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Niscemi ben rappresenta la trilogia della catastrofe
Fare prevenzione significa rispettare le rigide esigenze della gestione e manutenzione. Significa quindi anche la tutela dei lavoratori e degli utenti. Insomma, la prevenzione merita l’elogio ma costa molto e non solo in termini economici PERCHÉ NON CI POSSIAMO STUPIRE DI QUEL CHE PRECIPITA A VALLE, DI QUEL CHE CI CADE ADDOSSO, DI QUEL CHE CI SOMMERGE. di Roberto De Marco* Trilogia della catastrofe: un’insopportabile ipocrisia – omissioni, incertezze e buona volontà di fine secolo – un disastro tutto Millenium   NISCEMI**: l’insopportabile leggerezza dell’ipocrisia L’ipocrisia (dal greco hipocrisis nel significato di “recitare una parte”) non si cura certo della veridicità dei fatti, ha spesso la forma di una dissimulazione, per coprire responsabilità delle quali invece si è ben consapevoli. Un vizio quindi che non consente di rinunciare quantomeno a omissioni nella narrazione di eventi appena causati da comportamenti addebitabili. L’ipocrisia si può manifestare attraverso diverse modalità. Per esempio, nella fattispecie, si finge di non sapere, di ignorare fatti contesti  ragioni e cause attraverso una falsità comunicazionale per manipolare la percezione altrui. Cedere ad una rappresentazione ipocrita della realtà ha una dimensione umana, personale ma talvolta anche di sistema, ed allora le conseguenze sono ben più gravi. La storia di questo Paese è segnata da una sequenza infinita di disastri: frane, alluvioni e ancor peggio, temutissimi terremoti, e poi tanti altri eventi attribuibili non a cause naturali ma all’incoscienza o all’avidità umana. Nonostante le condizioni generali del Paese siano profondamente e rapidamente mutate, nella contemporaneità il sistema di governo pro tempore a cui è toccata la sfortuna di affrontare il disastro e le sue conseguenze ha costantemente reagito recitando a memoria un consolidato copione con effetti anestetici, zeppo di omissione e poi di volatili promesse, per affrontare un sempre imbarazzante giorno dopo. Insomma, si tratta di “far passare la nottata”, in attesa che lo sgomento e l’indignazione dell’opinione pubblica lasci il passo alla inevitabile rassegnazione. Nella linea del depistaggio nei confronti dell’indignazione popolare montante, mentre si aprono inchieste contro ignoti, chi si sente in qualche modo minacciato dal venir coinvolto in qualche responsabilità, ricorre all’immancabile “non è questo il tempo delle polemiche, dobbiamo pensare ai nostri concittadini in estrema difficoltà”. E’ la leggerezza con cui si propongono, inoltre, false verità: “non si poteva prevedere….”, “non si potevano immaginare queste dimensioni…”, “non eravamo informati…”. Proclami recitati – da chi avrebbe dovuto garantire sicurezza alla popolazione – con una determinazione assoluta, dettata dal timore, forse sorretta da una totale incompetenza o da un’arrogante presunzione, quando si contano le perdite irrisarcibili e i danni incalcolabili. Allora è il tempo dell’“interverremo affinché queste cose non succedano più”, poi immancabilmente “la prevenzione come più importante opera pubblica per il Paese”. E’ la famosa prevenzione sempre del giorno-dopo, inaccettabile ossimoro. Vi è certo, in chi tali banalità propone, la piena consapevolezza della inconsistenza del messaggio. Fake news si potrebbero oggi chiamare, già quando vengono recitate, per l’appunto con offensiva leggerezza in quei giorni di sofferenza, sulle macerie fumanti. Giustificazioni e promesse, deboli perché già spese nei medesimi termini l’ultima volta, ma anche la penultima, e poi ancora tantissime altre volte indietro nel tempo, su macerie diverse ma in fondo tutte, per molti versi, uguali. Così è spiegato il senso del titolo di questo scritto che richiama il best seller di Milan Kundera. Nei contenuti non c’entra nulla se non per una pervicace incapacità del protagonista di quel romanzo di rinunciare alle proprie personali debolezze. Si vive sfuggendo alle responsabilità, con una leggerezza intollerabile, insostenibile per l’appunto. Di tutto questo il disastro di Niscemi, nella sua enorme, paurosa dimensione, non è che l’ultimo episodio di una serie infinita, per molti aspetti assolutamente ripetitivo nei comportamenti di chi detiene per debito d’ufficio, a tutti i livelli, ovvie responsabilità nell’aver omesso un intervento preventivo rispetto a quanto appena accaduto. Qui si tratta piuttosto di debolezze di sistema, del default delle specifiche competenze dello Stato che ogni Governo di turno incapace e/o disinteressato, ha preferito delegare, surrogare ma sempre al ribasso. La Pubblica Amministrazione da decenni sta scivolando su un inarrestabile piano inclinato, ridimensionata, privata di risorse e competenze interne delle quali non è stata compresa l’assoluta indispensabilità per programmare, pianificare ciò che scienza, conoscenza, sviluppo tecnologico, via via crescendo, hanno pur messo a disposizione per concreti interventi in prevenzione. E’ l’inconsistenza, la vacuità, la leggerezza del pensiero che non consente di soppesare la natura e dimensione di un problema che incide direttamente sulla tutela primaria della vita dei cittadini, sulla conservazione di quel poco o molto benessere che ogni comunità, famiglia ha saputo garantirsi. La disciplina, la cultura del prevenire non trova spazio nell’azione di governo di un Paese che non può ignorare la ricorrenza, le dimensioni e diffusione di eventi connessi a condizioni di rischio. Le promesse del fatidico giorno-dopo, tante volte, ogni volta ripetute, testimoniano tale consapevolezza, così, quando le promesse restano tali, la mancanza perdurante di prevenzione assume un profilo colposo quindi sanzionabile. A Niscemi, si sapeva cosa poteva accadere anche perché una trentina di anni fa per ultimo, ma ripetutamente ancor prima, era già successo nella sua paurosa dimensione. La franosità