Il movimento sindacale statunitense come forza per la pace

Pressenza - Friday, June 19, 2026

Sebbene il movimento sindacale statunitense venga talvolta descritto come intransigente e xenofobo, questa caratterizzazione ignora i suoi ripetuti tentativi di affrontare il problema globale della guerra.

Il 9 giugno 2026, ad esempio, i delegati al congresso nazionale annuale dell’AFL-CIO, la federazione sindacale che conta 15 milioni di iscritti e alla quale sono affiliati la maggior parte dei sindacati americani, hanno votato a favore dell’adozione della Risoluzione n. 9, intitolata «Vogliamo un mondo giusto e pacifico».

Dichiarando che «i lavoratori non devono mai essere trattati come pedine nelle lotte di potere geopolitiche», la risoluzione promette che «saremo al fianco dei lavoratori e delle comunità danneggiate dalla guerra» e «ci impegneremo per porre fine alle guerre che minacciano i mezzi di sussistenza, la sicurezza e i diritti dei lavoratori».

La dichiarazione dell’AFL-CIO sottolinea che «a Gaza chiediamo un cessate il fuoco immediato e permanente; un accesso umanitario completo, sicuro e continuativo; la cessazione dei trasferimenti di armi che potrebbero facilitare violazioni del diritto internazionale da parte di tutte le forze; e un processo politico credibile fondato sul diritto internazionale e sulle risoluzioni dell’ONU per raggiungere una pace giusta e duratura».

Inoltre, dichiara, l’AFL-CIO «si impegnerà con determinazione nelle istituzioni internazionali», quali le Nazioni Unite e l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, e «sosterrà il continuo coinvolgimento del governo statunitense e dei sindacati nei negoziati internazionali», compresi quelli incentrati sulla questione  climatica e sull’energia nell’ambito della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici e dell’Accordo di Parigi.

Condannando i “tentativi demagogici di dividere i lavoratori attraverso la paura, l’esclusione e la retorica razzista contro i migranti”, la federazione sindacale si è opposta ai “divieti di viaggio e alle politiche migratorie discriminatorie”, ha denunciato “l’abbandono degli impegni in materia di rifugiati e asilo previsti dal diritto internazionale” e ha chiesto “il rispetto delle garanzie procedurali per tutti”. Ha promesso di “perseguire […] politiche estere che promuovano la pace e mettano fine al sostegno ai governi repressivi”.

Tre mesi prima, rimproverando i governi statunitense e israeliano per aver dato inizio a una guerra contro l’Iran, l’AFL-CIO aveva rilasciato una dichiarazione in cui chiedeva la fine del conflitto ed esigeva «il rigoroso rispetto del diritto internazionale, della Carta delle Nazioni Unite e della Costituzione degli Stati Uniti, che prevedono che la voce del popolo si esprima attraverso il Congresso in qualsiasi autorizzazione alla guerra».

Naturalmente, le espressioni di sostegno alla pace e alla cooperazione internazionale da parte dei sindacati non sono sempre accompagnate da grandi campagne del movimento sindacale volte a garantirle. All’interno del movimento sindacale statunitense, le questioni di politica interna, che hanno un impatto diretto sui lavoratori americani, tendono a prevalere su quelle di politica estera.

Inoltre, durante la Guerra Fredda, gran parte della leadership dell’AFL-CIO era, di fatto, piuttosto bellicista, schierandosi a favore della bandiera e sostenendo gli interventi militari statunitensi in Asia, America Latina e Africa. Il presidente dell’AFL-CIO George Meany si adoperò con vigore e successo affinché la federazione sindacale fornisse un «sostegno incondizionato» alla guerra degli Stati Uniti in Vietnam e, nel 1972, rifiutasse di appoggiare la candidatura pacifista del senatore George McGovern, candidato democratico alla presidenza.

Ciononostante, per oltre un secolo, un numero significativo di importanti leader sindacali americani è stato sostenitore della pace. Tra questi figurano Eugene Debs (presidente dell’American Railway Union), acerrimo critico della guerra ispano-americana e della prima guerra mondiale che, grazie a questa posizione, divenne il prigioniero politico più famoso della nazione. Un altro fu “Big Bill” Haywood (leader degli Industrial Workers of the World), che condannò la prima guerra mondiale e, per sfuggire al destino di Debs, fuggì dal Paese.

