Tara, la zona di sacrificio insorge

Jacobin Italia - Wednesday, June 17, 2026

Ne abbiamo davvero bisogno? Sorge spontanea la domanda sulla costruzione del più grande dissalatore civile d’Italia. Acquedotto Pugliese, presentando al pubblico il progetto, lo definisce portatore di una «visione strategica», un’opera ultratecnologica necessaria per affrontare la siccità che sta colpendo la Puglia e il Meridione d’Italia

La Puglia è ufficialmente in emergenza climatica, così si evince dal Piano di emergenza emanato dalla Giunta regionale. La siccità non è però una novità. Fin dagli albori delle ricerche sul collasso climatico, il deficit idrico è uno dei primi segnali di un pianeta sempre più sofferente. Mi riferisco già al First Assessment Report dell’Ipcc nel 1990, così come in Italia ai Bollettini sulla siccità pubblicati annualmente dall’Ispra dal 1989. I trend con riguardo sia all’aumento dei fenomeni di siccità in Italia, sia alla spaccatura della penisola su questo, sono noti ormai da tempo. Sicilia, Sardegna, Puglia, Calabria, Basilicata e Campania erano definite e sono tuttora le aree di maggior rischio. 

La macchina amministrativa, si sa, ha tempi biblici per operare e con lei anche tutta la politica. Trentacinque anni però sono abbastanza lunghi per parlare di intenzionalità in ciò che il Sud Italia sta affrontando oggi. Che la parte più in basso dello stivale sia la più povera è risaputo, un po’ meno il come lo sia diventata, basti vedere la connessione con la distribuzione ineguale dei fondi tra le diverse regioni, basata sul sistema della spesa storica che ha privilegiato le regioni più ricche accrescendone il patrimonio, ampliando in modo esponenziale il divario tra Nord e Sud. Non avendo avuto, perciò, la possibilità di agire per prevenzione, causa le mancanze economiche appena citate, si interviene per emergenze, a danno fatto, spesso senza il tempo necessario per progettare risoluzioni adeguate.

La crisi dell’acqua in Puglia è allarmante. Gli invasi sono vuoti e il fabbisogno idrico aumenta anche a causa della turistificazione estiva. I primi a risentirne sono stati gli agricoltori, diminuendo i livelli di approvvigionamento per le colture; poi sono arrivate le case e Acquedotto Pugliese ha fatto una campagna di sensibilizzazione per inserire le autoclavi nelle abitazioni private, poiché nei piani più alti la pressione era talmente bassa da non arrivare. Oggi, la campagna di sensibilizzazione si è evoluta verso l’inserimento di serbatoi di riserva in modo da garantire l’acqua anche nei cali di pressione delle condotte. 

Con l’acqua non si scherza: l’acqua è vita e senza di essa c’è morte. L’ultimo dato disponibile sulla perdita idrica di distribuzione è del 2020 e risulta del 43,6%, più alta della media nazionale. Da allora la Puglia si è data da fare, tra sostituzioni di tubature rotte e ammodernamenti dei sistemi. Tutto questo però non basta e le prospettive future sono di cercare nuove fonti, tra queste addirittura c’è l’idea di costruire una condotta sottomarina per la fornitura idrica che parte dall’Albania per arrivare in Puglia. Nonché di utilizzare il fiume più storico di Taranto, quello dal quale la stessa città prende il suo nome: il fiume Tara. 

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Questa scelta è critica per svariati motivi. Il più importante è sicuramente la zona di sacrificio dichiarata nel 2022 da un considerevole report delle Nazioni unite che comprende l’intera città di Taranto e i Comuni limitrofi colpiti dall’impatto industriale del siderurgico. In aggiunta, c’è il portato storico-socio-culturale di quel luogo: Taras, figlio di Poseidone, approda sulle sponde del fiume, fondando così l’antica e gloriosa città della Magna Grecia. Questo stesso fiume, oggi, è luogo di venerazione cristiana oltre a essere popolare e frequentato dalle famiglie dei quartieri periferici nelle belle giornate. Qui, immergersi nelle acque del Tara diventa un rito settimanale irrinunciabile: il luogo più prossimo e accessibile liberamente per staccare dalla vita di tutti i giorni. Inoltre, l’ecosistema del Tara è molto fragile e le acque sono già prelevate per uso agricolo e industriale. Aggiungere un altro prelievo, anche minimo, metterebbe a rischio tutto il microclima del territorio, aggravando la crisi idrica e ambientale. Per non parlare delle condotte che attraverseranno le campagne limitrofe per chilometri, una volta abbattuti agrumeti e espiantati ulivi secolari; interventi, purtroppo, già in corso. Prima la più grande acciaieria d’Europa, poi il più grande dissalatore civile d’Italia. E Taranto rimane una città svuotata, depauperata e sfruttata, ricordata solo quando serve a far crescere il Pil nazionale attraverso il ricatto occupazionale e, oggi, per calmierare la crisi idrica attraverso un nuovo ricatto, quello dell’acqua.

