
«Colpevole di Palestina»: dalle carceri israeliane ai tribunali italiani
DINAMOpress - Thursday, May 14, 2026«La questione palestinese è una causa di prigionieri politici, prima di ogni altra cosa». Con queste parole Dalia Ismail, giornalista e attivista italo-palestinese, impegnata da anni nel racconto della Palestina e delle forme di repressione che colpiscono le comunità palestinesi, dentro e fuori i territori occupati, ha aperto il suo intervento nel dibattito Recludere per reprimere, organizzato il 7 maggio negli spazi di ESC Atelier Autogestito a Roma.
L’incontro, organizzato insieme al Comitato romano dell’associazione Un Ponte Per, ha riunito figure e realtà solidali con la Palestina per discutere del rapporto tra carcere, repressione politica e costruzione istituzionale della figura del “nemico”. Al centro del confronto il sistema detentivo israeliano, la criminalizzazione della resistenza palestinese e le continuità individuate tra questi dispositivi repressivi e l’inasprimento delle politiche securitarie in Italia.
Oltre a Dalia Ismail, è intervenuta, in collegamento dalla Palestina occupata, Sahar Francis, già direttrice dell’associazione palestinese Addameer, attiva nella tutela dei diritti dei prigionieri palestinesi e inserita da Israele, insieme ad altri gruppi per i diritti umani, nella lista delle organizzazioni terroristiche nel 2021. Insieme a lei, ha preso parte al dibattito l’avvocato penalista Flavio Rossi Albertini, che negli ultimi anni ha seguito numerosi procedimenti giudiziari legati all’attivismo palestinese in Italia. A moderare l’evento è stata la giornalista e scrittrice Cecilia Dalla Negra.
Detenzione, tortura e controllo politico nei territori occupati
Nel solco della riflessione introduttiva, Sahar Francis ha aperto il confronto riportando dati e testimonianze che mostrano come il sistema detentivo israeliano costituisca uno dei principali dispositivi attraverso il quale vengono esercitati controllo, deterrenza e frammentazione sociale.
Nelle carceri israeliane si trovano, oggi, circa 9400 detenuti palestinesi, tra cui 87 donne e 360 minori. Migliaia di persone risultano sottoposte a detenzione amministrativa, misura che consente arresti, senza accuse formali né processo, sulla base di informazioni secretate.
«Ogni palestinese può diventare un potenziale detenuto», ha affermato Francis, «questo sistema repressivo coinvolge l’intera società: studenti, giornalisti, attivisti, lavoratori e membri delle organizzazioni politiche. Secondo le nostre stime, oltre un milione di palestinesi è stato arrestato nel corso degli anni dell’occupazione israeliana».
Il sistema di detenzione israeliano si configura come un apparato che viola sistematicamente il diritto internazionale e le convenzioni sui diritti umani: «La tortura rappresenta una pratica strutturale negli interrogatori e nelle carceri, insieme a trattamenti degradanti, isolamento e limitazioni dell’accesso alla difesa legale e alle cure mediche». A questo si aggiungono pratiche sistematiche di umiliazione e violenza durante le perquisizioni corporali e le operazioni di controllo nelle prigioni: «I detenuti vengono spogliati, costretti all’esposizione del corpo e sottoposti a trattamenti degradanti, anche attraverso violenze sessuali e stupri».
Dal 2023, la situazione è peggiorata drasticamente. «Le autorità israeliane hanno ridotto il cibo distribuito ai detenuti, interrotto acqua ed elettricità, confiscato beni personali e limitato fortemente le visite degli avvocati e delle organizzazioni internazionali, compreso il Comitato Internazionale della Croce Rossa». A questo quadro si collegherebbe anche l’aumento dei decessi all’interno delle carceri: «Dall’inizio della guerra genocida contro Gaza, oltre novanta detenuti palestinesi sono morti in custodia israeliana, a causa del peggioramento delle condizioni detentive, dalla malnutrizione, alla diffusione di malattie, fino all’assenza di cure adeguate. Molti detenuti vengono costretti a rimanere per ore o giorni sul pavimento, bendati e ammanettati, mentre durante le incursioni nelle celle vengono imposte continue umiliazioni. Si registrano inoltre numerosi episodi di pestaggi mortali avvenuti nel corso di operazioni di sicurezza interna. Spesso i corpi non vengono restituiti alle famiglie, che vengono così private anche della possibilità di celebrare funerali e sepolture».