è un fenomeno diffusissimo, endemico del Paese. Più in generale è ben noto come la penisola sia esposta a ricorrenti, multiformi, intensi fenomeni naturali; vaste e numerose aree sono caratterizzate da un’elevata pericolosità a cui si associa una elevatissima vulnerabilità, potremmo dire ereditata, che riguarda il costruito più antico, anche prezioso e quindi da difendere al contempo, da tutelare per le sue irrinunciabili caratteristiche storico-culturali. Nella contemporaneità, decenni di pessima gestione del territorio hanno poi creato ovunque nuove vulnerabilità, soprattutto in aree metropolitane ad alta densità abitativa. Insomma, l’Italia è un Paese ad alto rischio, soprattutto nel meridione e lungo la catena appenninica. “Sotto i cieli più puri, i terreni più infidi” scriveva sul finire del ‘700 Goethe al ritorno da un viaggio in Italia durato quasi due anni, percorrendo la penisola intera. Ad ispirargli quel verso fu la visita alla solfatara di Pozzuoli, ma poi proseguì fino in Sicilia e giunse a Catania dove meno di un secolo prima, nel 1693, un fortissimo terremoto aveva distrutto la città alle falde dell’Etna provocando 40mila vittime, i due terzi della popolazione. Un secolo dopo il meridionalista Giustino Fortunato avrebbe definito la Calabria “sfasciume geologico pendulo fra due mari” afflitta dalla instabilità idrogeologica dei suoi versanti e anch’essa esposta a devastanti terremoti. Due citazioni, queste, tra infinite altre denunce, lungo la lunghissima ben documentata storia dei disastri di questo Paese. Ora, Niscemi rispecchia in pieno la penosa insufficienza nell’esercizio del prevenire. Nessuna possibilità di difendere comportamenti irresponsabili rispetto ad un fenomeno ben noto, fino a ricomprendere una vasta vulnerabile area urbana letteralmente appesa su quella frana. Un‘inaccettabile scommessa quindi sul verificarsi di un evento che ne avrebbe accelerato la dinamica con conseguenze anche ben peggiori di quanto ora accaduto. Piogge intense, perduranti, concentrate hanno infatti innescato la mobilitazione del precipizio, il suo distacco. Tutto questo poteva essere trattato all’interno di uno scenario evolutivo della situazione. E avrebbe consentito di operare in prevenzione per la riduzione di un rischio incombente. Operazione certamente molto complessa, molto costosa e non solo in termini economici ma anche sotto il profilo socio-economico. L’indignazione ha sommerso la cronaca di quei giorni. La Procura ha aperto l’inchiesta dichiarandosi certa che esistono precise responsabilità e che procederà con rigore assoluto (2). Giustissimo: comportamenti omissivi, colposi o addirittura dolosi vanno perseguiti con estrema severità, così come è necessario far emergere i livelli di responsabilità personali che una scrupolosa indagine potrà mettere in luce. Ma sul terreno invece delle responsabilità del sistema di governo del Paese? Sulla mancanza di un consistente impegno per la salvaguardia dei cittadini lasciati inermi difronte alla fragilità del contesto nel quale vivono? A chi va presentato il conto delle enormi omissioni incidenti su una così grave situazione? Solo sul piano extragiudiziale dell’informazione trova spazio qualche anche dura recriminazione sulla prevenzione che non c’è, sull’assenza di attenzione per il multiforme rischio incombente, come per la mancanza di ammodernamento e manutenzione di opere pubbliche, o per la salvaguardia del territorio urbanizzato. Ma dura esattamente quanto impiegherà la cronaca a trovare altre scandalose vicende, magari di tutt’altra natura, sulle quali attirare la pubblica attenzione, altre diverse ragioni di sdegno e indignazione delle quali c’è certamente grande abbondanza. Fino al prossimo disastro dove quel mistificatorio rosario tornerà ad essere ipocritamente recitato, senza bisogno di cambiarne una virgola. Al comune di Niscemi era stato assegnato un finanziamento di 100 milioni di euro per intervenire. Risorse mai impiegate, lasciate in un cassetto mai aperto (3). Notizia incredibile alla quale l’informazione ha dato grande rilievo, l’opinione pubblica si è scandalizzata e la politica tutta si espressa con sdegno o sorpresa, secondo i diversi posizionamenti. Ecco, soprattutto su questo, la politica, ma anche l’informazione in gran parte, ha mostrato tracce di comportamenti ispirati dall’ipocrisia. La frana che si muove, i soldi chiusi in un cassetto, la prevenzione sempre negata. Davvero non si riesce a immaginare perché quei soldi non sono stati spesi? Non è, al contrario, difficile immaginare che adoperarli significava imporre alla popolazioni interessate, in un tempo lungo di una fragile pseudo quiete, un’alterazione di una condizione quasi di comfort zone a cui difficilmente si vuole rinunciare, perché agita lo spettro di delocalizzazioni, di perdita di certezze di vita (la casa, la scuola, il lavoro…) rispetto ad una minaccia certo incombente ma in quel momento impalpabile, che evoca futuri scenari indefiniti inquietanti, insomma costrizioni certe.             A far emergere le inaccettabili stranote ragioni di tutto questo ancora una volta una citazione lontana nel tempo. Ventisei anni fa un personaggio molto importante scrisse un breve articolo pubblicato sulla rivista periodica “The world in 2000”. Il titolo “Elogio della prevenzione” non lascia margini ad interpretazioni sull’argomento che si voleva affrontare.  