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La rete solidale lancia una raccolta di beni per le persone migranti all’addiaccio a Trieste
Trieste, 5 novembre 2026 – Con l’arrivo dell’inverno, si fa ancora più drammatica la situazione delle centinaia di persone richiedenti asilo e in transito che, a Trieste, sono costrette a dormire all’addiaccio. Negli ultimi dodici mesi sono quattro le persone che hanno perso la vita tra i magazzini di Porto Vecchio e la situazione non mostra, purtroppo, segni di miglioramento. Per rispondere a questa emergenza, la Rete Solidale di Trieste (formata da ICS, ResQ, No Name Kitchen, Diaconia Valdese, Irc e Comunità di San Martino al Campo) promuove una raccolta di beni di prima necessità destinati alle persone migranti in arrivo dalla rotta balcanica, che spesso sono costrette ad attendere settimane prima di riuscire a formalizzare la propria domanda di asilo ed entrare, così, nel circuito dell’accoglienza a cui hanno diritto. Si raccolgono: sacchi a pelo e coperte; maglioni, felpe, magliette, cappotti e giubbotti; indumenti impermeabili e abbigliamento termico; scarpe da ginnastica; biancheria intima e calzini; biscotti e merendine; quaderni, penne e buste di plastica per documenti. Dove consegnare i beni. Le donazioni possono essere portate al Centro Diurno di via Udine 19 (Trieste) nei seguenti giorni e orari: lunedì, mercoledì, giovedì, venerdì, sabato dalle 8.30 alle 12 e dalle 14 alle 18; domenica dalle 8.30 alle 12; martedì chiuso. È possibile contribuire anche con una donazione economica, a queste coordinate bancarie: IBAN: IT83Q0501802200000012344321 (Banca Etica) Intestatario: Consorzio Italiano di Solidarietà – Ufficio Rifugiati ETS Causale: emergenza freddo Redazione Friuli Venezia Giulia
November 6, 2026
Pressenza
ICS a Fedriga: «Solo per caso le vittime non erano richiedenti asilo. Le responsabilità istituzionali restano»
In riferimento alle dichiarazioni del presidente della Regione Massimiliano Fedriga sulla tragedia avvenuta in Porto Vecchio, ICS ritiene necessario chiarire un punto fondamentale: il fatto che le due persone decedute nell’incendio fossero estranee al sistema di accoglienza non cancella il legame tra quanto accaduto e la situazione delle persone migranti a Trieste. Nei magazzini trovano infatti riparo circa un centinaio di persone, la gran parte in attesa di un appuntamento con la Questura per formalizzare la domanda di asilo. Persone costrette a vivere in edifici abbandonati, prive delle più elementari condizioni di sicurezza ed esposte quotidianamente a gravi rischi. Che questa volta a perdere la vita siano state due persone estranee al sistema di accoglienza lascia intatta la gravità di una situazione che denunciamo da anni. Così come la responsabilità delle istituzioni: aprire un centro di bassa soglia, infatti, garantirebbe a chiunque non abbia un tetto sopra la testa – cittadini italiani o stranieri – un posto caldo e sicuro dove dormire. Chi intende chiedere asilo, inoltre, incontra ostacoli e lunghi ritardi nell’accesso alla procedura e all’accoglienza: al momento il sistema triestino può contare circa un centinaio di posti liberi, ma chi non riesce a formalizzare la domanda non può accedervi. Questa tragedia mette inoltre in luce la presenza, nel nostro territorio, di altre forme di grave disagio sociale, spesso ignorate o sottovalutate dalle istituzioni. Situazioni di marginalità, povertà ed esclusione abitativa che riguardano persone con storie e condizioni diverse, ma accomunate dall’assenza di risposte adeguate ai loro bisogni fondamentali. Anche queste realtà richiedono attenzione, risorse e interventi concreti, anziché essere lasciate nell’invisibilità fino a quando non si verifica una tragedia. Le istituzioni devono affrontare una situazione divenuta ormai drammatica, prima che altre persone perdano la vita. Le soluzioni ci sono e le abbiamo indicate, ma continua a mancare la volontà politica di attuarle. Redazione Friuli Venezia Giulia
November 4, 2026
Pressenza
