Una città violenta produce degrado e insicurezza
Le gravi responsabilità istituzionali nei fatti di sangue di piazza Libertà a
Trieste
Ahmed (nome di fantasia) era fuggito dall’Afghanistan, uno dei paesi più
violenti del mondo, per salvarsi e cercare una nuova vita. Ha invece rischiato
di morire su una panchina, in una strada di Trieste, la sera di venerdì 8
maggio. Quanto accaduto è il risultato della radicale assenza, nel territorio
triestino, di percorsi adeguati di inclusione sociale.
Arrivato a Trieste nell’inverno del 2023, aveva ottenuto la protezione
internazionale. Terminato il periodo di prima accoglienza presso ICS, e
nonostante la sua fragilità, era stato trasferito in un progetto in un’altra
città italiana a causa della totale mancanza di posti nel sistema di seconda
accoglienza per rifugiati gestito dal Comune di Trieste. Quel trasferimento ha
interrotto il percorso costruito fino a quel momento, costringendolo a
ricominciare da zero.
La sua condizione psicologica, già compromessa, si è aggravata ulteriormente
dentro un sistema sempre più povero di risorse e incapace di garantire tempi e
strumenti adeguati a persone che necessitano di percorsi di sostegno lunghi e
strutturati. Finito nuovamente in strada, Ahmed era tornato a Trieste, l’unica
città che conosceva, vivendo per oltre un anno negli spazi del Porto Vecchio,
nell’indifferenza generale e senza alcun intervento pubblico di carattere
sociale. La sua sofferenza mentale era diventata evidente al punto che molti
connazionali lo chiamavano levanai”, che in lingua pashto significa “matto”.
Quanto accaduto non è un episodio isolato, ma il prodotto di un sistema pubblico
di accoglienza ormai al collasso, incapace di costruire percorsi di inclusione
stabili e ridotto, troppo spesso, a un breve e vuoto parcheggio assistenziale
prima dell’abbandono in strada.
A Trieste sono sempre di più le persone – straniere e italiane – spinte nella
marginalità dall’assenza di interventi istituzionali: neo-maggiorenni
allontanati dalle comunità per minori il giorno stesso del loro diciottesimo
compleanno e scaricati dal Comune di Trieste che non ha per loro nessun
intervento; rifugiati che avrebbero diritto a un inserimento nei progetti di
seconda accoglienza ma che la Prefettura di Trieste getta in strada senza
neppure attendere il loro inserimento in un nuovo progetto; persone di diversa
condizione giuridica con fragilità sanitarie e sociali di cui nessun servizio
sembra assumersi la responsabilità.
Trieste, città che in passato è stata un riferimento per l’innovazione nelle
politiche sociali, non aveva mai conosciuto un livello di abbandono e
disgregazione così grave.
ICS, ogni giorno, cerca di intervenire con le poche risorse disponibili e in un
clima di costante aggressione verso il proprio lavoro. Ma nessuna associazione
può supplire da sola a un disastro istituzionale di queste dimensioni.
Non si affronta questa situazione con soluzioni tanto irrazionali quanto
illegittime, come recintare la piazza della stazione nel tentativo di spostare
altrove il problema, né cancellando i pochi servizi esistenti per chi vive
condizioni di estrema vulnerabilità. Le persone in difficoltà non spariscono
perché vengono rese invisibili.
Allo stesso modo, non si produce sicurezza disperdendo risorse pubbliche in
presidi inefficaci che impegnano un numero enorme di agenti di polizia,
sottraendoli ad altri compiti.
Occorre invece sostenere e non attaccare il lavoro delle realtà di solidarietà,
rafforzare gli interventi sociali e sanitari e tornare a gestire situazioni
complesse con un’autentica visione pubblica, capace di prevenire marginalità,
conflitto sociale e degrado.
Sicurezza e decoro possono esistere soltanto dove vengono riconosciute la
dignità delle persone e il rispetto delle leggi, a partire dall’azione delle
istituzioni pubbliche. Oggi è proprio questa capacità di intervento, orientata
al bene collettivo, a risultare drammaticamente assente.
Redazione Friuli Venezia Giulia