L’articolo portava la firma di Kofi Annan, settimo Segretario Generale dell’ONU. Questo il passaggio più significativo rispetto alle questioni qui affrontate: L’articolo tratta soprattutto il rischio di un conflitto tra le nazioni; la Pace, in quei tempi felici, aveva nell’ONU un vigile efficace presidio, ma l’elogio della prevenzione toccava anche criticità di altra natura. Rispetto ai rischi di origine naturale, la formulazione qui riportata è assolutamente calzante. Sembra davvero scontato ciò che con garbo Annan dice in efficacissime quattro righe: la colpa è della politica e dei Governi che pro tempore la incarnano. Nel Paese si è manifestata per un tempo lunghissimo, in modo trasversale nel succedersi dei governi, ma senza dubbio alcuni hanno fatto peggio di altri. La prevenzione è assai impopolare nei corridoi del Potere che, a ben vedere, ha come obiettivo assoluto quello della conquista e conservazione del consenso. Si è mai visto, a qualunque livello, un programma elettorale che proponga un consistente, efficace intervento di riduzione del rischio? Si è mai visto un senatore deputato consigliere spendere il proprio mandato su un tema così poco attrattivo, affatto redditizio politicamente? Si è mai vista la predisposizione di un realistico concreto piano di riduzione delle dimensioni di uno dei tanti rischi, che si muova necessariamente nella individuazione di priorità e nella certezza della “continuità dell’azione” a prescindere dal succedersi dei governi?  Mai nulla di tutto questo. La prevenzione è un investimento per un Paese: si spende meno affinché i danni e le perdite siano contenute attraverso un intervento preventivo piuttosto che in esorbitanti ricostruzioni. Incalcolabile è infine il saldo in vite umane. Ma questo incontrovertibile assunto evidentemente non basta per pretendere attenzione. Fare prevenzione, dovrebbe veramente essere la più importante opera pubblica per il Paese. Ma inevitabilmente significa regolare comportamenti, colpire abusi (sul territorio), investire massicciamente sull’ affinché non accada. Mettere in sicurezza (relativa: il 100%, pur evocato da sprovveduti, attesta solo una solida incompetenza) prelude ad interventi radicali. Non ci sono inaugurazioni, nastri da tagliare per ponti spregiudicati a cui sperare magari di dare il proprio nome a memoria imperitura. Fare prevenzione significa rispettare le rigide esigenze della gestione e manutenzione. Significa quindi anche la tutela dei lavoratori e degli utenti. Insomma, la prevenzione merita l’elogio ma costa molto e non solo in termini economici. Ancora una citazione ci ricorda la fatica alla quale ci si dovrebbe rassegnare per garantirla. Per chi promettesse “sudore, lacrime e sangue” oggi si profilerebbe un disastro annunciato. Solo uno statista riuscì a trovare consenso con quella promessa, ma allora la posta in gioco faceva più paura di un terremoto che verrà ma non si sa quando. O di una frana che prima o poi si muoverà, ma di quanto? Bene, si può pensare di aver trovato il colpevole. Ma non basta, bisogna cercare di capire come si è potuti arrivare, attraverso fatti e comportamenti, ad un così grave e profondo livello di sine cura. Insomma, bisogna ricordare, storicizzare cose del passato più o meno recente. E non per riaprire polemiche, ma piuttosto per non ripetere errori, per prender coscienza della impossibilità di continuare ad infilare la testa sotto la sabbia rispetto ad un problema che non lascia scampo, che concede al massimo una tregua della quale non si conosce la durata. Dissesti alluvioni frane terremoti ed eruzioni torneranno a colpire, soprattutto dove hanno già nel passato hanno colpito, trovando probabilmente oggi contesti anche più vulnerabili. Tutto questo non rappresenta una previsione, piuttosto una certezza che come unica incognita ha il procedere del tempo, il “quando” il disastro tornerà. Il resto il “dove” accadrà, il “cosa” provocherà è sufficientemente ipotizzabile, insomma lo è abbastanza per intervenire non per scongiurare danni e perdite “inevitabili”, ma solo per ricondurle ad un livello che consenta di definirle “accettabili”.  E’ forse un termine vago quest’ultimo?  Non così tanto come si potrebbe pensare. In fondo è accettabile quel prezzo che comunque si deve pagare, che trovi cioè una dimensione nel momento in cui tutto quanto si poteva fare è stato fatto. E ovviamente ci si riferisce al fare per prevenire. E da questo il Paese è lontanissimo, e quanto appena accaduto ancora quest’ultima volta a Niscemi, è davvero purtroppo inaccettabile. Michele Serra in un articolo apparso sulla Repubblica dopo il disastro ha argutamente proposto che a vergognose incertezze, macroscopiche inconsapevolezze e faticose fughe dalle responsabilità, si dia una risposta istituendo un “Ministero del Senno di Poi” (4) per affrontare finalmente con competenza il cosa fare per garantire almeno un po’ di sicurezza. Come non essere d’accordo? In tutta evidenza emerge la mancanza di un punto di riferimento nello Stato nel quale riconoscere la competenza per affrontare un tema tanto complesso, per garantire supporto all’azione di governo, riappropriandosi di livelli di responsabilità non delegabili. Affinché non vi sia la possibilità di commettere nuovi errori, si consiglia di partire da una approfondita anamnesi, insomma la valutazione degli errori e delle omissioni in un passato quanto basta lungo per accertare le cause che hanno determinato l’inaccettabile condizioni del paziente: il disastroso stato dell’arte e delle cose. (*) Roberto De Marco – Geologo – già direttore del servizio sismico nazionale della presidenza del consiglio dei ministri del dipartimento dei servizi tecnici dello stato (soppresso), già componente del consiglio direttivo dell’agenzia nazionale di protezione civile (soppressa) 21 marzo 2026 Per osservazioni e precisazioni scrivere a: laboratoriocarteinregola@gmail.com (immagine dal sito di ISPRA) NOTE (a cura d Carteinregola) (1) A partire dal 18 gennaio 2026, un’intensa ondata di maltempo investe il Sud Italia provocando ingenti danni in Calabria, Sicilia e Sardegna. Il 25 gennaio a Niscemi, in provincia di Caltanissetta, si verifica una frana di grandi dimensioni a ridosso della parte sud del centro abitato, comportando la delimitazione di una zona rossa e l’immediata evacuazione della popolazione residente nell’area. (2) TGCOM 6 Feb 2026 Frana Niscemi, cinque gli interrogativi della procura ai consulenti Intanto, va avanti l’acquisizione di documentazione, iniziata lo stesso giorno in cui è stato aperto il fascicolo d’inchiesta (3) LA REPUBBLICA PALERMO 28 GENNAIO 2026 La frana di Niscemi, trent’anni di progetti a vuoto: mai spesi i 25 milioni stanziati di Gioacchino Amato L’emergenza è iniziata nel 1997, nel 2006 l’area viene dichiarata ad alto rischio, ma i finanziamenti sono rimasti nel cassetto (4) La Repubblica Il Ministero del senno di poi L’amaca di Michele Serra del 26 febbraio 2026
