Il caso Almasri è arrivato alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo

Progetto Melting Pot Europa - Monday, June 1, 2026

LUCREZIA INNOCENTI 1

Lo scorso venerdì 29 maggio, con l’attivazione di un fascicolo sull’Italia presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo a Strasburgo, potrebbe essersi aperto un nuovo spiraglio per ottenere giustizia sul caso Almasri.

Il caso, ricordiamo, ha avuto origine nel gennaio 2025, quando la polizia italiana ha arrestato il generale libico Almasri su esecuzione del mandato di arresto della Corte Penale Internazionale (CPI), per poi rilasciarlo due giorni dopo e rimpatriarlo su un volo di Stato. Il governo non ha mai fatto chiarezza – o meglio, ha tentato di farne, alternando opache giustificazioni tecniche e procedurali con ragioni di “sicurezza nazionale” — sui motivi del rilascio del torturatore, macchiatosi di innumerevoli crimini di guerra e contro l’umanità ai danni dei migranti detenuti nel lager di Mitiga (tra cui omicidi, tortura e violenza sessuale).

A nulla ha portato il ricorso alla Corte costituzionale di una vittima di Almasri, Lam Magok Biel Ruei, che è risultato in un respingimento della richiesta. Tantomeno il rifiuto parlamentare di autorizzare l’azione penale nei confronti di tre membri del governo ha permesso che altre denunce ottenessero spazio giudiziario.

A fronte dell’esaurimento delle vie interne, il 13 maggio la Corte EDU ha ricevuto due ricorsi contro l’Italia presentati da un uomo e una donna vittime di Almasri, per la mancata esecuzione del mandato di arresto della CPI.

Il primo ricorrente è un uomo fuggito dal Sud Sudan che dal 2018 ha affrontato la detenzione prima nel campo di Triq al-Sika e poi di Al-Jadida, dove ha subito ripetute torture e atrocità, assistendo alle stesse violenze esercitate su altri migranti. Trasferito infine nel campo di Mitiga – anche questo, come i precedenti, controllato dalle milizie di Almasri – l’uomo sarebbe stato forzatamente inserito in uno dei gruppi armati di Almasri, obbligato ai lavori forzati e ancora una volta sottoposto a torture e atti inumani. Nel 2022 è riuscito a fuggire in Italia, dove ha ottenuto lo status di rifugiato.

La storia della seconda ricorrente è altrettanto brutale, costellata da abusi e maltrattamenti. La donna ivoriana, ora trentenne, durante l’infanzia e l’adolescenza è stata vittima di mutilazione genitale e di abusi sessuali da parte del padre adottivo. Riuscita a fuggire in Libia, ha affrontato la riduzione in schiavitù e il trasferimento al campo di Mitiga, nel quale è stata sottoposta a nuove violenze anche per mano di Almasri. È infine giunta in Italia nel 2017, dove le è stato riconosciuto lo status di rifugiata tre anni dopo.

Le due vittime di Almasri contestano ugualmente all’Italia la violazione degli articoli 2 e 3 della Convenzione Europea dei Diritti Umani (CEDU), che sanciscono il diritto alla vita e il divieto di tortura: l’Italia sarebbe venuta meno al proprio obbligo, assunto in quanto parte alla CEDU, di tutelare questi diritti inderogabili.

Il ricorso presentato dalla donna ha ad oggetto anche la violazione dell’articolo 6 sul diritto di accesso alla giustizia, che sarebbe stato negato con l’interruzione del procedimento penale nei confronti dei tre membri del governo, e la violazione dell’articolo 4, sul divieto di schiavitù.

Ad oggi la Corte EDU, svolto un esame preliminare dei ricorsi, ha notificato il governo italiano e ha formulato alcuni quesiti cui il governo è chiamato a rispondere per ricostruire le dinamiche della vicenda. Quanto notificato dalla Corte non rappresenta una decisione vincolante o una condanna; si tratta ancora di unatto preliminare al processo. Solo una volta che il processo sarà eventualmente avviato si accerteranno le responsabilità dell’Italia. L’apertura del fascicolo costituisce comunque un passo di fondamentale importanza, anche vista la scelta della Corte di Strasburgo di trattare il caso con procedura prioritaria. Ciò significa che, vista l’urgenza della questione, il governo dovrà rispondere ai quesiti entro il 18 settembre. A quel punto la Corte potrà deliberare sull’ammissibilità dei ricorsi ed entrare nel merito dei due casi.

In particolare, l’iter giudiziario si giocherà su questi punti: lo Stato italiano può essere imputato per la violazione del diritto alla vita e del divieto di tortura sotto la propria giurisdizione, se le violenze hanno avuto luogo in Libia? E in quel caso, i ricorrenti potranno dirsi vittime della condotta italiana? Si è verificato, infine, un effettivo diniego di giustizia?

L’Italia, lo scorso aprile, è già stata deferita all’Assemblea degli Stati Parte della CPI per “mancata cooperazione”, avendo impedito l’arresto e la consegna di Almasri in violazione dello Statuto di Roma. Se quindi i giudici di Strasburgo decideranno di proseguire nel processo, si aprirà un nuovo fronte giudiziario internazionale per lo Stato italiano.

A prescindere da quale sarà l’esito di questa fase preliminare, secondo l’opposizione la decisione di aprire un fascicolo sul caso Almasri già rappresenta una «pesante smentita» per le scelte di Meloni, Nordio e Piantedosi. Più in generale, si tratta di una messa in discussione della complicità italiana nella protezione di un sistema dove abusi, violazioni e disumanità non sono una deviazione dal giusto funzionamento, ma parte integrante del sistema stesso.

Approfondimenti

Da Mitiga all’Aja: alla Corte Penale Internazionale le udienze contro El Hishri, pari grado di Almasri

Mediterranea e Refugees in Libya: «Sotto processo è il sistema Libia»

Redazione 21 Maggio 2026

Ne è un esempio il vissuto personale delle due vittime che hanno scelto di presentare ricorso: la loro tragedia non è, purtroppo, estranea al panorama delle esperienze delle persone migranti. Queste storie piuttosto ci raccontano di un’ordinaria e quotidiana violazione dei diritti fondamentali, che avviene alla luce del sole e con la tacita consapevolezza di più attori. È il risultato fisiologico di un apparato che, come comprovato, il nostro paese e l’Unione Europea attivamente finanziano e mirano a espandere.

Ancora una volta nella storia giudiziaria italiana, la Corte di Strasburgo potrebbe offrire un ultimo appiglio per contrastare quelle violazioni dei diritti umani che il nostro ordinamento manca di affrontare. Adesso è necessario attendere le risposte del governo e delle parti ai quesiti della Corte, a seguito delle quali potrebbe essere avviato il procedimento giudiziario.

  1. Sono laureata in Scienze Politiche e Studi Internazionali presso l’Università di Firenze, dove attualmente frequento la laurea magistrale in Relazioni Internazionali. Come attivista di Amnesty International mi occupo di diritti umani, con particolare attenzione ai temi della migrazione e dei conflitti. Ho trascorso un periodo di formazione in Spagna in una fondazione impegnata nella cooperazione e salute globale, e collaboro come ambasciatrice con una fondazione dedicata all’integrazione e all’impegno europeo ↩︎