Due persone morte in Porto Vecchio. ICS: «Tragedia annunciata, frutto di precise responsabilità istituzionali»
Due persone sono morte questa notte nell’incendio di uno dei magazzini del Porto Vecchio di Trieste, dove avevano cercato riparo. Esprimiamo il nostro dolore, ma non possiamo limitarci al cordoglio. Quanto accaduto è la conseguenza di una situazione di abbandono che si trascina da anni, conosciuta dalle istituzioni e alla quale non si vuole dare risposta. Lo scorso inverno altre due persone sono morte in questi magazzini. Eppure, nulla cambia. Le responsabilità istituzionali sono precise e non possono essere ignorate. Da una parte, il Comune di Trieste continua a rifiutarsi di mettere a disposizione l’ex mercato di via Flavio Gioia, una struttura pubblica inutilizzata da anni, dotata di servizi igienici, docce e riscaldamento, la cui destinazione a dormitorio a bassa soglia è stata più volte proposta dalle associazioni solidali. Una soluzione concreta per offrire un riparo a chi oggi è costretto a dormire all’aperto o negli edifici fatiscenti del Porto Vecchio. Dall’altra parte, la Questura continua a rinviare di due o tre mesi l’accesso alla procedura di asilo, rilasciando semplici inviti a ripresentarsi agli uffici, senza indicare che le persone hanno già manifestato la volontà di chiedere protezione internazionale. In questo modo, la Prefettura non provvede alla loro accoglienza, nonostante il diritto a riceverla sorga già con la manifestazione della volontà di chiedere asilo, alle condizioni previste dalla legge. Riteniamo che non si tratti di semplici inefficienze amministrative, ma di una strategia deliberata per eludere gli obblighi di legge, negare nei fatti il diritto all’accoglienza e spingere le persone ad allontanarsi dal territorio. A questo si aggiunge la scelta di insistere sull’applicazione della procedura accelerata di frontiera, già contestata in sede giudiziaria, concentrando gli inserimenti a Casa Malala e nell’ex Ostello Scout di Campo Sacro, anziché utilizzare l’intera rete di accoglienza diffusa. Il risultato è paradossale e intollerabile: da mesi gli appartamenti gestiti da ICS hanno mediamente 70 posti vuoti, mentre un centinaio di persone è costretto a dormire per strada o nei magazzini abbandonati del Porto Vecchio. Posti che potrebbero garantire un alloggio dignitoso e che rimangono inutilizzati per effetto delle scelte amministrative. Il quadro è aggravato dalle recenti limitazioni imposte dalla Questura alla distribuzione di cibo e coperte in piazza Libertà. Non soltanto non si garantisce un riparo a chi vive in strada, ma si ostacolano persino le attività di solidarietà che cercano di assicurare il minimo indispensabile per sopravvivere. Sono scelte che, nel loro insieme, delineano una politica di violenza e abbandono, che comprime sistematicamente il diritto di asilo e le cui conseguenze possono essere mortali. Chiediamo l’immediata apertura di una struttura di accoglienza a bassa soglia, la fine dei ritardi ingiustificati nell’accesso alla procedura di asilo e l’utilizzo dei posti disponibili nelle strutture già operative. Prefettura, Questura e Comune devono assumersi le proprie responsabilità e intervenire senza ulteriori rinvii. La morte di queste due persone non può essere archiviata come l’ennesimo tragico incidente in un edificio abbandonato. A Trieste, mentre ci sono letti vuoti nelle strutture di accoglienza, le persone muoiono cercando riparo nei magazzini fatiscenti. Si tratta di una tragedia che è conseguenza di precise scelte istituzionali. Redazione Friuli Venezia Giulia
November 2, 2026
Pressenza
Migranti a Trieste: accoglienza, dormitori e diritto d’asilo
