Migranti a Trieste: accoglienza, dormitori e diritto d’asiloVenti letti, con la possibilità di aggiungere tre materassi nelle emergenze. Il
servizio di TGR Friuli Venezia Giulia sul dormitorio invernale di via Bonomo,
gestito dall’ICS e aperto da metà ottobre, parte da questa misura concreta
dell’accoglienza: uno spazio nel quale trascorrere la notte al riparo. È il dato
riportato nella trascrizione del servizio, riferito a quella struttura e non
all’intera disponibilità cittadina. Eppure basta a porre una domanda che
attraversa tutta Trieste: quale risposta riceve chi, arrivato lungo la rotta
balcanica, non ha un luogo sicuro dove dormire? Un letto separa il riposo
dall’esposizione al freddo, la possibilità di recuperare le forze dalla
necessità di cercare continuamente un riparo.
Per me questa domanda ha il volto di piazza del Mondo, quel nome con cui tante
persone chiamano piazza della Libertà. Frequentarla significa accorgersi di
quanto siano insufficienti le categorie con cui il dibattito pubblico pretende
di descriverla: migranti, sicurezza, decoro, emergenza. Dietro ogni parola
rimangono persone con condizioni giuridiche, bisogni e progetti diversi. Il
fatto che una presenza sia provvisoria non rende provvisoria anche la dignità di
chi attraversa quello spazio. E il legame che sento con Trieste mi porta a
chiedere alla città una capacità di governo all’altezza della sua storia e della
sua complessità.
Le criticità erano state segnalate anche prima dell’apertura del dormitorio. Nel
comunicato del 4 settembre 2026, l’ICS ha denunciato la sospensione dei
trasferimenti periodici verso altre località e attese prolungate per la
registrazione delle domande d’asilo. Il 17 settembre, dopo uno sgombero al Porto
Vecchio, l’associazione ha nuovamente chiesto dove e in quali tempi sarebbero
state accolte le persone allontanate. Sono denunce dell’organizzazione, che
richiedono risposte documentate delle amministrazioni interessate. Pongono una
questione essenziale: l’efficacia di un intervento si valuta anche sulla
sistemazione effettivamente assicurata alle persone dopo il loro allontanamento.
Fonti: comunicati ICS del 4 settembre e del 17 settembre 2026.
Il primo riferimento giuridico è la Costituzione. L’articolo 2 riconosce i
diritti inviolabili della persona e richiede l’adempimento dei doveri di
solidarietà; l’articolo 10, terzo comma, tutela il diritto d’asilo alle
condizioni costituzionalmente indicate. La disciplina dell’ingresso e del
soggiorno resta necessaria, ma deve operare entro questa cornice. La protezione
della persona precede il giudizio politico sulla migrazione: nessuna preferenza
elettorale consente di considerare irrilevante la sofferenza di chi si trova sul
territorio. Per una giurista, questo significa valutare le scelte pubbliche
attraverso i diritti che devono garantire e gli effetti che concretamente
producono. Articolo 2 della Costituzione; articolo 10.
L’accoglienza dei richiedenti protezione internazionale è oggetto di obblighi
specifici. L’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo n. 142 del 2015
individua nella manifestazione della volontà di chiedere protezione il momento
iniziale di applicazione delle misure previste dal decreto. Nel quadro europeo
rinnovato, l’articolo 19 della direttiva (UE) 2024/1346 collega l’accesso alle
condizioni materiali di accoglienza al momento in cui viene fatta la domanda e
richiede condizioni di vita adeguate, rispettose della salute e dei diritti
fondamentali; consente di considerare l’insufficienza dei mezzi del richiedente.
Il ritardo imputabile all’organizzazione degli uffici non può diventare, di
fatto, uno strumento per svuotare la protezione prevista dall’ordinamento.
Decreto legislativo n. 142/2015; direttiva (UE) 2024/1346.
Occorre, naturalmente, distinguere le singole posizioni: richiedenti asilo,
titolari di protezione, persone in transito e persone prive di un titolo di
soggiorno non accedono automaticamente alle medesime prestazioni. La verifica
individuale è indispensabile, così come lo sono le condizioni e i limiti
stabiliti dalla legge. Proprio per questo servono procedure accessibili,
informazioni comprensibili e decisioni tempestive. Quando una persona cerca di
esercitare un diritto, la risposta deve consentire di accertarne la posizione e
di individuare le misure spettanti. Lasciarla nell’incertezza rende più
difficile anche il lavoro delle istituzioni, perché prolunga una situazione
priva di una soluzione riconoscibile.
La giurisprudenza europea offre un’indicazione particolarmente significativa.
