
Class action contro i ritardi nel rilascio del visto per motivi familiari
Progetto Melting Pot Europa - Friday, June 12, 2026In vista della prossima udienza del 7 luglio vi raccontiamo la Class Action dedicata alla memoria di Annick contro i ritardi delle Ambasciate.
Cos’è questa azione e perché è stata avviata
Nell’ambito del Progetto “Annick. Per il diritto all’unità familiare”, promosso da Melting Pot Odv, insieme a decine di persone migranti con background migratorio e alle associazioni ARCI, ASGI, Attiva Diritti, Cittadinanzattiva, Le Carbet, NAGA, Nonna Roma e Spazi Circolari, è stata depositata una class action davanti al Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) del Lazio contro il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI).
L’azione è stata promossa per denunciare tre precise violazioni sistemiche:
- il mancato accesso materiale alla procedura, dovuto al blocco degli appuntamenti gestiti dalle agenzie private esterne;
- la mancata conclusione nei termini di legge (30 giorni) dei procedimenti di rilascio dei visti da parte delle Ambasciate;
- il mancato esercizio del potere sostitutivo del Ministero per gli Affari Esteri per porre rimedio all’inerzia delle sedi estere.
Il ricongiungimento familiare
Il ricongiungimento familiare è un diritto soggettivo perfetto tutelato dalla Costituzione italiana (art. 29) e dalle principali convenzioni internazionali (come l’art. 8 della CEDU).
La procedura si divide in due fasi:
- Fase – Prefettura/Sportello Unico – verifica dei requisiti (reddito e alloggio) – deve concludersi entro (prima 90, ora) 150 giorni con il rilascio del nullaosta.
- Fase – Ambasciate/Consolati- ricevuta la documentazione necessaria alla verifica dei requisiti relativi al legame familiare, l’autorità consolare ha l’obbligo di rilasciare il visto d’ingresso entro 30 giorni (ai sensi dell’art. 6, comma 5, DPR 394/99).
La realtà dei fatti: Nella prassi, questi tempi vengono sistematicamente violati. Le attese medie complessive superano spesso i 12 mesi a fronte dei complessivi 5 previsti dalla legge, tenendo separate le famiglie per periodi intollerabili.
I disservizi specifici che stiamo denunciando
Il ricorso si concentra sulle inefficienze imputabili direttamente alla rete diplomatica del MAECI, riassumibili in tre macro-aree:
- Quasi tutte le Ambasciate (es. Islamabad, Teheran, Casablanca, Dakar, Accra) delegano la raccolta dei documenti ad agenzie private (come VFS Global, Almaviva, BLS, Visametric). I loro sistemi di prenotazione online risultano costantemente saturi, privi di slot o del tutto inutilizzabili. Questo impedisce alle persone anche solo di presentare la domanda di visto, rischiando la scadenza dei sei mesi di validità del nullaosta prefettizio.
- Anche quando i familiari riescono a consegnare i documenti, il visto non viene rilasciato nei 30 giorni di legge, ma dopo molti mesi o anni di silenzio ingiustificato.
- Se un’Ambasciata non risponde, la legge (Art. 2, co. 9-bis, L. 241/90) prevede che il cittadino possa rivolgersi ai vertici del Ministero affinché un funzionario centrale si sostituisca all’ufficio inerte per sbloccare la pratica. Il MAECI, tuttavia, rifiuta sistematicamente di esercitare questo potere sostitutivo, sostenendo che la responsabilità sia unicamente dei singoli capi delle sedi estere e lasciando gli utenti senza alcuna tutela amministrativa interna.
La class action
La class action rappresenta una battaglia legale collettiva mirata a ripristinare il corretto funzionamento dei servizi consolari e consiste in un ricorso collettivo volto ad assicurare i corretti standard di trasparenza, tempestività e continuità nell’erogazione dei servizi pubblici.
Non si tratta di una causa civile per ottenere un risarcimento economico in denaro (azione esclusa da questo tipo di ricorso), ma di un’azione collettiva per l’efficienza della pubblica amministrazione ai sensi del D.Lgs. 198/2009.
Prima di depositare il ricorso, le associazioni hanno inviato formali e ripetute diffide collettive al Ministero tra il 2024 e il 2025, intimando di risolvere l’inerzia strutturale. Poiché il MAECI non ha fornito alcun riscontro né adottato piani organizzativi per risolvere i problemi sistemici denunciati entro i 90 giorni previsti, l’azione al TAR è diventata l’unica strada percorribile.