Venti letti, con la possibilità di aggiungere tre materassi nelle emergenze. Il servizio di TGR Friuli Venezia Giulia sul dormitorio invernale di via Bonomo, gestito dall’ICS e aperto da metà ottobre, parte da questa misura concreta dell’accoglienza: uno spazio nel quale trascorrere la notte al riparo. È il dato riportato nella trascrizione del servizio, riferito a quella struttura e non all’intera disponibilità cittadina. Eppure basta a porre una domanda che attraversa tutta Trieste: quale risposta riceve chi, arrivato lungo la rotta balcanica, non ha un luogo sicuro dove dormire? Un letto separa il riposo dall’esposizione al freddo, la possibilità di recuperare le forze dalla necessità di cercare continuamente un riparo. Per me questa domanda ha il volto di piazza del Mondo, quel nome con cui tante persone chiamano piazza della Libertà. Frequentarla significa accorgersi di quanto siano insufficienti le categorie con cui il dibattito pubblico pretende di descriverla: migranti, sicurezza, decoro, emergenza. Dietro ogni parola rimangono persone con condizioni giuridiche, bisogni e progetti diversi. Il fatto che una presenza sia provvisoria non rende provvisoria anche la dignità di chi attraversa quello spazio. E il legame che sento con Trieste mi porta a chiedere alla città una capacità di governo all’altezza della sua storia e della sua complessità. Le criticità erano state segnalate anche prima dell’apertura del dormitorio. Nel comunicato del 4 settembre 2026, l’ICS ha denunciato la sospensione dei trasferimenti periodici verso altre località e attese prolungate per la registrazione delle domande d’asilo. Il 17 settembre, dopo uno sgombero al Porto Vecchio, l’associazione ha nuovamente chiesto dove e in quali tempi sarebbero state accolte le persone allontanate. Sono denunce dell’organizzazione, che richiedono risposte documentate delle amministrazioni interessate. Pongono una questione essenziale: l’efficacia di un intervento si valuta anche sulla sistemazione effettivamente assicurata alle persone dopo il loro allontanamento. Fonti: comunicati ICS del 4 settembre e del 17 settembre 2026. Il primo riferimento giuridico è la Costituzione. L’articolo 2 riconosce i diritti inviolabili della persona e richiede l’adempimento dei doveri di solidarietà; l’articolo 10, terzo comma, tutela il diritto d’asilo alle condizioni costituzionalmente indicate. La disciplina dell’ingresso e del soggiorno resta necessaria, ma deve operare entro questa cornice. La protezione della persona precede il giudizio politico sulla migrazione: nessuna preferenza elettorale consente di considerare irrilevante la sofferenza di chi si trova sul territorio. Per una giurista, questo significa valutare le scelte pubbliche attraverso i diritti che devono garantire e gli effetti che concretamente producono. Articolo 2 della Costituzione; articolo 10. L’accoglienza dei richiedenti protezione internazionale è oggetto di obblighi specifici. L’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo n. 142 del 2015 individua nella manifestazione della volontà di chiedere protezione il momento iniziale di applicazione delle misure previste dal decreto. Nel quadro europeo rinnovato, l’articolo 19 della direttiva (UE) 2024/1346 collega l’accesso alle condizioni materiali di accoglienza al momento in cui viene fatta la domanda e richiede condizioni di vita adeguate, rispettose della salute e dei diritti fondamentali; consente di considerare l’insufficienza dei mezzi del richiedente. Il ritardo imputabile all’organizzazione degli uffici non può diventare, di fatto, uno strumento per svuotare la protezione prevista dall’ordinamento. Decreto legislativo n. 142/2015; direttiva (UE) 2024/1346. Occorre, naturalmente, distinguere le singole posizioni: richiedenti asilo, titolari di protezione, persone in transito e persone prive di un titolo di soggiorno non accedono automaticamente alle medesime prestazioni. La verifica individuale è indispensabile, così come lo sono le condizioni e i limiti stabiliti dalla legge. Proprio per questo servono procedure accessibili, informazioni comprensibili e decisioni tempestive. Quando una persona cerca di esercitare un diritto, la risposta deve consentire di accertarne la posizione e di individuare le misure spettanti. Lasciarla nell’incertezza rende più difficile anche il lavoro delle istituzioni, perché prolunga una situazione priva di una soluzione riconoscibile. La