Cinquant’anni fa in FriuliIl 6 maggio del 1976 ero a Udine. Vi abitavo da più di due mesi.
Ero arrivato il 28 febbraio, un sabato, su incarico di Lotta Continua. Terminato
il servizio di leva un paio di settimane prima, la segreteria nazionale della
“Commissione Forze Armate” mi aveva proposto di continuare il lavoro politico da
esterno. L’esperienza fatta nei 13 mesi e mezzo durante la naia era stata
importante, per certi versi entusiasmante, dato che avevo vissuto la fase più
rilevante del movimento dei soldati democratici.
Quindi non avevo avuto esitazioni nell’accettare il trasferimento. Poi, in
realtà, la parentesi friulana, durata quattro mesi, fu alquanto negativa.
La crisi della militanza si stava facendo sentire anche da quelle parti e il
tutto sarebbe deflagrato nell’autunno dello stesso anno con il congresso di
Rimini, che sancì di fatto lo scioglimento dell’organizzazione.
Il mio arrivo, annunciato come quello di colui che avrebbe messo in riga i
militanti e le militanti “recalcitranti”, fu sostanzialmente rifiutato, con le
relative conseguenze sul piano politico e umano.
Quel 6 maggio alle 21 ci doveva essere l’attivo di sede in vista dell’importante
campagna elettorale del 20 giugno, quando ci illudemmo che il regime
democristiano sarebbe crollato e che, con la sinistra al governo, le lotte
sarebbero proliferate, spalancando la strada verso la gloriosa e irresistibile
presa del potere.
Prima di iniziare la riunione, con Toni (Capuozzo) decidemmo di prendere un
caffè nel bar vicino alla sezione.
Appena entrati arrivò la prima forte scossa. Uscimmo immediatamente insieme a
tutti i presenti. Naturalmente la riunione saltò; mano a mano che il tempo
passava arrivarono le prime frammentarie notizie dai paesi.
Alla fine, verso le 22, decidemmo con Toni e un altro compagno di prendere
un’auto e ci dirigemmo verso Gemona. Nel buio della strada che ci conduceva alla
meta iniziammo a intravedere i primi segnali del disastro, le prime case
crollate. Giunti nel paese, lo scenario era spettrale e agghiacciante: ovunque
case crollate; nella piazza, lo scheletro del campanile della chiesa era il
triste simbolo del disastro. Ci mettemmo a scavare con chi era presente, a
estrarre le prime vittime.
A un certo punto della notte decidemmo di andare all’ospedale per verificare la
situazione. Trovammo le persone più anziane legate ai letti, in un tanfo
insopportabile. Il personale era scappato e, per evitare che alzandosi cadessero
o fuggissero (sic), le avevano lasciate in quelle condizioni.
Lavorammo tutta la notte e con l’arrivo dell’alba ci recammo nell’abitazione,
fortunatamente intatta, di una nostra compagna, situata sopra una collina da cui
si dominava tutta la vallata.
Con le prime luci ci apparve il panorama di distruzione che aveva colpito
l’intero territorio circostante: Gemona, Artegna…
Di seguito uno stralcio della testimonianza che dettai al quotidiano Lotta
Continua venerdì 7 maggio, quando finalmente riuscimmo a comunicare con la
redazione. Allora ovviamente non c’erano i cellulari.
“Non è facile raccontare quello che è successo. Paesi distrutti, come
bombardati. Chi scrive è stato uno dei primi ad arrivare a Gemona la sera del 6
alle 23, due ore dopo la catastrofe. Nonostante il buio ci si è subito resi
conto degli effetti della scossa. Quasi tutto il paese raso al suolo. Ci siamo
messi subito al lavoro con le poche decine di persone tra civili e soldati.
Tutti hanno il viso pieno di terrore, ma cercano di dare una mano per soccorrere
i molti feriti che si lamentano sotto le macerie. Bisognerebbe avere subito
delle ruspe, dei fari per portare aiuto ai molti rimasti sepolti vivi. Ma al di
là delle mani e dei cric c’è ben poco.
Di ufficiali nemmeno l’ombra; solo soldati, sergenti e qualche sottotenente si
prodigano tra le macerie. A Gemona una caserma è crollata e molti soldati sono
rimasti feriti. Trenta mancano all’appello e gira voce che venti siano morti.
Sembra che a Udine, alla caserma Osoppo, le camerate siano in condizioni
pietose. Venerdì arrivano i bersaglieri della caserma di Pordenone e i soldati
delle caserme di Udine. Le cosiddette autorità non si fanno vive…”.
Proseguivo affermando: “questi sono i giorni della paura, poi ci saranno i
giorni della lotta…”.
In realtà, se indubbiamente si riscontrò una mobilitazione solidale enorme —
migliaia di giovani da tutta Italia, la nascita dei comitati delle tendopoli, le
rivendicazioni dei giovani friulani in servizio di leva altrove (e non solo
loro) di poter recarsi nella regione per aiutare, assemblee e iniziative del
movimento dei soldati democratici (il 6 giugno si tenne all’Auditorium di Udine
un’assemblea popolare con delegazioni nazionali del movimento, lavoratori, forze
sindacali e politiche) —, a fronte delle cifre del disastro, sintetizzabili in
quasi mille vittime, ventinove comuni distrutti nella provincia di Udine e
dodici in quella di Pordenone, nonché diecimila abitazioni crollate e migliaia
di aziende abbattute o gravemente danneggiate, gradualmente si affermò quello
che poi è stato chiamato “Modello Friuli”.
Allora inevitabilmente contestammo la nomina governativa del “Commissario
Zamberletti”, democristiano doc. Ma sicuramente l’aver puntato sul
coinvolgimento dei comuni e del territorio, evitando la burocrazia centralizzata
dello Stato, si rivelò una scelta virtuosa e vincente.
Il Friuli rimane sostanzialmente l’unico caso di ricostruzione efficace e
positiva nel nostro Paese. Pochi anni dopo, in Irpinia, le cose sono andate in
maniera opposta e il terremoto de L’Aquila, pur in un contesto assai diverso,
non è stato dissimile.
Mezzo secolo dopo, nel ricordo delle vittime, la vicenda friulana ci insegna che
solo coinvolgendo i territori e le forze sociali che vi abitano è possibile
impedire che le tante catastrofi naturali, conseguenza di politiche speculative
con al centro il profitto, diventino l’ennesima occasione per distruggere le
comunità locali e dare vita a progetti disastrosi per il tessuto civico.
Sergio Sinigaglia