
Per una pace con la terra disarmata e disarmante
Pressenza - Saturday, June 6, 2026PER UNA PACE CON LA TERRA DISARMATA E DISARMANTE
“Di che cosa ci siamo dimenticati?” chiede lo Young Pope di Sorrentino nel primo saluto che rivolge dopo la sua elezione alla folla dei fedeli accorsi in piazza San Pietro per acclamarlo.
E di che cosa si è dimenticato Leone XIV nella sua prima enciclica?
Di tutto.
Non nel senso di ogni cosa – ne nomina molte – ma in quello di “il Tutto”: la sintonia tra l’essere umano e il creato, il vivente, il mondo che lo sostenta; quella sintonia che Francesco aveva messo al centro dell’enciclica Laudato sì come suo filo conduttore; nel bene come nel male, a partire da quel “grido della Terra” offesa dalle opere umane che risuona accanto a quello dei poveri e dei derelitti, che sono i primi a subire le conseguenze di quelle offese, ma anche i più interessati a un riscatto che non può essere che comune.
“Non si può essere sani in un mondo malato” aveva sostenuto solennemente Francesco al tempo del covid: la più icastica delle sue affermazioni; quella in cui si riassume in poche parole il senso della sua principale enciclica e di tutto il suo operato negli anni del suo pontificato.
Una rivisitazione del messaggio evangelico che ne disloca il focus dal primato dell’essere umano a quello del suo contesto creaturale; dal dominio rivendicato dall’uomo sul resto del mondo e sugli altri viventi alla missione della loro custodia fondata sulla reciprocità tra ciò che la Terra dona a uomini e donne e ciò che questi e queste le devono restituire.
Nell’enciclica Laudato sì tutte le vite di cui è popolata la Terra e di cui l’umanità è nominata custode ci mostrano, nella loro interdipendenza ecosistemica, la strada da seguire per correggere la traiettoria della Storia attraverso il mutuo appoggio: dio si è incarnato nel mondo creaturale per farcene apprezzare la bellezza; non per prodursi in una predicazione meramente precettistica.
Le opere umane che turbano e sconvolgono quell’equilibrio del creato, dalla guerra all’inquinamento, dall’uso distorto della technoscienza alle diseguaglianze sociali, dallo sfruttamento irresponsabile delle risorse della Terra a quello delle opportunità messe a disposizione dal progresso tecnico, devono ritrovare la strada di una consonanza con i cicli del vivente.
L’orizzonte dell’enciclica Magnifica Humanitas è completamente differente. Fin dal suo inizio si presenta non in una prospettiva cosmica, ma dentro un panorama interamente costruito: la Terra è diventata suolo edificabile e le polarità che definiscono le alternative a disposizione dell’agire umano sono simboleggiate da due edifici: da un lato, la torre di Babele, opera paradigmatica dell’arroganza di un’umanità che voleva scalare il cielo senza l’aiuto di dio, e fallita non tanto per la moltiplicazione delle lingue dei suoi artefici, quanto per la loro incapacità di comprendersi e accordarsi reciprocamente; dall’altro, le mura di Gerusalemme, ricostruite dal popolo di Israele dopo l’esilio babilonese per impulso di Neemia, che li spingeva a lavorare insieme aiutandosi l’un l’altro.
n mezzo, a far da ponte tra questi due estremi, non c’è il richiamo di una Terra ancora popolata da una molteplicità di esseri viventi ed essa stessa vita; né, sopra di essi, un cielo che minaccia a entrambi l’imminente catastrofe climatica.
A cui infatti Leone dedica ben poca attenzione (ne dedica invece molta, e giustamente, alle guerre, alle armi e alle minacce che rappresentano per tutta l’umanità).
Leone ammette sì l’importanza di “quello che Papa Francesco ha definito un «antropocentrismo situato», che riconosce l’essere umano come creatura inserita in una trama di relazioni con gli altri viventi e con l’intero creato”.
Ma la sua ricerca e i suoi approfondimenti volgono decisamente in un’altra direzione: quella della magnificenza dell’umanità (compendiata nella magnificenza di Maria).
he va però salvaguardata dai pericoli e dalle tentazioni a cui la espongono la potenza sviluppata dal progresso tecnico-scientifico e la concentrazione della ricchezza e del potere nelle mani di pochi individui: processi che trovano oggi la loro massima manifestazione negli sviluppi del l’intelligenza artificiale.
Su questo punto le osservazioni di Leone, che invita a non dimenticare il mondo reale della vita quotidiana e a non confonderlo e con la sua duplicazione o moltiplicazione digitale, sono condivisibili e di assoluto buon senso, anche se tradiscono un po’ le aspettative che avevano accompagnato l’annuncio di una “enciclica sull’intelligenza artificiale”.
Va comunque a merito di questo importante documento, in ciò coerente con tutta l’attività pastorale svolta finora da Leone, il pressante e insistente richiamo alla pace; a una pace “disarmata e disarmante”; un appello che non si ritrae dalla necessità di sostenerlo con la condanna della produzione e del commercio di armi.
Anche se forse la chiave per sovvertire le pericolose tendenze e pulsioni belliciste in atto andrebbe cercata, come certamente aveva intuito Francesco, ben al di là della ineludibili condanna dei conflitti tra Stati, nazioni e popoli: nella lotta senza quartiere contro l’inimicizia e le guerre che oppongono ciascuno di essi, popoli, nazioni e Stati, e tutti quanti insieme, alla salute del pianeta Terra e a tutte le forme di vita che essa ospita e che la animano.