giurisprudenza europea offre un’indicazione particolarmente significativa. Nella sentenza Haqbin del 12 novembre 2019, causa C-233/18, pronunciata sulla precedente direttiva accoglienza, la Corte di giustizia ha escluso che una sanzione per gravi violazioni delle regole del centro possa privare il richiedente di alloggio, vitto o vestiario fino a impedirgli di soddisfare i bisogni elementari. Ha inoltre chiarito che, in quel contesto, consegnare un elenco di strutture private cui rivolgersi non assolve l’obbligo pubblico di garantire condizioni dignitose. La responsabilità rimane delle autorità anche quando si avvalgono di soggetti privati. È una lezione sulla concretezza dei diritti: indicare una possibilità e assicurare un accesso effettivo sono due atti profondamente diversi. Corte di giustizia, sentenza Haqbin. La qualità dell’accoglienza richiede inoltre attenzione alle condizioni personali. Gli articoli 24 e 25 della direttiva (UE) 2024/1346 prevedono l’individuazione e la valutazione delle esigenze particolari, anche per minori, persone con disabilità, persone gravemente malate e vittime di torture o violenze. Un posto formalmente disponibile può risultare inadeguato se mancano accessibilità, assistenza o tutela appropriata. L’articolo 32 della Costituzione, del resto, protegge la salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività. Da questa prospettiva, la programmazione deve cominciare prima che il freddo trasformi una fragilità conosciuta in un’urgenza sanitaria. Direttiva (UE) 2024/1346, testo consolidato; articolo 32 della Costituzione. Anche il discorso sulla sicurezza deve misurarsi con i risultati. Residenti, viaggiatori e attività economiche hanno esigenze legittime di tranquillità, pulizia e fruibilità degli spazi. Per sostenerle occorrono interventi capaci di affrontare le cause delle criticità: servizi igienici, mediazione, assistenza, accoglienza organizzata e contrasto alle condotte illecite individualmente accertate. La presenza di persone povere non dimostra, da sola, una loro pericolosità. Analogamente, l’affermazione che danneggerebbero il commercio richiede elementi verificabili: una coincidenza nello spazio non prova un rapporto di causa. Ritengo che una politica seria debba rispondere a queste domande con dati e servizi, evitando di trasformare la vulnerabilità in una colpa collettiva. In questo quadro, il lavoro dei volontari merita riconoscimento e sostegno. L’articolo 12, comma 2, del decreto legislativo n. 286 del 1998 esclude la rilevanza penale delle attività di soccorso e assistenza umanitaria prestate in Italia agli stranieri in condizioni di bisogno, comunque presenti sul territorio, fermo il richiamo allo stato di necessità. La disposizione non elimina ogni regola sull’uso degli spazi pubblici, ma rende evidente il valore giuridico dell’assistenza. Per valutare la legittimità di una specifica ordinanza occorre esaminarne testo, presupposti ed effetti; sul piano politico, considero inaccettabile rappresentare chi offre cibo o coperte come il responsabile della marginalità che cerca di alleviare. Articolo 12, comma 2, riportato in Gazzetta Ufficiale. La risposta che auspico è concreta: una ricognizione pubblica e aggiornata dei posti effettivamente utilizzabili, procedure rapide per l’accesso alla protezione, sistemazioni adeguate alle vulnerabilità e trasferimenti organizzati secondo le competenze e le garanzie previste. Prefettura, Questura, Comune, servizi sanitari e soggetti dell’accoglienza devono poter operare attraverso un coordinamento riconoscibile, con responsabilità e tempi chiari. Chi amministra dovrebbe rendere verificabile quante persone restano senza riparo e quali soluzioni vengono attivate. Il dormitorio invernale è un presidio prezioso; la continuità della tutela richiede però una programmazione che guardi anche al giorno successivo e ai mesi che verranno. A Trieste desidero una convivenza sostenuta da istituzioni presenti, capaci di ascoltare chi abita la città e chi vi arriva dopo un viaggio difficile. È