Particolarmente rilevante è anche la condizione del personale sanitario palestinese arrestato dopo l’inizio della guerra contro Gaza. A causa delle restrizioni imposte dalle autorità israeliane all’accesso alle informazioni sul sistema carcerario non è possibile disporre di dati completi sul numero effettivo dei detenuti, ma secondo diverse ricostruzioni negli ultimi mesi centinaia di medici, infermieri e operatori sanitari sarebbero stati arrestati, spesso attraverso procedure riconducibili alla detenzione amministrativa. «Tra i casi più emblematici, c’è quello del medico Adnan Al-Bursh, arrestato pochi mesi dopo l’inizio dell’offensiva israeliana e morto in detenzione nell’aprile 2024. Non ha mai potuto incontrare i propri legali prima di morire».
Tra le numerose denunce emerse figurano in particolare quelle relative alle violenze sessuali e alle condizioni di detenzione imposte ai prigionieri palestinesi, soprattutto ai detenuti provenienti da Gaza. «Centinaia di prigionieri sarebbero stati sottoposti a violenze sessuali, anche se molti episodi restano sommersi a causa della paura, dell’isolamento e dell’impossibilità di denunciare pubblicamente gli abusi. Le violenze sessuali all’interno delle carceri israeliane costituiscono una pratica strutturale del sistema detentivo imposto ai palestinesi; ciò che oggi appare mutato riguarda soprattutto l’estensione e il livello di brutalità raggiunti da queste pratiche dopo il 2023».
La circolazione dei dispositivi repressivi dalla Palestina all’Italia
Esiste una continuità tra questi dispositivi repressivi e le trasformazioni delle politiche securitarie in Europa e, nel caso specifico, in Italia? Su questo punto si è soffermato Flavio Rossi Albertini, descrivendo le forme contemporanee della repressione come fenomeni “circolari” all’interno delle società occidentali: strumenti sperimentati in determinati contesti vengono progressivamente trasferiti e adottati altrove quando si dimostrano efficaci nel controllo del dissenso politico e sociale. In questo quadro ha inoltre richiamato il tema della tortura e delle pratiche di isolamento, sostenendo che anche il sistema penitenziario italiano presenti dispositivi riconducibili a forme di coercizione psicologica. Tra gli esempi citati vi è il regime del 41-bis, descritto come una forma di “tortura bianca”, fondata sulla deprivazione sensoriale e sull’isolamento prolungato.
Anche i procedimenti giudiziari avviati in Italia contro cittadini palestinesi vengono collocati all’interno di questa dinamica, interpretati come parte di un più ampio processo di criminalizzazione della resistenza palestinese e di cooperazione giudiziaria con Israele.
Il caso di Anan Yaeesh si colloca lungo questa linea. Arrestato in Italia nel gennaio 2024 a seguito di una richiesta di estradizione avanzata da Israele, Yaeesh aveva ottenuto dalla Corte d’Appello dell’Aquila il rigetto della richiesta, sulla base del rischio concreto di torture e trattamenti inumani in caso di consegna alle autorità israeliane. Nonostante ciò, Yaeesh non lasciò il carcere di Terni: «Il giorno prima della scarcerazione formale è stato arrestato dalle autorità italiane», passaggio indicato come il segno di «un livello di collaborazione pieno» tra apparati italiani e israeliani.
Al centro della ricostruzione è stato inoltre richiamato il ruolo degli apparati di sicurezza israeliani nella costruzione dell’impianto accusatorio. Nei procedimenti avviati in Italia sarebbero confluiti interrogatori di prigionieri palestinesi condotti dallo Shin Bet e dalla polizia israeliana, raccolti all’interno di un sistema detentivo segnato da torture e trattamenti degradanti.
Lo stesso paradigma viene richiamato anche in relazione al caso di Mohamed Hannoun e degli altri cittadini palestinesi arrestati nell’ambito dell’inchiesta della procura di Genova. Secondo quanto sostenuto nel corso del dibattito, non solo Israele avrebbe trasmesso materiale investigativo alle autorità italiane, ma l’Italia avrebbe a sua volta condiviso con gli apparati israeliani il contenuto dei telefoni sequestrati a Yaeesh.
«Tutti i giovani palestinesi i cui nomi, cognomi e volti erano comparsi in quei dispositivi sono stati successivamente uccisi dagli israeliani», aggiunge Albertini.
Nello stesso contesto viene collocato anche il caso di Ahmed Salem, perseguito per avere conservato e condiviso video provenienti da Gaza e ampiamente diffusi online: «Video che probabilmente ognuno e ognuna di noi ha visto in questi due anni». Secondo questa lettura, si tratterebbe di materiali privi di qualunque contenuto concretamente riconducibile alla preparazione di atti terroristici, ma che hanno comunque portato all’applicazione dell’articolo 270 quinquies 3 del codice penale, introdotto dal decreto sicurezza e definito «terrorismo della parola».
