Perché Vannacci non è il problema principale

Comune-info - Tuesday, June 16, 2026
Disegno di Gianluca Foglia Fogliazza (che ringraziamo)

Ogni volta che Roberto Vannacci parla, il dibattito pubblico si accende. Accade quando nega l’esistenza del femminicidio, quando attacca i diritti delle minoranze, quando trasforma differenze e fragilità in bersagli polemici. Ci indigniamo, discutiamo, replichiamo. Poi attendiamo la provocazione successiva. Ma forse stiamo guardando dalla parte sbagliata. La domanda più importante non è cosa pensa Vannacci: le sue idee sono note e, per molti aspetti, coerenti con una certa cultura che attraversa le destre contemporanee. La domanda davvero che forse ci dobbiamo porre, è un’altra: perché queste parole trovano ascolto? Perché occupano così tanto spazio? Perché riescono a intercettare una rabbia diffusa?

Per provare a rispondere può essere utile tornare a una categoria elaborata da Antonio Gramsci: la “rivoluzione passiva”. Con questa espressione Gramsci descriveva quei processi storici nei quali le classi dominanti, invece di essere travolte dal malcontento popolare, riescono ad assorbirlo, a deviarlo, a trasformarlo in uno strumento di conservazione. Accolgono una parte delle domande che emergono dalla società, ma lo fanno in modo da lasciare intatti i rapporti di potere esistenti. Se osserviamo molte delle retoriche che attraversano le destre contemporanee, il meccanismo appare sorprendentemente attuale.

Esiste una rabbia sociale reale. Esiste la precarietà. Esiste la difficoltà di arrivare a fine mese. Esiste il progressivo impoverimento di ampi settori della popolazione. Esiste la percezione di un futuro più incerto per i propri figli. Esiste la sensazione che la politica non riesca più a incidere sui grandi processi economici. Tutto questo è reale. Ma invece di interrogarsi sulle cause strutturali del disagio – l’aumento delle disuguaglianze, la concentrazione della ricchezza, la precarizzazione del lavoro, l’indebolimento dei servizi pubblici… – il discorso pubblico viene continuamente spostato altrove. I problemi diventano i migranti, le persone LGBT, il femminismo, il politicamente corretto, l’antifascismo, i diritti civili…

Non si nega il disagio. Lo si reindirizza.

La rabbia viene riconosciuta ma privata del suo oggetto reale. È qui che figure come Vannacci svolgono una funzione politica importante: contribuiscono a trasformare la sofferenza in una guerra culturale permanente. Una guerra che mobilita emozioni forti e costruisce identità contrapposte, senza mai mettere davvero in discussione gli equilibri economici che alimentano quella stessa sofferenza. Per questo sarebbe un errore considerare Vannacci un semplice fenomeno folkloristico. Il problema non è l’eccesso verbale. Il problema è ciò che quell’eccesso riesce a nascondere.

Questo meccanismo oggi trova un alleato formidabile nell’architettura dei media e degli algoritmi social. Le piattaforme digitali non sono spazi neutri: sono costruite per massimizzare il tempo che vi trascorriamo, e sanno che nulla ci trattiene più a lungo della rabbia.

La provocazione non è solo una strategia politica, è un modello di business: chi si indigna commenta, condivide, risponde. Chi commenta genera traffico. Chi genera traffico produce pubblicità. Chi produce pubblicità genera profitto. Per le piattaforme, non per noi. Siamo intrappolati in un ecosistema informativo che monetizza la nostra rabbia, trasformando la discussione pubblica in uno spettacolo continuo dove chi urla più forte vince l’attenzione della giornata.

Si tende a rispondere alle provocazioni denunciandone il carattere razzista, sessista o omofobo – spesso giustamente – ma restiamo prigionieri dello stesso terreno di gioco. È così che la destra detta l’agenda. Si discute della provocazione del giorno. Si rincorre la polemica. Si smentisce. Ci si indigna. E intanto scompaiono dal dibattito le questioni fondamentale: perché tante persone si sentono abbandonate? Perché il lavoro non garantisce più sicurezza? Perché la sanità e la scuola pubblica appaiono sempre più fragili? In altre parole, si combattono i sintomi senza affrontare la malattia.

Naturalmente sarebbe un errore opposto ridurre tutto all’economia. Le persone non vivono soltanto come lavoratori. Vivono anche attraverso relazioni, identità, riconoscimento, desideri, paure. I diritti civili non sono una distrazione rispetto ai diritti sociali, sono parte della stessa idea di democrazia. Una società che discrimina le minoranze è spesso anche una società che accetta più facilmente le disuguaglianze. Una società che abitua al disprezzo dell’altro finisce per indebolire anche la solidarietà necessaria a difendere i beni comuni. Per questo la sfida non consiste nello scegliere tra diritti sociali e diritti civili, ma nel ricostruire il legame tra le due dimensioni.

Le democrazie si indeboliscono quando aumentano contemporaneamente l’insicurezza materiale e l’esclusione simbolica. Quando le persone stanno peggio e, nello stesso tempo, si abituano a considerare alcuni esseri umani meno degni di altri.

La frammentazione sociale produce una profonda solitudine. E quando le persone sono lasciate sole di fronte all’incertezza, l’ostilità diventa l’unico rifugio identitario disponibile.

La vera scommessa politica ed educativa non è solo decostruire la polemica di turno, ma “ricostruire” un “noi” autentico e solidale, capace di curare l’isolamento prima che si trasformi in rancore.

Per contrastare questa deriva non basta indignarsi. Occorre nominare ciò che viene sistematicamente rimosso. Ricostruire i legami tra le sofferenze individuali e le loro cause collettive. Smettere di abboccare all’esca mediatica per imporre, finalmente, le nostre domande.

In fondo la domanda decisiva non è cosa pensa Vannacci. È perché, di fronte a una crisi che produce disuguaglianze e solitudine, continuiamo a discutere di capri espiatori invece che dei meccanismi che producono quella crisi. È urgente occupare il dibattito con le nostre priorità, e non inseguire le provocazioni del giorno. Senza mai affrontarne la radice.

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