Nel ricorso introduttivo i promotori hanno chiarito che l’amministrazione non può nascondersi dietro le disfunzioni informatiche dei partner privati (le agenzie private incaricate). Come stabilito anche dal Consiglio di Stato (sentenza n. 2819/2025), gli strumenti informatici e le esternalizzazioni devono servire a migliorare l’efficienza, e non possono trasformarsi in un ostacolo insormontabile o in una giustificazione per paralizzare la funzione pubblica.
Cosa stiamo chiedendo al Giudice
Con questo ricorso si chiede un piano di azione strutturale per porre fine ai sistematici ritardi nel rilascio dei visti per motivi familiari. Più nel dettaglio, si chiede al Tar Lazio di:
- Accertare e dichiarare l’illegittimità della condotta del MAECI per la violazione sistematica e generalizzata dei termini di conclusione dei procedimenti di visto per motivi familiari → ciò vuol dire accertare formalmente il mal funzionamento dell’amministrazione
- Condannare il Ministero ad adottare, in tempi brevi, tutte le misure organizzative idonee a risolvere in modo sistematico e generale il disservizio→ quindi ordinare all’amministrazione il ripristino della corretta funzione amministrativa
- Imporre misure per garantire che i familiari dei richiedenti possano depositare le domande di visto senza i blocchi creati dalle agenzie private → sbloccare i canali di accesso alla procedura di rilascio del visto
- Obbligare il Ministero a esercitare i poteri ispettivi e il potere sostitutivo ogniqualvolta le ambasciate periferiche rimangano inerti → attivare dei controlli effettivi sul funzionamento dell’amministrazione
- Imporre la pubblicazione sui siti istituzionali dello stato di avanzamento delle domande pendenti, indicando i procedimenti conclusi e le fasi istruttorie → garantire trasparenza pubblica
L’ordinanza istruttoria del Tar Lazio: un primo successo e la mancata risposta del MAECI
Un fondamentale giro di boa in questa battaglia legale è rappresentato dall’ordinanza istruttoria n. 02884/2026, pubblicata il 13 febbraio 2026 dal TAR del Lazio-Sezione Quinta Quater1. Con questa decisione, il TAR ha accolto in pieno la richiesta dei ricorrenti di fare chiarezza, costringendo il Ministero a rendere conto dei propri disservizi. Ritenendo infatti meritevole di approfondimento la denuncia sulla “violazione sistematica dei termini”, il Tribunale ha imposto al MAECI un severo e dettagliato obbligo di trasparenza, imponendogli di depositare una relazione analitica entro 90 giorni.
L’ordinanza pretende risposte chiare su nodi cruciali: l’entità delle risorse umane e finanziarie dei consolati, il funzionamento del potere sostitutivo in caso di inerzia e, soprattutto, i tempi medi reali che intercorrono tra la richiesta di appuntamento presso le agenzie private esternalizzate, l’effettivo avvio del procedimento e, infine, l’effettivo rilascio del visto. Si tratta di un elenco di dati mirato proprio a scardinare l’opacità del sistema e a smascherare i ritardi cronici causati dai blocchi delle agenzie esterne.
Di fronte a questa precisa richiesta della magistratura, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale ha scelto di non rispondere nei termini stabiliti. Questo silenzio istituzionale non è solo un atto di grave chiusura verso l’autorità giudiziaria, ma riflette una totale mancanza di attenzione sull’urgenza rappresentata dal dramma di migliaia di famiglie forzatamente divise.
Al contrario, sul fronte dei ricorrenti, l’impegno non si è fermato: per l’udienza di merito fissata al 7 luglio 2026, sono stati documentati nuovi ritardi riscontrati nel 2026 unitamente ad una analisi comparativa che dimostra come, in altri Paesi europei, le medesime procedure vengano gestite con efficienza dalla Pubblica Amministrazione (e non solo da soggetti privati) e nel rispetto dei tempi di legge.
Mentre l’Italia ha di fatto abdicato alla propria sovranità digitale e amministrativa, intrappolando gli utenti nei sistemi saturi di agenzie private a pagamento, altri paesi europei mantengono il controllo totale e pubblico della procedura, azzerando le intermediazioni private o prevedendo l’alternatività tra canale pubblico e privato. Ad esempio, nei Paesi Bassi si applica un sistema di istruttoria interna preventiva denominato MVV (Machtiging tot voorlopig verblijf), in forza del quale il cittadino extra UE che si trova in Olanda – entro tre mesi dal ricevimento del permesso di soggiorno per richiedenti asilo – presenta la domanda di ricongiungimento familiare direttamente all’IND (Immigratie-en Naturalisatiedienst), ovvero il servizio statale di immigrazione olandese. Quest’ultimo – in caso di decisione positiva – indica esplicitamente l’Ambasciata o il Consolato in cui il familiare del richiedente dovrà recarsi per l’applicazione del visto sul passaporto, con prenotazioni e controlli che avvengono esclusivamente sui canali del Ministero degli Esteri (Netherlands Worldwide), senza alcuna intermediazione o tariffa di servizio da pagare a società esterne.