March 21, 2026
carteinregola
Navi da crociera a Fiumicino insostenibili secondo Fodor’s Travel
Nella “No Travel List” 2026, la lista dei viaggi da evitare, della Fodor’s Travel, autorevole guida statunitense del turismo mondiale, c’è anche il progetto del Porto turistico crocieristico di Fiumicino Isola Sacra. L’inserimento è del novembre scorso, ma è stato segnalato qualche giorno fa dal sito Piratinviaggio, che riporta la premessa della redazione della guida: “l’obiettivo della lista non è promuovere boicottaggi, ma accendere i riflettori su territori in cui l’aumento dei flussi turistici rischia di mettere sotto pressione ecosistemi e comunità locali, invitando i viaggiatori a una pianificazione più consapevole”. Pubblichiamo la traduzione del capitolo dedicato a Fiumicino (traduzione a cura di Maria Laura Liberati) > Vai all’articolo Fodor’s No List 2026 Fodor’s Editors | November 19, 2025 Isola Sacra DOVE: Italia Le popolari destinazioni turistiche europee, tra cui Venezia e Santorini, stanno dimostrando gli impatti devastanti di un’industria crocieristica fuori controllo. Eppure, le autorità italiane hanno dato il via libera a un progetto in una piccola comunità vicino a Roma per un nuovo porto, dove attraccheranno alcune delle più grandi navi da crociera del mondo. I piani hanno suscitato l’ira di residenti e degli ambientalisti. Isola Sacra è una tranquilla località costiera del Comune di Fiumicino, a soli 30 km da Roma. Il porto previsto, noto come Fiumicino Waterfront, è una joint venture tra il gigante delle crociere Royal Caribbean e il fondo d’investimento britannico Icon Infrastructures. Il progetto includerà posti barca per circa 1.000 piccole imbarcazioni e un molo per mega-navi da crociera: oltre 70 metri di altezza, più di 350 metri di lunghezza e fino a 6.000 passeggeri. Le autorità sostengono che il progetto porterà un boom occupazionale e consentirà all’area di realizzare il proprio potenziale turistico. Ma diverse associazioni locali e nazionali sono in disaccordo: combattono contro questi piani di sviluppo dal 2010. I residenti di lunga data di Isola Sacra hanno fondato Tavoli del Porto, un comitato che lavora per salvaguardare la zona. “Solo insieme possiamo fermare questi progetti che minacciano di distruggere un delicato ecosistema di dune, zone umide, terreni agricoli, vegetazione unica e specie animali terrestri e marine”, hanno dichiarato gli attivisti alla stampa locale in vista di una protesta prevista per novembre (2025). Il Comune afferma che il progetto include misure per la tutela della biodiversità marina e rispetta le normative previste per i siti della rete Natura 2000, che protegge le specie e gli habitat più preziosi e minacciati d’Europa. Ma gli oppositori sostengono che manchi trasparenza sulle promesse ambientali. Uno dei documenti chiave non ancora completati è la Valutazione di Impatto Ambientale [in seguito alla conclusione dell’iter VIA è stato poi inserito un aggiornamento in calce all’articolo NDR ]. Il partito politico nazionale Movimento 5 Stelle (M5S), uno dei più importanti partiti populisti del Paese e promotore di politiche verdi, ha chiesto “una revisione indipendente del progetto alla luce degli obiettivi europei di sostenibilità e giustizia ambientale”. Una delle principali preoccupazioni riguarda il fondale marino di Fiumicino, che è poco profondo. Sarebbe necessario estrarre oltre 3 milioni di metri cubi di sabbia per creare un canale profondo che permetta l’accesso alle navi. Il Comune ha proposto di trasferire 1,6 milioni di tonnellate della sabbia estratta sulla vicina costa di Fregene per contrastare l’erosione. Tuttavia, gli esperti hanno avvertito che ciò avrà scarsi effetti a lungo termine, poiché le nuove infrastrutture portuali peggioreranno l’erosione costiera alterando il naturale flusso d’acqua alla foce del fiume Tevere. Anna Longo, presidente di Italia Nostra Litorale Romano, la sezione locale dell’organizzazione non-profit Italia Nostra, nota che il dragaggio del fondale dovrà essere ripetuto in futuro, ma non potrà più essere utilizzato per ripristinare la costa di Fregene, perché la sabbia estratta sarà ormai inquinata dall’attività portuale. Gli scienziati ambientali di Scienza Radicata evidenziano questo problema nelle loro osservazioni ufficiali sul progetto. A soli 300 metri dall’area di progetto del porto si trova un’area naturale protetta. Gli esperti ambientali affermano che la flora e la fauna del sito verrebbero devastate. Ampie porzioni della costa verrebbero inoltre ricoperte di cemento. “L’uso di strategie di sostenibilità non eliminerebbe mai l’impatto di un progetto di questa portata su un ambiente delicato come quello del litorale di Fiumicino”, afferma Longo. “Lo scenario che si prospetta appare apocalittico: la costa sarà stravolta da moli e banchine, hotel e nuovi edifici commerciali.” Sebbene il Comune abbia assicurato che il progetto del porto riqualificherà l’area, gli attivisti affermano che le strutture storiche lungo la spiaggia sono a rischio, inclusi i Bilancioni, tradizionali manufatti da pesca su palafitte. “Per noi [la costa] è un luogo che conserva ancora la sua magia”, ha dichiarato alla stampa italiana Barbara Bonanni, residente e consigliera comunale di Fiumicino. “E forse non solo per noi, visto che [gli artisti italiani] Tiromancino, Ultimo e Calcutta sono venuti qui a girare un video, e molti registi l’hanno scelta come set.” Gli attivisti sottolineano anche i disagi che deriverebbero