Un’alternativa al caporalato c’è ed è già sperimentata

Pressenza - Friday, June 5, 2026

Quattro lavoratori, Amin Fazal Khogjani, Ullah Ismat Qiemi, Safi Iayjad e Waseem Khan, di età compresa tra i 19 e i 29 anni, sono stati bruciati vivi ad Amendolara, in provincia di Cosenza, perché si sono ribellati ai loro caporali. Il nostro Paese continua a faticare nella gestione della migrazione, non considerata come una vera opportunità socio-economica e da tempo il fallimento dei decreti flussi e l’inefficacia dell’anacronistico sistema dei “click day” sono sotto gli occhi di tutti. Linda Pezzano su Melting Pot Europa ha messo a confronto alcune realtà europee, cinque modelli europei contro il caos italiano del decreto flussi, evidenziando tutti i gravi limiti del nostro sistema.

Come ha lucidamente sottolineato il VI Rapporto sullo sfruttamento lavorativo e il caporalato, curato dal Laboratorio “L’Altro Diritto”, dalla Fondazione Placido Rizzotto e dalla Flai Cgil, per spezzare il meccanismo dello sfruttamento bisogna affrontare lo stato di bisogno delle vittime: senza strumenti capaci di far uscire dallo stato di bisogno le sue vittime, ogni forma di repressione dello sfruttamento è quasi del tutto ininfluente a livello di impatto sistematico. Si è partiti, come avviene ormai da più di quarant’anni per i problemi sociali, dallo strumento penale ma, per fortuna, ci si è resi rapidamente conto che per combattere lo sfruttamento del lavoro l’intervento penale consente di catturare l’epifenomeno dello sfruttamento, non il suo motore.

Eppure, qualcosa si può fare per combattere efficacemente il caporalato. Lo dimostra il caso del Progetto “Spartacus. Liberiamo gli schiavi di Rosarno”, un’iniziativa promossa dall’Associazione Chico Mendes e selezionata, tra l’altro, per la Mappatura delle buone pratiche per l’inclusione lavorativa di migranti e rifugiati curata dal Settore Economia e Lavoro di Fondazione ISMU ETS. Il progetto, finanziato dalla Fondazione Peppino Vismara e dall’Unione buddhista italiana e rivolto ai braccianti residenti nella tendopoli di San Ferdinando o nelle baraccopoli sorte nella Piana di Gioia Tauro (Comune di Rosarno e Comune di San Ferdinando), è partito il 1° febbraio 2019 con l’obiettivo di favorire l’inserimento lavorativo regolare e contrastare la segregazione abitativa tramite la promozione di un alloggio dignitoso. E’ stato dapprima creato un database con i dati di circa 150 immigrati prevalentemente provenienti dall’Africa Sub-sahariana che vivono nelle baraccopoli e tendopoli della Piana di Gioia Tauro. Questi ultimi sono stati intervistati per conoscere il livello scolastico raggiunto, i lavori svolti in passato, le loro attitudini e aspirazioni ed è stato quindi tracciato un profilo delle competenze professionali da loro già possedute e di quelle necessariamente da rafforzare.

È stato successivamente offerto loro un percorso di formazione lavorativa in ambito agricolo e socio culturale, funzionale a una vera integrazione nella società (grazie anche al supporto dell’ufficio di Reggio Calabria dell’educazione degli adulti). Questo è stato un passaggio essenziale per il match con le aziende, che si configura quale attività cardine del progetto. E’ stato creato poi un secondo database di circa 100 imprese sensibili e solidali da coinvolgere nel processo di assunzione degli immigrati. Tramite anche l’aiuto di don Roberto Meduri, sacerdote attivo da anni nella Piana di Gioia Tauro, e alla sua conoscenza approfondita dei braccianti; è stata avviata una prima fase di selezione e alcuni migranti sono stati inseriti presso le aziende identificate. Per tutti i migranti registrati nel database è stato previsto un percorso di accompagnamento nella ricerca di un alloggio dignitoso con un eventuale sussidio da parte del progetto. Inoltre, i destinatari sono stati supportati nelle procedure amministrative relative agli aspetti migratori, in particolar modo per la sanatoria in corso.

Come ha sottolineato l’Associazione Chico Mendes, “in soli 10 mesi, il progetto Spartacus ha già ottenuto risultati straordinari: più di 350 beneficiari hanno usufruito di servizi fondamentali come trasporto sicuro, supporto legale e accesso a alloggi dignitosi. Grazie al nostro impegno, 55 persone hanno lasciato i ghetti, trovando nuove case dove vivere con dignità, mentre oltre 42 lavoratori hanno iniziato un percorso di lavoro regolare in aziende etiche certificate dall’ Associazione NO CAP. Non ci siamo fermati qui: con corsi di formazione tecnica e civica, abbiamo dato a 34 partecipanti nuove competenze e a 10 migranti la certificazione di lingua italiana A2, essenziale per la loro integrazione. Abbiamo promosso il dialogo con istituzioni, aziende e associazioni, creando nuove partnership per una filiera agricola più giusta e sostenibile”. Il progetto, grazie ad un finanziamento di 180mila euro concesso dalla Fondazione con il Sud, è stato replicato per 130 braccianti migranti che risiedono nei ghetti di Foggia e nell’area metropolitana di Bari, agendo sull’intera filiera agricola, dalla produzione alla commercializzazione del prodotto e che tutela i diritti dei lavoratori e dell’ambiente.

Qui per approfondire il progetto.

Giovanni Caprio