Cinquant’anni fa in Friuli

Pressenza - Wednesday, May 6, 2026

Il 6 maggio del 1976 ero a Udine. Vi abitavo da più di due mesi.
Ero arrivato il 28 febbraio, un sabato, su incarico di Lotta Continua. Terminato il servizio di leva un paio di settimane prima, la segreteria nazionale della “Commissione Forze Armate” mi aveva proposto di continuare il lavoro politico da esterno. L’esperienza fatta nei 13 mesi e mezzo durante la naia era stata importante, per certi versi entusiasmante, dato che avevo vissuto la fase più rilevante del movimento dei soldati democratici.

Quindi non avevo avuto esitazioni nell’accettare il trasferimento. Poi, in realtà, la parentesi friulana, durata quattro mesi, fu alquanto negativa.
La crisi della militanza si stava facendo sentire anche da quelle parti e il tutto sarebbe deflagrato nell’autunno dello stesso anno con il congresso di Rimini, che sancì di fatto lo scioglimento dell’organizzazione.

Il mio arrivo, annunciato come quello di colui che avrebbe messo in riga i militanti e le militanti “recalcitranti”, fu sostanzialmente rifiutato, con le relative conseguenze sul piano politico e umano.

Quel 6 maggio alle 21 ci doveva essere l’attivo di sede in vista dell’importante campagna elettorale del 20 giugno, quando ci illudemmo che il regime democristiano sarebbe crollato e che, con la sinistra al governo, le lotte sarebbero proliferate, spalancando la strada verso la gloriosa e irresistibile presa del potere.

Prima di iniziare la riunione, con Toni (Capuozzo) decidemmo di prendere un caffè nel bar vicino alla sezione.
Appena entrati arrivò la prima forte scossa. Uscimmo immediatamente insieme a tutti i presenti. Naturalmente la riunione saltò; mano a mano che il tempo passava arrivarono le prime frammentarie notizie dai paesi.

Alla fine, verso le 22, decidemmo con Toni e un altro compagno di prendere un’auto e ci dirigemmo verso Gemona. Nel buio della strada che ci conduceva alla meta iniziammo a intravedere i primi segnali del disastro, le prime case crollate. Giunti nel paese, lo scenario era spettrale e agghiacciante: ovunque case crollate; nella piazza, lo scheletro del campanile della chiesa era il triste simbolo del disastro. Ci mettemmo a scavare con chi era presente, a estrarre le prime vittime.

A un certo punto della notte decidemmo di andare all’ospedale per verificare la situazione. Trovammo le persone più anziane legate ai letti, in un tanfo insopportabile. Il personale era scappato e, per evitare che alzandosi cadessero o fuggissero (sic), le avevano lasciate in quelle condizioni.

Lavorammo tutta la notte e con l’arrivo dell’alba ci recammo nell’abitazione, fortunatamente intatta, di una nostra compagna, situata sopra una collina da cui si dominava tutta la vallata.
Con le prime luci ci apparve il panorama di distruzione che aveva colpito l’intero territorio circostante: Gemona, Artegna…

Di seguito uno stralcio della testimonianza che dettai al quotidiano Lotta Continua venerdì 7 maggio, quando finalmente riuscimmo a comunicare con la redazione. Allora ovviamente non c’erano i cellulari.

“Non è facile raccontare quello che è successo. Paesi distrutti, come bombardati. Chi scrive è stato uno dei primi ad arrivare a Gemona la sera del 6 alle 23, due ore dopo la catastrofe. Nonostante il buio ci si è subito resi conto degli effetti della scossa. Quasi tutto il paese raso al suolo. Ci siamo messi subito al lavoro con le poche decine di persone tra civili e soldati. Tutti hanno il viso pieno di terrore, ma cercano di dare una mano per soccorrere i molti feriti che si lamentano sotto le macerie. Bisognerebbe avere subito delle ruspe, dei fari per portare aiuto ai molti rimasti sepolti vivi. Ma al di là delle mani e dei cric c’è ben poco.

Di ufficiali nemmeno l’ombra; solo soldati, sergenti e qualche sottotenente si prodigano tra le macerie. A Gemona una caserma è crollata e molti soldati sono rimasti feriti. Trenta mancano all’appello e gira voce che venti siano morti. Sembra che a Udine, alla caserma Osoppo, le camerate siano in condizioni pietose. Venerdì arrivano i bersaglieri della caserma di Pordenone e i soldati delle caserme di Udine. Le cosiddette autorità non si fanno vive…”.

Proseguivo affermando: “questi sono i giorni della paura, poi ci saranno i giorni della lotta…”.

In realtà, se indubbiamente si riscontrò una mobilitazione solidale enorme — migliaia di giovani da tutta Italia, la nascita dei comitati delle tendopoli, le rivendicazioni dei giovani friulani in servizio di leva altrove (e non solo loro) di poter recarsi nella regione per aiutare, assemblee e iniziative del movimento dei soldati democratici (il 6 giugno si tenne all’Auditorium di Udine un’assemblea popolare con delegazioni nazionali del movimento, lavoratori, forze sindacali e politiche) —, a fronte delle cifre del disastro, sintetizzabili in quasi mille vittime, ventinove comuni distrutti nella provincia di Udine e dodici in quella di Pordenone, nonché diecimila abitazioni crollate e migliaia di aziende abbattute o gravemente danneggiate, gradualmente si affermò quello che poi è stato chiamato “Modello Friuli”.

Allora inevitabilmente contestammo la nomina governativa del “Commissario Zamberletti”, democristiano doc. Ma sicuramente l’aver puntato sul coinvolgimento dei comuni e del territorio, evitando la burocrazia centralizzata dello Stato, si rivelò una scelta virtuosa e vincente.

Il Friuli rimane sostanzialmente l’unico caso di ricostruzione efficace e positiva nel nostro Paese. Pochi anni dopo, in Irpinia, le cose sono andate in maniera opposta e il terremoto de L’Aquila, pur in un contesto assai diverso, non è stato dissimile.

Mezzo secolo dopo, nel ricordo delle vittime, la vicenda friulana ci insegna che solo coinvolgendo i territori e le forze sociali che vi abitano è possibile impedire che le tante catastrofi naturali, conseguenza di politiche speculative con al centro il profitto, diventino l’ennesima occasione per distruggere le comunità locali e dare vita a progetti disastrosi per il tessuto civico.

Sergio Sinigaglia