dall’arrivo di migliaia di passeggeri delle navi da crociera, che si riverserebbero nella cittadina per poi proseguire verso Roma, una città che già fatica a gestire oltre 35 milioni di turisti all’anno. Gli esperti affermano che l’attuale rete stradale non potrebbe sostenere un tale volume di traffico e che l’inquinamento atmosferico aumenterebbe, aggravato dai centinaia di lavoratori del porto che percorrerebbero lo stesso tragitto. L’area è già congestionata dal traffico diretto al vicino aeroporto di Fiumicino. Inoltre, un nuovo porto commerciale pubblico per la flotta peschereccia di Fiumicino, dove attraccheranno anche navi da crociera, è in fase di progettazione a pochi chilometri a nord, alla foce del Canale di Fiumicino, e influenzerà ulteriormente la costa. I lavori per questo porto sono iniziati nel 2024 e dovrebbero concludersi nel dicembre 2026. Aggiunge Longo: “La necessità di un ulteriore porto crocieristico a pochi chilometri dal primo, in un’area priva di strade dedicate e inaccessibile alla ferrovia, è incomprensibile.” Aggiornamento: 19 novembre 2025, ore 9:37 PDT: Nonostante numerose obiezioni autorevoli (tra cui quelle dell’Autorità Antitrust), la procedura di Valutazione di Impatto Ambientale si è conclusa con il decreto MASE 0000676 dell’11 novembre 2025, con parere favorevole. Tuttavia, il decreto prescrive una serie di prescrizioni ambientali, il cui rispetto verrà verificato successivamente dal MASE. Vaia Porto turistico crocieristico di Fiumicino: cronologia e materiali vedi anche: Pirati in Viaggio 13 marzo 2026 No-Travel-List 2026 le mete da scegliere con cura (o da rimandare!) Fiumincino News 13 marzo 2026 Fiumicino finisce nella “No list”: il caso del porto crocieristico approda oltreoceano Il sito d’informazione turistica Fodor’s ha raccolto la preoccupazione di quanti temono l’arrivo di navi da crociera a Fiumicino Isola Sacra nella “No List 2026” di Fodor’s Travel: il progetto del porto crocieristico finisce sotto i riflettori internazionaliLa località di Isola Sacra citata tra le mete dove il turismo rischia di diventare insostenibile. Nel focus della guida il possibile impatto ambientale del nuovo hub per mega-crociere previsto a Fiumicino. Roma Today 16 marzo 2026 Fiumicino finisce nella “No list”: il caso del porto crocieristico approda oltreoceano 21 marzo 2026 Per osservazionie precisazioni scrivere a: laboratoriocarteinregola@gmail.com
March 21, 2026
carteinregola
CASE MORTE
MERCOLEDì 25 MARZO 2026 Forte Infoshop & Sala da The inTHErferenze dalle ore 19:30: "CASE MORTE" di Miguel Otero Da Silva (Argolibri 2025) Presentazione del romanzo insieme a Geraldina Colotti (che ne ha curato la traduzione) con un approfondimento sulla situazione in Venezuela e a Cuba
Come Israele sta erodendo la vita dei palestinesi in Cisgiordania
I coloni appendono bandiere e striscioni israeliani nel quartiere Masoudiya vicino alla città di Sebastia, a nord di Nablus, il 13 febbraio 2026. (Foto di Mohammed Nasser/APA Images) La violenza israeliana in Cisgiordania non è drammatica come quella a Gaza, ma è metodica, duratura e talvolta più difficile da comprendere. Ecco come Israele sta usando il terrorismo dei coloni, le politiche finanziarie e le tattiche legali per soffocare la vita palestinese. Di Abdaljawad Omar  13 febbraio 2026  2 Oggi, in Cisgiordania si sta sviluppando una trasformazione silenziosa. Non si tratta della stessa forma di violenza spettacolare che un tempo dominava il ciclo delle notizie globali a Gaza, ma è più metodica e duratura — e più difficile da interrompere. Si svolge in tre processi apparentemente slegati: guerra finanziaria contro la vita economica palestinese, terrorismo dei coloni sostenuto dallo Stato e la legalizzazione dell'annessione. Ciò che lega questi processi non è semplicemente il fatto che avvengano nello stesso territorio e nello stesso momento, ma la loro architettura condivisa: fanno parte di un regime di compressione che non distrugge apertamente la vita palestinese, ma la limita sistematicamente. Ogni meccanismo opera attraverso un registro diverso — uno attraverso la liquidità, uno attraverso la violenza, uno attraverso la legge — ma tutti convergono verso lo stesso obiettivo: restringere il campo d’azione e far continuare la vita ai palestinesi. Tutto questo avviene sotto traccia, mentre il mondo sembra allontanarsi dalla Palestina. I movimenti globali erano stati, dopotutto, mobilitati  dall'orrore dei massacri quotidiani, anche se tutto in Cisgiordania appare immutabile almeno in superficie. Il passaggio quotidiano attraverso i checkpoint si è trasformato in un rituale rigido. Oltre 42.000 rifugiati palestinesi dai campi di Jenin e Tulkarem rimangono sfollati, vivendo una tensione sospesa che si rifiuta di essere risolta. Man mano che i massacri a Gaza cambiano forma e perdono la loro forza più spettacolare, i movimenti di  protesta vacillano e la solidarietà rivela la sua dipendenza dal sangue e dalle catastrofi. Quando l'horror diventa meno “televisivo”, l'attenzione si disperde — un crudo riflesso dello stato dell'economia dell'attenzione globale. Questo continuo scompiglio ha fatto più che esaurire l'attenzione: sta gettando le basi per altre violenze che si svolgeranno in Cisgiordania senza essere notate. È così che il regime di compressione israeliano continua a erodere le condizioni per l'esistenza palestinese. Blocchi finanziari La Cisgiordania sta affrontando una grave crisi bancaria e di liquidità innescata dai limiti imposti da lungo tempo da Israele sui cambi di valuta ai sensi del Protocollo di Parigi del 1994. Per quasi trent’anni, Israele ha fissato informalmente un tetto annuale alla conversione di shekel dalle banche palestinesi a 18 miliardi di NIS, una cifra che non ha tenuto il passo con la crescita economica palestinese. Il risultato è che le banche palestinesi hanno accumulato enormi eccedenze di shekel israeliani che non sono in grado di convertire