una scelta che considero coerente con la solidarietà costituzionale e con un’idea esigente di sicurezza: sapere che una persona in difficoltà può trovare una risposta, che le regole sono comprensibili e che le responsabilità pubbliche vengono esercitate. Nessuno dovrebbe dover sperare nell’aggiunta dell’ultimo materasso per trascorrere una notte al riparo. Un letto, per chi ne è privo, è il primo spazio nel quale ricominciare a immaginare il proprio futuro. Fonte: https://www.rainews.it/tgr/fvg/articoli/2026/11/migranti-il-miraggio-di-una-branda-in-un-dormitorio-a51fd054-5185-46df-8a85-605dd3d7e49b.html Valeria Sirigu
November 2, 2026
Pressenza
ICS esprime solidarietà a Maria Luisa Paglia
Il Consorzio Italiano di Solidarietà – Ufficio Rifugiati ETS esprime solidarietà a Maria Luisa Paglia, segretaria provinciale del Partito Democratico di Trieste, per i manifesti intimidatori affissi all’esterno della scuola Don Milani, con il suo volto barrato da una croce. Si tratta di un gesto grave, che supera i confini della legittima contrapposizione politica e richiama modalità di intimidazione di matrice neofascista. La libertà di espressione e il confronto democratico sono principi fondamentali di una società aperta, che vanno difesi senza ambiguità. Redazione Friuli Venezia Giulia
October 28, 2026
Pressenza
Porto Vecchio, ICS: «Stop ai trasferimenti e procedure irregolari hanno riportato le persone in strada»
Il piccolo sgombero effettuato nell’area del Porto Vecchio il 3 settembre 2026 è conseguenza della decisione irrazionale di sospendere, dalla fine di giugno, tutti i trasferimenti periodici da Trieste verso il resto del territorio nazionale che avevano caratterizzato l’ultimo biennio: circa 60 persone a settimana, in media, nel corso dell’ultima annualità. Parallelamente, sono state lasciate in strada le persone in attesa della registrazione della domanda di asilo presso la Questura, con tempi di attesa che hanno superato anche i due mesi, mentre quasi tutti i richiedenti asilo sono stati sottoposti alla procedura accelerata di frontiera. Questa strategia era probabilmente fondata sull’idea che, applicando procedure sommarie e velocissime di esame delle domande di asilo e confidando nell’impossibilità per le persone ricorrenti di impugnare i provvedimenti di rigetto entro i brevissimi termini previsti dalle nuove normative (5 giorni), si sarebbe prodotto una sorta di eliminazione dell’utenza. Dopo essere passate rapidamente attraverso un sistema di confinamento presso l’ex caserma di Fernetti, le persone la cui domanda veniva respinta sarebbero tornate in strada, ma senza più alcun diritto di soggiornare in Italia, finendo così per disperdersi. Eppure, l’applicazione della procedura accelerata di frontiera è possibile, secondo il diritto dell’Ue, solo in caso di domande di asilo presentate alla frontiera esterna, tra cui gli sbarchi, e non a una frontiera interna come quella italo-slovena. Si è così prodotto, alla vigilia della stagione autunnale e delle problematiche che essa inevitabilmente porrà, l’ennesimo corto circuito derivante dal mancato rispetto delle normative e dalla caparbia volontà di non strutturare un sistema di protezione capace di riconoscere l’esistenza della realtà degli arrivi di persone rifugiate lungo la rotta balcanica. Il (non) sistema istituzionale di gestione delle domande di asilo e della prima accoglienza rimane dunque sempre a zero: genera enormi disagi sociali, aumenta l’insicurezza sul territorio e dissipa risorse pubbliche. È inderogabile riprendere un regolare sistema di trasferimenti da Trieste verso tutto il territorio italiano e attuare con rigore, senza forzature e nel rispetto dei diritti fondamentali delle persone, le normative vigenti. Redazione Friuli Venezia Giulia
September 5, 2026
Pressenza
Khandwala: fanno il deserto, lo chiamano decoro
