Class action contro i ritardi nel rilascio del visto per motivi familiari
In vista della prossima udienza del 7 luglio vi raccontiamo la Class Action
dedicata alla memoria di Annick contro i ritardi delle Ambasciate.
COS’È QUESTA AZIONE E PERCHÉ È STATA AVVIATA
Nell’ambito del Progetto “Annick. Per il diritto all’unità familiare”, promosso
da Melting Pot Odv, insieme a decine di persone migranti con background
migratorio e alle associazioni ARCI, ASGI, Attiva Diritti, Cittadinanzattiva, Le
Carbet, NAGA, Nonna Roma e Spazi Circolari, è stata depositata una class action
davanti al Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) del Lazio contro il
Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI).
L’azione è stata promossa per denunciare tre precise violazioni sistemiche:
* il mancato accesso materiale alla procedura, dovuto al blocco degli
appuntamenti gestiti dalle agenzie private esterne;
* la mancata conclusione nei termini di legge (30 giorni) dei procedimenti di
rilascio dei visti da parte delle Ambasciate;
* il mancato esercizio del potere sostitutivo del Ministero per gli Affari
Esteri per porre rimedio all’inerzia delle sedi estere.
IL RICONGIUNGIMENTO FAMILIARE
Il ricongiungimento familiare è un diritto soggettivo perfetto tutelato dalla
Costituzione italiana (art. 29) e dalle principali convenzioni internazionali
(come l’art. 8 della CEDU).
La procedura si divide in due fasi:
1. Fase – Prefettura/Sportello Unico – verifica dei requisiti (reddito e
alloggio) – deve concludersi entro (prima 90, ora) 150 giorni con il
rilascio del nullaosta.
2. Fase – Ambasciate/Consolati- ricevuta la documentazione necessaria alla
verifica dei requisiti relativi al legame familiare, l’autorità consolare ha
l’obbligo di rilasciare il visto d’ingresso entro 30 giorni (ai sensi
dell’art. 6, comma 5, DPR 394/99).
La realtà dei fatti: Nella prassi, questi tempi vengono sistematicamente
violati. Le attese medie complessive superano spesso i 12 mesi a fronte dei
complessivi 5 previsti dalla legge, tenendo separate le famiglie per periodi
intollerabili.
I DISSERVIZI SPECIFICI CHE STIAMO DENUNCIANDO
Il ricorso si concentra sulle inefficienze imputabili direttamente alla rete
diplomatica del MAECI, riassumibili in tre macro-aree:
* Quasi tutte le Ambasciate (es. Islamabad, Teheran, Casablanca, Dakar, Accra)
delegano la raccolta dei documenti ad agenzie private (come VFS Global,
Almaviva, BLS, Visametric). I loro sistemi di prenotazione online risultano
costantemente saturi, privi di slot o del tutto inutilizzabili. Questo
impedisce alle persone anche solo di presentare la domanda di visto,
rischiando la scadenza dei sei mesi di validità del nullaosta prefettizio.
* Anche quando i familiari riescono a consegnare i documenti, il visto non
viene rilasciato nei 30 giorni di legge, ma dopo molti mesi o anni di
silenzio ingiustificato.
* Se un’Ambasciata non risponde, la legge (Art. 2, co. 9-bis, L. 241/90)
prevede che il cittadino possa rivolgersi ai vertici del Ministero affinché
un funzionario centrale si sostituisca all’ufficio inerte per sbloccare la
pratica. Il MAECI, tuttavia, rifiuta sistematicamente di esercitare questo
potere sostitutivo, sostenendo che la responsabilità sia unicamente dei
singoli capi delle sedi estere e lasciando gli utenti senza alcuna tutela
amministrativa interna.
LA CLASS ACTION
La class action rappresenta una battaglia legale collettiva mirata a
ripristinare il corretto funzionamento dei servizi consolari e consiste in un
ricorso collettivo volto ad assicurare i corretti standard di trasparenza,
tempestività e continuità nell’erogazione dei servizi pubblici.
Non si tratta di una causa civile per ottenere un risarcimento economico in
denaro (azione esclusa da questo tipo di ricorso), ma di un’azione collettiva
per l’efficienza della pubblica amministrazione ai sensi del D.Lgs. 198/2009.
Prima di depositare il ricorso, le associazioni hanno inviato formali e ripetute
diffide collettive al Ministero tra il 2024 e il 2025, intimando di risolvere
l’inerzia strutturale. Poiché il MAECI non ha fornito alcun riscontro né
adottato piani organizzativi per risolvere i problemi sistemici denunciati entro
i 90 giorni previsti, l’azione al TAR è diventata l’unica strada percorribile.