Negli anni successivi, tra i leader sindacali orientati alla pace figurò Walter Reuther (presidente dell’United Auto Workers e vicepresidente dell’AFL-CIO), un federalista mondiale che fece anche parte del consiglio del National Committee for a Sane Nuclear Policy (meglio noto come SANE) e si oppose all’approccio bellicoso di Meany durante la Guerra Fredda. Un altro, William Winpisinger (presidente dell’International Association of Machinists), divenne copresidente del SANE, oltre che paladino della transizione da un’economia di guerra a un’economia di pace.

Infatti, Samuel Gompers, fondatore e presidente di lunga data dell’American Federation of Labor, iniziò la sua carriera sindacale come convinto sostenitore della pace. Nel 1893, rispondendo alla domanda «Cosa vuole il mondo del lavoro?», Gompers replicò: «Vogliamo più scuole e meno carceri; più libri e meno arsenali». Qualche anno dopo, criticò aspramente il ruolo imperialista degli Stati Uniti nelle Filippine. In numerose occasioni, gli attivisti sindacali americani espressero opinioni simili.

Persino durante la guerra del Vietnam, quando la leadership dell’AFL-CIO e numerosi sindacati manifestarono posizioni belliciste, all’interno del movimento sindacale crebbe un dissenso sostanziale. Diversi grandi sindacati ruppero con la linea dell’AFL-CIO e, nel 1970, i leader di 22 sindacati statunitensi si erano uniti all’appello per il ritiro delle forze militari statunitensi dal Vietnam.

L’attivismo contro la guerra tra le file dei lavoratori si riaccese negli anni ’80. Nacque un Comitato Nazionale dei Lavoratori a sostegno della democrazia e dei diritti umani in El Salvador, che denunciò gli aiuti militari dell’amministrazione Reagan ai governi di destra e repressivi che combattevano i ribelli di sinistra in America Centrale. In risposta a tali pressioni, i delegati al congresso nazionale dell’AFL-CIO del 1985 votarono a stragrande maggioranza a favore di una risoluzione che contestava la politica del governo statunitense, invocando «una soluzione negoziata, piuttosto che una vittoria militare» nella regione. Inoltre, già nel 1986, oltre la metà dei sindacati affiliati all’AFL-CIO sosteneva la campagna “Nuclear Freeze” del movimento pacifista statunitense, che chiedeva la cessazione della corsa agli armamenti nucleari.

La guerra in Iraq scatenò un’altra ondata di attivismo pacifista all’interno del movimento sindacale. Nel gennaio 2003, mentre incombeva l’invasione militare statunitense dell’Iraq, 125 delegati provenienti da vari sindacati si riunirono presso la sede della sezione locale 705 dei Teamsters a Chicago e fondarono l’organizzazione U.S. Labor Against the War (USLAW). Dopo l’inizio dell’invasione nel marzo dello stesso anno, la nuova organizzazione crebbe rapidamente e divenne una voce potente all’interno delle sezioni locali, dei singoli sindacati e delle affiliate statali dell’AFL-CIO. Divenne talmente potente, infatti, che, al congresso della federazione sindacale del 2005, i delegati votarono a stragrande maggioranza a favore di una risoluzione che chiedeva il «rapido ritiro» delle truppe statunitensi dal conflitto.

Di conseguenza, l’appello dell’AFL-CIO del giugno scorso per un mondo giusto e pacifico è in linea con gran parte del passato del movimento sindacale. E il movimento sindacale non dovrebbe essere sottovalutato come forza per la pace e la cooperazione internazionale in futuro.

Di Lawrence S. Wittner

Lawrence S. Wittner (https://www.lawrenceswittner.com/ ) è professore emerito di Storia alla SUNY/Albany e autore di Confronting the Bomb (Stanford University Press).

Traduzione dall’inglese di Thomas Schmid con l’ausilio di traduttore automatico.

Pressenza New York