Un’alternativa al caporalato c’è ed è già sperimentataQuattro lavoratori, Amin Fazal Khogjani, Ullah Ismat Qiemi, Safi Iayjad e Waseem
Khan, di età compresa tra i 19 e i 29 anni, sono stati bruciati vivi ad
Amendolara, in provincia di Cosenza, perché si sono ribellati ai loro caporali.
Il nostro Paese continua a faticare nella gestione della migrazione, non
considerata come una vera opportunità socio-economica e da tempo il fallimento
dei decreti flussi e l’inefficacia dell’anacronistico sistema dei “click day”
sono sotto gli occhi di tutti. Linda Pezzano su Melting Pot Europa ha messo a
confronto alcune realtà europee, cinque modelli europei contro il caos italiano
del decreto flussi, evidenziando tutti i gravi limiti del nostro sistema.
Come ha lucidamente sottolineato il VI Rapporto sullo sfruttamento lavorativo e
il caporalato, curato dal Laboratorio “L’Altro Diritto”, dalla Fondazione
Placido Rizzotto e dalla Flai Cgil, per spezzare il meccanismo dello
sfruttamento bisogna affrontare lo stato di bisogno delle vittime: senza
strumenti capaci di far uscire dallo stato di bisogno le sue vittime, ogni forma
di repressione dello sfruttamento è quasi del tutto ininfluente a livello di
impatto sistematico. Si è partiti, come avviene ormai da più di quarant’anni per
i problemi sociali, dallo strumento penale ma, per fortuna, ci si è resi
rapidamente conto che per combattere lo sfruttamento del lavoro l’intervento
penale consente di catturare l’epifenomeno dello sfruttamento, non il suo
motore.
Eppure, qualcosa si può fare per combattere efficacemente il caporalato. Lo
dimostra il caso del Progetto “Spartacus. Liberiamo gli schiavi di Rosarno”,
un’iniziativa promossa dall’Associazione Chico Mendes e selezionata, tra
l’altro, per la Mappatura delle buone pratiche per l’inclusione lavorativa di
migranti e rifugiati curata dal Settore Economia e Lavoro di Fondazione ISMU
ETS. Il progetto, finanziato dalla Fondazione Peppino Vismara e dall’Unione
buddhista italiana e rivolto ai braccianti residenti nella tendopoli di San
Ferdinando o nelle baraccopoli sorte nella Piana di Gioia Tauro (Comune di
Rosarno e Comune di San Ferdinando), è partito il 1° febbraio 2019 con
l’obiettivo di favorire l’inserimento lavorativo regolare e contrastare la
segregazione abitativa tramite la promozione di un alloggio dignitoso. E’ stato
dapprima creato un database con i dati di circa 150 immigrati prevalentemente
provenienti dall’Africa Sub-sahariana che vivono nelle baraccopoli e tendopoli
della Piana di Gioia Tauro. Questi ultimi sono stati intervistati per conoscere
il livello scolastico raggiunto, i lavori svolti in passato, le loro attitudini
e aspirazioni ed è stato quindi tracciato un profilo delle competenze
professionali da loro già possedute e di quelle necessariamente da rafforzare.
È stato successivamente offerto loro un percorso di formazione lavorativa in
ambito agricolo e socio culturale, funzionale a una vera integrazione nella
società (grazie anche al supporto dell’ufficio di Reggio Calabria
dell’educazione degli adulti). Questo è stato un passaggio essenziale per il
match con le aziende, che si configura quale attività cardine del progetto. E’
stato creato poi un secondo database di circa 100 imprese sensibili e solidali
da coinvolgere nel processo di assunzione degli immigrati. Tramite anche l’aiuto
di don Roberto Meduri, sacerdote attivo da anni nella Piana di Gioia Tauro, e
alla sua conoscenza approfondita dei braccianti; è stata avviata una prima fase
di selezione e alcuni migranti sono stati inseriti presso le aziende
identificate. Per tutti i migranti registrati nel database è stato previsto un
percorso di accompagnamento nella ricerca di un alloggio dignitoso con un
eventuale sussidio da parte del progetto. Inoltre, i destinatari sono stati
supportati nelle procedure amministrative relative agli aspetti migratori, in
particolar modo per la sanatoria in corso.
Come ha sottolineato l’Associazione Chico Mendes, “in soli 10 mesi, il progetto
Spartacus ha già ottenuto risultati straordinari: più di 350 beneficiari hanno
usufruito di servizi fondamentali come trasporto sicuro, supporto legale e
accesso a alloggi dignitosi. Grazie al nostro impegno, 55 persone hanno lasciato
i ghetti, trovando nuove case dove vivere con dignità, mentre oltre 42
lavoratori hanno iniziato un percorso di lavoro regolare in aziende etiche
certificate dall’ Associazione NO CAP. Non ci siamo fermati qui: con corsi di
formazione tecnica e civica, abbiamo dato a 34 partecipanti nuove competenze e a
10 migranti la certificazione di lingua italiana A2, essenziale per la loro
integrazione. Abbiamo promosso il dialogo con istituzioni, aziende e
associazioni, creando nuove partnership per una filiera agricola più giusta e
sostenibile”. Il progetto, grazie ad un finanziamento di 180mila euro concesso
dalla Fondazione con il Sud, è stato replicato per 130 braccianti migranti che
risiedono nei ghetti di Foggia e nell’area metropolitana di Bari, agendo
sull’intera filiera agricola, dalla produzione alla commercializzazione del
prodotto e che tutela i diritti dei lavoratori e dell’ambiente.
Qui per approfondire il progetto.
Giovanni Caprio