Una città violenta produce degrado e insicurezza

Pressenza - Saturday, May 9, 2026

Le gravi responsabilità istituzionali nei fatti di sangue di piazza Libertà a Trieste

 Ahmed (nome di fantasia) era fuggito dall’Afghanistan, uno dei paesi più violenti del mondo, per salvarsi e cercare una nuova vita. Ha invece rischiato di morire su una panchina, in una strada di Trieste, la sera di venerdì 8 maggio. Quanto accaduto è il risultato della radicale assenza, nel territorio triestino, di percorsi adeguati di inclusione sociale.

Arrivato a Trieste nell’inverno del 2023, aveva ottenuto la protezione internazionale. Terminato il periodo di prima accoglienza presso ICS, e nonostante la sua fragilità, era stato trasferito in un progetto in un’altra città italiana a causa della totale mancanza di posti nel sistema di seconda accoglienza per rifugiati gestito dal Comune di Trieste. Quel trasferimento ha interrotto il percorso costruito fino a quel momento, costringendolo a ricominciare da zero.

La sua condizione psicologica, già compromessa, si è aggravata ulteriormente dentro un sistema sempre più povero di risorse e incapace di garantire tempi e strumenti adeguati a persone che necessitano di percorsi di sostegno lunghi e strutturati. Finito nuovamente in strada, Ahmed era tornato a Trieste, l’unica città che conosceva, vivendo per oltre un anno negli spazi del Porto Vecchio, nell’indifferenza generale e senza alcun intervento pubblico di carattere sociale. La sua sofferenza mentale era diventata evidente al punto che molti connazionali lo chiamavano levanai”, che in lingua pashto significa “matto”.

Quanto accaduto non è un episodio isolato, ma il prodotto di un sistema pubblico di accoglienza ormai al collasso, incapace di costruire percorsi di inclusione stabili e ridotto, troppo spesso, a un breve e vuoto parcheggio assistenziale prima dell’abbandono in strada.

A Trieste sono sempre di più le persone – straniere e italiane – spinte nella marginalità dall’assenza di interventi istituzionali: neo-maggiorenni allontanati dalle comunità per minori il giorno stesso del loro diciottesimo compleanno e scaricati dal Comune di Trieste che non ha per loro nessun intervento; rifugiati che avrebbero diritto a un inserimento nei progetti di seconda accoglienza ma che la Prefettura di Trieste getta in strada senza neppure attendere il loro inserimento in un nuovo progetto; persone di diversa condizione giuridica con fragilità sanitarie e sociali di cui nessun servizio sembra assumersi la responsabilità.

Trieste, città che in passato è stata un riferimento per l’innovazione nelle politiche sociali, non aveva mai conosciuto un livello di abbandono e disgregazione così grave.

ICS, ogni giorno, cerca di intervenire con le poche risorse disponibili e in un clima di costante aggressione verso il proprio lavoro. Ma nessuna associazione può supplire da sola a un disastro istituzionale di queste dimensioni.

Non si affronta questa situazione con soluzioni tanto irrazionali quanto illegittime, come recintare la piazza della stazione nel tentativo di spostare altrove il problema, né cancellando i pochi servizi esistenti per chi vive condizioni di estrema vulnerabilità. Le persone in difficoltà non spariscono perché vengono rese invisibili.

Allo stesso modo, non si produce sicurezza disperdendo risorse pubbliche in presidi inefficaci che impegnano un numero enorme di agenti di polizia, sottraendoli ad altri compiti.

Occorre invece sostenere e non attaccare il lavoro delle realtà di solidarietà, rafforzare gli interventi sociali e sanitari e tornare a gestire situazioni complesse con un’autentica visione pubblica, capace di prevenire marginalità, conflitto sociale e degrado.

Sicurezza e decoro possono esistere soltanto dove vengono riconosciute la dignità delle persone e il rispetto delle leggi, a partire dall’azione delle istituzioni pubbliche. Oggi è proprio questa capacità di intervento, orientata al bene collettivo, a risultare drammaticamente assente.

Redazione Friuli Venezia Giulia