Nella sentenza Haqbin del 12 novembre 2019, causa C-233/18, pronunciata sulla
precedente direttiva accoglienza, la Corte di giustizia ha escluso che una
sanzione per gravi violazioni delle regole del centro possa privare il
richiedente di alloggio, vitto o vestiario fino a impedirgli di soddisfare i
bisogni elementari. Ha inoltre chiarito che, in quel contesto, consegnare un
elenco di strutture private cui rivolgersi non assolve l’obbligo pubblico di
garantire condizioni dignitose. La responsabilità rimane delle autorità anche
quando si avvalgono di soggetti privati. È una lezione sulla concretezza dei
diritti: indicare una possibilità e assicurare un accesso effettivo sono due
atti profondamente diversi. Corte di giustizia, sentenza Haqbin.
La qualità dell’accoglienza richiede inoltre attenzione alle condizioni
personali. Gli articoli 24 e 25 della direttiva (UE) 2024/1346 prevedono
l’individuazione e la valutazione delle esigenze particolari, anche per minori,
persone con disabilità, persone gravemente malate e vittime di torture o
violenze. Un posto formalmente disponibile può risultare inadeguato se mancano
accessibilità, assistenza o tutela appropriata. L’articolo 32 della
Costituzione, del resto, protegge la salute come diritto fondamentale
dell’individuo e interesse della collettività. Da questa prospettiva, la
programmazione deve cominciare prima che il freddo trasformi una fragilità
conosciuta in un’urgenza sanitaria. Direttiva (UE) 2024/1346, testo consolidato;
articolo 32 della Costituzione.
Anche il discorso sulla sicurezza deve misurarsi con i risultati. Residenti,
viaggiatori e attività economiche hanno esigenze legittime di tranquillità,
pulizia e fruibilità degli spazi. Per sostenerle occorrono interventi capaci di
affrontare le cause delle criticità: servizi igienici, mediazione, assistenza,
accoglienza organizzata e contrasto alle condotte illecite individualmente
accertate. La presenza di persone povere non dimostra, da sola, una loro
pericolosità. Analogamente, l’affermazione che danneggerebbero il commercio
richiede elementi verificabili: una coincidenza nello spazio non prova un
rapporto di causa. Ritengo che una politica seria debba rispondere a queste
domande con dati e servizi, evitando di trasformare la vulnerabilità in una
colpa collettiva.
In questo quadro, il lavoro dei volontari merita riconoscimento e sostegno.
L’articolo 12, comma 2, del decreto legislativo n. 286 del 1998 esclude la
rilevanza penale delle attività di soccorso e assistenza umanitaria prestate in
Italia agli stranieri in condizioni di bisogno, comunque presenti sul
territorio, fermo il richiamo allo stato di necessità. La disposizione non
elimina ogni regola sull’uso degli spazi pubblici, ma rende evidente il valore
giuridico dell’assistenza. Per valutare la legittimità di una specifica
ordinanza occorre esaminarne testo, presupposti ed effetti; sul piano politico,
considero inaccettabile rappresentare chi offre cibo o coperte come il
responsabile della marginalità che cerca di alleviare. Articolo 12, comma 2,
riportato in Gazzetta Ufficiale.
La risposta che auspico è concreta: una ricognizione pubblica e aggiornata dei
posti effettivamente utilizzabili, procedure rapide per l’accesso alla
protezione, sistemazioni adeguate alle vulnerabilità e trasferimenti organizzati
secondo le competenze e le garanzie previste. Prefettura, Questura, Comune,
servizi sanitari e soggetti dell’accoglienza devono poter operare attraverso un
coordinamento riconoscibile, con responsabilità e tempi chiari. Chi amministra
dovrebbe rendere verificabile quante persone restano senza riparo e quali
soluzioni vengono attivate. Il dormitorio invernale è un presidio prezioso; la
continuità della tutela richiede però una programmazione che guardi anche al
giorno successivo e ai mesi che verranno.
A Trieste desidero una convivenza sostenuta da istituzioni presenti, capaci di
ascoltare chi abita la città e chi vi arriva dopo un viaggio difficile. È una
scelta che considero coerente con la solidarietà costituzionale e con un’idea
esigente di sicurezza: sapere che una persona in difficoltà può trovare una
risposta, che le regole sono comprensibili e che le responsabilità pubbliche
vengono esercitate. Nessuno dovrebbe dover sperare nell’aggiunta dell’ultimo
materasso per trascorrere una notte al riparo. Un letto, per chi ne è privo, è
il primo spazio nel quale ricominciare a immaginare il proprio futuro.
Fonte:
https://www.rainews.it/tgr/fvg/articoli/2026/11/migranti-il-miraggio-di-una-branda-in-un-dormitorio-a51fd054-5185-46df-8a85-605dd3d7e49b.html
Valeria Sirigu