in valute estere come dollari statunitensi o dinari giordani. Nel maggio 2024, l'Autorità Monetaria Palestinese ha imposto alle banche di smettere di accettare ulteriori shekel, scatenando disagi diffusi: i cittadini faticano a versare assegni, le imprese non riescono a depositare i ricavi e alcuni residenti sono finiti in scoperto bancario.. La carenza di valuta convertibile ha anche alimentato un mercato nero in cui gli shekel vengono scambiati a tassi significativamente inferiori a quello  ufficiale. La crisi è stata aggravata dal ridotto accesso dei lavoratori palestinesi in Israele dall'ottobre 2023, che ha ridotto drasticamente il flusso di salari che un tempo garantiva una fonte costante di valuta estera. Negli ultimi mesi, il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha adottato ulteriori misure che i palestinesi vedono come tentativi di indebolire ulteriormente il coordinamento economico: si è opposto all'aumento del tetto di conversione degli shekel e ha ordinato la cancellazione di una garanzia bancaria del governo israeliano (una sorta di lettera di "indennizzo") che protegge le banche israeliane quando collaborano con istituzioni bancarie palestinesi. Sebbene questa revoca non sia ancora formalmente esecutiva, riflette un più ampio mutamento della politica israeliana volto a limitare la cooperazione finanziaria con l'Autorità Palestinese e a creare le condizioni per una crisi strutturale del sistema bancario palestinese. Ciò che questa crisi bancaria indotta rivela non è un'anomalia, ma una logica di governo: il blocco come metodo. La minacciata revoca delle garanzie bancarie di corrispondenza non è stata una semplice manovra finanziaria; ha messo a nudo la morsa strutturale radicata nell'economia palestinese. Poiché le banche palestinesi dipendono dalle controparti israeliane per la compensazione degli shekel e per elaborare transazioni transfrontaliere, l'intero sistema monetario rimane mediato dall'esterno. Il rifiuto di assorbite l’eccedenza di shekel, il congelamento o il ritardo dei meccanismi di autorizzazione e la minaccia periodica di recidere i legami bancari garantiti formano, insieme, un regime di interruzione controllata. Come i checkpoint fisici, questo sistema ne stabilisce di finanziari. Il blocco agisce limitando la circolazione di valuta, liquidità e credito, fino a quando la vita economica non rallenta fino alla soglia dell'asfissia. Non si tratta di un crollo in senso drammatico, ma di qualcosa di più calcolato. I sistemi finanziari dipendono dalla fiducia: dall'aspettativa che i depositi siano sicuri, che la liquidità sia disponibile, che i canali corrispondenti rimangano aperti. Minacciando ripetutamente di revocare le garanzie e di interrompere i processi di autorizzazione, Israele inietta incertezza nel sistema circolatorio della finanza palestinese. Le banche continuano a operare, ma sotto costrizione permanente. I depositanti restano, ma con crescente ansia. L'Autorità Monetaria Palestinese rassicura, ma la rassicurazione stessa diventa parte del ciclo di gestione della crisi. Il blocco produce quindi precarietà cronica invece che un’implosione  immediata. Svuota le istituzioni dall'interno, erodendo la fiducia pur mantenendo la facciata di normalità. Come strategia coloniale di insediamento, il blocco precede la demolizione. Prepara il terreno. Il settore bancario palestinese — un tempo descritto come un pilastro di relativa stabilità — diventa il luogo in cui l'assenza di sovranità si fa sentire più acutamente. La capacità di limitare la circolazione trasforma la dipendenza economica in leva politica. Il blocco è il primo movimento di una sequenza volta a smantellare il mondo palestinese: non solo con una distruzione spettacolare, ma chiudendo silenziosamente i canali attraverso i quali quel mondo si autosostiene. Spinge i palestinesi — commercianti, mercanti, imprese e lavoratori — verso l'orlo del baratro, dove la vita economica si riduce alla mera sopravvivenza e il limite non è più un'eccezione, ma una condizione. Il terrore dei coloni Quelli che erano iniziati come i passi solitari di un colono che scendeva dalla fattoria di Nahal Adasha verso Khirbet al-Halawa si si sono trasformati in uno spettacolo coordinato di dominio in tutta Masafer Yatta, nella Cisgiordania meridionale. Dopo un alterco con i residenti, il colono ha chiamato rinforzi; ne sono arrivati a decine, alcuni armati, presto raggiunti dai soldati israeliani. Per ore, secondo testimoni oculari palestinesi, i coloni hanno picchiato i residenti, rubato decine di pecore, dato fuoco a proprietà e riserve di legna da ardere, frantumato finestre e spruzzato spray al peperoncino nelle case. Gli uomini sono stati trattenuti e costretti a sedersi a terra, donne e bambini aggrediti e ambulanze ostacolate. Nella vicina Khirbet al-Fakhit, un uomo di 48 anni è stato ricoverato con una frattura al cranio e un'emorragia cerebrale, mentre la madre anziana era ferita accanto a lui. Al calare della notte, il bestiame è stato spinto verso gli avamposti e gli insediamenti; la violenza si è estesa da un borgo all'altro in quello che i residenti hanno descritto come un raid pianificato. Per gran parte dell'episodio di sei ore, le forze israeliane erano presenti. Gli abitanti del villaggio raccontano di soldati che assistevano inerti al furto del bestiame e che, in certi momenti, limitavano i movimenti dei medici che cercavano di raggiungere i feriti. Due donne palestinesi sono state arrestate e successivamente rilasciate senza accuse. Ciò che i palestinesi hanno subito non è stata una semplice violenza di massa, ma una coreografia dell'impunità in cui l'architettura dell'occupazione — avamposti civili, coloni armati e soldati in divisa — è confluita per produrre espropriazione in tempo reale. Questa scena non è nuova. È la grammatica della vita nell'Area C, il 60% della Cisgiordania sotto il pieno controllo israeliano. In queste aree