A due anni dallo sgombero del Silos di Trieste, KhandwAlarm convoca una giornata pubblica di memoria e condivisione. Sabato 21 giugno, a partire dalle ore 16:00 in Piazza Libertà, si terrà l’iniziativa “Khandwala: fanno il deserto, lo chiamano decoro”, aperta a tutta la città. La logica che ha prodotto lo sgombero del Silos non si è esaurita con quell’episodio. Dal Silos ai magazzini del Porto Vecchio, dalle attese davanti alla Questura alla recinzione di Piazza Libertà, il trattamento riservato alle persone in movimento a Trieste segue una linea di continuità: renderne invisibile la presenza, trattarla come un problema di ordine pubblico e di decoro, sottraendola ai percorsi che dovrebbero invece garantire tutela e diritti. Gli sgomberi non risolvono l’abbandono. Quando una persona viene allontanata da un edificio resta comunque senza un posto sicuro, senza risposte, senza accesso effettivo alle procedure che la legge prevede. Nel 2025 gli spazi del Silos sono stati occupati dal Cirque du Soleil, nel 2026 si moltiplicano gli sgomberi dei magazzini del Porto Vecchio, ma continuano a non venir date alternative. La giornata sarà occasione per ricordare cosa è stato il Silos e cosa ha rappresentato, per nominare le responsabilità politiche e istituzionali, per condividere pratiche di lotta e ribadire con chiarezza che nessuno sgombero può essere una soluzione. Il programma del 21 giugno Ore 16:00 – Interventi di Linea d’Ombra, ICS, Fornelli Resistenti, KhandwAlarmOre 17:00 – Attività ludiche e artistiche: capoeira e danze resistentiA seguire – Musica e merenda condivisa Cos’è KhandwAlarm? KhandwAlarm prende il nome dal termine pashto khandwala – “casa rotta” – con cui vengono comunemente indicati i magazzini del Porto Vecchio di Trieste, strutture adiacenti alla stazione da anni abitate da persone in movimento e richiedenti asilo in attesa di un’accoglienza dignitosa. Nato come risposta alle falle strutturali del sistema di accoglienza italiano e alle lungaggini burocratiche per l’ottenimento del permesso di soggiorno, KhandwAlarm vuole lanciare un allarme sulla sistematica violazione dei diritti umani e sulla quotidiana disumanizzazione delle persone in movimento. Contatti: ig: @khandwalarm mail: silos@riseup.net Redazione Friuli Venezia Giulia
June 20, 2026
Pressenza
Il richiamo della Commissione europea conferma l’illegittimità dei controlli alla frontiera italo-slovena. Chi li ha voluti deve risponderne
La nota con cui la Commissione europea ha richiesto la cessazione dei controlli alla frontiera italo-slovena non costituisce un semplice invito ma rappresenta, sotto il profilo giuridico, un parere vincolante la cui inosservanza condurrà all’avvio di una procedura di infrazione per violazione del diritto europeo nei confronti dello Stato inadempiente. Il Regolamento (UE) 2016/399, detto Schengen, come modificato dal Regolamento (UE) 2024/1356, afferma solennemente che «la creazione di uno spazio in cui è assicurata la libera circolazione delle persone attraverso le frontiere interne è una delle principali conquiste dell’Unione». Proprio per tutelare tale conquista storica, il Regolamento prevede che il ripristino dei controlli alle frontiere interne possa avvenire esclusivamente «in caso di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza interna di uno Stato membro» (art. 25, par. 1). La nozione di «minaccia grave» fa riferimento ad attentati o minacce di natura terroristica, a forme gravi di criminalità organizzata, a emergenze sanitarie di vasta portata oppure a «una situazione eccezionale caratterizzata da spostamenti non autorizzati improvvisi e su vasta scala di cittadini di paesi terzi tra Stati membri, che mette a dura prova le risorse e le capacità complessive di autorità competenti ben preparate e che potrebbe mettere a rischio il funzionamento globale dello spazio senza controllo alle frontiere interne» (art. 25, par. 2). La gestione dei flussi migratori, anche quando significativa, non costituisce in alcun modo una ragione ammessa dalla normativa per giustificare il ripristino dei controlli alle frontiere interne. Il Regolamento è inoltre tassativo nel chiarire che «il controllo di frontiera alle frontiere interne è comunque e sempre ripristinato