
L’eredità di Nigel Dunnett: far fiorire le città per affrontare la crisi climatica
Pressenza - Tuesday, April 28, 2026La sua scomparsa, il 26 aprile scorso all’età di 63 anni, lascia un vuoto profondo nel mondo dell’architettura del paesaggio. Ma ridurre la sua figura a quella di un progettista sarebbe limitante: Nigel Dunnett è stato uno dei principali innovatori nel modo di pensare il rapporto tra natura e città, tra estetica e sopravvivenza ecologica.
Professore all’Università di Sheffield, ha contribuito a ridefinire il ruolo del verde urbano nel XXI secolo. Non più semplice elemento decorativo, ma infrastruttura viva, capace di gestire l’acqua, mitigare il clima e sostenere la biodiversità.
Il grande pubblico lo ha scoperto con uno dei progetti più iconici del nostro tempo: il Queen Elizabeth Olympic Park di Londra 2012. Qui, insieme ad altri progettisti, Dunnett ha realizzato vaste praterie fiorite e piantagioni naturalistiche che sono diventate uno dei simboli dei Giochi: non aiuole rigide, ma un “mare” di vegetazione in movimento, capace di cambiare nel tempo e di sorprendere milioni di visitatori.
Al centro della sua ricerca c’era un’idea semplice quanto rivoluzionaria: imitare la natura, non controllarla. Le sue celebri “onde” di piante perenni – grandi masse fluide disposte in sequenze cromatiche dinamiche – rompevano con la tradizione del giardino ornamentale statico.
Questa visione ha trovato una delle sue applicazioni più avanzate nel progetto Grey to Green a Sheffield: una trasformazione radicale di strade asfaltate in corridoi verdi capaci di assorbire l’acqua piovana e ridurre il rischio di allagamenti.
Accanto ai grandi progetti urbani, Dunnett ha portato avanti una ricerca costante sui cosiddetti rain garden, sistemi vegetati che trattengono e filtrano l’acqua piovana. Non solo soluzioni tecniche, ma veri e propri paesaggi: luoghi in cui ecologia e percezione estetica coincidono.
Un approccio che trova oggi applicazione anche in Italia.
A Milano, ad esempio, il Giardino 8 marzo rappresenta uno dei primi esempi di spazio pubblico progettato per gestire l’acqua meteorica attraverso il verde. Qui il suolo, le piante e la topografia lavorano insieme per assorbire le piogge e restituirle lentamente all’ambiente, trasformando un problema urbano in una risorsa. È una declinazione concreta di quella stessa idea che Dunnett ha contribuito a diffondere: città più permeabili, più resilienti, più vive.
Il valore del suo lavoro sta proprio in questa sintesi rara: rigore scientifico e sensibilità artistica. Botanica, ecologia e design si intrecciano per creare spazi che funzionano meglio e, allo stesso tempo, sono più belli e accessibili.
In un’epoca segnata dalla crisi climatica, l’eredità di Nigel Dunnett è più attuale che mai.
I suoi progetti dimostrano che le città possono diventare ecosistemi vivi, capaci di adattarsi e di rigenerarsi. E che la bellezza – quella delle sue onde di fiori, dei prati urbani, dei giardini che raccolgono la pioggia – non è un lusso, ma una forma di resilienza.
Raccontarlo oggi significa raccogliere una sfida: immaginare città più vivibili, più giuste, più capaci di fiorire.
Tiziana Volta