marginali, l'edilizia palestinese è ridotta al minimo e la permanenza è trattata come una provocazione. La vita segue ritmi stagionali: il raccolto delle olive, la cura delle greggi, il lento movimento attraverso le terre aperte. Questi non sono spazi vuoti. Sono geografie vissute, sostenute da vie di pascolo, sentieri pedonali e cure ereditarie. Eppure la loro apertura li rende vulnerabili. Sono esposti all'invasione e all'intimidazione coreografata, a un regime che interpreta la mobilità stessa come una pretesa. La violenza è multidirezionale. Il colono imita il palestinese e nello stesso tempo brucia la terra; Imita il pascolo mentre massacra il gregge; dà fuoco agli ulivi e sradica il suolo stesso da cui traggono la loro vita ostinata. L'attacco a Masafer Yatta non è stata una vicenda isolata. Episodi simili sono stati documentati in tutta la Cisgiordania con frequenza crescente da ottobre 2023: ad al-Tuwani, dove i coloni hanno impedito agli agricoltori l'accesso alle loro terre durante il raccolto delle olive; a Susiya, dove l'espansione degli avamposti ha allontanato le famiglie dalle aree di pascolo che utilizzavano da generazioni; a Jinba, dove la designazione militare di "zone di tiro" è stata usata come arma per facilitare lo sfollamento. Il modello è coerente: la violenza crea fatti sul terreno che le misure amministrative poi consolidano. Ma più di ogni altra cosa, il terrore dei coloni è pensato per confinare, demolire e rendere la vita invivibile — a comprimere l'esistenza in recinti sempre più stretti dove l’allontanamento inizia ad apparire l'unico orizzonte rimasto. Ciò che distingue il momento attuale non è l'invenzione di queste tattiche, ma la loro intensificazione e coordinazione. Il terrore dei coloni è sempre stato una caratteristica dell'occupazione, ma ora opera con un'audacia che implicherebbe  una sanzione ufficiale. I ministri israeliani celebrano apertamente gli attacchi. Le indagini della polizia sono superficiali o inesistenti. Il messaggio è chiaro: la presenza palestinese è provvisoria, soggetta a revoca tramite una combinazione di restrizioni legali e intimidazione fisica. Annessione e legalizzazione Ciò che si è svolto non è una drammatica dichiarazione di sovranità, ma qualcosa di molto più subdolo: un silenzioso inasprimento della morsa. Negli ultimi mesi, il governo israeliano ha promosso una serie di misure che fungono da strumenti di assorbimento territoriale. A gennaio, la Knesset ha approvato una legge che legalizza di fatto dozzine di avamposti coloniali costruiti su terreni privati palestinesi, garantendo loro retroattivamente uno  status ufficiale. La legge consente ai coloni di rivendicare la proprietà della terra che hanno occupato, spesso per anni, asserendo che la loro presenza fosse autorizzata, anche laddove tale autorizzazione non è mai esistita. I proprietari terrieri palestinesi hanno diritto teoricamente a un risarcimento, ma il meccanismo per ottenerlo è farraginoso, richiede di districarsi tra i tribunali israeliani e non offre alcuna garanzia di successo. Contemporaneamente, il governo ha adottato misure per allentare le restrizioni sull'espansione degli insediamenti. Le commissioni di pianificazione che un tempo richiedevano il coordinamento con l'Amministrazione Civile — l'organo militare israeliano che governa l'Area C — possono ora approvare la costruzione più rapidamente. I processi di revisione ambientale sono stati semplificati. Le valutazioni archeologiche, che in precedenza ritardavano alcuni progetti, sono ora accelerate o revocate. L'effetto cumulativo è la rimozione dell'attrito burocratico che, a tratti, aveva rallentato la crescita degli insediamenti. Ciò che un tempo era incrementale diventa ora accelerato. Queste misure sono presentate come aggiustamenti amministrativi, ma funzionano come strumenti di assorbimento territoriale. L'annessione qui non è dichiarata; viene sedimentata — strato dopo strato, permesso dopo permesso, registro dopo registro. Aprendo i registri fondiari e smantellando le tutele, lo stato trasforma il panorama in un mercato in cui potere, capitale e coercizione convergono. La violenza è burocratica, il suo linguaggio tecnico, ma il suo effetto inequivocabilmente politico: la costante cancellazione della presenza spaziale palestinese a favore di una rivendicazione sovrana che avanza senza mai nominarsi. Queste misure svuotano anche ciò che resta dell'autonomia amministrativa palestinese. Il quadro di Oslo — già frammentato e diseguale — si basava sulla finzione di un’autorità delegata in aree designate della Cisgiordania, le cosiddette Aree A e B. Ora, anche quella finzione viene metodicamente smantellata. Estendendo i poteri di controllo israeliani in ambiti un tempo gestiti dalle istituzioni palestinesi — pianificazione, regolamentazione ambientale, patrimonio culturale — l'architettura di un autogoverno limitato crolla su se stessa. L'Autorità Palestinese non viene affrontata in una rottura aperta, ma scavalcata, resa irrilevante e silenziosamente spostata da un regime di diretta supervisione. Quella che sembra essere una riforma della governance è, in realtà, la riconfigurazione della sovranità sul campo. La gravità di questi passi non risiede solo nel loro impatto immediato, ma anche nella loro ambizione temporale. Non si tratta di politica come reazione, ma di politica come permanenza. Essa cerca di precludere il futuro rimodellando il presente — inserendo il controllo israeliano così profondamente nel tessuto legale e amministrativo del territorio da rendere inimmaginabile qualsiasi inversione di rotta. I sostenitori occidentali di Israele possono emettere condanne, ma la macchina del consolidamento procede con calma procedurale. Ogni aggiustamento normativo, ogni approvazione urbanistica, ogni registrazione fondiaria trasforma gradualmente lo status quo in qualcosa che il diritto internazionale non ha più il vocabolario per contestare. La