solamente come misura di extrema ratio» e che, proprio per questa ragione, può essere mantenuto per un periodo limitato, non superiore a un mese e prorogabile fino a un massimo di tre mesi. Soltanto «una grave situazione eccezionale» (art. 25, par. 6) può giustificare il mantenimento dei controlli oltre tale termine. Lo Stato che invoca questa disposizione deve motivare con estrema precisione quali siano le minacce gravi e concrete che possono essere contrastate esclusivamente attraverso il ripristino dei controlli alla frontiera interna. Il Governo italiano ha disposto il ripristino dei controlli alla frontiera italo-slovena, in vigore dall’ottobre 2023, senza rispettare alcuno degli stringenti requisiti giuridici previsti dal Regolamento Schengen, non sussistendo alcuna minaccia grave e persistente tale da giustificare una misura tanto eccezionale. Il ripristino dei controlli è stato dunque deciso non sulla base delle previsioni normative, ma esclusivamente per ragioni propagandistiche, a sostegno di scelte politiche del Governo nazionale e regionale. Ciò ha comportato un enorme dispendio di risorse economiche e ha distolto le forze di polizia dai loro compiti istituzionali, impiegandole massicciamente in operazioni tanto inutili quanto illegittime, invece che nel controllo del territorio o nell’accelerazione delle procedure di registrazione delle domande di asilo, contribuendo così al perdurare dell’abbandono in strada di centinaia di persone. Il fatto che il ripristino dei controlli alle frontiere interne sia avvenuto in modo non conforme al diritto europeo anche in altri Stati membri non attenua in alcun modo la gravità delle scelte irrazionali e contrarie al bene pubblico compiute in Friuli Venezia Giulia. Chi le ha sostenute con veemenza, a livello nazionale e locale, deve essere chiamato a risponderne. Redazione Friuli Venezia Giulia
June 4, 2026
Pressenza
Gli inutili sgomberi in Porto Vecchio confermano le gravi inerzie istituzionali
L’operazione di sgombero dei richiedenti asilo condotta il 21 maggio 2026 in Porto Vecchio si è svolta, ancora una volta, senza alcun coinvolgimento delle associazioni e degli enti che quotidianamente operano a supporto delle persone in strada. Operazioni di polizia tanto scenografiche quanto costose si rivelano del tutto inutili: nei casi in cui sia necessario procedere a trasferimenti più numerosi, sarebbe sufficiente convocare le persone in modo ordinato in un luogo e a un orario prestabiliti, con la collaborazione delle realtà associative che le seguono ogni giorno. Questo episodio conferma ciò che ICS evidenzia da anni, purtroppo inascoltata: a Trieste permangono disfunzioni sistemiche gravi nella gestione delle domande di asilo. La Questura non ha adottato alcuna modalità organizzativa che consenta la registrazione tempestiva delle domande, che la legge impone avvenga entro tre giorni dall’arrivo. I tempi di attesa si attestano invece intorno a un mese. Durante questo periodo, la Prefettura non attiva alcuna misura di accoglienza, nonostante la normativa vigente imponga che sia garantito immediatamente almeno l’accesso alle misure minime di accoglienza materiale. A ciò si aggiunge un numero del tutto insufficiente di trasferimenti settimanali verso il resto del territorio nazionale, che causa un effetto imbuto strutturale. È questa colpevole inerzia, che si perpetua da anni, a costringere le persone a cercare riparo nelle strutture fatiscenti e pericolose del Porto Vecchio. In questo contesto, l’amministrazione comunale di Trieste non solo non offre alcuna collaborazione nel rispetto del principio di leale collaborazione tra istituzioni, ma alimenta una propaganda xenofoba che innalza in modo irresponsabile il livello di allarme sociale. ICS chiede a tutte le istituzioni competenti – Questura, Prefettura, Comune – di tornare a svolgere i propri ruoli con senso di responsabilità, di abbassare i toni e di aprire un confronto serio e continuativo con le realtà del Terzo Settore che operano sul campo. Redazione Friuli Venezia Giulia