In modo analogo, la Germania adotta un modello basato sulla sovranità consolare e sul controllo pubblico diretto, in cui il Ministero degli Esteri tedesco (Auswärtiges Amt) ha centralizzato le domande di visto per ricongiungimento familiare sul portale di Stato denominato Consular Services Portal (Auslandsportal). Una volta pre-verificati i documenti, l’appuntamento per il controllo del passaporto e l’intervista avviene tassativamente all’interno dell’Ambasciata o del Consolato tedesco, davanti a funzionari pubblici, a conferma del fatto che la Germania considera la verifica dei requisiti un atto di sovranità statale non delegabile a società private commerciali, provvedendo poi a inviare digitalmente la documentazione raccolta all’Ufficio Immigrazione (Ausländerbehörde) della città in cui risiede lo “sponsor”.
Anche in Svezia la gestione dei ricongiungimenti familiari è interamente centralizzata sotto l’autorità pubblica di un’unica agenzia governativa indipendente (Migrationsverket, l’Agenzia svedese per l’immigrazione). La procedura avviene tramite canali statali blindati che escludono uffici privati, imponendo che la domanda sia presentata ed esaminata esclusivamente sui propri sistemi informatici protetti, mentre l’interazione con l’Ambasciata all’estero avviene solo su esplicita richiesta dello Stato a istruttoria avanzata. Il principio di assoluta esclusione di operatori privati trova conferma diretta nelle istruzioni fornite dal Ministero degli Affari Esteri svedese tramite la rete consolare di Sweden Abroad, dove la Svezia ammonisce formalmente i richiedenti sul fatto che tutti gli appuntamenti per il ricongiungimento familiare sono organizzati direttamente dall’Ambasciata, sono interamente gratuiti, non vedono la rappresentanza diplomatica collegata in alcun modo a soggetti che offrono tali servizi a pagamento e precludono a qualsiasi agenzia esterna la facoltà di influenzare i tempi di attesa.
Questi modelli dimostrano chiaramente come l’efficienza e il rispetto dei diritti fondamentali non siano traguardi utopici, ma il risultato di precise scelte organizzative. La comparazione mette a nudo il paradosso italiano: mentre altrove la verifica dei requisiti migratori è difesa come una prerogativa statale non delegabile, il nostro Paese ha preferito privatizzare il servizio, trasformando la tutela dell’unità familiare in un business commerciale a spese dei più vulnerabili. È proprio alla luce di questo ingiustificabile divario che il silenzio del MAECI appare ancor più inaccettabile, confermando l’urgenza di un intervento giudiziario che imponga finalmente il ripristino della legalità nelle nostre sedi diplomatiche.
Verso l’udienza del 7 luglio
Non resta che attendere l’esito dell’udienza del 7 luglio, confortati da un percorso legale che ha già visto i Tribunali amministrativi intervenire duramente per smascherare l’inerzia e le inefficienze della Pubblica Amministrazione. Non è la prima volta, infatti, che lo strumento della class action si dimostra decisivo per scardinare i blocchi burocratici che calpestano i diritti fondamentali delle persone. I precedenti storici promossi dal mondo associativo lo dimostrano con chiarezza: dalla definitiva condanna del Consiglio di Stato per i sistematici e intollerabili ritardi del Ministero dell’Interno e delle Prefetture (Roma – Milano) nella definizione delle procedure di sanatoria, alle sentenze dei TAR territoriali che hanno sanzionato l’illegittima lentezza delle Questure nella formalizzazione delle domande di protezione internazionale, fino all’ordinanza istruttoria del TAR Lazio sui cronici ritardi della Questura di Roma nel rilascio dei permessi di soggiorno. In tutte queste occasioni, i giudici non si sono limitati a esaminare i singoli casi, ma hanno censurato l’intera macchina organizzativa dello Stato, imponendo il ripristino della legalità e dell’efficienza. È sulla scia di queste importanti vittorie che guardiamo all’appuntamento del 7 luglio: siamo certi che anche la rete consolare del MAECI non potrà continuare a nascondersi dietro il paravento delle agenzie private e delle disfunzioni informatiche, e che il Tribunale tornerà a tutelare, con forza, l’inviolabile diritto all’unità familiare.
Il progetto “Annick. Per il diritto all’unità familiare” è sostenuto con i Fondi dell’Otto per Mille della Chiesa Valdese.