logica della compressione Il blocco limita la circolazione economica. Il terrore rende lo spazio fisico pericoloso e incerto. La legge preclude il ricorso legale e l'autonomia amministrativa. La crisi bancaria significa che anche chi possiede  capitali non può accedervi in modo affidabile. La violenza dei coloni significa che anche chi possiede la terra non può lavorarla in sicurezza. L'annessione legale significa che anche chi possiede titoli di proprietà non può difenderli. Insieme, questi fattori, producono una condizione in cui la protezione rimane indietro e l'esposizione diventa ordinaria. L'obiettivo qui non è ancora l’eliminazione della popolazione palestinese—un tale progetto attirerebbe la condanna internazionale ed una resistenza organizzata—ma la sua gestione sulla soglia della sostenibilità. I palestinesi rimangono, ma la loro capacità di riproduzione sociale, economica e politica autonoma continua a diminuire. Le imprese operano, ma in condizioni che ne impediscono l'espansione. Gli agricoltori coltivano, ma su lotti sempre più piccoli. Le istituzioni funzionano, ma senza le risorse o l'autorità per servire efficacemente le proprie  popolazioni. La vita continua, ma in corridoi sempre più ristretti. Ciò che rende questo regime particolarmente efficace è la sua diffusione delle responsabilità. Nessun singolo attore ne porta l'esclusiva responsabilità. La banca corrispondente cita la conformità normativa. Il colono sostiene legittima difesa o diritto biblico. La commissione edilizia si appella ai regolamenti urbanistici. Il soldato esegue gli ordini. Ogni decisione è difendibile all'interno del proprio dominio, giustificata da precedenti, necessità o pressione esterna. Eppure il modello, invisibile a livello di azioni individuali, diventa leggibile nel suo insieme. Ciò che appare come attrito amministrativo, imperativo di sicurezza o rischio di mercato si rivela, col tempo, come una costrizione organizzata. La realtà esperienziale per chi è sottoposto a questo regime è quella dell'adattamento cronico. Il commerciante di Ramallah che un tempo pianificava a cinque anni, ora fa i calcoli su base trimestrale, incerto se la sua banca onorerà i prelievi o se nuove restrizioni spezzeranno la sua catena di approvvigionamento. Il pastore di Masafer Yatta, che un tempo pascolava sulle colline che la sua famiglia lavora da generazioni, ora confina il suo gregge nelle valli visibili dal villaggio, i suoi figli imparano la cautela prima di acquisire fiducia. Il pianificatore municipale di Bethlehem, che un tempo progettava ampliamenti, ora passa il tempo a districarsi tra dinieghi di permessi e a negoziare ordini di demolizione; la sua formazione professionale è ridotta alla gestione delle crisi. Il tempo diventa reattivo invece che progettuale. La pianificazione si estende solo fino al permesso successivo. Questa logica non è esclusiva della Cisgiordania. In diverse aree geografiche, incontriamo schemi simili: il ridimensionamento dei diritti, la riduzione dei beni pubblici, il restringimento delle possibilità politiche, la normalizzazione dell'emergenza come struttura. A Gaza, il blocco ha operato per quasi due decenni come un laboratorio di diminuzione controllata, mantenendo una popolazione appena sopra la soglia della catastrofe umanitaria impedendo al contempo lo sviluppo economico o l'autonomia politica. E con la distruzione di Gaza, la vita viene ridotta in spazi ancora più angusti e apporti calorici gestiti. La politica dello shock e l'attrito burocratico non sono opposti; sono tempi complementari all'interno di un unico ordine. Lo spettacolo destabilizza la percezione, annunciando trasformazione e rottura, mentre le misure amministrative ricalibrano silenziosamente ciò che è vivibile. Il blitz esecutivo dell'amministrazione Trump — ordini emessi in rapida successione, politiche revocate e reintegrate, norme violate e difese nello stesso tempo — genera disorientamento. L'attenzione si disperde. Quello che ieri sembrava assurdo diventa lo sfondo di oggi. Nel frattempo, il lavoro meno visibile procede: regolamenti riscritti, tribunali riformati, discrezionalità nell'applicazione della legge ampliata. Lo spettacolare e il procedurale collaborano: l’uno esaurisce la capacità di indignazione, l'altro inserisce vincoli nell'architettura istituzionale. Ciò che si sta costruendo, quindi, non è una crisi temporanea, ma una condizione duratura. Il blocco bancario in Cisgiordania non è pensato per essere risolto, ma gestito. La violenza dei coloni non è un’aberrazione da correggere, ma da calibrare. L'annessione legale non è una deviazione dalle norme internazionali, ma in parte è la nuova normalità. La domanda non è se questi processi si intensificheranno—si stanno già intensificando—ma se chi li subisce riconoscerà il modello in tempo per interromperlo, se l'attenzione globale potrà essere sostenuta in assenza di violenza spettacolare, se la solidarietà potrà attaccarsi al lento macinio della compressione con la stessa ferocia con cui un tempo rispondeva allo shock improvviso di un massacro. Per ora, la logica della compressione procede con la sicurezza di un progetto che ha calcolato i limiti della resistenza. Scommette che le popolazioni mantenute sotto la soglia di rottura si adatteranno invece di ribellarsi, si esauriranno nel tentativo di barcamenarsi invece di organizzarsi per la trasformazione. Se questa scommessa reggerà non dipende dall'ingegnosità dei meccanismi — quelli sono già operativi — ma dalla capacità di chi vi è sottoposto di rifiutarne i termini, di trovare proprio nella condizione di compressione le basi per un rifiuto collettivo. Abdaljawad Omar Abdaljawad Omar è scrittore e Professore Associato presso l'Università di Birzeit, Palestina. Seguitelo su X @HHamayel2. How Israel is eroding life for Palestinians in the West Bank – Mondoweiss Traduzione a cura di Associazione di Amicizia-Italo Palestinese Onlus, Firenze