May 23, 2026
Pressenza
Una città violenta produce degrado e insicurezza
Le gravi responsabilità istituzionali nei fatti di sangue di piazza Libertà a Trieste  Ahmed (nome di fantasia) era fuggito dall’Afghanistan, uno dei paesi più violenti del mondo, per salvarsi e cercare una nuova vita. Ha invece rischiato di morire su una panchina, in una strada di Trieste, la sera di venerdì 8 maggio. Quanto accaduto è il risultato della radicale assenza, nel territorio triestino, di percorsi adeguati di inclusione sociale. Arrivato a Trieste nell’inverno del 2023, aveva ottenuto la protezione internazionale. Terminato il periodo di prima accoglienza presso ICS, e nonostante la sua fragilità, era stato trasferito in un progetto in un’altra città italiana a causa della totale mancanza di posti nel sistema di seconda accoglienza per rifugiati gestito dal Comune di Trieste. Quel trasferimento ha interrotto il percorso costruito fino a quel momento, costringendolo a ricominciare da zero. La sua condizione psicologica, già compromessa, si è aggravata ulteriormente dentro un sistema sempre più povero di risorse e incapace di garantire tempi e strumenti adeguati a persone che necessitano di percorsi di sostegno lunghi e strutturati. Finito nuovamente in strada, Ahmed era tornato a Trieste, l’unica città che conosceva, vivendo per oltre un anno negli spazi del Porto Vecchio, nell’indifferenza generale e senza alcun intervento pubblico di carattere sociale. La sua sofferenza mentale era diventata evidente al punto che molti connazionali lo chiamavano levanai”, che in lingua pashto significa “matto”. Quanto accaduto non è un episodio isolato, ma il prodotto di un sistema pubblico di accoglienza ormai al collasso, incapace di costruire percorsi di inclusione stabili e ridotto, troppo spesso, a un breve e vuoto parcheggio assistenziale prima dell’abbandono in strada. A Trieste sono sempre di più le persone – straniere e italiane – spinte nella marginalità dall’assenza di interventi istituzionali: neo-maggiorenni allontanati dalle comunità per minori il giorno stesso del loro diciottesimo compleanno e scaricati dal Comune di Trieste che non ha per loro nessun intervento; rifugiati che avrebbero diritto a un inserimento nei progetti di seconda accoglienza ma che la Prefettura di Trieste getta in strada senza neppure attendere il loro inserimento in un nuovo progetto; persone di diversa condizione giuridica con fragilità sanitarie e sociali di cui nessun servizio sembra assumersi la responsabilità. Trieste, città che in passato è stata un riferimento per l’innovazione nelle politiche sociali, non aveva mai conosciuto un livello di abbandono e disgregazione così grave. ICS, ogni giorno, cerca di intervenire con le poche risorse disponibili e in un clima di costante aggressione verso il proprio lavoro. Ma nessuna associazione può supplire da sola a un disastro istituzionale di queste dimensioni. Non si affronta questa situazione con soluzioni tanto irrazionali quanto illegittime, come recintare la piazza della stazione nel tentativo di spostare altrove il problema, né cancellando i pochi servizi esistenti per chi vive condizioni di estrema vulnerabilità. Le persone in difficoltà non spariscono perché vengono rese invisibili. Allo stesso modo, non si produce sicurezza disperdendo risorse pubbliche in presidi inefficaci che impegnano un numero enorme di agenti di polizia, sottraendoli ad altri compiti. Occorre invece sostenere e non attaccare il lavoro delle realtà di solidarietà, rafforzare gli interventi sociali e sanitari e tornare a gestire situazioni complesse con un’autentica visione pubblica, capace di prevenire marginalità, conflitto sociale e degrado. Sicurezza e decoro possono esistere soltanto dove vengono riconosciute la dignità delle persone e il rispetto delle leggi, a partire dall’azione delle istituzioni pubbliche. Oggi è proprio questa capacità di intervento, orientata al bene collettivo, a risultare drammaticamente assente. Redazione Friuli Venezia Giulia
May 9, 2026
Pressenza