Albertini ha contestato l’impianto accusatorio sostenendo che il procedimento si fonderebbe soprattutto sull’identità politica e nazionale dell’imputato. «La prima domanda dovrebbe essere: perché quel materiale dovrebbe essere detenuto per finalità di terrorismo?», ha affermato, aggiungendo che la stessa contestazione difficilmente sarebbe stata formulata nei confronti di altri cittadini trovati in possesso degli stessi contenuti.
Il caso Salem verrebbe così letto come parte di un processo di criminalizzazione e razzializzazione del sospetto, nel quale l’appartenenza palestinese e musulmana assume immediatamente una connotazione criminale. «Salem si trova lì semplicemente perché colpevole di Palestina, colpevole di essere palestinese», ha concluso.
Il confine del discorso legittimo sulla Palestina
La rappresentazione mediatica della Palestina e dell’attivismo palestinese nello spazio pubblico italiano costituisce uno dei principali dispositivi attraverso cui si produce la criminalizzazione della solidarietà. Al centro della riflessione vi è la quasi totale assenza di copertura dei procedimenti giudiziari che negli ultimi anni hanno coinvolto cittadini e attivisti palestinesi in Italia, inscritta in una più generale dinamica di invisibilizzazione politica e mediatica.
Questa rimozione si intreccerebbe a una narrazione che associa frequentemente la figura del palestinese al terrorismo, contribuendo a legittimare politiche securitarie, pratiche repressive e processi di razzializzazione. A ciò si aggiungono il peso dell’islamofobia e la persistenza di uno sguardo coloniale nella costruzione delle narrazioni occidentali sulle comunità arabe e palestinesi e sulle forme di resistenza all’occupazione.
Dalia Ismail ha collegato il silenzio mediatico sui casi di Anan Yaeesh e Ahmed Salem alla difficoltà, nello spazio pubblico occidentale, di affrontare apertamente il tema della resistenza palestinese. «Dopo le grandi mobilitazioni di solidarietà con la Palestina, una parte dell’opinione pubblica italiana avrebbe iniziato a riconoscere la gravità delle violenze israeliane a Gaza, senza tuttavia mettere realmente in discussione la questione del diritto alla resistenza palestinese».
Richiamando il libro Vittime perfette di Mohammed El-Kurd, Ismail ha messo al centro anche il modo in cui alcune rappresentazioni occidentale tendano a riconoscere legittimità ai palestinesi soltanto nella condizione di vittime, negandola invece quando assumono una soggettività politica o resistono all’occupazione. Una dinamica che, secondo gli interventi, attraversa anche il racconto mediatico dei procedimenti giudiziari contro cittadini e attivisti palestinesi in Italia.
A emergere è anche la dimensione islamofobica e razzializzata delle politiche securitarie occidentali, alimentata da media, discorso pubblico e istituzioni. «La repressione non colpisce tutti insieme», osserva Ismail, «arriva per gradi: colpisce prima coloro che nessuno vuole difendere e poi si estende agli altri».
Da qui il richiamo anche i casi degli imam Zulfiqar Khan e Mohammad Shaheen, entrambi colpiti da misure repressive dopo avere pubblicamente collegato il 7 ottobre alla storia dell’occupazione e delle violenze subite dai palestinesi.
«Una parte della stampa italiana contribuisce alla costruzione pubblica della minaccia legata all’attivismo palestinese e musulmano attraverso narrazioni che associano sistematicamente soggetti arabi e musulmani a terrorismo, estremismo e radicalizzazione», ha proseguito Ismail. «Queste rappresentazioni non producono soltanto stigmatizzazione simbolica, ma incidono concretamente anche sul piano giudiziario e amministrativo, soprattutto nei confronti di persone prive della cittadinanza italiana e quindi maggiormente esposte a espulsioni e trasferimenti nei CPR». Ha inoltre osservato come, dopo le grandi mobilitazioni per la Palestina dell’autunno 2024, una parte del mondo politico abbia rapidamente preso le distanze dagli attivisti arrestati, distinguendo tra figure considerate “accettabili” e altre apertamente criminalizzate per le proprie posizioni politiche.
Ha concluso richiamando la pluralità politica della società palestinese e la complessità delle sue forme di resistenza: «I palestinesi non sono tutti uguali», ha affermato, sottolineando però come tutti restino legati, in modi e gradi differenti, a una terra sottoposta all’occupazione, dove chi vive sperimenta quotidianamente arresti, violenze e repressione. «In questa situazione la resistenza non è soltanto una prerogativa riconosciuta dal diritto internazionale. È qualcosa di umano».
La copertina è di Tommaso Slewrate (Flickr)

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