La lotta contro il dissalatore è lotta di classe 

Già in precedenza su questa stessa rivista si è parlato della questione idrica nel Meridione come una malagestione delle amministrazioni delle risorse, e di come l’utilizzo delle tecnologie più all’avanguardia sia inefficace e controproducente se non accompagnato da un mutamento della società attuale. La stessa che mette gli uni contro gli altri attraverso il conflitto tra lavoro, salute e ambiente, mettendo le persone spalle al muro. Approfittarsi di territori periferici e popolazioni povere, già sature dalle loro precedenti lotte, è un comportamento non solo scorretto, ma complice. Complice di quel meccanismo che continua a perpetrare profitti sul sangue e le vite delle persone.

Mentre la propaganda istituzionale punta sulla grandiosità tecnologica dell’opera, tace sul reale impatto occupazionale, sociale e ambientale. A fronte di 129 milioni di euro investiti, il più grande dissalatore d’Italia promette solo cantieri temporanei e una gestione futura quasi interamente automatizzata. Per Taranto, già ferita dalle promesse mancate della grande industria a cui si aggiungono quelle della raffineria Eni, del parco eolico e della discarica, il dissalatore non è fonte di lavoro, ma solo l’ennesima infrastruttura estrattiva che drena acqua e fondi pubblici senza restituire stabilità sociale e ambientale. 

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Questo è quanto denunciato dalla Rete di difesa del fiume Tara, il movimento tarantino che sta contrastando la costruzione del mega impianto attraverso sensibilizzazione pubblica e gli strumenti giuridici. In particolare la Regione Puglia prosegue nel progetto anche in contrasto con pareri negativi da parte di Ministero della Cultura e Soprintendenza, emersi nella conferenza dei servizi conclusa il 10 gennaio 2025. Questi due organi hanno detto che il fiume Tara è parte del paesaggio e l’opera è incompatibile con esso e l’ambiente della zona, così come ribadito dall’Agenzia Regionale per la Prevenzione e la Protezione dell’ambiente, dall’Azienda Sanitaria Locale di Taranto, da Wwf e Legambiente. La Regione Puglia ha invece deciso di continuare indisturbata la realizzazione di quest’infrastruttura controversa, non solo in deroga ma ancor più senza ascoltare il parere delle persone abitanti del luogo. È, infatti, questa una delle più importanti rivendicazioni della Rete di difesa del fiume: la partecipazione alle decisioni che riguardano il proprio territorio. 

In più, il Tar di Bari, chiamato a decidere dopo l’impugnazione del Provvedimento Autorizzativo Unico Regionale che dà avvio ai lavori, il 14 maggio ha emesso un’ordinanza nella quale ha respinto le richieste di misure cautelari- Dunque, i lavori, iniziati persino prima che venisse pubblicato lo stesso Paur, continueranno in attesa della sentenza di merito. Le motivazioni, vertendo sulla necessità di acqua per la stagione estiva, sono fallaci in quanto è prevista la fine dei lavori entro febbraio 2027, ma Acquedotto Pugliese è già reduce da importanti rinvii. Ci chiediamo se allora la risposta futura alla crisi idrica e più in generale alla crisi climatica sia un green estractivism che di verde ha solo la facciata, perpetrando quella slow violence nei luoghi più marginalizzati di cui Rob Nixon parla con molta enfasi.

È troppo tardi per essere pessimisti, come da titolo del libro di Daniel Tanuro, è forse l’imperativo più urgente che mai. Ciò che realmente servirebbe nell’immediato è un cambio di paradigma che metta al centro le persone e l’ambiente in un rapporto simbiotico, abbattendo il sistema attuale fondato su sfruttamento di risorse ambientali e umane. Il sistema capitalista non è infatti semplicemente un sistema economico: è una macchina che richiede crescita infinita e dunque un consumo crescente di risorse. Finché questa logica rimane intatta, le risorse non basteranno mai. Se la prospettiva non è quella di cercare altri mondi abitabili nel largo della galassia, allora forse è necessaria un’attenzione diversa per la nostra Terra.

*Tina Esposito è attivista ecologista e meridionalista in Fridays For Future Bari, Movimento per la Decrescita Felice e spazi locali, studia Giurisprudenza a Bari, svolge diversi lavori non specializzati, precari e spesso mal retribuiti.

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