Nel ricorso introduttivo i promotori hanno chiarito che l’amministrazione non
può nascondersi dietro le disfunzioni informatiche dei partner privati (le
agenzie private incaricate). Come stabilito anche dal Consiglio di Stato
(sentenza n. 2819/2025), gli strumenti informatici e le esternalizzazioni devono
servire a migliorare l’efficienza, e non possono trasformarsi in un ostacolo
insormontabile o in una giustificazione per paralizzare la funzione pubblica.
COSA STIAMO CHIEDENDO AL GIUDICE
Con questo ricorso si chiede un piano di azione strutturale per porre fine ai
sistematici ritardi nel rilascio dei visti per motivi familiari. Più nel
dettaglio, si chiede al Tar Lazio di:
1. Accertare e dichiarare l’illegittimità della condotta del MAECI per la
violazione sistematica e generalizzata dei termini di conclusione dei
procedimenti di visto per motivi familiari → ciò vuol dire accertare
formalmente il mal funzionamento dell’amministrazione
2. Condannare il Ministero ad adottare, in tempi brevi, tutte le misure
organizzative idonee a risolvere in modo sistematico e generale il
disservizio→ quindi ordinare all’amministrazione il ripristino della
corretta funzione amministrativa
3. Imporre misure per garantire che i familiari dei richiedenti possano
depositare le domande di visto senza i blocchi creati dalle agenzie private
→ sbloccare i canali di accesso alla procedura di rilascio del visto
4. Obbligare il Ministero a esercitare i poteri ispettivi e il potere
sostitutivo ogniqualvolta le ambasciate periferiche rimangano inerti →
attivare dei controlli effettivi sul funzionamento dell’amministrazione
5. Imporre la pubblicazione sui siti istituzionali dello stato di avanzamento
delle domande pendenti, indicando i procedimenti conclusi e le fasi
istruttorie → garantire trasparenza pubblica
L’ORDINANZA ISTRUTTORIA DEL TAR LAZIO: UN PRIMO SUCCESSO E LA MANCATA RISPOSTA
DEL MAECI
Un fondamentale giro di boa in questa battaglia legale è rappresentato
dall’ordinanza istruttoria n. 02884/2026, pubblicata il 13 febbraio 2026 dal TAR
del Lazio-Sezione Quinta Quater1. Con questa decisione, il TAR ha accolto in
pieno la richiesta dei ricorrenti di fare chiarezza, costringendo il Ministero a
rendere conto dei propri disservizi. Ritenendo infatti meritevole di
approfondimento la denuncia sulla “violazione sistematica dei termini”, il
Tribunale ha imposto al MAECI un severo e dettagliato obbligo di trasparenza,
imponendogli di depositare una relazione analitica entro 90 giorni.
L’ordinanza pretende risposte chiare su nodi cruciali: l’entità delle risorse
umane e finanziarie dei consolati, il funzionamento del potere sostitutivo in
caso di inerzia e, soprattutto, i tempi medi reali che intercorrono tra la
richiesta di appuntamento presso le agenzie private esternalizzate, l’effettivo
avvio del procedimento e, infine, l’effettivo rilascio del visto. Si tratta di
un elenco di dati mirato proprio a scardinare l’opacità del sistema e a
smascherare i ritardi cronici causati dai blocchi delle agenzie esterne.
Di fronte a questa precisa richiesta della magistratura, il Ministero degli
Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale ha scelto di non rispondere
nei termini stabiliti. Questo silenzio istituzionale non è solo un atto di grave
chiusura verso l’autorità giudiziaria, ma riflette una totale mancanza di
attenzione sull’urgenza rappresentata dal dramma di migliaia di famiglie
forzatamente divise.
Al contrario, sul fronte dei ricorrenti, l’impegno non si è fermato: per
l’udienza di merito fissata al 7 luglio 2026, sono stati documentati nuovi
ritardi riscontrati nel 2026 unitamente ad una analisi comparativa che dimostra
come, in altri Paesi europei, le medesime procedure vengano gestite con
efficienza dalla Pubblica Amministrazione (e non solo da soggetti privati) e nel
rispetto dei tempi di legge.
Mentre l’Italia ha di fatto abdicato alla propria sovranità digitale e
amministrativa, intrappolando gli utenti nei sistemi saturi di agenzie private a
pagamento, altri paesi europei mantengono il controllo totale e pubblico della
procedura, azzerando le intermediazioni private o prevedendo l’alternatività tra
canale pubblico e privato. Ad esempio, nei Paesi Bassi si applica un sistema di
istruttoria interna preventiva denominato MVV (Machtiging tot voorlopig
verblijf), in forza del quale il cittadino extra UE che si trova in Olanda –
entro tre mesi dal ricevimento del permesso di soggiorno per richiedenti asilo –
presenta la domanda di ricongiungimento familiare direttamente all’IND
(Immigratie-en Naturalisatiedienst), ovvero il servizio statale di immigrazione
olandese. Quest’ultimo – in caso di decisione positiva – indica esplicitamente
l’Ambasciata o il Consolato in cui il familiare del richiedente dovrà recarsi
per l’applicazione del visto sul passaporto, con prenotazioni e controlli che
avvengono esclusivamente sui canali del Ministero degli Esteri (Netherlands
Worldwide), senza alcuna intermediazione o tariffa di servizio da pagare a
società esterne.
