindaco di Venezia e, nei primi testi di intesa Stato-Regioni, il termine sussidiarietà (orizzontale e verticale: contribuzione dei cittadini e delle amministrazioni locali alle spese generali sostenute dallo Stato) sforava nella presa in carico del sistema tributario e della spesa da parte della amministrazione regionale. Dunque, all’inizio, il tema di discussione fu soprattutto l’attacco condotto al sistema di istruzione e formazione pubblica, nazionale. Ma presto la questione si estese ad altri ambiti di particolare delicatezza, la sanità, ad esempio. La proposta veneta non arrivò nemmeno a bagnarsi alle rive del Po, si estese verso ovest aggregando, nella follia emancipatoria, Lombardia, Piemonte, Liguria, oggi firmatarie dello stesso testo di pre-intesa con lo Stato, come se la differenziazione riguardasse ormai una macroregione, il Nord produttivo e ricco, come se nelle sue province non allignassero sacche di povertà e desolazione sociale. Nell’ultimo testo di preintesa, diffuso solo parzialmente, le materie di competenza della macroregione sono diventate 22. Il tutto nell’obliquo, ambiguo, interesse di altri presidenti regionali, governatori, come amano farsi chiamare in un delirio di onnipotenza. Il lavoro da allora svolto nel Collettivo da Marina Boscaino, da illustri costituzionalisti, da esperti di questioni riguardanti la costante decadenza della legge sulla sanità pubblica del 1978, è stato enorme. Si sono affrontati nel tempo gli effetti devastanti della legge Bassanini (1997) sulla trasformazione delle unità sanitarie territoriali in aziende, e l’autonomia conferita da Luigi Berlinguer anche alla scuola nel 1999. L’autonomia è diventata una parola abusata e distorta, venuta a significare management, leadership antidemocratica, nella progressiva distanza dai bisogni-necessità dei cittadini, su cui tornerò più sotto a proposito dei livelli di prestazione. Attualmente, come si è visto a Napoli, sono coinvolti nel Collettivo 20 province per altrettanti comitati locali, 33 fra associazioni, organizzazioni sindacali maggioritarie e di base, partiti, semplici cittadini. Ricordo che due anni fa fu promosso un referendum per la abrogazione della legge 26 giugno 2024 n.86, anche nota come Calderoli, su cui facevano leva gli autonomisti. La raccolta delle firme, nel caldo torrido dell’estate, raggiunse un milione e trecentomila firmatari, tra l’altro costituendo, per chi di noi stava in strada a raccoglierle, una bellissima prova: ancora si può giocare la carta della politica, come discorso, discussione nelle piazze, nelle strade. Sappiamo com’è finita: la sentenza della Corte Costituzionale non ha considerato ammissibile il quesito referendario (n. 10/2025) in base a un precedente atto, la sentenza n. 192 del 2024 che dettava alle regioni le regole sulle prestazioni obbligatorie, segnava i limiti invalicabili sul potere legislativo locale, non conferiva nessuno spazio per deleghe ampie al Governo prive di passaggi parlamentari. Oggi la discussione, come si è visto a Napoli, continua. Il Ministro Calderoli ci riprova fra corsi e ricorsi, fra la messa in silenzio da parte del Governo Meloni preso da altre priorità e la nuova assunzione in proprio di Matteo Salvini, guarda caso da rilanciare al prossimo incontro della Lega a Pontida.

Prima di andare al tema militarizzazione, dirò ancora qualcosa sulla questione delle prestazioni. Le innumerevoli riforme subite dal sistema sanitario sulle prestazioni obbligatorie (LEA), la loro trasformazione in prestazioni essenziali (LEP) rimane un nodo dirimente, anche per il sistema di istruzione. Appare chiaro che due ambiti di tale importanza per la vita del cittadino, per ogni aspetto della riproduzione sociale, non possono essere ridotti all’osso di essenzialità di vaga definizione. Soprattutto in un paese così economicamente scompensato, la possibilità per i cittadini di accedere, attenzione, a diritti, non a opportunità, non può essere elusa. I bisogni primari restano tali e a essi per mandato costituzionale va data risposta, in ogni luogo del Paese. E può rispondervi solo il governo centrale in modo uniforme.

L’intervento di Antonio Mazzeo a Napoli – come ho scritto in incipit – tocca il vivo delle manovre per elaborare il consenso sulla militarizzazione dei territori, resa più facile proprio dalle forme previste nel testo delle pre-intese sull’autonomia differenziata. L’attacco al territorio, perpetrato senza soste dal dopoguerra – sostiene Mazzeo – sta subendo proprio al Nord un progressivo incremento con la presenza delle basi militari, della filiera della logistica, delle reti energetiche, dei trasporti soprattutto aeroportuali. Non solo. Questo attacco si configura anche come stretta alle forme di dissenso grazie al combinato congiunto fra i decreti di tre ministeri, Difesa, Interni, Istruzione. Da insegnante e da co-fondatore dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Mazzeo denuncia la costante presenza delle divise nelle scuole di ogni ordine e grado. Al Sud, la militarizzazione del porto di Napoli (messo sotto tutela dagli Usa e dalla Nato appena terminata la seconda guerra mondiale), della Sicilia, di Taranto è di interesse economico per le mafie locali che ancora una volta fiutano l’affare e cambiano pelle. Mazzeo conclude la sua intensa riflessione annotando che le forme assunte dalla autonomia differenziata possono essere messe in analogia con quelle dell’attuale fortuna del suprematismo dei ricchi. Forse – aggiungo io – da noi assurge a parente povero del fenomeno del muskismo. Come scrivono, coniando il termine, Quinn Slobodian e Ben Tarnoff, non è un problema rappresentato da un individuo singolarmente folle ma, come lo fu il fordismo, un complesso di pratiche sociali, di cui Musk è insieme causa, effetto, sintomo. Nel caso statunitense si tratta di un intervento capillare e plurimo di controllo della popolazione, in un delirio tecnologico capace di stordire soprattutto le classi meno colte. La promessa pseudo religiosa è nel paradiso terrestre da lui stesso creato (Muskismo. Una guida per perplessi Einaudi, Torino, 2026).

Al convegno, organizzato il 17 aprile di quest’anno dall’Osservatorio contro la militarizzazione della scuola e delle università a Torino, gli intervenuti hanno fatto ruotare le loro relazioni su questi nodi. Luigi Daniele, docente di diritto internazionale dei conflitti armati (Università del Molise), ha sottolineato come collassi la democrazia quando si prepara una guerra, e mentre è in corso. La diplomazia tace quando si sceglie di agire direttamente i conflitti armati, anche di bassa intensità, per accedere a risorse rare, per operare pulizie etniche funzionali alle nuove forme di colonialismo.

Concludendo, la relazione stretta fra aspetti solo apparentemente distanti va considerata con estrema attenzione. I separatismi sono generatori di risentimenti che possono sfociare in conflitto armato. Facilmente il polemos – la politica come discorso, come parola – lascia il posto alla stasis che, nel suo significato originario, è la guerra intestina, civile. Lo sottolineano Massimo Cacciari e Roberto Esposito: il caos contiene elementi distruttivi ma anche possibilità di nuovi assetti. Quanto positivi dipende dalla politica agita dal basso, non dalla propaganda ottundente (Kaos il Mulino, Bologna, 2026).

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