In modo analogo, la Germania adotta un modello basato sulla sovranità consolare
e sul controllo pubblico diretto, in cui il Ministero degli Esteri tedesco
(Auswärtiges Amt) ha centralizzato le domande di visto per ricongiungimento
familiare sul portale di Stato denominato Consular Services Portal
(Auslandsportal). Una volta pre-verificati i documenti, l’appuntamento per il
controllo del passaporto e l’intervista avviene tassativamente all’interno
dell’Ambasciata o del Consolato tedesco, davanti a funzionari pubblici, a
conferma del fatto che la Germania considera la verifica dei requisiti un atto
di sovranità statale non delegabile a società private commerciali, provvedendo
poi a inviare digitalmente la documentazione raccolta all’Ufficio Immigrazione
(Ausländerbehörde) della città in cui risiede lo “sponsor”.
Anche in Svezia la gestione dei ricongiungimenti familiari è interamente
centralizzata sotto l’autorità pubblica di un’unica agenzia governativa
indipendente (Migrationsverket, l’Agenzia svedese per l’immigrazione). La
procedura avviene tramite canali statali blindati che escludono uffici privati,
imponendo che la domanda sia presentata ed esaminata esclusivamente sui propri
sistemi informatici protetti, mentre l’interazione con l’Ambasciata all’estero
avviene solo su esplicita richiesta dello Stato a istruttoria avanzata. Il
principio di assoluta esclusione di operatori privati trova conferma diretta
nelle istruzioni fornite dal Ministero degli Affari Esteri svedese tramite la
rete consolare di Sweden Abroad, dove la Svezia ammonisce formalmente i
richiedenti sul fatto che tutti gli appuntamenti per il ricongiungimento
familiare sono organizzati direttamente dall’Ambasciata, sono interamente
gratuiti, non vedono la rappresentanza diplomatica collegata in alcun modo a
soggetti che offrono tali servizi a pagamento e precludono a qualsiasi agenzia
esterna la facoltà di influenzare i tempi di attesa.
Questi modelli dimostrano chiaramente come l’efficienza e il rispetto dei
diritti fondamentali non siano traguardi utopici, ma il risultato di precise
scelte organizzative. La comparazione mette a nudo il paradosso italiano: mentre
altrove la verifica dei requisiti migratori è difesa come una prerogativa
statale non delegabile, il nostro Paese ha preferito privatizzare il servizio,
trasformando la tutela dell’unità familiare in un business commerciale a spese
dei più vulnerabili. È proprio alla luce di questo ingiustificabile divario che
il silenzio del MAECI appare ancor più inaccettabile, confermando l’urgenza di
un intervento giudiziario che imponga finalmente il ripristino della legalità
nelle nostre sedi diplomatiche.
VERSO L’UDIENZA DEL 7 LUGLIO
Non resta che attendere l’esito dell’udienza del 7 luglio, confortati da un
percorso legale che ha già visto i Tribunali amministrativi intervenire
duramente per smascherare l’inerzia e le inefficienze della Pubblica
Amministrazione. Non è la prima volta, infatti, che lo strumento della class
action si dimostra decisivo per scardinare i blocchi burocratici che calpestano
i diritti fondamentali delle persone. I precedenti storici promossi dal mondo
associativo lo dimostrano con chiarezza: dalla definitiva condanna del Consiglio
di Stato per i sistematici e intollerabili ritardi del Ministero dell’Interno e
delle Prefetture (Roma – Milano) nella definizione delle procedure di sanatoria,
alle sentenze dei TAR territoriali che hanno sanzionato l’illegittima lentezza
delle Questure nella formalizzazione delle domande di protezione internazionale,
fino all’ordinanza istruttoria del TAR Lazio sui cronici ritardi della Questura
di Roma nel rilascio dei permessi di soggiorno. In tutte queste occasioni, i
giudici non si sono limitati a esaminare i singoli casi, ma hanno censurato
l’intera macchina organizzativa dello Stato, imponendo il ripristino della
legalità e dell’efficienza. È sulla scia di queste importanti vittorie che
guardiamo all’appuntamento del 7 luglio: siamo certi che anche la rete consolare
del MAECI non potrà continuare a nascondersi dietro il paravento delle agenzie
private e delle disfunzioni informatiche, e che il Tribunale tornerà a tutelare,
con forza, l’inviolabile diritto all’unità familiare.
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Il progetto “Annick. Per il diritto all’unità familiare” è sostenuto con i Fondi
dell’Otto per Mille della Chiesa Valdese.
1. Scarica l’ordinanza – clicca qui ↩︎